Ciclismo. Al Giro d’Italia seguendo Pasolini

Al Giro d'Italia seguendo Pasolini

Avvenire

Quando sulla lunga strada di sabbia Pasolini decide di mettersi in viaggio, siamo alla vigilia dei mitici anni Sessanta; precisamente tra il giugno e l’agosto del 1959. E al volante di una Fiat 1100 lo scrittore – accompagnato dal fotografo francese Philippe Séclier – si lancia in un avventuroso giro lungo le coste della penisola italiana: dal Ventimiglia a Trieste. Scopo di quel viaggio è la realizzazione di un ampio reportage per la rivistaSuccesso. Non è un caso che Brian Nygaard, 44 anni, danese di stanza da anni con la fidanzata Karen a Pietrasanta, questo libro se lo sia messo in valigia prima di partire per il suo Giro d’Italia. Una guida del pensiero, che lo sta aiutando a raccontare il nostro Paese e che ad ottobre, in Danimarca, diventerà libro. Titolo: Italien Rundt, Giro in Italia. Anche lui non è solo: al proprio fianco però non c’è un fotografo, ma un pittore, scultore, un artista danese tutto tondo. Un appassionato dell’Italia e del Giro. Ha 62 anni e si chiama Erik A. Frandsen, artista quotatissimo nel mondo, non solo nella terra di Hans Christian Andersen. «Conosco l’Italia e ne sono letteralmente innamorato – ci racconta Brian -. Il vostro Paese l’ho scoperto grazie al ciclismo. Nel 2000 mi sono laureato in filosofia all’Università di Aarhus ed ero in attesa di partire per un dottorato all’estero: durante l’estate mi chiesero se fossi interessato a curare le pierre per un team ciclistico (Csc, formazione danese di Bjarne Riis). La base era da voi e ho accettato subito, pensando di fermarmi per una sola estate. Poi, a fine anno, mi proposero di entrare a far parte della squadra in pianta stabile. Ho fatto le mie riflessioni e ho chiesto di poter continuare a lavorare nel vostro Paese. Davanti alla loro risposta affermativa, non ho avuto più dubbi e ho accettato». Prima Lucca, poi un breve periodo a Como, infine Pietrasanta. «Un laboratorio a cielo aperto – dice -. Una bomboniera di arte e cultura. Pietrasanta è paradigma della bellezza». Anche per Nygaard questo è un viaggio “lungo e sabbioso”. «Pasolini è stato chiaramente l’ispirazione – ci racconta -. Seguire il Giro d’Italia è invece un pretesto, un modo per accedere nel cuore di una Paese stupendo, seguendo una traccia, un brogliaccio che è stato disegnato da Mauro Vegni, il direttore della “corsa rosa”. Lo usiamo davvero come spartito, per avere dei confini e il nostro racconto è rigorosamente a due voci: c’è la suggestione della scrittura e quella data dall’immagine, in questo caso dalla pittura. È una costante narrazione a due corsie: talvolta i nostri percorsi sembrano incrociarsi e sovrapporsi, ma nella sostanza non facciamo altro che percorrere assieme una strada parallela, fatta di complicità ed emozioni».

Lo scrittore danese Brian Nygaard

Lo scrittore danese Brian Nygaard

La lunga strada di sabbia è considerato, da sempre, tra gli scritti minori del poeta bolognese cresciuto a Roma. «Invece è un documento cruciale nel corpus pasoliniano – precisa Brian -. In questi racconti c’è la sua sete di umanità, c’è il bisogno profondo di preservare e proteggere. Noi vogliamo molto più semplicemente raccontare una terra che è strepitosamente bella e piena zeppa di contraddizioni. È il racconto del Belpaese che sta cambiando velocemente, e non sempre in meglio. Anzi, sono molto preoccupato dall’avanzata sempre crescente di questo populismo e sovranismo dilagante. Non mi piace neanche un po’ la mancanza di solidarietà e accoglienza. L’Italia e gli italiani non sono così, non sono questi: sono l’esatto contrario. Sono quelli che mi hanno accolto come figlio e fratello, e mi hanno fatto diventare uno di loro. Eppure in questi ultimi anni è successo qualcosa, e noi cercheremo di raccontarlo». Un viaggio iniziatico, come fece Goethe o von Riedesel, il barone prussiano che attraversando l’Italia nel 1767, stilò l’archetipo del diario di viaggio. C’è la potenza del racconto e il Giro ha una forza evocativa che fa da sottofondo. Brian, che oggi segue il ciclismo come telecronista per la tivù di stato danese, parla di noi con amore infinito. «Sarò sempre grato a mio fratello Kim, che nel 1999 mi prestò i soldi per venire a vedere il mondiale di ciclismo a Verona. Vinse Oscar Freire, ma per me fu il viaggio della vita. Dove trovi un altro Paese con tanta bellezza artistica, con tanto gusto, con tutta questa storia?Il problema è che voi italiani non siete consapevoli di quello che avete. Il nostro vuole essere un libro sull’Italia e le sue bellezze, ma anche sulla sua complessità degli italiani, che è poi un aspetto che mi ha sempre affascinato. Cosa non mi piace? Il pregiudizio, la miopia e la volgarità. Siete la nazione del buon cibo, della cucina regionale, e vi state sempre più omologando verso quella cucina che puoi trovare ovunque: anche in Danimarca. Sono testimone del decadimento del gusto di kantiana memoria e di questo, non ne sono per niente felice».

È venuto sulle strade del Giro, che da sempre accoglie senza pregiudizi. Tutti uguali sul traguardo del mio cuore, basta avere una bicicletta. «L’idea del libro è nata per puro caso – prosegue Brian -. Ero in telecronaca per raccontare il Giro di Spagna, ma stavo parlando come spesso mi accade dell’Italia. In ascolto c’era Frandsen, anche lui appassionatissimo di ciclismo e del Belpaese: ne è rimasto folgorato. Mi contattò e mi chiese: “perché non facciamo qualcosa insieme? Potremmo raccontare l’Italia a quattro mani, con quattro occhi e due cuori”, mi disse. Avevo sul comodino La lunga strada di sabbia: è stato un segno del destino. Così abbiamo incominciato il nostro viaggio, che si farà racconto. Chi vincerà il Giro? M’interessa davvero poco, anche se la passione è tanta. Ma per questo nostro progetto c’è solo voglia di conoscenza, attraversando strade e paesi, borghi e luoghi, in cerca di storie e storia. Vogliamo vivere un’esperienza. Come ebbe modo di scrivere Gabriel García Márquez, la vita non è quella vissuta, ma quella che si ricorda: per poi raccontarla». © RIPRODUZIONE RISERVATA Lo scrittore Brian Nygaard

Manuel Vilas: «Narro la verità, nonostante tutto». Violentato da un prete invita il Papa ad aprire sui preti sposati

Manuel Vilas, scrittore spagnolo esploso nel suo Paese e a livello internazionale con il romanzo autobiografico In tutto c’è stata bellezza (tradotto in undici lingue, in italiano da Guanda), parla al «Corriere» in vista dell’arrivo a Roma, il 4 giugno, per il Festival Letterature alla Basilica di Massenzio.

Roma, 30/05/2019 – Nel libro narra le molestie subite da bambino da parte di un prete. Alla domanda “Come valuta quanto sta facendo Papa Francesco sugli abusi nella Chiesa?” risponde: «Lo ripeto, davanti alla verità non ci si tira indietro per un malinteso pudore. Perciò racconto questa esperienza: non nutro rancore, ma ricordo. Quanto a Bergoglio, la cosa migliore che possa fare è annullare il celibato, dire ai preti e alle suore di fare l’amore quanto vogliono perché l’amore è vita.

La repressione non ha a che fare con il cristianesimo. Gesù era anche sesso». Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati da anni è impegnato per i diritti civili e religiosi dei preti sposati nella Chiesa e nella società e si batte per la riammissione nel ministero dei preti sposati.

Inesperti e tradizionalisti a riflettere sui preti sposati su “Jesus” a caccia di lettori dei loro libri. Manca la questione dei diritti civili e religiosi

— Una legge da cambiare?

Non è un dogma di fede, non è scritto nei Vangeli, né «si è sempre fatto così». Il celibato dei presbiteri nella Chiesa latina è una tradizione sedimentata nei secoli con tutto il suo valore ma anche le sue contraddizioni. Papa Francesco non sembra disponibile a cambiare le cose ma lascia aperto uno spiraglio all’ordinazione di viri probati. Ordine e Matrimonio sono incompatibili? Il celibato potrebbe diventare opzionale? Preti sposati arricchirebbero la vita di fede delle comunità? Ne ha discusso il mensile paolino “Jesus” nel numero di Aprile 2019. Mancava la voce del Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati che dal 2003 contribuisce ad alimentare il dibattito sui diritti civili e religiosi dei preti sposati.

Invitato al dibattito Enzo Romeo, vaticanista del TG2 che da ignorante attribuisce la riduzione allo stato laicale ai preti sposati con la dispensa (i preti sposati non sono ridotti allo stato laicale ma se validamente ordinati sono sacerdoti per sempre).

Giovanni Cereti aveva in passato sottolineato come la “(ri)scoperta della bellezza e della santità del matrimonio e della famiglia” avvenuta nel XX secolo e sfociata nell’Amoris Laetitia renda non più sostenibile l’incompatibilità tra vocazione al ministero presbiterale e vocazione al matrimonio, aprendo la strada all’ammissione al presbiterato di uomini sposati anche nella Chiesa latina e alla riammissione all’esercizio del ministero di quanti ne sono stati esclusi per essersi sposati.

Altro ospite del dibattito ospitato da Jesus è stato Ernesto Miragoli prete sposato comasco “eminenza grigia” dei preti sposati europei che da anni crea “confusione” sui preti sposati e la loro giusta causa.

In Vaticano è il giorno degli “errata corrige”. Il Papa “sbianchettato” su McCarrick diventa un caso

In Vaticano è il giorno degli

È il giorno degli “errata corrige” in Vaticano. Quello del cardinale Pietro Parolin che corregge il tiro su Matteo Salvini – pur ribadendo il rimprovero sull’uso del rosario – e dopo un’anticamera di quasi un anno dichiara che ci sarà un “dialogo” anche con il leader leghista uscito trionfatore dalle elezioni europee, perché “il Papa dice sempre: dialogo, dialogo, dialogo” . E poi quello dell’Osservatore Romano dopo l’omissione di parte della trascrizione integrale spagnola e del video dell’intervista rilasciata da Papa Francesco a Televisa nel passaggio riguardante il cardinale Theodore McCarrick, spretato per pedofilia. Il quotidiano della Santa Sede pubblicherà una precisazione chiarendo che il testo italiano pubblicato ieri anche dall’organo ufficioso della Santa Sede conteneva un taglio sostanziale su un punto centrale della questione. La correzione è stata fatta sul portale Vatican News solo questa mattina.

Nell’integrale spagnolo c’era infatti una domanda della giornalista Valentina Alazakri sull’incontro del giugno 2013 tra l’ex nunzio americano Viganò e Papa Francesco, ma domanda e risposta sono state omesse nelle traduzioni. Eppure si trattava di un passaggio in cui il Papa ha mostrato imbarazzo circa l’udienza con l’ex Nunzio: il Papa ha detto di non ricordare se egli fosse stato messo al corrente da Viganò nel 2013 dell’inclinazione di McCarrick a dormire con i seminaristi. L’omissione ha così dato l’impressione che Francesco negasse categoricamente di sapere qualcosa su McCarrick, mentre il testo completo chiarisce che il Papa non ricordava. 

Ecco quindi il testo completo (con in neretto la parte sbianchettata):

“Di McCarrick non sapevo nulla, naturalmente, nulla. L’ho detto diverse volte, non sapevo nulla, non ne avevo idea. E quando dice che mi ha parlato quel giorno, che è venuto … e io non mi ricordo se mi ha parlato di questo, se è vero o no. Non ne ho idea!. Voi sapete che io di McCarrick non sapevo nulla, altrimenti non avrei taciuto”

Un’aggiunta non secondaria relativa allo scandalo di cover-up decennale del Vaticano sulla vita di McCarrick, il cardinale che sussurrava i presidenti degli Stati Uniti. Andrea Tornielli direttore editoriale del Vaticano ha dichiarato questa mattina che il taglio è avvenuto “a causa dei tempi strettissimi e della lunghezza della traduzione”.

