ARRESTO CARDIACO, EVITABILE 1 MORTE SU 3. DENUNCIA 118

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PRESIDENTE A MINISTRO GRILLO, SUBITO OSSERVATORIO OPERATIVO Un massaggio cardiaco tempestivo entro i primi 3 minuti di un arresto cardiaco consentirebbe di salvare 20 mila delle 60 mila persone che muoiono ogni anno all’improvviso. Non solo: se si effettuassero con immediatezza le manovre di disostruzione, si salverebbero almeno 40-50 persone ogni 100 che perdono la vita in caso di ostruzione delle vie aeree, di cui almeno il 40% bambini. E’ la denuncia del presidente del 118, Mario Balzanelli, che chiede al ministro Grillo l’istituzione di un Osservatorio Nazionale Permanente e operativo.

VIOLENTATA IN ASCENSORE ALLA STAZIONE, FERMATI I 3 AGGRESSORI

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LA RAGAZZA GIÀ SFUGGITA A UN TENTATIVO DI STUPRO 20 GIORNI FA I tre aggressori della 24enne violentata in un ascensore della stazione della Circumvesuviana avevano già provato ad abusare di lei, una ventina di giorni fa, nello stesso luogo, ma la giovane era riuscita a divincolarsi e non aveva denunciato l’accaduto. Ieri, con il pretesto di chiederle scusa per quel fatto, l’hanno invitata con insistenza a fumare uno spinello in loro compagnia, per poi aggredirla. L’hanno violentata a turno, entrando ognuno nel vano ascensore mentre uno degli altri due teneva ferme le porte.

Maltempo: Protezione civile, venti forti in arrivo

(ANSA) – ROMA, 6 MAR – Da domani l’arrivo di una depressione di origine atlantica determinerà un peggioramento delle condizioni meteo sulle regioni settentrionali e un rinforzo dei venti su gran parte dell’Italia. Sulla base delle previsioni disponibili, il Dipartimento della Protezione Civile d’intesa con le regioni coinvolte – alle quali spetta l’attivazione dei sistemi di protezione civile nei territori interessati – ha emesso un avviso di condizioni meteorologiche avverse.

L’avviso prevede da questa notte venti da forti a burrasca meridionali sulla Sicilia, specie sul versante occidentale. Saranno possibili mareggiate lungo le coste esposte. Dalle prime ore di domani si prevedono venti da forti a burrasca sud-occidentali, con locali raffiche di burrasca forte, su Lombardia settentrionale, Emilia Romagna e Marche, in particolare sui settori appenninici, in estensione dalla tarda mattinata ad Abruzzo e Molise. Sulla base dei fenomeni previsti e in atto per domani è stata valutata allerta gialla su alcuni settori lombardi.

La conversione, tra benignità e pietà di Dio

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È la seconda strofa dell’inno feriale per le Lodi di Quaresima. Che questo sia un tempo “favorevole” è fuori questione. Come l’Avvento, la Quaresima è chiamata “tempo forte” per il particolare impegno che richiede nella vita spirituale.

Il senso letterale del latino acceptabile è ancora più significativo. L’immagine è già implicita nel verbo dans, “dando, mentre dai”, omesso nella traduzione, ma ripreso nel successivo “donaci”, che ricupera anche il senso di tribue.

L’immagine, però, va tenuta ben presente, perché è cruciale. Nella prospettiva di fede il tempo è Dio che lo dà: a noi tocca, per logica conseguenza, accettarlo dalle sue mani, anche se capita, beninteso, che si ignori tale origine o che la si rifiuti, quando si considera il tempo, insieme a molte altre cose di cui godiamo, come nostra proprietà assoluta, di cui possiamo disporre a nostra volontà.

