Il treno della discordia. Tav, cosa succede adesso

Tav, cosa succede adesso

da Avvenire

Il via libera agli “avvisi” per le prime gare relative al tunnel della Tav, unito alla facoltà di recesso senza oneri da parte della stazione appaltante ha permesso ieri di superare l’alta tensione all’interno del governo italiano dove, come è noto, convivono faticosamente l’ostilità del M5s al treno veloce e la volontà della Lega a portare al traguardo il progetto. Le decisione del Cda della Telt (la società italo francese incaricata dei lavori per la nuova linea ferroviaria) permette di salvare per ora il contributo promesso dalla Ue e non pregiudica l’esito della partita che resta aperta a diverse soluzioni Nei prossimi mesi, fino alle elezioni europee ed oltre, non ci saranno nuove scadenze dirimenti.

Quali sono le prossime tappe della vicenda?

Telt pubblicherà nei prossimi giorni gli avvisi per raccogliere le candidature delle imprese alla costruzione dei primi tre lotti del tunnel, 45 chilometri sui 57 totali sul versante francese, del valore complessivo di 2,3 miliardi, che rappresentano uno dei maggiori appalti infrastrutturali europei. Ci vorranno almeno tre mesi prima che la società cominci a esaminare le diverse manifestazioni di interesse.

Tra settembre e ottobre Telt sarà pronta a consegnare alle imprese che avranno superato la prima selezione i capitolati per presentare le offerte. Ma prima di farlo la società tornerà a consultare i due governi a cui fa capo (Francia e Italia) e l’esecutivo comunitario, che dovranno dare il loro ok. Sarà allora che l’eventuale via libera diventerà vincolante, esponendo i firmatari a oneri o penali se dovessero poi tirarsi indietro.

Nel frattempo, secondo quanto annunciato dal premier Giuseppe Conte, l’Italia cercherà di riaprire la trattativa con la Francia e la Ue per rivedere l’opera o quantomeno per ripartirne diversamente i costi. Il primo appuntamento è al Consiglio Ue della prossima settimana. Parigi si è detta disponibile al dialogo.

In base ai vecchi accordi i francesi hanno un minore carico finanziario degli italiani per la costruzione del tunnel di base, benché questo si trovi in gran parte nel loro territorio, perché la loro tratta nazionale fino a Lione è più lunga e dunque più onerosa di quella sul versante italiano fino a Torino. Ma il governo transalpino ha rinviato a data da destinarsi tutti i lavori più impegnativi sul percorso nazionale e questo potrebbe indurre Roma a chiedere di rivedere l’accordo.

La stessa Ue deve decidere se aumentare la propria quota di partecipazione all’opera dall’attuale 40 al 50%. Alla fine se il contributo italiano all’opera potesse ridursi anche il saldo negativo dell’analisi costi-benefici commissionata dal governo, dal punto di vista strettamente nazionale, potrebbe bilanciarsi. E permettere così al governo una decisione più agevole. Un esito però tutt’altro che scontato.

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