E anche don Marco Pozza difende i preti dalla doppia vita. Le derive di un prete mediatico. E le vittime e la riforma della Chiesa?

Don Marco Pozza

Sul portale sussidiario.net è apparso un articolo di don marco Pozza teologo e parroco del carcere “Due Palazzi” di Padova, Dottore in Teologia alla Pontificia Università Gregoriana, Vincitore del Premio speciale Biagio Agnes 2016 per il giornalismo, assieme ad altri tre sacerdoti conduce il sabato pomeriggio su Rai1 «Le ragioni della speranza», all’interno del programma A Sua Immagine. Nel 2017, assieme al regista Andrea Salvadore, ha ideato e condotto per Tv2000 Padre nostro, programma televisivo in nove puntate che ha avuto come ospite fisso Papa Francesco.

Un articolo apologetico tra le righe della doppia vita dei preti. Nessun accenno alle vittime o alla riforma della Chiesa. Un’altra deriva di un prete mediatico che rende cattiva testimonianza alla Chiesa di Gesù (ndr).

La storia è stata una storiaccia. Nell’epoca cafona dei social, da storiaccia s’è fatta canovaccio di un film a luci rosse: orge, sesso, tacchi e stivali, collari e perdizione. Una materia impossibile d’arginare, esposta al pubblico ludibrio: tutti ridono dei matti in piazza, purché non siano della loro razza. Aggiungete il fatto che protagonisti sono stati due preti e il disegno è di quelli da fare capottare la testa ai più, da affossare un’intera diocesi: ci sono giorni – e quelli lo sono stati, per davvero – in cui il peccato di un singolo è il peccato di una collettività, di un presbiterio. “Siete tutti uguali, vergognatevi!”: a chi di noi, con veste o senza, in quei giorni ancora vivi non è capitato d’imbattersi in un’occhiataccia, un ghigno, una battuta che ci facesse sentire polvere di fango, rifiuti di una storia millenaria appoggiata sulle nostre spalle? La vergogna: ecco la parolina magica di quelle giornatacce. La gente ci chiedeva la vergogna sul volto – come dar loro torto? – mentre la massa ci metteva alla gogna. Delle due, o l’una o l’altra: la gogna non è la vergogna, sono il bianco e il nero di un avvenimento, una opposta all’altra. Dalla gogna nasce la morte, quella fisica e dell’anima, dalla vergogna rinasce la speranza. La vergogna è di Dio, la gogna è di Satana: il lussurioso più lercio.

In questi giorni don Roberto Cavazzana, il cinquanta per cento di quella schifezza di storia, riceve il perdono del suo vescovo. Per la proprietà transitiva, incassa il perdono della sua diocesi. La gogna non l’ha perdonato, chissà se lo perdonerà: la vergogna – “Ha chiesto da tempo di essere perdonato, di poter continuare a fare il prete” ha scritto il vescovo – lo ha salvato dal baratro di una perdizione ch’era appostata lì, appena fuori dalla sua porta.

Sarebbe stata cosa facile andarsene altrove, reinventarsi una vita, nascondersi alla società: “Troppo grande il peccato per essere perdonato!” gli avrà bisbigliato, nel greto di nottate insonni, quel maledetto di Lussuria. Anche Dio, zigzagando tra le fognature che si erano rotte, non ha taciuto, però: “Quello che hai fatto è una cosa orrenda, se puoi farlo ripara: ma prima di tutto non guardare alla colpa, guarda a me”.

Dice sempre così Dio ai peccatori: a Roberto, al sottoscritto, a Cesare Battisti, anche a Donato Bilancia. Dalle fogne di una storia, non c’è che una strada per risalire, se si vuol risalire: (ri)volgere lo sguardo a Dio, facendolo attraversare gli sguardi pesanti degli uomini. Di quelli che abbiamo scandalizzato, confuso. Perdonare è disumano, nel senso lucente del termine: non cambia il passato – “scandali che in nessun modo possiamo accettare, né giustificare” continua il vescovo –, ma muta la destinazione d’uso del futuro. Di Roberto, di me, di molti se lo vorranno.

Don Roberto ha peccato, come io ho peccato: e allora? Il vero problema, a conti fatti con la calcolatrice del Vangelo, non è il peccato, è la disperazione: la follia di pensare di aver compiuto un peccato così immane da sovrastare la forza della misericordia di Dio. E’ la superbia a fare di un gesto un peccato mortale. Il vescovo, su questo, è stato di un’umanità sincera: “Sono contento di sentirmi costretto” al perdono. Fosse stato per lui, chissà se l’avrebbe perdonato: forse sì, forse no, son calcoli insipidi. E’ stato costretto. Stretto e costretto da Dio che, ricordandogli la sua umanità, gli ha illuminato il cuore dicendogli: “Claudio, una cosa è il peccato, altra cosa è quando il peccato diventa uno stile”. Parole nude, crude, una lama di fioretto: “Come padre accetto la sua domanda di perdono”.