La Quaresima, tempo “favorevole”

Per il credente il tempo è dunque un “favore”, un’opportunità che, in linea di principio, sarebbe sciocco respingere o trascurare. Ecco perché è bene dire subito che il dono di Dio ha come due facce: è un “dono”, che chiama di riflesso un “cuore docile” che lo capisca, lo accolga, ne faccia tesoro, e lo trasformi in terreno fecondo di frutti. Tutto è detto nei primi due versi.

Viene ora da chiedersi cosa abbia di particolare il tempo di Quaresima per essere qualificato come “favorevole/accettabile”. L’espressione finita nell’inno viene da san Paolo (2Cor 6,2) che, a sua volta, la prende da Isaia, e in sé pare non riferirsi a un tempo specifico; piuttosto sembra un principio applicabile a qualsiasi ora, quella lunghissima ora che è l’interim, il frattempo, il tempo di mezzo tra la venuta di Cristo e il suo ritorno. Il tempo, cioè, rimane un elemento che indica una durata. Che sia poi un dono di Dio da accogliere, da far fruttare, da “redimere” (Ef 5,16; Col 4,5) dal rischio del nulla e dell’insignificanza, dipende dall’occhio che lo guarda, dal cuore che lo accoglie per farne buon uso.

Che tale percezione trovi un’occasione privilegiata nella stagione quaresimale è un’intuizione successiva, che appare già chiara nelle regole monastiche, nei secoli in cui andò formandosi il ciclo liturgico attorno alle due grandi feste di Pasqua e Natale, e ai relativi tempi destinati a prepararle nel cuore dei credenti. Così, per l’impegno ascetico che comporta, e per il riferimento al mistero centrale della Pasqua, la Quaresima ha finito per attirare su di sé tutto ciò che qualifica un tempo come “favorevole”, al punto che il cristiano dovrebbe vivere, idealmente, in un perenne stato quaresimale.

È solo perché ciò non è materialmente possibile che una sana pedagogia ha previsto un tempo speciale in cui, in certo senso, uno si rifà le ossa e i muscoli in vista di una lotta che deve affrontare ogni giorno. Se la Quaresima è tempo favorevole per antonomasia, ciò che lo rende tale deve funzionare, in misura più o meno rilevante, nei segmenti ordinari della quotidianità.

Non credo sia necessario richiamare il gruppo di pratiche e di riti che marcano questo tempo: il trio preghiera-elemosina-digiuno (Mt 6,1-18), le “penitenze”, la sobrietà nelle sue varie forme, il deserto come esercizio del silenzio, la sospensione dell’alleluia, la meditazione sulla Passione, centrata sul pio esercizio della Via Crucis ecc.

La svolta “penitenziale”

Nello stile estremamente sobrio degli Inni, tutto questo si riassume in una sola parola:poenitentia. Il termine rimanda a un celebre proclama che segna in Marco l’inizio del ministero di Gesù: il tempo è compiuto, il regno dei cieli è vicino, pentitevi e credete al vangelo. È ancora questione di tempo, come si vede.

La svolta “penitenziale” è accentuata dal rito delle “ceneri” che segna l’ingresso in Quaresima. Ci è chiesto di ricordare che siamo “polvere”, che però, plasmata dalle mani di Dio, fa di noi una persona umana. È detto tutto. Nel tempo, la polvere che si affida al suo creatore, entra gradualmente nel regno, impara a credere all’incredibile e conquista la gioia del vangelo, la verità e la realtà della “bella notizia” che salva.

Tutto considerato, tradurre poenitens cor con “cuore docile” mi pare la scelta giusta, in grado anche di togliere quel che di lugubre e triste che pare inguaribilmente incollato al termine “penitenza”. Meglio vivere la quaresima come allenamento che rinvigorisce in noi una novella primavera, una fatica che si fa volentieri in vista di un traguardo felice.

Il cuore docile, quello cioè che si lascia ammaestrare e guidare, che sa piegare la durezza orgogliosa per farsi attento e malleabile, si trova nel mezzo di due aspetti complementari di Dio: la benignitas e la pietas. La prima “converte”, la seconda “tollera”.