Intanto l’arcivescovo Viganò ha ribadito oggi al sito tradizionalista americano Lifesite la sua convinzione che il Papa stia mentendo. Informalmente in ambiente vaticano si smentisce che l’intervista alla televisione messicana sia stata fatta in coincidenza con l’uscita negli Usa dei nuovi documenti (il Rapporto Figueiredo) sul caso McCarrick

Insomma, nell’arco di un giornata, una serie di sfortunati eventi si sono addensati  di nuovo sul caso dell ex cardinale americano spretato per pedofilia all’inizio di quest’anno. Il cardinale Parolin da parte sua ha precisato che è in corso un’indagine interna per chiarire chi nella Santa Sede sapeva (tra cardinali e nunzi), che cosa e quando. E che solo allora ci sarà una comunicazione ufficiale sulla vicenda.

L’intervista a Televisa contiene anche un interessante passaggio sul cardinale George Pell, condannato in primo grado in Australia per abusi sessuali su due ragazzini, condanna su cui pende il giudizio d’appello nella prima settimana di giugno. Il Papa ha detto di aver scelto Pell tra i suoi più stretti collaboratori perché era già un cardinale di Curia, era risultato pulito rispetto ad un’indagine precedente  (per copertura di abusi di altri, ndr) e che gli era stato indicato. La domanda adesso è da chi. 

huffingtonpost.it

La Shoah alla luce del Sinai

Le terze tavole

settimananews

A causa del peccato di Israele, Mosè ruppe le prime tavole ricevute al Sinai. Mosè le riscrisse, indicando con i dieci comandamenti linee di etica universale a promozione della vita. “Scegli la vita”, dice la Torah, non “scegli il bene”. Con il buco nero della Shoah, in cui è apparso il male assoluto, radicale, è stata pianificata con spietata lucidità la distruzione dell’intero popolo di Israele. Con questo orrendo tremendum della storia, stella dell’irredenzione secondo il docente di Pensiero ebraico a Trento e a Urbino, si è posto nella storia un evento da conoscere, ma che non si può com-prendere (P. Levi).

Anche le seconde tavole sono andate distrutte e con esse infranta l’alleanza di Dio con Israele e con l’umanità.

Con Auschwitz si pone la domanda senza risposta sul silenzio di Dio e l’esilio della Parola (A. Neher), sul suo essere un «Dio che si nasconde/’el mistatter». Dio ha volto lo sguardo dall’altra parte e il suo popolo ha rischiato dei essere annientato.

Quel che esce da Auschwitz per alcuni pensatori è una rivelazione, un appello di Dio a cambiare e a prendere in mano il proprio destino. Per altri non vi fu alcuna rivelazione, perché Dio si rivela solo nel bene e per il bene. Dal Sinai, si discese nella storia secondo una risposta sempre più malata a Dio e alla sua Torah.

Il Sinai alla luce della Shoah (pp. 43-96) fa vedere gli esiti terribili, incomprensibili – irredimibili per Giuliani –, dell’uomo lontano da Dio e dall’uomo stesso. Capovolgendo il titolo di Rosenzweig, Auschwitz è per lo studioso la stella dell’irredenzione.

La Shoah alla luce del Sinai (pp. 97-150) fa vedere l’alleanza infranta, a pezzi. Pezzi raccolti da Israele che, assumendo l’esistenza non solo come destino ma anche come missione, ha deciso di fare conversione,tešuvah, prendere in mano il filo della propria esistenza, anche senza la presenza di Dio nascosto e silenzioso, per dedicarsi alla Torah, alla preghiera, al ritorno a Sion e alla costituzione dello Stato di Israele.

Auschwitz, Sinai e le terze tavole

Na’aśeh we-mišma’, «faremo e ascolteremo», disse il popolo al Sinai. Dopo la Shoah, Israele ha messo in pratica questo. Auschwitz non può distruggere totalmente l’alleanza. Ha deciso di continuare credere nel suo Dio, nonostante il suo silenzio e il nascondimento del suo volto (hester panîm). Ha deciso di non lasciare la vittoria a Hitler, soccombendo al peso del genocidio e della memoria sterile rinchiusa nel lutto. Prevale invece una memoria carica di fede di volontà di operare il bene, di costruire umanità e giustizia per tutti.

Queste sono le terze tavole. Terze tavole, immateriali come le altre, ma che intendono reggere la vita dell’Israele credente e non – così come di tutti i popoli –, radunato intorno a una memoria collettiva non ripiegata sul male subìto, ma aperta a opere di giustizia e di pace.

Auschwitz non è un nuovo Sinai. Paragone audace avverte Emil L. Fakenheim. È sì un tempio di lacrime, ma non è un nuovo tempio o un luogo di rivelazione. Mettere Aushwitz al cuore del giudaismo, come il Sinai, è il più grave degli errori, afferma Michael Wyschgorod, perché Israele prosegue la vita non per rispondere ad Auschwitz, ma per la fede nel Dio del Sinai. «Ciò che non possiamo punire si manifesta come imperdonabile» afferma Hannah Arendt, e anche per Giuliani l’evento di Auschwitz è irredimibile e nemmeno Dio può perdonare al posto delle vittime.

«Se il mondo potesse udire, “se così si può dire/kivjakôl”, la voce del Signore che piange, esploderebbe», scrive Kalonymus Kalman Shapira nelle sue omelie scritte per sostenere gli ebrei nel ghetto di Varsavia. «Ascolta, Signore, la mia preghiera, afferma il salmo, presta ascolto al mio grido: non restare in silenzio di fronte alle mie lacrime» (Sal 39,13).

Ribaltando una categoria rivelativa riferita a Dio da parte di Rudolf Otto, Arthur A. Cohen ricorda che porre una simmetria tra il Sinai e il tremendum è un gesto di terrorismo teologico. Sono eventi asimmetrici, incommensurabili. C’è una simmetria, ma non assiologica. L’accostamento porta a pensare, a non dimenticare, ad assumersi delle responsabilità. «È come se Dio fosse rimasto, “se così si può dire/kivyakôl”, senza potere dinanzi a quei terribili eventi», tenta di spiegare David Weiss Halivni.

Tîqqun ‘ôlam

Leggendo invece la Shoah alla luce del Sinai, in piena fedeltà al patto di Abramo, di Mosè e di Giosuè, per altri pensatori Israele ha dimostrato ancora che «‘am jiśrael ḥaj/il popolo di Israele vive». Parte di pensatori avvertirono che, nonostante la crisi della Shoah, è la scelta di rinnovare l’alleanza sinaitica che deve rientrare e illuminare i pensieri dei figli di Israele nel futuro. A Israele spetta il compito di contribuire al tîqqun ‘ôlam, all’«aggiustamento/riparazione/redenzione del mondo», afferma Fakenheim.

La scelta di vita del popolo ebraico si incarna principalmente e messianicamente nel ritorno a Sion, nella rifondazione di uno Stato ebraico e nella ricostruzione di Gerusalemme (così Saks, Wassermann, Teichtal).

L’alleanza infranta, all’inferno

Davanti alla sofferenza, ci si può accontentare di vivere la propria vita come esistenza-destino/fato (goral) o di viverla come esistenza-missione/vocazione (jiûd), ammonisce il grande Joseph B. Soloveitchik. Egli ricorda che, sul Sinai, Dio ha trasformato un’alleanza-destino in un’alleanza-missione, un popolo di schiavi in una nazione santa. Ciò che è stato recepito come fato/destino inconsapevolmente nel segno della circoncisione, va ora riappropriato in modo volontaro. L’alleanza va «volontarizzata» (I.J. Greenberg).

Se Auschwitz fu l’espressione del nascondimento del volto/hester panîm» di Dio, lo Stato di Israele per Soloveitchik rispecchia il ritorno di Dio alla provvidenza attiva. «Non vi è migliore testimonianza della presenza di Dio nella storia della storia del popolo ebraico», afferma da parte sua Eliezer Berkovitz. Per questo studioso Auschwitz va interpretata come «prova» della fede d’Israele in un Dio che si nasconde e che tuttavia salva, a dispetto dell’apparenza. Il servo sofferente di Isaia è proprio il popolo di Israele, e di questa figura Israele deve riappropriarsi, contro ogni deriva cristiana cristologica.

Ad Auschwitz Dio è andato all’inferno con il suo popolo (E. Berkovitz, With God in Hell: Judaism in the Ghettos and Deathcamps). In quel «buco nero» è avvenuto l’esilio della šekinah, la sofferenza di un Dio che condivide il destino storico del suo popolo (E. Lévinas). Dopo esser disceso al Sinai, essersi legato e aver sposato l’umano, Dio è disceso ad assaporare il pane amaro dell’alienazione e dell’oppressione.

L’alleanza volontarizzata

Dopo Auschwitz, ora «tutto dipende dall’uomo» (così E. Lévinas riassume l’opera del rabbino Ḥajjim di Volozhyn). Se «tutto dipende dall’uomo», se tocca al popolo ebraico «salvare Dio» (Hetty Hillesum) e ciò che la Shoah ha distrutto della fede e dei costumi tradizionali, molti pensatori hanno visto nel sionismo, il movimento di rinascimento ebraico (M. Buber), l’atto di autoredenzione più alto del popolo di Israele dopo la distruzione del tempio da parte dei romani. Al cuore del giudaismo bastano infatti il Sinai e l’impegno a continuare l’alleanza, secondo il rabbino moderato David Herman (A Living Covenant. The Innovative Spirit in traditional Judaism).

Giuliani ama molto il pensiero di Irving Jitzchaq Greenberg. Secondo questo rabbino, storico e teologo statunitense, dopo la Shoah nessuna alleanza è più completa e sacra di un’alleanza spezzata. Dall’alleanza andata in frantumi per la prova insopportabile e insuperabile di Auschwitz, occorre ripartire da qui, da questa «stella dell’irredenzione» e volontarizzare l’alleanza: “Voluntary Covenant”.

Egli è l’autore che più ha colto lo specifico ebraico dell’alleanza infranta. Ad Auschwitz la posta in gioco è Dio stesso, l’esistenza stessa di Israele, il futuro dei loro figli e il senso della tradizione che risale fino ad Abramo, all’alleanza con Dio e alla promessa divina che da allora l’accompagna.

«Il mare non si dividerà più una seconda volta, afferma Greenberg, il potere divino si è auto-limitato e su di noi gravano responsabilità aggiuntive». Il popolo di Israele deve riprendere in mano la propria vita, le proprie responsabilità di testimone di Dio, della giustizia e della pace offerte tutte nelle «terze tavole».

Il volume è una splendida opera, densa di concetti, punteggiata di testi – molti dei quali tradotti per la prima volta in italiano – di filosofi, rabbini e teologi ebrei sul tremendum di Auschwitz. Filosofia, teologia, qabbalah,midrashmidrash sul midrah: tutto il tesoro dell’ermeneutica ebraica è sfruttato per poter arrivare a conosceremeglio, non a comprendere, la notte di Auschwitz.

Di Auschwitz bisognerebbe tacere, concorda Giuliani. Nel caso in cui se ne parli, questo è fatto perché si assimili con la mente e con il cuore (non con il business o con la vuota retorica) la lezione tremenda là impartita all’umanità e la notte eruttata dal male radicale non abbia mai più a prendere il sopravvento sugli uomini.

Massimo GiulianiLe terze tavole. La Shoah alla luce del Sinai (Conifere 19), EDB, Bologna 2019, pp. 176, € 16,50, ISBN 978-88-10-56020-4

L’inganno dei finti preti

settimananews

Nel popolo di Dio si aggirano personaggi che si spacciano per preti o diaconi, addirittura per vescovi: si tratta, in genere, di persone in cerca di denaro che, sapendosi ben presentare, approfittano della buona fede o della dabbenaggine di chi li ospita.