Il futuro di Roberto? Da vertigini: immaginate la forza che uscirà da quelle mani quando, in confessionale, capitalizzerà il suo passato rialzando le storie di peccatori. I Greci, per primi, l’avevano fiutato: ammalati, andavano alla ricerca di medici che avessero sofferto i loro mali per curarsi, “ci capiscono meglio”. La storiaccia (ri)torna a farsi storia. E non ridete, per favore: è “storia sacra” a tutti gli effetti. Quella che non poggia su manufatti di calcestruzzo ma su stecchini di legno. Piace, non piace: questa è tutta un’altra faccenda. A Dio non interessa.

sussidiario.net

Ricordando p. Häring

Lo scorso 3 luglio è ricorso il 20° anniversario della morte di p. Bernhard Häring, uno dei teologi cattolici più noti e controversi del XX secolo, la cui vicenda personale e intellettuale merita di essere presentata anche ai lettori di Moralia. In controtendenza rispetto al disinteresse generale che ha caratterizzato anche questo secondo appuntamento decennale,[1] crediamo infatti che la figura e l’opera di p. Häring abbiano ancora molto da dire alla Chiesa e a chiunque abbia ancora a cuore la formazione di una coscienza morale responsabile.

Libertà e discernimento

Ma chi è stato Bernhard Häring? Nato in Germania nel 1912 ed entrato giovanissimo nella famiglia religiosa dei redentoristi, egli prende parte alla Seconda guerra mondiale tra le fila del corpo sanitario dell’esercito tedesco.

L’esperienza bellica lo segna in modo indelebile anche sotto il profilo intellettuale: come sarà lui stesso a raccontare, Häring matura la convinzione che di fronte all’obbedienza ottusa e criminale manifestata nei confronti della tirannide nazista anche da parte di molti cristiani, il carattere di un discepolo di Cristo vada formato anzitutto sul principio della responsabilità e del discernimento, più che su quello dell’obbedienza.

Una volta conclusasi l’immane tragedia del secondo conflitto mondiale, accogliendo la proposta dei suoi superiori pur non senza qualche resistenza, Häring si dedica corpo e anima allo studio, all’insegnamento e alla divulgazione della teologia morale. Una disciplina, o meglio una forma di intelligenza della fede e della vita, che egli interpreta in una chiave essenzialmente personalista, persuaso che la risposta all’interrogativo etico fondamentale, ossia «quale persona devo divenire secondo il disegno di Dio?», sia sintetizzabile in questi termini: «Noi possiamo, vogliamo e perciò dobbiamo divenire persone responsabili, libere, fedeli e creative nella sequela di Cristo».

La fatica della critica

Ecco, in estrema sintesi, il Leitmotiv di tutta la sua esistenza: dei momenti felici ed esaltanti – come gli anni che lo vedono tra i teologi protagonisti del concilio Vaticano II prima, e successivamente, apprezzato professore, brillante conferenziere e autore di innumerevoli libri di successo –, ma anche di quelli più aridi e faticosi seguiti alla pubblicazione dell’Humanae vitae, al cancro che lo colpisce alla gola, al processo istruito dalla Congregazione per la dottrina della fede dopo l’uscita di Etica medica nei primi anni Settanta, e al progressivo ritiro dalla scena pubblica. Un periodo – quest’ultimo – in cui p. Häring assume delle posizioni critiche verso alcuni aspetti del magistero morale di Giovanni Paolo II e verso alcune modalità di esercizio dell’autorità ecclesiastica che egli vorrebbe maggiormente ispirate a fiducia, trasparenza e franchezza.

Si spiegano così gli ultimi volumetti di Häring: Perché non fare diversamente? Perorazione per una nuova forma di rapporti nella Chiesa (1993); È tutto in gioco. Svolta nella teologia morale e restaurazione (1994); Il coraggio di una svolta nella Chiesa (1997); titoli provocatori, forse, ma che non supportano né giustificano le reazioni di chi ha appiccicato su di lui l’etichetta del teologo inaffidabile, sospetto e ribelle.

[1] A questo proposito segnaliamo l’iniziativa programmata il prossimo 9 ottobre presso l’Accademia Alfonsiana di Roma, dove si terrà una prolusione intitolata «A 20 anni dalla scomparsa di Bernhard Häring: quale eredità per l’oggi?»http://www.alfonsiana.org/images/pub/Locandina_2018-2019.pdf (10.9.2018).

Intervista. Andrea Boitani: «Per la Tav tre scenari, nessuno a costo zero»

Per qualche giorno lo hanno accusato di essere la ‘manina’ di Salvini per difendere la Tav. Ma Andrea Boitani, economista dell’Università Cattolica, smentisce di aver redatto un’analisi costi-benefici alternativa a quella commissionata dal ministro Toninelli.