La forza propulsiva della benevolenza ci è di stimolo, la pazienza della pietà ci impedisce di cadere nell’inerzia e nella disperazione a causa di frequenti insuccessi e fallimenti. Ciascuno impara per sé, conoscendosi, su quale di queste due leve puntare perché il dinamismo della sua vita spirituale si mantenga vivo e non indugi in troppe pause sterili.

Non è senza significato che l’inno ami sottolineare come la pietas costituisca una risorsa inesauribile, longa, sempre lì, sempre disponibile, sempre offerta.

Il verbo suffero, che certo significa tollerare, sopportare, contiene però anche una dimensione di fatica, di sofferenza, che è utile ricordare per togliere alla pietà ogni connotazione dolciastra e fatua. Niente di meglio, in proposito, che ricollegare questo termine alla figura dell’Ecce homo, diffusissima tra il Trecento e il Seicento come imago pietatis, resa ancor più famosa dalle moltissime Pietà, con in mezzo, a fare da perno tra queste due immagini, la figura del Crocifisso letto come speculum patientiae.

Entrano in scena i “novissimi”

Per lungo tempo la predicazione sulla conversione ha puntato molto su motivazioni che privilegiavano una sorta di terrorismo psicologico. Gli Esercizi Spirituali, nati al tempo della Riforma, facevano perno sui Novissimi: morte, giudizio, inferno, paradiso. Tre su quattro di questi temi non miravano certo alla consolazione e al conforto.

Ricordo ancora molto bene come, negli anni Cinquanta, nel seminario dove trascorrevo gli anni della mia adolescenza e giovinezza, il meccanismo vagamente terroristico che doveva condurre alla liberatrice confessione generale, funzionava alla perfezione.

Ritrovai gli stessi discorsi, con le stesse citazioni bibliche, nel Ritratto di un artista da giovanescritto da Joyce nel primo Novecento. Ma anche qui, la storia riserva interessanti sorprese.

Ho letto di recente una raccolta di saggi sulla predicazione del Giudizio finale nel medioevo. Risulta che l’uso della paura legata a temi “apocalittici” è piuttosto raro. Prevaleva la presentazione del Giudizio alla luce di Mt 25,31-46, la parabola delle pecore e dei capri, come invito a considerare la responsabilità nelle scelte morali.

Altrettanto dominante era la rappresentazione del paradiso, raffigurato come città dell’ordine e dell’amicizia, in contrapposizione all’inferno letto come spazio del caos e dell’odio. L’iconografia del tempo mette bene in luce questi due quadri contrapposti, pure se certi toni d’allora oggi possono sembrare eccessivi.

Le ultime realtà, nel medioevo, erano presentate, come dovrebbe essere, in quanto esito e specchio di ciò che accade nell’oggi, e in questo il positivo prevale nelle motivazioni che invitano a conversione. È la scelta tra incantare col bene e spaventare col male.

Gli effetti nelle relazioni

Così l’inno antico. Le fonti della conversione sono la benevolenza di Dio e la sua lunga, inesauribile pazienza. Forse capiremmo meglio e di più tali motivazioni se fossimo noi stessi a praticare generosamente queste due virtù. Magari invece siamo facili a deprecarne la mancanza in chi ci tratta male, e si mostra con noi gretto e meschino invece che benigno, irritabile e intollerante invece che paziente. È sempre molto utile, anche nella catechesi su Dio, partire da noi stessi e lì concludere, pena fare discorsi astratti e inefficaci, belli forse, ma inutili.

Ascoltando certe prediche e istruzioni mirate a descrivere il comportamento amabile del Dio della Bibbia, mi è capitato spesso di percepirle come discorsi zoppi e monchi, perché, come amo dire, privi della “prolunga relazionale”. E questo è molto strano, perché quello che diciamo di Dio non può che risultare da ciò che sappiamo dei nostri sentimenti e atteggiamenti, e da come li nominiamo.