La CEI periodicamente segnala queste persone, man mano che vengono smascherate e denunciate.

In questo periodo circolano anche sedicenti monaci o preti appartenenti a comunità ortodosse presenti nel nostro territorio ma in rottura con le Chiese in comunione con i grandi Patriarcati.

Si tratta a volte di individui con la “fissa” del prete che, non avendo trovato nessun vescovo disposto a ordinarli, sono stati accolti in quelle sedicenti Chiese ortodosse che non vanno tanto per il sottile nell’accogliere e ordinare e che rappresentano una spina nel fianco dell’Ortodossia stessa.

Una mappa per orientarsi

Quella delle Chiese ortodosse dissidenti è una costellazione variegata e complessa nella quale è difficile orientarsi.¹

Volendo semplificare al massimo, possiamo individuare quattro tronconi.

1) La Chiesa russa ortodossa dei “vecchi credenti”, che risale al 1653, nata dal rifiuto della riforma liturgica secondo il modello greco imposto dallo zar;

2) la Chiesa cristiana ortodossa dei vecchi riti che nasce a seguito dell’emigrazione da parte dei “vecchi credenti” dalla Russia in Romania;

3) la Chiesa ortodossa rumena del “vecchio calendario”, sorta a partire dal 1924 per aver rifiutato il calendario gregoriano;

4) la Chiesa ortodossa greca del “vecchio calendario”, nata nel 1924 ad opera di 3 vescovi greci che rifiutarono di adottare il calendario gregoriano in Grecia.

Le Chiese ortodosse dei vecchi riti o dei vecchi calendari o comunque dissidenti, sono 22, sparse in Russia, Lettonia, Moldavia, Ucraina, Grecia, Bulgaria e Italia.

Da noi sono presenti due Metropolie: una a Milano, denominata Metropolia ortodossa autonoma d’Europa occidentale e d’America (sinodo di Milano, dove si è costituita negli anni ‘60) con 7 vescovi, 6 diocesi e 30 parrocchie; e un’altra a Ravenna, denominata Chiesa ortodossa in Italia con 2 vescovi e 11 parrocchie. Questa Chiesa (da non confondere con la Diocesi greco-ortodossa d’Italia, con sede a Venezia, in comunione con il patriarcato di Costantinopoli e facente parte del Grande Sinodo Panortodosso) è una comunità ortodossa legata al Sinodo alternativo bulgaro e alla Chiesa ortodossa montenegrina, a sua volta scissa nel 2008 dalla Chiesa ortodossa serba.

In queste Chiese dissidenti presenti in Italia confluiscono anche preti cattolici in dissidio con il proprio ordinario.

Gli avventurieri che circolano in Italia non sono certo i vescovi residenti, bensì dei corepiscopi, la cui dignità corrisponde al nostro titolo onorifico di monsignore. La gente si lascia incantare dalle insegne che esibiscono.

Altro discorso è invece quello delle diocesi ortodosse di rito bizantino in comunione con i Grandi Patriarcati dell’Ortodossia bizantina: sono sette, e contano quasi due milioni di fedeli emigrati in Italia e affidati alle loro cure.

Fra queste, le diocesi principali e con più fedeli, sono la diocesi rumeno ortodossa per l’Italia, dipendente dal patriarcato di Romania, e la diocesi russo ortodossa Bogorodsk in Italia, dipendente dal patriarcato di Mosca.

Oltre a queste, c’è la presenza di denominazioni ortodosse orientali dipendenti dai rispettivi Patriarcati.

Guide di pellegrinaggi

Nessun prete ortodosso in comunione con i Patriarcati si sognerebbe di inserirsi nelle comunità cattoliche allo scopo di guidare pellegrinaggi a Medjugorie e di farsi poi guida spirituale di gruppi germinati da quelle esperienze.

È inutile chiedere a un prete ortodosso in dissenso con l’Ortodossia il celebret qualora si presentasse o per celebrare o per altra finalità. Va segnalato all’ordinario e invitato a cambiare aria.

Accennavo ai gruppi di pellegrini a Medjugorie che vanno in cerca di accompagnatori e animatori delle loro riunioni di preghiera a base anche di messaggi che ogni mese vengono pubblicati.

Siamo di fronte a fragilità e a credulità indifese. Purtroppo, in questi gruppi si annida un altro pericolo: passare all’opposizione di papa Francesco, attingendo da blog velenosi che circolano in Internet. È facile trovare nel profilo facebook di queste persone immagini devote di Madonne lacrimevoli, di catene di preghiere alla Madonna, di preghiere infallibili per ottenere una grazia… entro 5 minuti e, insieme, messaggi attinti da un tenebroso sommerso di bieco tradizionalismo e oscurantismo. E quei preti di cui si parlava sopra, di dubbia formazione teologica e spirituale, si trovano in buona compagnia con quelle persone.

La credulità arriva ad accettare – come è capitato – la presenza di un tale che si spacciava per monaco benedettino residente a Roma. Costui era stato inserito in un’associazione di volontariato locale come assistente nazionale (sic) e si era presentato in quella sede con tutto un armamentario di rosari, immagini della Madonna, libretti di preghiere, immaginette e cose del genere. Il presidente di quell’associazione (anche lui autonominatosi a livello “nazionale”), attivo in qualche modo in parrocchia, aveva presentato al parroco il sedicente prete che, infine, presiedette la celebrazione eucaristica.

Quando il vescovo, avvisato della cosa, emanò l’interdetto recapitato all’interessato e un comunicato stampa e la cosa divenne di dominio pubblico, qualche signora di quell’associazione dichiarò in un’intervista televisiva che «quel prete aveva celebrato così bene la messa che… manco lei sarebbe stata capace di fare altrettanto» (sic!); un’altra disse che «aveva confessato così bene, si era sentita compresa… così bene».

Questo sedicente prete-monaco benedettino, nonostante l’interdetto, “colpisce ancora” in altre diocesi.

Tra devozionismo e bellezza della liturgia

Ecco il brodo di coltura in cui possono attecchire personaggi del genere che si presentano con un fare e un tono di voce devoto, untuoso, ridondante, diciamo “da prete”, per certo immaginario popolare.

A fronte di una fioritura di laici che praticano il vangelo e vivono il loro cristianesimo senza complessi o paure, inseriti nella società, nella vita diocesana e parrocchiale o in movimenti e associazioni con sobrietà e dignità, ci sono altri impegnati in una sorta di criptoapostolato capillare che va dalla diffusione di novene e tridui alla recita a catena in progressione geometrica del rosario, alla ricerca del veggente o guru di turno verso cui convergere coinvolgendo altri fedeli creduloni pronti a seguirli alla ricerca del sensazionale.

Preoccupa alquanto la presenza di preti anche giovani al seguito di questi gruppi. C’è da chiedersi che tipo di letture e quale formazione permanente stiano facendo.

Siamo di fronte ad una carente formazione alla fede abbinata spesso a fragilità psicologiche, all’assenza di una predicazione che sia anche mistagogica, tale da trasmettere il senso autentico della liturgia che educa attraverso i riti che rendono splendida e semplice nel contempo la liturgia stessa, in grado di mediare l’incontro autentico col mistero del Risorto e l’azione dello Spirito.

Le pratiche di pietà popolare che, nella loro spontaneità e creatività, hanno alimentato e alimentano la spiritualità del popolo, vanno orientate e purificate. Molti sono alla ricerca di atmosfere particolari: c’è in questo la ricerca di silenzio e di interiorità che forse non trovano in tante liturgie che sentono distanti e fredde o troppo frastornanti per il tipo di canti e per l’atmosfera che vi si crea.

«Molti sono stati portati a personalizzare il sacramento, a ridurlo, a non essere altro che un’azione liturgica fatta di canti e di preghiere, un alimento della festa comune, un’esortazione alla partecipazione. L’eucaristia è perciò divenuta talvolta un’autocelebrazione del gruppo e una semplice lezione morale… Accade così che nel chiasso – che pur amano – delle parole e dei canti, certi commensali lascino la sala, “in punta di piedi”, attratti da mense che saziano maggiormente la fame terrena di amicizia e il desiderio di efficienza umana. L’eucaristia è il sacramento parusiaco, un sacramento-persona, è una cena fraterna soltanto nella comunione con Cristo».²

La misteriosa e pur semplice bellezza della liturgia, un’omelia animata dallo Spirito e dignitosa, attenta al mistero di Dio e alla vita di chi partecipa alla celebrazione, l’insieme di silenzi, atmosfere e canti che siano al contempo aiuto per l’assemblea al dialogo con Dio, contribuiscono efficacemente a educare il popolo di Dio alla sapienza e al discernimento, preservandolo da derive che nulla hanno a che fare con il volto nuovo della chiesa voluto dallo Spirito a partire dal Concilio e dall’esempio e dalle parole di papa Francesco.

Metamorfosi urbane e riforma ecclesiale

settimananews

Cosa si intende precisamente per svolta urbana? In che senso le trasformazioni della città hanno notevoli ricadute sulla vita della popolazione mondiale? Quali discipline dobbiamo interpellare per comprendere le trasformazioni globali in quanto trasformazioni urbane?

Credere e abitare la storia

Potremmo interpretare la svolta urbana adottando una prospettiva quantitativa: la popolazione urbana cresce a dismisura, si moltiplicano le città con più di 20 milioni di abitanti. Città del Messico, Shangai e Mumbai sono solo alcuni esempi della città che si trasforma e probabilmente della città che viene. Nessuna di queste metropoli è in Europa.

Città di Mumbai India

Mumbai

Sono realtà enormi se si guarda al numero degli abitanti e all’estensione territoriale. Bisogna pertanto analizzare i dati statistici e demografici che hanno portato alla diffusione dell’espressione “urban turn”.

Per la prima volta nella storia dell’umanità la popolazione mondiale che vive in città ha superato quella che vive in piccoli centri o in contesti rurali. L’umanità è nella sua maggior parte urbanizzata. Non bisogna sottovalutare inoltre il rapporto strettissimo che intercorre tra l’urbanizzazione planetaria e la mobilità umana. Alcune città crescono a dismisura perché crescono i flussi migratori nazionali ed extranazionali.

Tra le cause della svolta urbana cinese, ad esempio, bisogna considerare il più grande flusso migratorio interno nella storia di quel paese. Le campagne cinesi si svuotano e Pechino è destinata, almeno nei progetti, a diventare il territorio urbanizzato più esteso al mondo. Si potrebbe dire che la città cambia perché l’umanità è in movimento.

L’ingiunzione alla mobilitazione totale non riguarda solo la popolazione migrante, ma la quasi totalità della popolazione mondiale che per esigenze diverse si sposta sempre più frequentemente e velocemente. La dimensione residenziale della vita urbana è sempre più strettamente connessa alla mobilità di persone, merci e idee.

La forma della città

C’è un secondo modo per capire la svolta urbana: concentrarsi non sul numero della popolazione mondiale urbanizzata, ma sulla forma della città. L’urbano cambia non perché la popolazione delle città cresce a dismisura, ma perché muta la forma della città. La svolta urbana coinciderebbe dunque con un’autentica metamorfosi della città, segnerebbe cioè l’entrata dell’umanità in una nuova fase della sua storia.

Dopo la città industriale e capitalista del secolo scorso, la nostra sarebbe l’epoca delle metropoli regionali. Lamega-city-region o città-regione è profondamente diversa  dalla metropoli novecentesca. Una città-regione somiglia a un organismo polinucleare in cui diversi centri urbani sviluppano un alto livello di interconnessione, così da formare una realtà complessa e allo stresso tempo unitaria.

Per intenderci, l’unica città-regione italiana può essere considerata l’area urbano-regionale di Milano che abbraccia almeno dieci province appartenenti a tre regioni diverse. In una mega-city-region l’urbano deborda, perfora i confini amministrativi della singola città, provincia o regione.

