Tria: 80 euro misura sbagliata, saranno riassorbiti. E stop al decreto famiglia

Avvenire

Stop preventivo al decreto famiglia voluto da Di Maio. E stop annunciato per gli 80 euro di Matteo Renzi. Il ministro dell’Economia è stato protagonista ieri di un doppio affondo, senza contare quello riservato a Salvini, riguardo alla possibilità di sforare il deficit al 3%.

Sul primo punto, quello di più stretta attualità, dal momento che il M5s premeva per varare già lunedì le nuove misure pro-natalità, il responsabile dei conti pubblici ha bloccato tutto per questioni di copertura. Le risorse per finanziare il provvedimento per le famiglie in difficoltà «per ora non sono state individuate», ha sentenziato ieri mattina. Secondo i Cinque stelle la copertura sarebbe garantita da circa un miliardo di euro non utilizzato per il reddito di cittadinanza. Ma per Tria «non sappiamo cosa sia questo miliardo. Se si spenderà di meno lo si saprà a fine anno e non adesso. Inoltre è chiaro che queste spese non possono essere portate all’anno successivo».

Posizione che non convince il capo del M5s, che per questo ha rinnovato il ritornello del «decide la politica, non i tecnici». Per lui «le coperture ci sono, perché abbiamo lavorato bene sui controlli e abbiamo escluso chi non aveva diritto (al Reddito, ndr)» e ora le «destineremo a pannolini, baby-sitter, asili nido». Di Maio è stato costretto però alla retromarcia sui tempi del varo: «Il decreto per me è un’emergenza, ma non è da approvare prima del voto alle Europee», ha frenato in serata, spiegando che «le famiglie non sono un argomento elettorale». Ma – senza coperture – non si capisce a questo punto come il decreto possa essere varato a breve. Non solo: nella stessa giornata esce dimezzato anche il pacchetto alternativo predisposto dal ministro leghista (della Famiglia) Lorenzo Fontana, che per questo aveva destato attriti con Di Maio, perché alla Camera non è stata dichiarata ammissibile la richiesta di rafforzare il bonus bebè (resta in piedi solo l’emendamento sugli sgravi per l’acquisto di pannolini e latte).

Altra questione è quella degli 80 euro. L’ipotesi che i quasi 10 miliardi annui necessari per erogare il sussidio varato da Matteo Renzi nel 2014 (anche in quel caso subito prima delle Europee) possano essere utilizzati nell’ambito della riforma fiscale che ha in mente il governo circola da tempo. Ma è la prima volta che lo dice il ministro dell’Economia. «Tecnicamente gli 80 euro sono stati una decisione sbagliata, un provvedimento fatto male: risultano come spesa e non come prelievo», ha detto Tria annunciando che «con una riforma fiscale verranno riassorbiti».

Il cosiddetto “bonus Renzi” riguarda ben 10 milioni di lavoratori dipendenti con un reddito annuo lordo inferiore ai 24mila euro (circa 1.400 euro al mese). L’annuncio dell’addio ha provocato timori. Tanto che lo stesso Tria dopo poche ore ha precisato di non avere «mai parlato di taglio, ma di riassorbimento» e ha assicurato che «dalla revisione del prelievo fiscale nessuno uscirà penalizzato».

Il Pd però non ci crede: «Si preparano a togliere ai redditi medio-bassi per avvantaggiare i redditi alti: è il governo dei Robin Hood al contrario», ha accusato l’ex segretario Maurizio Martina. Per il capo dei senatori dem Andrea Marcucci «è cominciata la grande stangata giallo-verde. Via gli 80euro e aumento Iva, solo per pagare le loro promesse elettorali».

Resta da registrare il nuovo monito di Tria sui conti pubblici. Riferendosi all’ipotesi di sforare il limite del 3% di deficit, il ministro ha osservato che «non è una decisione autonoma dai mercati perché significa prendere denaro a prestito, significa che qualcuno sia disponibile a prestarci del denaro a quel tasso di interesse. Inutile fare più deficit per 2-3 miliardi se poi dobbiamo fare interessi aggiuntivi per 2-3 miliardi». E alla domanda se l’abbia spiegato a Salvini, ha risposto: «Lo sa bene e non devo spiegare nulla a nessuno. C’è una campagna elettorale».

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