«Quando il film uscì nel novembre 1988, nelle sale italiane, non andò a vederlo nessuno. Gli incassi furono disastrosi, tranne che a Messina, dove il film andò benissimo e non capivamo il perché». Il dubbio che si era posto Peppuccio Tornatore, sul flop iniziale del suo capolavoro «Nuovo Cinema Paradiso» ha, invece, una spiegazione ben precisa. «Gianni Parlagreco non era solo il gestore del cinema Aurora nel pieno centro di Messina ma era un appassionato cinefilo che non si dava pace dell’insuccesso di quella magnifica pellicola — spiega l’avvocato Ninni Panzera, cinefilo e anima di TaoArte e del Taormina Film Fest» — tanto che la tenne in cartellone con ostinazione ma ebbe pure un colpo di genio: invitò la gente a entrare gratis e, solo se il film fosse piaciuto, alla fine avrebbero pagato. È stato un vero trionfo perché nessuno scelse di non pagare».

Un successo contagioso. «Io stesso gestivo in città una piccola sala da appena 50 posti dedicata a Don Milani — prosegue Panzera che nel 2014 ha allestito anche apprezzate mostre sui 25 anni del capolavoro di Tornatore — e lo riproposi: ogni sera era stracolma». Sembra una favola nella favola ma proprio il pubblico messinese, probabilmente, tenne in vita quella pellicola. Esattamente così come era successo nel 1981 con «Ricomincio da tre»: ignorato nel resto d’Italia e osannato nella città di Colapesce. «Nuovo Cinema paradiso incassò 120 milioni in tutta Italia e di questi 72 solo a Messina e, a quel punto, ho deciso di invitare Peppuccio per un incontro con gli spettatori della sala Milani — ricorda Panzera da Cannes dove ha appena presentato alla stampa la mostra «Le stelle di Taormina» sui film girati nella perla dello Jonio —. Lui ne fu entusiasta perché, sotto sotto, era curioso di scoprire il perché di quel successo in città».

L’incontro avviene davvero alla fine gennaio del 1989 davanti a un pubblico entusiasta. «C’era la gente arrampicata ovunque nella Saletta Milani quella sera – ricorda divertito lo scrittore messinese Fabio Mazzeo, attualmente in classifica con «La solitudine degli amanti» – perché l’entusiasmo di Parlagreco e Panzera era stato contagioso in città e noi stessi giovanissimi cronisti alle prime armi avevamo visto il film alla Milani proprio su invito di Ninni. Aveva ragione perché notammo subito che sarebbe passato alla storia e al regista bagherese tributammo una meritata ovazione».

Tornatore, quella sera, rimase colpito. «Lo vidi fra il frastornato e lo smarrito perché, come disse lui, era stata “una carezza in tempo di schiaffi” e per due ore filate si raccontò a cuore aperto. Anzi disse che “la sera prima di addormentarmi, sogno che Messina sia tutto il mondo e che il successo che il film ha avuto qui si possa replicare ovunque”». L’incontro si chiuse con una premonizione. «“Non dico che con questo film voglio vincere l’Oscar ma spero che abbia almeno un’altra opportunità….”». Il regista riprese coraggio e, dopo aver accorciato di alcuni minuti la pellicola, nel maggio del 1989 gli viene assegnato al Festival di Cannes il «Grand prix speciale della giuria».

L’anno dopo, nel 1990, la consacrazione: vittoria sia al Golden Globe sia al Premio Oscar come miglior film straniero. Dalla polvere all’altare in un solo anno. In più, con il vanto di essere il primo film ambientato in Sicilia (principalmente nel Palermitano fra Bagheria, Cefalù, Castelbuono, Lascari, Chiusa Sclafani, Palazzo Adriano, Santa Flavia, San Nicola l’Arena e Termini Imerese) a cui hanno partecipato tanti attori e comparse isolani, con protagonisti ispirati a uomini siciliani (L’Alfredo interpretato da Philippe Noiret è tratteggiato sulla figura del fotografo e proiezionista bagherese Mimmo Pintacuda) ma che, in realtà, cambia il racconto cinematografico da «sulla» Sicilia a «dalla» Sicilia.

Il motivo è semplice: è una vera e propria metafora di epoche che cambiano e che partendo dall’isola si proiettano e sovrappongono sul mondo intero. Perché «Nuovo cinema paradiso» si basa sul concetto di tempo. C’è il divenire ma anche l’assenza e se il tempo non esiste, le vite delle persone e le idee potranno sempre incontrarsi: basta la magia dell’amore. Come diceva Alfredo al piccolo Totò: «Qualunque cosa farai, amala, come amavi la cabina del Paradiso quando eri picciriddu». Ironia della sorte, il divenire del tempo ha fatto sì che il cinema Aurora chiudesse esattamente come il «Nuovo cinema paradiso» di Giancaldo immaginato da Tornatore ma l’amore per quella pellicola e quella favola messinese è ancora forte.

CORRIERE.IT

 

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