La città diventa una piovra o una macchina metabolica che si espande creando nuove reti comunicative e produttive. La regionalizzazione dell’urbano rappresenta dunque un cambiamento della forma-città, un cambiamento così radicale da portate alcuni ad affermare che la svolta urbana coinciderebbe con la fine della città stessa.

Piovra

Paradossalmente la svolta urbana segnerebbe la nascita della postmetropoli. Nell’epoca delle postmetropoli la distinzione urbano-rurale perde senso e valore, non ci sarebbe più una realtà riconoscibile “al di fuori” della città, scomparirebbe l’al di là della città che tradizionalmente abbiamo identificato con il rurale.

La città diventa una potente e pervasiva macchina metabolica che necessita di energie e risorse collocate all’esterno dei propri confini geografici. In questo modo il rurale viene saccheggiato produttivamente dalla città, diventando la riserva energetica della macchina urbana.

Nessun altrove

Un terzo modo per capire cos’è la svolta urbana può essere così riassunto: la svolta urbana coincide con la fine della città-metafora. Vista con gli occhi di chi la abita, la città contemporanea non permetterebbe più il naturale esercizio del metaphorein, la città non sarebbe più un luogo in grado di evocare altri luoghi, uno spazio capace di portare altrove, capace cioè di rappresentare concretamente qualcosa di astratto attraverso un gioco di slittamenti semantici.

La natura metaforica della città è stata abbondantemente frequentata dalla teologia, si pensi all’asse tematico-metaforico che unisce la Città di Dio di Agostino alla Città secolare di Harvey Cox. Per quanto potente ed evocativa la metafora urbana può risultare traditrice anche in teologia, può infatti comunicare l’idea di una città astorica e decontestualizzata.

urbanizzazione

Assistiamo oggi alla progressiva riduzione delle potenzialità metaforiche della città a favore di una pervasiva materialità urbana: la città non porta chi la abita “fuori di sé”, ma esige dai propri cittadini la sola amministrazione della contingenza urbana.

L’urbano, completamente “demetaforizzato”, può diventare un incubo amministrativo.

In questo modo vita urbana è chiamata a rispondere a bisogni esclusivamente funzionali, deve organizzare bene le cose per fronteggiare la richiesta crescente di facilitazione, di mobilitazione, e di accelerazione.

La questione che qui si presenta è quella dell’alleanza nociva tra urbanizzazione e tecnocrazia. Se vengono progressivamente erosi gli spazi metaforici della città, ciò che resta è una smart-city totale. La svolta urbana può essere dunque compresa anche come svolta delle città intelligenti, smart per l’appunto.

Rapida, efficace, senza frizioni

Una città è intelligente, nel senso della smartness o della razionalità smart, quando è in grado di istituire una stretta correlazione tra governo della vita urbana, partecipazione politica, e tecnologia. Almeno in via potenziale una smart city è una città che si può governare da una cabina di pilotaggio, come si guida un aeroplano. Per fare questo non occorrono cittadini coinvolti e consapevoli, ma professionisti della partecipazione, facilitatori del governo urbano; occorrono tecnici della pianificazione e della gestione urbana. Il tessuto sociale di una smart city corre costantemente il rischio di depoliticizzarsi.

Ciò che conta, secondo una certa idea di città smart, è la facilitazione totale delle azioni e delle funzioni, comprese quelle relazionali e interpersonali. Dobbiamo a Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, l’invenzione del termine frictionless mentality (disposizione mentale all’assenza di attrito) che bene esprime il senso dellasmartness o della razionalità smart. La mentalità frictionless richiede l’azzeramento delle frizioni e degli impedimenti, richiede la riduzione totale dell’attrito.

La facilitazione totale lavora quindi a favore della liquidità totale. Un mondo virtualmente privo di attriti e frizioni sarebbe probabilmente un incubo. In esso perderebbe valore anche l’olio e l’unzione, che diventa in questo modo il più urbano dei gesti sacramentali.

Il potere delle città

La quarta e ultima accezione di svolta urbana interessa il quadro economico e geopolitico globale: la città è la scena inedita in cui si fronteggiano i nuovi soggetti globali dello sviluppo, della crescita economica e delle rivendicazioni identitarie. Si potrebbe parlare di svolta urbana nella misura in cui la rete delle città globali decide le sorti del governo economico e politico mondiale.

urbanizzazione

Le decisioni che contano passano dei centri direzionali delle città che contano. Si riconfigura così la mappa del potere globale in cui gli stati e gli organismi sovranazionali vedono ridurre la propria capacità di influenza. La svolta urbana consisterebbe quindi nella ridefinizione del paradigma dello sviluppo e della prosperità. Il mondo non si dividerebbe più in un nord sviluppato e in un sud sottosviluppato. In ogni metropoli infatti, indipendentemente dalla sua latitudine, convivono le condizioni dello sviluppo e del sottosviluppo globale[1]. Ogni città include al suo interno un nord e un sud globale.

Ogni città è fatta di pieghe sociali ed economiche in cui si annidano le diseguaglianze riscontrabili ovunque nel mondo. Per questa ragione la città diventa anche il principale terreno di conflitto nella rivendicazione dei diritti fondamentali. Ritorna prepotentemente il tema del “diritto alla città” lanciato nel secolo scorso da Enri Lefebvre.

Il diritto alla città è il diritto ad avere non tanto una città intelligente, quanto una città coinvolgente, una città in cui ciascuno viene messo nelle condizioni di poter contribuire a edificare l’urbano in quanto massima declinazione del comune.

È stato scritto che la città rappresenta oggi quello che era la fabbrica nel secolo scorso, luogo di lotte e di rivendicazioni, luogo in cui il conflitto può articolarsi in dissenso, in cui le singole identità possono costituirsi anche attraverso lo scambio argomentato delle pretese di validità, luogo in cui al dissenso viene attribuito un ruolo prezioso, vitale e democraticamente necessario[2].

Ciascuna delle precedenti interpretazioni della svolta urbana evidenzia un aspetto importante del nostro tempo, per questa ragione esse vanno integrate e non sono tra loro alternative. Credo però che occorra enunciare una tesi generale e in grado di giustificare la particolare attenzione nei riguardi della vita urbana anche da parte delle chiese e della teologia.

Ritengo che il tema dell’urbanizzazione possa essere considerato un terzo paradigma interpretativo insieme e quello della secolarizzazione e della globalizzazione. Riflettendo sulla specificità della vita urbana è possibile capire meglio alcune questioni problematiche per le teorie della secolarizzazione e della globalizzazione.

Proteste della comunità ebraica che chiede più sicurezza. Polemiche in Germania sull’invito a non indossare la kippah in pubblico

L’Osservatore Romano

«Non portate sempre la kippah in pubblico». La dichiarazione, rilasciata due giorni fa dall’incaricato del governo federale tedesco per la lotta all’antisemitismo, Felix Klein, ha colpito l’opinione pubblica. Per Klein, il cui ufficio è stato istituito dal governo di Angela Merkel lo scorso anno, limitare l’utilizzo del copricapo indossato dagli ebrei maschi ai soli luoghi consacrati, servirebbe a contenere gli episodi di antisemitismo. Klein cita gli ultimi dati rilasciati dal ministero dell’interno: nel 2018, gli attacchi di matrice antisemita sono aumentati del venti per cento e un novanta per cento di essi è stato commesso da militanti di estrema destra. Tra i responsabili, tuttavia, vi sarebbero anche i «canali televisivi arabi che veicolano una terribile immagine di Israele e degli ebrei». Per il ministro della giustizia, Katharina Barley, la denuncia di Klein va presa sul serio: «I crescenti atti di violenza contro donne e uomini ebrei sono una vergogna per il nostro paese», ha dichiarato. La comunità ebraica tedesca parla invece di «resa dello stato», chiedendo invece maggiore sicurezza e reclamando libertà di espressione religiosa. Le fa eco il presidente israeliano, Reiven Rivlin, che denuncia «la capitolazione di fronte all’antisemitismo» quale sintomo che «gli ebrei non sono al sicuro» in Germania. Le parole di Klein non sono piaciute neanche al ministro dell’interno, Horst Seehofer, per il quale è «inaccettabile che gli ebrei debbano nascondere la propria fede».
L’Osservatore Romano, 27-28 maggio 2019.

Resa dei conti fra gang nelle carceri brasiliane: almeno 57 morti negli scontri tra detenuti. In palio il controllo del “corridoio d’oro” per il transito della droga nell’Amazzonia

Brasile
repubblica.it
(Daniele Mastrogiacomo) Un cenno con il capo e poi l’inferno. I detenuti che chiudono i padiglioni, isolano due ali del carcere, tirano fuori gli spazzolini da denti affilati come coltelli e punteruoli. Spuntano le corde e i lacci di pelle. Poche armi ma sufficienti a fare quello che devono fare. Lo scontro tra i miliziani dei due Cartelli è feroce, rapido, spietato. Non è una rivolta. E’ un regolamento di conti. C’è da stabilire chi comanda. All’esterno. Chi controlla il “corridoio d’oro” dell’Amazzonia, quello dove transitano le tonnellate di coca e metanfetamine da spedire negli Usa e in Europa. Alla fine restano a terra in 57. Sgozzati, soffocati, smembrati.

CORTE SUPREMA USA, STUDENTI TRANS POSSONO SCEGLIERE IL BAGNO

ansa

CONFERMATA DIRETTIVA DISTRETTO SCOLASTICO DELLA PENNSYLVANIA La Corte suprema ha respinto l’istanza di un gruppo cristiano conservatore, mantenendo la decisione di un distretto scolastico della Pennsylvania di consentire agli studenti transgender di usare i bagni che corrispondono alla loro identità di genere. I giudici hanno lasciato in vigore la sentenza di una corte inferiore che aveva confermato la direttiva del Boyertown Area School District. 

Ragazzino abusato dal prete, la mamma scrive al cardinale Bassetti: «Perché tante menzogne?»

Città del Vaticano –Cristina Battaglia è una leonessa ferita. E’ la mamma del ragazzino abusato da un prete milanese, condannato dal tribunale (civile) a 6 anni e 4 mesi, il cui caso era stato coperto dall’arcivescovo di Milano, Delpini. Ha scritto una lettera aperta al cardinale presidente della Cei, Gualtiero Bassetti per accusarlo: «Ma come fa si fa a mentire così dicendo che non conosceva il caso di nostro figlio?» Tre giorni fa, alla conferenza stampa dei vescovi, una giornalista aveva chiesto a Bassetti un commento su questa vicenda grottesca, sentendosi rispondere in malo modo dal cardinale che di fatto non ne sapeva nulla, che non se ne era parlato e che non spettava a lui affrontare il caso. La mamma del ragazzo, Cristina Battaglia, per nulla intimidita, da cattolica praticante quale è, non si arrende e vuole dalle autorità ecclesiastiche risposte esaustive proprio mentre sono state approvate le nuove linee guida per la tutela dei minori.

«La sua affermazione evidentemente non è veritiera: noi Le abbiamo personalmente scritto, in copia a molti vescovi e cardinali, oltre che al Santo Padre almeno una decina di volte. Le abbiamo denunciato esplicitamente il caso del comportamento negligente dei due vescovi coinvolti, monsignor Mario Delpini e monsignor Pierantonio Tremolada. Persino il comitato Vittime e Famiglie dell’associazione Rete l’Abuso le ha scritto per poterla incontrare, proprio per documentarle personalmente le diverse istanze (ancora prima del summit sulla tutela dei minori, in quanto lo stesso Papa Francesco esortava i Presidenti delle conferenze episcopali di tutto il mondo ad incontrare personalmente le vittime per essere meglio preparati all’incontro di febbraio)».

Il cardinale Bassetti di fatto ha risposto alle vittime italiane il 20 febbraio 2019, affermando che la questione degli abusi, oltre che essere un gravissimo reato, è un altrettanto gravissimo peccato.