Professor Boitani, Lei è il consigliere di Salvini sulla Tav?

Assolutamente no, non conosco il Ministro e nessuno del suo staff.

Eppure hanno detto – e scritto – che Le hanno comissionato un’analisi costi-benefici per smentire quella del professor Ponti, accusata di essere No Tav.

Guardi, non sono mai stato avvicinato da nessuno che mi chiedesse un simile lavoro che poi non avrei accettato, per la banalissima ragione che questo tipo di analisi non rispettano i tempi della politica: bisogna raccogliere dati, creare modelli. La stessa analisi costi benefici di cui si parla, se veramente è stata messa in piedi in due settimane per disporre di uno strumento politico, allo scopo di contrapporsi a quella commissionata da Toninelli, è una pagliacciata. In ogni caso, né io né i colleghi Roberto Zucchetti e Lanfranco Senn della Bocconi, visto che si parla di noi tre, si sarebbero prestati a un simile disegno. Infatti, anche loro hanno smentito come smentisco io.

Com’è finito sul tavolo di Salvini un documento su costi e benefici della Tav firmato – a quel che si dice – Boitani?

In autunno, con i colleghi Senn e Zucchetti siamo stati invitati a partecipare a una riunione dell’Osservatorio Tav e ciascuno ha presentato in piena libertà le sue considerazioni sul tema. Personalmente, ho avanzato quelli che ho definito “suggerimenti per una nuova analisi della Torino-Lione”, pubblicati poi all’interno del numero 11 dei quaderni dell’Osservatorio. Se hanno usato quel testo non hanno capito che si trattava solo di considerazioni generali, una sorta di traccia metodologica, ma nulla di paragonabile a una analisi alternativa a quella commissionata dal Ministro delle Infrastrutture.

Eppure i giornali riportano, traendoli da quel documento, tanti numeri sui costi del fare e soprattutto del non fare la Tav.

Anch’io ho usato dei numeri, ho citato delle analisi e ho segnalato dei costi, ma erano quelli dell’Osservatorio, noti in qualche caso da anni. Bastava leggere il presunto “studio” per capire che erano considerazioni generali sulle alternative che abbiamo di fronte.

Quali sono le alternative?

Abbiamo di fronte almeno tre scenari. Fermare l’opera, rendendosi conto che non si tratta di una soluzione a costo zero: ci sono i lavori già fatti, le penali, le rivendicazioni dei francesi e dell’Ue… Tutto questo a fronte dell’azzeramento dei benefici.

Chi è contrario all’opera risponderebbe che salvare l’ambiente è un beneficio…

Ma il progetto è stato radicalmente modificato recependo le osservazioni dei Comuni valsusini e sono state introdotte compensazioni che tengono conto dell’impatto ambientale, quindi quel costo è stato già contabilizzato nell’analisi costi- benefici dell’Osservatorio fatta anni fa. Secondo scenario: siccome il tunnel del Frejus non potrà servire ancora a lungo il trasporto merci, sarà necessario deviare tutto quel traffico ferroviario su gomma e per farlo dovremo mettere mano al sistema autostradale, in Italia e in Francia, con i relativi costi. La terza ipotesi di lavoro è non fare il tunnel di base e ristrutturare la linea di montagna del Frejus, ma anche questa soluzione non sarebbe certo a costo zero.

Perché neanche i tecnici riescono a raggiungere un’intesa su un argomento apparentemente neutrale come i numeri della Tav?

Perché non sono numeri neutrali. I fattori che scegli per impostare l’analisi risentono di altrettante scelte politiche. Delegare queste scelte ai tecnici è scorretto e, in ogni caso, non le rende neutrali. L’analisi costi-benefici cambia se valuti in modo diverso il tempo risparmiato dai viaggiatori, se includi o meno le tasse oppure in base al salario che calcoli per ogni occupato, a seconda dell’importanza che assegni al benessere dei consumatori rispetto al ricavo delle imprese. Per non dire delle previsioni della domanda. Se prevedo che aumenti dell’1% o del 2% cambia tutto. Pensate a quant’è poco neutrale il tasso di sconto: un tasso di sconto più alto significa valutare meno il benessere delle generazioni future. Se ho dei benefici molto lontani nel tempo, e li sconto a un tasso elevato, essi perdono peso fino a essere addirittura irrilevanti. Se invece uso un tasso di sconto molto basso, i benefici protratti nel tempo pesano di più e quando vado a fare la differenza costi-benefici i risultati cambiano. Per questo si fanno le analisi di sensitività sulle analisi costibenefici: per capire come cambiano i risultati al cambiare delle ipotesi e dei giudizi di valore, che vanno ben esplicitati.

La farà questì’analisi di sensività il pool incaricato da Toninelli?