È triste quando accade che, arrivati a Lui e a una comprensione di come agisca il suo cuore, restiamo come sospesi per aria, dimenticando da dove parte il discorso e dove dovrebbe arrivare: la nostra realtà, soprattutto quale traspare dalle nostre relazioni.

Con i tanti modelli che ci offre la Bibbia, essi stessi compresi alla luce della nostra esperienza, possiamo arrivare a scoprire il dinamismo salutare del Dio-Trinità, del Dio-comunione, del Dio-relazione, ove benignitas e pietas prendono tutto il loro spessore.

settimananews

Suore: abusi e criteri

Un documentario e un dossier riaccendono l’attenzione sugli abusi alle suore. Il video è stato diffuso il 5 marzo da Arte, una emittente televisiva francese con il titolo Religiose abusate, l’altro scandalo della Chiesa; il dossier è il n.11 (2018) di Documents Episcopat: «Derive settarie nelle comunità cattoliche».

L’immagine e la parola

Dopo due anni di lavoro in diversi paesi d’Europa e del mondo E. Drévillon, M-P. Raimbault e E. Quintin hanno montato un’ora e mezza di trasmissione. Le decine di testimonianze prodotte, crude e shoccanti, implodono in una denuncia generale e particolare. Quella generale è sul mondo clericale come sistema ecclesiastico di «prossenetismo clericale». In particolare, si censura il pontificato di Giovanni Paolo II come un luogo di coltura dell’impunità e della minimizzazione dei problemi.

La Conferenza episcopale francese ha riaffermato l’impegno nella lotta contro gli abusi sessuali nella Chiesa come «una priorità di cui ciascuno porta una piena responsabilità». Più ampia e argomentata la reazione della Conferenza dei religiosi e delle religiose (Corref). Essa parla di un reportage «agghiacciante» e «difficilmente sopportabile», capace di mostrare una «realtà crudele e orribile». A conferma delle denunce del recente incontro sugli abusi a Roma.

«Il documentario annota le cause interne alla Chiesa: il carattere sacro del prete e del religioso, un potere senza limiti, una concezione svilente dell’obbedienza, un machismo persino viscerale, una furberia allucinante e una reificazione delle donne, anche quando si trovano incinte. Ricorda anche cause esterne come la povertà delle religiose e delle comunità. Una precarietà che può motivare un vero mercanteggiamento sessuale di cui le superiore sono complici».

Se gli istituti internazionali risultano più attenti rispetto a quelli diocesani, resta comunque molto ancora da fare: fine dell’impunità per gli abusatori e delle complicità; denuncia degli abusi di potere, di coscienza e sessuali; sostegno all’indirizzo di papa Francesco e delle Unioni delle superiore e dei superiori generali .

Due le testimonianze particolarmente ampie: l’ex-suora Michèle-France, vittima del fondatore della comunità Saint-Jean, e un’ex-consacrata nella comunità dell’Arche. Le comunità interessate hanno rinnovato le proprie scuse, confermando le condanne già erogate e la memoria già rivista del fondatore della comunità di Saint-Jean.

Comunità settarie

Del dossier di Documents Episcopat riprendo solo i criteri con cui si riconoscono le comunità che hanno derive settarie e che spesso sono i luoghi di sviluppo degli abusi.