Cristina Battaglia, nella lettera, riassume la via crucis della sua famiglia, le umiliazioni ricevute, le difficoltà economiche a portare avanti la causa, fino alla decisione di ricorrere al tribunale civile (che poi ha condannato il prete). La famiglia della vittima ha dovuto fare fronte alle spese degli avvocati e, soprattutto si è trovata di fronte a principi del foro ingaggiati dalla diocesi di MIlano. «Delpini ha nominato come membro esperto, l’avvocato Mario Zanchetti, cioè il professionista che da oltre quindici anni difende i preti pedofili della diocesi e non solo. Lo stesso avvocato, che ha difeso il prete che ha abusato di nostro figlio, don Mauro Galli ed è lo stesso avvocato che ha presentato ricorso in appello, ancora lo stesso avvocato che per conto dell’arcivescovo Delpini, ci ha minacciato di chiederci i danni se non stavamo zitti o non mettevamo a tacere gli organi di stampa (come se noi avessimo tale potere sopratutto in un processo pubblico a porte aperte».

La famiglia forte del Vangelo non si arrende e soprattutto non ci capacita di tante menzogne. «Lei dispone dell’interrogatorio del prete che ammette sia di aver dormito nel suo letto matrimoniale con il minore, sia di averlo subito confessato a Delpini. Dispone di tutti gli interrogatori come quello di don Alberto Rivolta che afferma di aver subito e più volte parlato con Delpini per raccontargli dell’accaduto, dispone delle registrazioni audio dove gli stessi sacerdoti parlando con il vescovo Tremolada dissentono dalla decisione di Delpini di spostare il prete da una parrocchia all’altra. Dispone di tutti i documenti, le intercettazioni telefoniche dove lui stesso (avvocato) è coinvolto in quanto allertato personalmente da Delpini che gli segnalava il caso da gestire quando ancora non era stato notificato l’avviso di garanzia al sacerdote».

La signora Cristina è desolata. «Sua Eminenza, le abbiamo scritto tante volte, inviandole materiale, prove, registrazioni audio e video, le abbiamo chiesto di incontrarci in Vaticano, tante volte purtroppo invano… ma certamente non può ora assolutamente affermare che non è a conoscenza della vicenda! Se non ha voluto leggere, se ci ha risposto solo con frasi fatte, prive di riferimenti contestuali, allora se ne assuma la responsabilità e comunque, da oggi, non potrà più dire che non conosce la vicenda. Può un Cardinale, il presidente della Conferenza Episcopale Italiana lavarsene le mani rispetto ad una vicenda tanto grave di un Arcivescovo membro della medesima Conferenza Episcopale?». La risposta per ora non ha repliche.

Il Messaggero

La solitudine dei sacerdoti. Meglio i preti sposati

Vedevo da tempo un mio confratello sempre più giù di morale, sempre più isolato e meno disposto a partecipare agli incontri di presbiterio. Gli ho chiesto se andava tutto bene e lui mi ha detto che era solo molto stanco. Gli ho creduto. Invece ha iniziato a bere, e nessuno di noi si è accorto che la cosa era ben più grave di quanto lui riuscisse ad ammettere. Oggi la sua condizione di salute è peggiorata molto. Questo mi genera forti sensi di colpa e l’angoscia che ciascuno di noi possa cadere vittima della solitudine. Ho pensato di condividerle questa triste esperienza. Un giovane sacerdote diocesano

lettera a cittanuova



Quanto lei dice è una cosa molto seria e veramente dolorosa, la ringrazio per la franchezza e per aver avuto il coraggio di parlarne qui.

Se la vita in comune incontra le fatiche dello stare insieme tra persone di provenienze, età e sensibilità differenti, l’aspetto più faticoso del sacerdote diocesano è quello della solitudine, lei ha ragione, talvolta per la distanza rispetto agli altri presbiteri, ma il più delle volte perché ciascuno è preso dagli impegni e da tutto ciò che ruota attorno alla propria parrocchia.

Ci può essere la presenza di un altro sacerdote, ma quanti giovani lamentano di affiancare o essere affiancati da confratelli molto anziani che al massimo garantiscono le celebrazioni eucaristiche, mentre difficilmente rappresentano un sostegno “amicale”. In molti casisono soprattutto le famiglie del territorio a stare vicino, con il loro affetto e qualche invito a casa, alla vita dei propri parroci. Questo però non è sufficiente.

Innanzitutto perché il sacerdote non sempre se la sente di raccontare se stesso e condividere le proprie preoccupazioni, e i propri carichi interiori, con i laici che collaborano con lui. Magari non lo ritiene opportuno, o non vuole angosciare uomini e donne che hanno abbastanza cose a cui pensare, oppure non si sente sufficientemente compreso da chi non sperimenta la stessa esperienza quotidiana.

Se vive un momento difficile accade, perciò, che possa trascorrere un lungo tempo prima che il prete trovi l’opportunità o il coraggio di rivolgersi al proprio vescovo, semplicemente per sfogarsi (e, a dire il vero, è proprio raro che accada). Quando ha nel presbiterio un sacerdote amico, allora quello può essere lo spazio per confidare il proprio stato d’animo e chiedere consiglio, ma neppure questa è la norma purtroppo.

Diversi sacerdoti giovani raccontano, infatti, di aver attraversato un periodo complicato e colmo di impegni, senza che nessuno si sia reso conto del loro disagio, né loro stessi hanno avuto la forza di chiedere aiuto.

Come mai può accadere una situazione simile? Come può succedere che un prete arrivi ad una solitudine “mortale”? Non c’è da scandalizzarsi, ma non tutto si può risolvere dicendo che è solo questione di fede (anche, ma non solo).

Innanzitutto siamo in un tempo di grandi individualismi, e questa “malattia” colpisce tutti. Se si parla tanto del bisogno di ri-umanizzarsi, soprattutto nei rapporti interpersonali, è perché lì c’è il punto debole della nostra epoca. Non è un modo di dire.

Ci sono tante belle menti, ma non è scontato che abbiano la stessa capacità di fare rete, di saper dialogare, di ascoltare, di collaborare, di interessarsi veramente agli altri. Questo è difficilissimo. Richiede una tale uscita da se stessi che un simile “movimento” non può essere improvvisato, va anzi costruito, alimentato, e sostenuto. Vale per le coppie di sposi e vale per chi inizia e porta avanti un percorso vocazionale.

A partire dalla formazione nei seminari, giovani e meno giovani vanno, perciò, aiutati e verificati non solo in ambito accademico o nel servizio dell’apostolato, ma anche nella capacità di interessarsi all’altro, di stabilire relazioni alla pari serene ed equilibrate (il rapporto con l’autorità è solo un aspetto). Non basta che non litighi o non abbia mai dato problemi, per dire che un seminarista abbia una buona maturità relazionale. Senza questa competenza non sarà in grado di procedere in modo sano nella sua vita pastorale.

La formazione deve prevedere l’aspetto interpersonale in modo anche esperienziale, attraverso momenti concreti di condivisione, attraverso la possibilità di portare avanti, insieme con altri confratelli, un’attività, un servizio, un progetto. I giovani vanno verificati sul fronte della collaborazione, della generosità reciproca, anche quando non sono dentro una realtà di vita comune, perché il saper stare con altri fratelli e sorelle non è un “compito” solo dei religiosi.

Sappiamo molto bene quanto la rete offra delle soluzioni alternative a buon mercato alla solitudine del nostro tempo. E alcol e droga – la riflessione di oggi è molto chiara su questo punto – non sono tentazioni solo per i giovani.

È chiaro che ormai i numeri vocazionali si sono notevolmente ridotti, il lavoro pastorale è enorme e i laici hanno un ruolo importantissimo nella vita ecclesiale e nel lavorare insieme alle comunità religiose e nelle parrocchie.

Tuttavia il presbitero ha bisogno anche di rapporti fraterni, che vadano oltre il tempo del seminario. Ha bisogno, una volta uscito dalla prima formazione, di saper guardare oltre il proprio confine “geografico” di competenza, di saper dedicare del tempo a curare le relazioni all’interno del presbiterio, di sapersi interessare alla vita degli altri preti, per intercettarne eventuali momenti bui, e, non ultimo, di imparare a chiedere aiuto per sé. Non poter contare su nessuno, sia per un momento di svago, che quando si sta male, è terribile.

Per fortuna diventano sempre più frequenti, e preziose, piccole esperienze di vita fraterna tra sacerdoti diocesani che decidono di vivere insieme almeno qualche momento della giornata. È vitale. Umanamente e spiritualmente vitale. Che non tutti siano ugualmente simpatici o amici è normale, ma questo non può significare isolamento, disinteresse per l’altro confratello. Non è credibile un prete simile.

Chiedo scusa se chiamo nuovamente in causa il Manuale diagnostico di ultima generazione (DSM-5), ma questo prevede nelfunzionamento ottimale della personalità una griglia molto valida e pienamente compatibile con l’antropologia cristiana che attiene proprio all’area interpersonale. Qui sono contemplate la capacità di empatia e di intimità che riguardano ogni essere umano che possa dirsi sufficientemente maturo dal punto di vista psico-affettivo.

Insisto su questo aspetto perché i percorsi vocazionali non possono prescindere dalla formazione, non solo rispetto a se stessi, ma anche al sé-in-relazioneall’altro.

Palermo, frate esorcista a luci rosse: condannato a sei anni e dieci mesi

Padre Salvatore Anello palpeggiava le donne che chiedevano il suo aiuto. Già condannato un colonnello per abusi sessuali

Palermo, frate esorcista a luci rosse: condannato a sei anni e dieci mesi

Diceva di essere «il liberatore dal demonio». Padre Salvatore Anello, il prete cappuccino cappellano del Civico si presentava come «esorcista» e «guaritore». Invece, era solo un imbroglione in cerca di ragazzine e donne da abusare. Il collegio della seconda sezione del Tribunale, presieduto da Lorenzo Matassa l’ha condannato a 6 anni e 10 mesi di carcere. Il sacerdote dovrà anche risarcire le vittime, tre donne e una minorenne, che si erano costituite parte civile con l’avvocatessa Antonella Arcoleo. Per loro, il tribunale ha stabilito una provvisionale di 5.000 euro ciascuno.

Dice il legale: “Queste donne che ho avuto l’onore di assistere umanamente e legalmente, sono povere vittime di chi avrebbe dovuto invece tutelarle e sostenerle, oggi però sono loro che ringraziano la giustizia. Oggi – è l’appello dell’avvocatessa Arcoleo – colgo l’occasione per esortare tutte quelle persone che per paura passivamente diventano schiave del loro aguzzino, affinché denuncino gli abusi e i soprusi e confidino nella giustizia dalla quale avranno sempre piena tutela”.

Una vicenda amara quella che si è conclusa con la sentenza di oggi, venne scoperta dalla sezione di polizia giudiziaria della polizia di stato in servizio alla procura dei minori di Palermo, dopo la denuncia di una madre. Fu lei, tre anni fa, a scattare l’inchiesta del pubblico ministero Giorgia Righi, che ottenne l’arresto di padre Anello, ma anche di un colonnello dell’esercito, Salvo Muratore, condannato pure lui nell’ambito di un rito abbreviato, a sei anni e due mesi.

Padre Anello palpeggiava le vittime nelle parti intime durante le preghiere. Muratore, all’epoca in servizio alla caserma Turba, trasformava invece le preghiere in stupri. Due vittime dell’ufficiale avevano provato a parlare con un sacerdote. Per denunciare, per chiedere un sostegno, per provare ad arrivare al vescovo. Ma nessuno si mosse. E questo è il capitolo più drammatico di tutta l’inchiesta. C’era chi sapeva, all’interno della Chiesa di Palermo.

L’inchiesta ha raccolto le storie di tante donne alle prese con piccoli grandi problemi. Salute, lavoro, amore. Donne in ansia, donne spaventate, donne in cerca di aiuto. «Io credevo che il demonio potesse avere influenza su di me», ha detto una vittima. «Per questo a padre Salvatore avevo chiesto una preghiera di liberazione dall’influenza maligna». Donne smarrite. «Mentre mi toccava il seno e le parti intime era come bloccata, mi chiedevo: ma com’è possibile?». Donne aggrappate alla speranza di stare meglio. Una speranza che non poteva esserci.