Lo spero per loro, se vogliono essere davvero “tecnici”.

da Avvenire

Alta velocità. Tav, il «no» alla Torino-Lione è un regalo a Francia e Germania

Tav, il «no» alla Torino-Lione è un regalo a Francia e Germania

Il leader storico di Force ouvrière, il sindacato francese anti-marxista, Marc Blondel, proveniva dall’associazionismo degli insegnanti, e a chi gli faceva notare l’aumento del costo dell’istruzione rispondeva serafico: «Sono certo che quello dell’ignoranza è maggiore e cresce ad un tasso più veloce». Questo aneddoto calza perfettamente per il ‘caso Tav’.

Una commissione di giuristi sta esaminando i costi finanziari per l’Erario, nonché le implicazioni legali legate al ritirarsi unilateralmente da accordi firmati da governi e ratificati da Parlamenti italiani. Le stime preliminari che circolano si aggirano sui 4 miliardi di euro, più o meno quanto il costo per l’Italia del completamento dell’opera, cioè 4,8 miliardi. A rimborsi e penali, si dovrebbe poi aggiungere il costo del ripristino del territorio (dato che 30 chilometri di tunnel sono stati già scavati), nonché i costi per dare misure minime di sicurezza alla galleria esistente che risale al 1856, insicura oltre che lenta. Per tale adeguamento ci vorrebbero, secondo l’Osservatorio per la Torino-Lione, tra 1,4 e 1,7 miliardi. Il percorso, però, resterebbe tale da far passare solo i treni corti e leggeri.

Questi numeri, semplici ma non grossolani, se confermati dalla commissione ministeriale dicono in modo eloquente che fare marcia indietro costerebbe molto di più che completare l’opera. Ma il vero costo di una rinuncia sarebbe il danno, per l’Italia e per tutta l’Europa, legato all’impedire una linea rapida ed efficiente di trasporto merci e passeggeri nella parte meridionale dell’Unione Europea. Le nove analisi economiche fatte in passato sottolineano come da questa eventuale scelta il Paese più danneggiato sarebbe il nostro e i più avvantaggiati Francia e Germania.

Negli Anni Novanta, all’inizio dei negoziati sul corridoio, Parigi era poco entusiasta poiché aveva già in mente un percorso alternativo (che ha completato), mentre Berlino era favorevole a un ‘passaggio’ a sud delle Alpi perché preoccupata dell’ingolfarsi delle infrastrutture nel proprio territorio. In effetti, da anni già funziona una rapidissima Lione-Monaco di Baviera da cui si arriva velocemente a Berlino, per poi proseguire sino a Kiev e (in periodo di non belligeranza) a Mosca. In caso di rinuncia dell’Italia, la Francia potenzierebbe (con una piccola parte delle restituzioni e penali incassate dall’Italia) la Lione-Monaco e la Germania accelererebbe il programma già esistente per potenziare la Monaco-Berlino.

Si farebbe un regalo, insomma, soprattutto ai cugini tedeschi accentuando la rotta europea dello sviluppo (anche in termini di maggior produttività) che passa per la Baviera, la Sassonia, il Magdeburgo, sino a Berlino. E si penalizzerebbe l’Italia. Si sarebbe in piena contraddizione con quanto hanno più volte scritto e detto i ministri Paolo Savona (Affari europei) e Tria (Economia), a proposito dell’esigenza di riequilibrare la via dello sviluppo verso un asse più meridionale. Avranno, loro, voce in capitolo?

C’è chi sussurra che i treni-merci, lunghi e pesanti, potrebbero transitare dal Gottardo, dal Brennero, dal Loetschberg, tutti tunnel al di fuori però del ‘corridoio’ meridionale. Ciò porterebbe ancora una volta le merci italiane più a nord e faciliterebbe la crescita della Germania rispetto a quella dell’Italia. I porti di Genova e Trieste deperirebbero. E l’Italia (non solo il Nord) resterebbe isolata dalla via dello sviluppo.

Avvenire

L’EX MOGLIE È ‘SCANSAFATICHE’, IL GIUDICE BLOCCA L’ASSEGNO

SENTENZA A TREVISO: ‘HA ETÀ E LAUREA PER TROVARE UN LAVORO’ Se l’ex moglie è una scansafatiche non ha diritto all’assegno di mantenimento: un giudice di Treviso ha negato i 1.900 euro al mese che una donna voleva come assegno di divorzio e ha interrotto la corresponsione di 1.100 euro che da oltre un anno riceveva dall’ex marito. Alla donna, di 35 anni, viene imputata “una inerzia colpevole nel reperire un’occupazione”: per i giudici “ha un’età che le consente di reinserirsi nel mondo del lavoro e possiede un titolo di studio facilmente spendibile”. Per gli avvocati matrimonialisti è una sentenza giusta.

ansa