Le derive di Vocatio. Non rappresenta i preti sposati. Preti sposati nella Chiesa con regolare percorso non sono ridotti a stato laicale. “Siamo sacerdoti per sempre”

“L’ordinazione validamente ricevuta rimane per sempre anche per i preti sposati regolarmente con dispensa e matrimonio religioso. Vocatio da anni alimenta confusione e blocca i tentativi di rinnovamento vero delineati dai preti sposati italiani che non si riconoscono in Vocatio (Associazione che mina la figura sacerdotale).

Ora i vertici del Vaticano raccolgano l’invito concreto, più volte riaffermato dal Movimento Internazionale dei Sacerdoti Sposati, fondato nel 2003 da don Giuseppe Serrone.

Un articolo del Messaggero a cura della vaticanista Franca Giansoldati crea ulteriore confusione facendo una pubblicità di parte a Vocatio. Replica il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Lavoratori Sposati: “le varie associazioni dei sacerdoti sposati non hanno Vocatio come referente. Vocatio segna il passo, ed è sostenuta da persone che negano il sacerdozio come impegno vocazionale e missionario. Molti membri di Vocatio sono fautori di un sacerdozio laico e con queste premesse non hanno voce in capitolo per richiedere la riammissione nel ministero sacerdotale dei preti sposati.

Vocatio, da un certo punta di vista, sta danneggiando la giusta causa dei preti sposati alla stessa maniera di Milingo che nel 2006 gettò un’ombra sulla questione dei preti sposati e dei loro giusti diritti civili e religiosi”.

Vescovo vs Salvini: “Anticristiano e antimariano”

adnKronos

“Pregheremo per Salvini, perché faccia il ministro secondo la sua coscienza ma non ci coinvolga in posizioni che sono anticristiane e antimariane”. E’ quanto afferma monsignor Luigi Bettazzi vescovo emerito di Ivrea e già presidente di Pax Christi in una lettera aperta dedicata all’episodio che ha visto il leader della Lega e ministro dell’Interno Matteo Salvini baciare un rosario e invocare la Madonna durante un comizio elettorale in vista delle elezioni europee. Per Bettazzi, “quel che è triste è pensare che se Salvini lo fa e lo ripete è perché sa che gli rende, anche elettoralmente. Ed è vero che, fin dai tempi di Adamo, cerchiamo spesso chi possa giustificare anche religiosamente le nostre chiusure e i nostri egoismi 

Abusi, la Chiesa in Polonia tra “mea culpa” e polemiche. E a giugno arriva Scicluna


Vatican Insider

(Salvatore Cernuzio) Tensioni dopo il documentario “Non dirlo a nessuno” sui casi di pedofilia del clero (21 milioni di visualizzazioni su YouTube). I vescovi: vergogna, chiediamo perdono alle vittime. Ma c’è chi parla di operazioni strumentali. Il 13 giugno l’arcivescovo presiederà una giornata sulla protezione dei minori durante la plenaria della Conferenza episcopale. «Non ci sono parole». È un profondo e doloroso mea culpa quello dei vescovi polacchi per non aver fatto abbastanza per prevenire gli abusi di sacerdoti e religiosi su minori. Riunita a Varsavia ieri per il Consiglio permanente, la Conferenza episcopale ha ribadito tutta la «vergogna» per gli abusi e le violenze di cui sono stati protagonisti ecclesiastici. Parole certamente non di circostanza in un momento in cui la Chiesa in Polonia, seguendo una sorte simile a quella di Cile, Australia e Stati Uniti, viene travolta dagli scandali di pedofilia nel clero.

Vescovi italiani obbligati moralmente (ma non giuridicamente) a denunciare casi di abuso


Il Messaggero 

(Franca Giansoldati) La Conferenza episcopale italiana fa un passo in avanti per risolvere la questione della pedofilia approvando le Linee Guida contro gli abusi in cui spunta l’obbligo morale (non giudirico) di fare un esposto alle autorità civili davanti a casi di abusi. La condizione è che la denuncia della vittima risulti, dopo l’indagine previa, verosimile, e che la vittima o la sua famiglia in caso di minori non si opponga a tale decisione. 

Polonia: mea culpa vescovi su pedofilia, proviamo vergogna

I vescovi polacchi riconoscono di non aver fatto abbastanza per prevenire gli abusi degli ecclesiastici sui minori, sostenendo di “non avere parole” per descrivere la loro vergogna per le violenze di cui sono stati protagonisti preti.

Il dibattito sulla pedofilia nella Chiesa cattolica polacca è stato acceso da un documentario, “Tell No One”, che è stato caricato su Youtube e che ha registrato in un solo mese 21 milioni di visualizzazioni.

Il primate di Polonia, l’arcivescovo Wojciech Polak, ha detto che la Conferenza episcopale polacca si è riunita per discutere il tema ed ha preparato una lettera che verrà letta domenica in tutte le chiese del Paese durante la messa. “Non ci sono parole per esprimere la nostra vergogna per gli scandali sessuali in cui sono coinvolti ecclesiastici”, comincia la lettera.

I preti in direzione ostinata e contraria

I preti in direzione ostinata e contraria

repubblica

Quando la Genova dei diecimila scese in piazza, a gennaio, a chiedere porti aperti, in molti si stupirono che ad aprire il corteo ci fossero gli scout. Eppure, nella città di don Gallo, il prete di strada che trasformò il verso di De André “in direzione ostinata e contraria” in un manifesto programmatico, bisogna partire proprio da questa immagine: la Chiesa in prima fila. In campo senza esitazioni per l’accoglienza degli ultimi, anche contro un’amministrazione spesso ostile sul tema (almeno a parole). Emblematico fu, l’anno scorso, il caso Multedo: con uno scatenato Stefano Garassino, assessore leghista alla Sicurezza, che definì don Giacomo Martino, a capo dell’ufficio Migrantes, braccio operativo della Diocesi sul fronte migrazione, il suo “nemico pubblico numero uno”, perché difendeva la decisione di trasferire dodici richiedenti asilo in un quartiere in rivolta. Salvo poi andare a Canossa, in visita – ufficiosa – al campus dei migranti di Coronata gestito dal monsignore come un college, e finire per complimentarsi. Don Martino ci ride sopra, quando lo definiscono il Che Guevara genovese, il paladino degli ultimi: ma la battuta rivela un vuoto, lasciato dalla sinistra anche locale, spesso meno pronta a mettere la faccia su un tema scomodo come l’accoglienza.

E infatti, ora che con i tagli del decreto sicurezza voluto da Salvini il gioco si fa duro, per le cooperative e onlus che devono far quadrare i conti nell’ospitare i richiedenti asilo, la voce più ferma è stata – altra sorpresa – quella del cardinale Angelo Bagnasco. Che, con una nota ufficiale, ha ribadito la decisione della Chiesa locale ad andare avanti, nonostante le difficoltà, con un titolo che era già una dichiarazione di intenti: “Ero straniero e mi avete accolto”. Parola di Matteo, l’evangelista naturalmente. Per poi confutare, punto per punto, i più triti pregiudizi, sottolineando come le nuove norme finiranno per “depotenziare la cosiddetta accoglienza diffusa” e far aumentare gli stranieri irregolari. Tono di velluto, ma volontà di ferro: non è un caso che Bagnasco fosse al fianco di don Giacomo Martino alla presentazione delle attività del campus di Coronata, a metà marzo. Facendo appello a privati e aziende perché vengano a investire in una struttura che continua a puntare sull’integrazione nonostante il nuovo decreto. “Il quadro normativo è mutato, ma la nostra intenzione no – ha rimarcato in quell’occasione Bagnasco – la volontà è di non retrocedere, di non terminare forzosamente questo servizio di accoglienza e integrazione. Voglio anche confidare che, sulle nuove normative, ci siano aggiustamenti”.

L’ultimo caso di disobbedienza civile – ancora ad opera di un sacerdote – arriva da Spezia. Dove il parroco don Francesco Vannini, pochi giorni fa, ha fatto suonare “a morto” le campane della chiesa di Nostra Signora della Salute: per protestare contro la presentazione di un libro edito da AltaForte, la casa editrice espulsa dal Salone del Libro di Torino perché vicina a CasaPound, che si stava svolgendo poco lontano, in una sala pubblica intitolata a un antifascista. Ancora: l’alleanza tra portuali in sciopero, uniti nel presidio insieme ad Acli, Salesiani del Don Bosco e Libera contro la cosiddetta “nave delle armi”, si è rivelata vincente. La Bahri Yanbu, il mercantile con bandiera saudita al centro d’una querelle internazionale, alla fine è ripartito, senza poter procedere all’imbarco di materiale bellico.

Ma nelle parrocchie di Genova, sono tante e variegate le voci che portano avanti una resistenza più o meno silenziosa. Tra i più agguerriti c’è Paolo Farinella, il don di San Torpete: che a Natale, per protestare contro i porti chiusi, ha sprangato la porta della sua chiesa. Dal 24 dicembre al 6 gennaio. “La mia porta chiusa – rivendica anche ora – ha avuto effetto, ne hanno discusso in Francia, in Brasile, negli Stati Uniti. Avevo capito che quel decreto era contro qualsiasi forma di civiltà: non avevo altro mezzo per metterne in evidenza l’immoralità. Vedere Salvini con il rosario in mano è un’impudicizia. Se il Vangelo lo aprisse, leggerebbe parole come “beati i poveri”. Invece, quest’uomo è un seminatore di odio e razzismo: avrei voluto che il Papa lo scomunicasse”.

Tra i sacerdoti più social, spicca don Valentino Porcile, su Facebook semplicemente “don Vale”, parroco della Santissima Annunziata di Sturla. L’ultimo polverone fu a Natale, quando scrisse sulla sua pagina di aver regalato oltre trecento immagini del presepe da portare a scuola, e “in quei posti dove oggi si dice: nessun simbolo religioso deve entrare”. Il suo prossimo post, spiega, sarà “sul reddito di cittadinanza: ho sentito dire da Di Maio che abolirebbe la povertà. Ma ci sono tante forme di povertà nelle nostre città che a quel contributo non arriveranno mai”. Sul tema migranti dice: “È estremamente sensibile, e viene affrontato male – riflette don Valentino – quello che noto è che su alcune questioni di solidarietà le persone non ci sentono affatto, nemmeno i credenti. Ma io non mi arrendo: vado avanti. Il sangue è rosso nelle vene di tutti. Io cerco di metterne in evidenza il volto, non l’etichetta”.

Lo sciopero di “Maria 2.0” e i preti sposati temi scottanti nella Chiesa

Il Movimento internazionale dei sacerdoti sposati rilancia il tema della riforma della Chiesa in chiave evangelica e progressista (ndr)

settimananews

In Germania – come negli Stati Uniti e in altri paesi – già da diverso tempo si è accentuata la discussione non solo sul problema degli abusi nella Chiesa, ma anche sulla possibilità di consentire alle donne di accedere ai ministeri ordinati del sacerdozio e del diaconato.

Il problema ha avuto un momento culminante la scorsa settimana, dall’11 al 18 maggio, con lo sciopero delle donne cattoliche decise a non mettere piede in Chiesa per quei giorni, indetto dal movimento “Maria 2.0”, per protestare – come sostengono – contro «le intollerabili situazioni» presenti nella Chiesa cattolica circa gli abusi e la situazione delle donne, escluse dai ministeri ordinati.

Sciopero donne tedesche chiesa

L’iniziativa, nata nella diocesi di Münster, ha avuto un grande successo in tutte le diocesi della Germania, soprattutto fra le donne. Vi hanno aderito anche la Katholische Frauengemeinschaft  (KFD) e la Katholische Deutsche Frauenbund (KDFB), ma è stata scarsa – e lo si può capire – la partecipazione dei giovani.

Alle origini della protesta

Tutto era cominciato con una lettera aperta al papa in occasione del vertice sui minori del 21-24 febbraio scorso, in cui si denunciava il fatto degli abusi e del loro occultamento, ma si chiedeva anche l’accesso delle donne agli uffici ministeriali della Chiesa, l’abolizione del celibato obbligatorio e un ripensamento della morale sessuale della Chiesa più orientato verso la vita vissuta della gente.

Una delle promotrici dell’iniziativa “Maria 2.0”, Elisabet Kötter, ha affermato: «L’elogio delle donne è volentieri celebrato dagli uomini di Chiesa, ma poi decidono da soli dove le donne potrebbero mettere a frutto i loro talenti nella Chiesa. In mezzo a loro, essi tollerano solo una donna: Maria. Sul piedestallo. Quello è il suo posto. E deve solo tacere. Togliamola dal piedestallo e mettiamola in mezzo a noi, come sorella che guarda nella nostra stessa direzione».

Kötter e altre

Più decisa ancora Ruth Koch che, sul giornale della diocesi di Münster, scrive: «Da circa 2000 anni, nella nostra Chiesa cattolica, il settore maschile ha determinato la sorte dei fedeli, privando metà dell’umanità della possibilità di accedere all’uguaglianza, alla co-determinazione e ai ministeri nella Chiesa, con argomenti dei tempi antichi, a tutti i livelli, siano essi biologici, teologici o filosofici, non più accettabili.

Anche per questa ragione sono sicura che, per decenni, sono stati commessi abusi di potere, disprezzo e ferite, tollerati e dissimulati in nome di nostro Signore Gesù Cristo, il quale ci ha avvicinato a Dio e alla buona novella del suo amore incondizionato.

Cosa inaudita! Dove sta la nostra protesta? Certamente ora ci sono anche numerosi ecclesiastici che sono coinvolti nel trattamento e nella riparazione e chiedono e ed esigono un ripensamento anche del “problema delle donne”. È un fatto positivo, ma non basta. Noi donne siamo da lungo tempo educate ad essere buone e a sopportare, a servire e a sottometterci. È tempo che le cose cambino. Le donne stanno alla porta. La nostra protesta vuole essere variegata, pacifica, creativa e ferma, e femminile. Nascono le prime idee. Per la nostra fede, contro gli abusi, per una Chiesa credibile e paritaria».

L’opinione dei vescovi

La Conferenza episcopale tedesca ha respinto lo sciopero e gran parte dei vescovi si sono dichiarati scettici su questa iniziativa, pur ammettendo di capire l’inquietudine delle donne. Piuttosto – è stato sottolineato – ci vuole dialogo e meno sciopero.

Il vescovo Franz-Joseph Bode, presidente della commissione epsicopale per la famiglia, ha definito invece l’iniziativa “Maria 2.0”, un «buon segno».

Mons. Rudolf Voderholzer, vescovo di Regensburg – recentemente chiamato dal papa a far parte della Congregazione per la dottrina della fede – ha sottolineato: «Non si va avanti neanche di un millimetro se raffazzoniamo la storia per giungere poi alla conclusione di permettere il sacerdozio alle donne».

Un altro vescovo, mons. Ulrich Neymeyr, di Erfurt, ha dichiarato di ritenere possibile l’accesso delle donne ai ministeri ordinati. A suo parere, è teologicamente pensabile… Occorre perciò riflettere dal punto di vista teologico, cioè «fino a che punto il sacerdozio è riservato agli uomini per poter rappresentare Cristo. Cosa significa questa rappresentazione: fin dove arriva? Deve riferirsi anche al sesso?». Ma – ha aggiunto – la Chiesa tedesca per quanto riguarda questo problema è legata alla Chiesa universale, mentre in altre parti del mondo – per esempio nell’Europa dell’est – le donne preti sono «ancora assolutamente inimmaginabili». Il legame con la Chiesa universale qui da noi è «forse piuttosto una catena». Il vescovo si è anche dichiarato favorevole all’ordinazione dei cosiddetti viri probati.

Francesco, vescovi e tribunali: la riforma mancata

papa francesco

settimananews

Il santo padre, nel discorso ai vescovi italiani del 20 maggio scorso, al secondo punto del suo intervento ha parlato esplicitamente della mancata attuazione della riforma del processo breve per le nullità matrimoniali (cf. qui su Settimananews).

Egli ribadisce quanto disposto dai due Motu proprio Mitis Iudex Dominus Iesus e Mitis et Misericors Iesus,pubblicati nel 2015, con i quali ha introdotto un nuovo tipo di processo, chiamato breviore che si applica – parole del papa – «nei casi in cui l’accusata nullità del matrimonio è sostenuta dalla domanda congiunta dei coniugi, argomenti evidenti, essendo le prove della nullità matrimoniale di rapida dimostrazione. Con la domanda fatta al vescovo, e il processo istruito dal vicario giudiziale o da un istruttore, la decisione finale, di dichiarazione della nullità o di rinvio della causa al processo ordinario, appartiene al vescovo stesso, il quale – in forza del suo ufficio pastorale – è con Pietro il maggiore garante dell’unità cattolica nella fede e nella disciplina.»

Ha aggiunto tre note: «Sia il processo ordinario che quello breviore sono comunque processi di natura prettamente giudiziale, il che significa che la nullità del matrimonio potrà essere pronunciata solo qualora il giudice consegua la certezza morale sulla base degli atti e delle prove raccolte».

La seconda nota: «Ribadisco con chiarezza che il rescritto da me dato, nel dicembre 2015, ha abolito il motu proprio di Pio XI Qua cura (1938), che istituiva i Tribunali ecclesiastici regionali in Italia e, pertanto, auspico vivamente che l’applicazione dei due suddetti motu proprio trovi la sua piena ed immediata attuazione in tutte le diocesi dove ancora non si è provveduto».

Per concludere: «Quindi non permettiamo che gli interessi economici di alcuni avvocati oppure la paura di perdere potere di alcuni Vicari giudiziari frenino o ritardino la riforma».

Le ragioni del ritardo

Ad un attento esame il ritardo della riforma ha diverse cause.

La prima: molte diocesi italiane sono talmente piccole da non avere gli “strumenti” necessari per la costituzione di un vero e proprio tribunale diocesano. La storia dice che lo stesso vicario giudiziale, obbligatorio per ogni diocesi, non sempre ha affrontato (e conosce) il processo di nullità. Il meccanismo giudiziale presuppone una specifica conoscenza e preparazione non sufficientemente diffusa sul territorio italiano.

La seconda: le riforme precedenti – con la riorganizzazione dei tribunali regionali – hanno coinvolto personale specializzato, molto spesso laico, che ha comportato un grande impegno di specializzazione e di risorse economiche (sedi, giudici, difensori del vincolo, cancellieri, notai, periti, segreteria, oltre i patroni stabili avvocati del tribunale), sostenuti finanziariamente dalla CEI i cui importi sono accreditati alle Conferenze episcopali regionali.

Sicuramente, dopo il richiamo pubblico del papa, la Conferenza episcopale nazionale si impegnerà a dettare nuove linee guida di costituzione dei tribunali diocesani, con le relative risorse economiche.

Il nodo da sciogliere: sacramento o contratto

Rimane comunque il grosso nodo della natura della dichiarazione della nullità matrimoniale. La riforma di papa Bergoglio insiste molto sulla funzione del vescovo «quale capo della diocesi, chiedendogli di pronunciarsi personalmente nei casi più manifesti di nullità. E questo poiché la dimensione pastorale del vescovo, comprende ed esige anche la sua funzione personale di giudice. Il che non solo manifesta la prossimità del pastore diocesano ai suoi fedeli, ma anche la presenza del vescovo come segno di Cristo sacramento di salvezza».

L’equivoco è qui: il processo di nullità riguarda il foro esterno: prove, dichiarazioni, testimoni, perizie, osservazioni etc. derivante – a ben conoscerlo – dalla procedura di un giudizio contenzioso, anche se speciale. Non solo: data la complessità della materia lo stesso votum Episcopi subisce l’istruttoria del vicario giudiziale che deve attenersi ai dati e ai fatti dimostrabili che non sempre rivelano tutta la verità.

È arrivato il momento di ritornare alla natura sacramentale del matrimonio e affrontare la materia non in schema giudiziale, ma in schema amministrativo. Si andrebbe a rispettare il sacramento che non è semplicemente un contratto. Materia complessa che si spera venga almeno approfondita teologicamente e giuridicamente.

Segreto pontificio, croce dei vescovi, non solo dei giornalisti

giovannachirri.it

(Giovanna Chirri) Il nunzio in Italia Paul Tscherrig ha invitato i vescovi italiani a attenersi scrupolosamente al segreto pontificio, in particolare nelle istruttorie per la nomina dei nuovi vescovi. Mons. Tscherrig lo ha chiesto martedì mattina nel suo saluto alla assemblea generale della Cei riunita in Vaticano, prima della introduzione ai lavori affidata al cardinale Gualtiero Bassetti. L’assemblea della Cei si è aperta lunedì con l’intervento del papa e prosegue fino a domani. Come è tradizione si svolge in Vaticano, nella aula nuova del sinodo. Ci sono stati vari casi, ha ricordato il nunzio, in cui la richiesta di notizie per l’istruttoria non è stata trattata con la doverosa riservatezza 

Notizie sportive 23 Maggio 2019

CALCIO, FIFA: MONDIALI QATAR CON 32 SQUADRE E NON 48 

JUVE, E’ TOTO ALLENATORE. F1, OGGI LIBERE MONTECARLO Si giocheranno a 32 squadre e non a 48 i Mondiali di calcio del 2022 in Qatar. La Fifa ha infatti abbandonato il progetto di aumentare il format giocando alcuni match in un paese limitrofo: nelle attuali circostanze un tale proposta non può al momento essere messa in pratica, spiega. Juventus: è toto allenatore, col ritorno del nome di Conte. F1: oggi le libere a Montecarlo. (ANSA).

SIRIA, ITALIANO LIBERATO DOPO TRE ANNI DI PRIGIONIA

ansa

IRAN, PENTAGONO VUOLE ALTRI 10MILA SOLDATI IN MEDIO ORIENTE “Non ho mai perso la speranza. Sono stato tratto abbastanza bene e mai minacciato di morte”: così Alessandro Sandrini, il 34enne bresciano liberato ieri in Siria a tre anni dal sequestro da parte di milizie islamiste. Iran: il Pentagono vuole proporre alla Casa Bianca un piano per mandare altri 10 mila soldati in Medio Oriente per rafforzare le difese contro potenziali minacce 

CANNES, OGGI E’ IL GIORNO DI BELLOCCHIO

ansa

TORNA IN CONCORSO ANCHE KECHICHE. OMAGGIO A BERTOLUCCI Oggi a Cannes è il giorno di Bellocchio, con il suo ‘Il traditore’ interpretato da Favino. E torna in concorso anche Kechiche. Omaggio a Bertolucci invece al classics. Ieri ancora protagonisti Tarantino, Pitt e DiCaprio con ‘C’era una volta a Hollywood’. E’ toto palma tra i maestri Almodovar, Loach e Malick. 

BUS TURISTI IN SCARPATA SU FIRENZE-SIENA, AUTISTA ARRESTATO

ansa

35ENNE CALABRESE SI SAREBBE DISTRATTO. UN MORTO E 37 FERITI E’ stato arrestato per omicidio stradale il 35enne calabrese conducente del bus con 50 turisti stranieri a bordo finito ieri in una scarpata sulla Firenze-Siena. Nell’incidente è morta una 41enne russa guida turistica e altre 37 persone sono rimaste ferite. L’uomo si sarebbe distratto dalla guida subito prima dello schianto. 

MAY VERSO L’ADDIO, DIMISSIONI PREMIER ATTESE PER DOMANI. REGNO UNITO DIVISO DA BREXIT OGGI AL VOTO PER EUROPEE

ansa

Un Regno Unito dilaniato dallo stallo parlamentare sulla Brexit apre oggi la tornata delle elezioni europee, con la May sempre più accerchiata e verso l’addio. Ieri sera si è dimessa la ministra per i Rapporti col parlamento Andrea Leadsom, in polemica con le concessioni fatte dalla premier. Le dimissioni della May potrebbero arrivare domani. 

CONTE E SALVINI AL COLLE, DECRETI RINVIATI A DOPO EUROPEE

ansa

ULTIMA LITE M5S-LEGA SULL’ABOLIZIONE DELL’ABUSO D’UFFICIO Conte e Salvini vedono Mattarella e si decide per il rinvio a dopo le europee dei decreti Sicurezza bis e Famiglia. Il ministro dell’Interno apre intanto un nuovo scontro con Di Maio, annunciando l’abolizione dell’abuso d’ufficio: “troverà un muro”, avverte il leader M5s. “Un governo del cambiamento deve fare le cose, non vivere di stallo: così non si può andare avanti”, afferma il sottosegretario leghista Giorgetti. Oggi comizio di Casapound a Genova: 300 poliziotti schierati. 

Inediti. Cardinal Martini, gli anni della formazione

Padre Carlo Maria Martini legge il breviario a Orbassano nel 1952

Scolastico esemplare, apostolo della carità, orgoglioso di vestire lo stesso abito nero dei venerati padri (in primis Carlo Brignone) dell’Istituto sociale di Torino – (gli stessi immortalati, in fondo, nei racconti di un grande scrittore come Mario Soldati) – dal cui stile di santità ordinaria ha intuito, proprio tra i banchi di quella prestigiosa scuola, i primi segni e indizi della sua futura vocazione nell’amata Compagnia di Gesù, ma anche filosofo e teologo di stampo rigidamente tomista «quasi tradizionalista » e infine uomo innamorato della Parola di Dio. È la storia in un certo senso dei primi 35 anni di vita di Carlo Maria Martini, il biblista di fama chiamato per volere di Giovanni Paolo II, dopo la guida come rettore del Pontificio Istituto Biblico e della Gregoriana, a reggere per ben 22 anni («gli stessi di sant’Ambrogio», amava ripetere lo stesso cardinale) l’arcidiocesi di Milano. E un libro appena uscito, scritto con dovizia di fonti inedite (tra cui quelle d’archivio della Compagnia di Gesù e della famiglia d’origine del cardinale) e acribia certosina dallo storico piemontese Alberto Guasco Martini, Gli anni della formazione (1927-1962) (Il Mulino, pagine 274, euro 23) ritorna sul primo periodo della lunga esistenza del porporato torinese morto il 31 agosto del 2012 per uno strano disegno del destino in uno dei luoghi della sua formazione (a cui è dedicato un intero capitolo di questo libro): l’Aloisianum di Gallarate nelle cui aule fratel Martini, tra il 1946 e il 1949, apprese i rudimenti della filosofia scolastica “sotto la protezione di san Tommaso d’Aquino” alla sequela, tra gli altri, del suo indimenticato “maestro” padre Roberto Busa. 

Un libro che ci riporta idealmente al retroterra cattolico ignaziano, ma anche alle semplici devozioni mariane apprese da Martini grazie all’esempio della madre Olga Maggia; affiorano dentro le pieghe di questo saggio molti dettagli già conosciuti di questa complessa figura dovuti anche «alla mole ingovernabile di fonti» (basti pensare alla biografia monumentale di Marco Garzonio o al ritratto carico di affetto da poco uscito per Àncora L’infanzia di un cardinale, scritto dalla sorella Maris) come ammette lo stesso Guasco nella presentazione del volume; ma spuntano come in un giardino ben coltivato anche tante piccole perle inedite: tra queste la figura del gesuita Silverio Zedda, che instrada il brillante allievo, durante gli anni del teologato a Chieri, all’attenzione ai «generi letterari» nella Bibbia come indica l’enciclica di Pio XII Divino Afflante Spiritu; il volume racconta in sottofondo il Martini novizio (accarezzò da buon torinese tra l’altro l’idea di farsi salesiano…) desideroso di entrare «in religione» cioè nei gesuiti prestissimo a 17 anni, ma soprattutto mette in luce che grazie alle spiccate doti intellettuali di questo candidato al presbiterato «brucerà» presto le tappe formative del lungo percorso di studi ignaziano. Del resto i superiori, come testimonia il suo compagno di studi Sergio Masetto, «hanno compreso subito le sue qualità e l’hanno mandato in teologia saltando gli anni di magistero…». 

A colpire di questo volume sono le note del giovane fratel Martini attorno alla sua vita ordinaria da gesuita, come il suo fare catechismo ai profughi di guerra o assistere gli ammalati, le ore dedicate allo studio, alle penitenze o ancora il tempo dedicato alla meditazione e alla dura pratica degli Esercizi spirituali per superare e quasi lottare contro gli «affetti disordinati » che ci allontano da Dio o ancora il riserbo e la gioia con cui racconta, nelle sue lettere, la sua vita da prete novello ai genitori. Nel volume c’è molto di più: si rimane impressionati dai numeri dei gesuiti in formazione negli anni di Martini più di 100 tra il noviziato a Cuneo (1944-46), e poi nei successivi a Gallarate (194649) e a Chieri (1949-53). E a colpire sono anche la galleria di illustri confratelli che il giovane gesuita incontra e molti dei quali forgeranno il futuro «Martini professore»: da Riccardo Lombardi il “microfono di Dio” di cui è un attento seguace e spettatore delle sue iniziative come le “crociate della bontà”, allo storico (e studioso del pontificato di Pio XII) Angelo Martini, dal biblista Maximilian Zerwick ad Alberto Vaccari di cui l’arcivescovo di Milano sarà il successore nella prestigiosa cattedra di critica testuale al Biblico, al suo compagno di Messa, il futuro traduttore delle opere di Hans urs von Balthasar, Guido Sommavilla, fino ai teologi conservatori della cosi detta “scuola romana” della Gregoriana come Edward Dhanis (acerrimo avversario di un gigante come De Lubac) e Sebastian Tromp. Il volume ci regala tra i dettagli (oltre a dirci del desiderio avuto già da giovanissimo dopo un viaggio in Terra Santa di vivere e poter morire lì) particolari poco conosciuti come la remota possibilità per padre Martini di essere chiamato, con l’assenso dei superiori, per alcuni anni di missione in Giappone… 

Non sfugge all’autore di raccontarci le letture spirituali e teologiche nel solco della Aeterni Patris di Leone XIII e della Humani Generis di Pio XII di cui si abbeveravano i gesuiti di quel tempo: a cui è proibita la conoscenza diretta dentro le loro fornitissime e aggiornatissime biblioteche dei grandi pensatori della Nouvelle théologie come Congar, Daniélou e De Lubac; ovviamente da queste pagine affiora una dote singolare di Martini, il suo essere un topo di biblioteca, il suo sentirsi, secondo Guasco, in sintonia col metodo storico critico di leggere e interpretare la Bibbia indicato dal domenicano Marie Joseph Lagrange o ancora l’attenzione ai particolari che sarà una delle caratteristiche chiave del consecutivo successo accademico al Biblico di Roma come professore proprio di una materia per certi versi ritenuta dagli stessi specialisti “arida” come la critica testuale. Altro dettaglio è vedere, nella trama di queste pagine, la mitezza di Martini, che nello stile di gesuitica obbedienza lascia che siano sempre i superiori a decidere del suo destino: tra questi anche quello di rimanere stabilmente a Chieri come docente di teologia fondamentale. 

Si deve in un certo senso alla lungimiranza di uomini come il preposito generale dei gesuiti il belga Giovanni Battista Janssens e il rettore del Biblico Ernest Vogt, se Martini è destinato a diventare nel cuore del cattolicesimo che è Roma un biblista di razza. Il volume si sofferma infine sugli anni alla Gregoriana di Martini (1956-59) e sulla sua definitiva collocazione nel 1962 (accanto a un confratello destinato a divenire come lui cardinale, successivamente esegeta di fiducia di Joseph Ratzinger, Albert Vanhoye) al Biblico e su quanto l’impronta indiretta di uomini come Agostino Bea e del suo direttore di tesi di dottorato sul codice-papiro Bodmer, Stanislas Lyonnet, abbiano influito a formare proprio tra quelle austere mura colui che nel 2006 papa Benedetto XVI ebbe a definire, per il suo sconfinato amore e conoscenza per la Scrittura: un «vero maestro della lectio divina».

Go Deep Game. Un gioco per rigenerare lo spazio in cui si vive

Un'immagine del castello Aragonese a Taranto (Ansa)

Avvenire

“Abitanti uniti”, “Spazi verdi invece di palazzi vecchi”, “piante e fiori”, “Aprire i locali inutilizzati per darli ai giovani (gratuitamente)”, “+ biblioteche”, “via pregiudizi e ridicoli benpensanti”, “chiande (in dialetto tarantino, piante)”, “palazzi nuovi”. Questi, scritti così come li leggete, sono alcuni dei desideri degli abitanti della Città vecchia di Taranto per il luogo in cui vivono. Li hanno scritti su un cartellone bianco a due facce, portato in giro per l’isola da una simpatica “ragazza sandwich”. La diffidenza è stata vinta grazie a Go Deep Game, un gioco che, utilizzando la metafora del viaggio attraverso sei immaginarie linee della metropolitana (visione, diversità, emozioni,creatività, togetherness, potere e rango) aiuta le comunità a riscoprire bellezza e talenti personali e collettivi, per rigenerare lo spazio in cui vivono. Scritto in inglese da giovani italiani esperti di processi di facilitazione, dal 2015, con il sostegno dell’Unione Europea, il Go Deep è stato sviluppato ed applicato in tanti contesti differenti, sparsi in molti Paesi del vecchio continente. «Esplorando la Città vecchia – spiega Giulio Ferretto, uno dei due facilitatori di questa edizione del Go Deep – ci siamo resi conto che c’è un grande senso di abbattimento e impotenza delle persone che vivono nel quartiere, rispetto alle condizioni di vita. Non credono di poter influenzare le dinamiche dello spazio in cui vivono. Aspettano la politica, con disaffezione però. Il nostro approccio non è stato portare soluzioni dal di fuori, non è questo il ruolo che abbiamo, ma piuttosto aiutare nel far emergere soluzioni sostenibili nel tempo, facendo da specchio alle bellezze, ai talenti che hanno già al loro interno». Una sorta di maieutica della cittadinanza attiva. «Uno dei temi culturalmente importanti in questo momento storico è quello della fiducia nelle comunità, una fiducia che va nutrita, con la rigenerazione urbana invece – prosegue Ferretto – in molti luoghi è stato fatto tutto il contrario. Le idee, erano preconcette, standardizzate e venivano dall’esterno. Questo perché manca un legame di fiducia nel sistema stesso, nella sue capacità di rigenerarsi, di trovare risorse in se stesso per uscire dalla crisi». Go Deep quindi ribalta le attitudini «in particolare il meccanismo per cui pensiamo solo a quello che non ci piace. L’ultima fase del gioco va a riflettere e sedimentare gli apprendimenti che il gruppo ha ottenuto attraverso il processo. Si attiva l’intelligenza collettiva, si parla molto e si torna a ringraziare». Come hanno fatto le donne del rione, preparando teglie di riso patate e cozze da offrire nella grande cena comunitaria di ieri sera. In strada, tra i vicoli, decine di tavoli. Ciascuno ha portato il suo piatto meglio riuscito, poi condiviso o scambiato, con i ragazzi dell’istituto musicale Paisiello di Taranto, gli anziani dell’Auser ed i danzatori di pizzica, a fare da colonna sonora. «La biennale ha tanti linguaggi, perché non vogliamo solo ragionare sulla prossimità ma anche provarla. In questo senso – ha spiegato uno dei quattro co-direttori di Biennale, Gianfranco Marocchi – la cena di strada è un momento di condivisione importante in cui si sceglie di uscire dalla propria casa e di sedersi accanto a qualcuno che forse neanche si conosce. Questo è stato possibile perché la Biennale non arriva dall’alto ma ha lavorato insieme ai cittadini del quartiere».