  • Scarso discernimento iniziale. Capita di accettare nel ministero e nella vita religiosa persone inadatte. «Con ragioni diversificate: la tentazione del numero e la paura di scomparire, la seduzione del giovanilismo, della potenza spirituale, il misconoscimento o il blocco sulle fragilità psicologiche». Ignorando le indicazioni convergenti del diritto e delle conferenze episcopali per un’attenta informazione soprattutto nel caso di chi migra da un seminario all’altro.
  • Il culto del fondatore. «Succede in determinati gruppi che il fondatore prenda in qualche modo il posto di Cristo: i membri lo venerano, la mettono su un piedestallo, gli garantiscono un’obbedienza e meglio una sottomissione assoluta». Si scambia la paternità e maternità spirituali con usurpazioni e infantilismi.
  • Fuori del gruppo non c’è salvezza. Il gruppo e la comunità rivendica tutte le vocazioni (celibi, sposati, religiosi, preti ecc.), si presentano come diversi da quanto esiste nella chiesa, unici luoghi di fervore davanti alla tiepidezza di tutti. Nessun spazio per competenze esterne (psicologi) o per sapienze estranee (padri spirituali e confessori sono solo interni).
  • Al di sopra delle leggi. Non si considerano del mondo, ma sopra il mondo. E quindi anche sopra le leggi civili e canoniche, senza parlare delle infrazioni economiche e fiscali.
  • La rottura con l’esterno. Nelle loro biblioteche molti autori non entrano, non sono graditi visitatori troppo curiosi o predicatori che non condividono il carisma del gruppo.
  • Tagliare i ponti. Si interrompono i rapporti familiari, amicali e sociali. Si troncano gli studi, la professione, la gestione dei beni. Le informazioni sono filtrate, le letture vengono indirizzate, si confonde lo spirituale con lo psichico. Fino alla rottura anche con le altre espressioni di Chiesa, dalle autorità episcopali alle altre comunità e movimenti.
  • Formazione predeterminata. È «nutrita esclusivamente di scritti del fondatore e di una selezione tendenziosa di autori. L’accento non è mai principalmente sulla parola di Dio».
  • Vocabolario proprio. Nel gruppo hanno corso parole, verbi ed espressioni tipiche che costruiscono una costellazione facilmente riconoscibile.
  • Devozioni molteplici. La scarsa coerenza dottrinale si alimenta della molteplicità delle devozioni, con un particolare accento sul ruolo del maligno e su forme di esorcismo improprio.
  • Condizioni al limite. Carenze alimentari, contrazione dei tempi di sonno, scarsa attenzione all’igiene, lavoro estenuante ecc. Povertà come mendicità. Se succede qualcosa (ferite, cadute e altro) tutto è sublimato nella mistica dell’evento.
  • Disincarnazione e dolorismo. L’autorità parentale è trasferita sul superiore o sul leader. Ogni trattamento terapeutico è risolto con la fede. Ogni sofferenza, in particolare psichica (depressioni, burnout ecc.) o è negata o sottoposta a un consumo eccessivo di farmaci.
  • Proselitismo. «I membri del gruppo escono dalla loro cittadella per convertire, costi quello che costi, gli altri, collocati nell’ignoranza e nell’errore». L’invito a entrare diventa ossessivo, prima che sorgano dubbi o confronti.
  • Confusione tra foro interno e foro esterno. È moneta corrente confondere quello che è rappresentato dalle azioni e dai comportamenti (foro esterno) rispetto a quello che appartiene alla coscienza e all’intimo (foro interno). La medesima persona o lo stesso gruppo sono a un tempo superiori, direttori spirituali, confessori ecc.
  • Voti particolari. Ci sono dei voti aggiunti ai tre della tradizione (povertà, castità, obbedienza) che lasciano spazio a manipolazioni gravi. Ad esempio, il voto di unità, che delegittima ogni critica.
  • Imposizione del segreto. Non si parla all’esterno di quanto succede in comunità e, anche nel caso di visite canoniche, la comunicazione è predeterminata. Quando arriva un commissario si mette in moto un governo parallelo in capo ai vecchi superiori.
  • Menzogne e dissimulazioni. Per ottenere l’approvazione ecclesiastica si cancellano i punti negativi e la documentazione è sotto segreto.
  • Autoritarismo. La virtù più sollecitata è quella della sottomissione incondizionata e assoluta. Grande diffidenza verso il Codice di diritto canonico e le normative previste per la vita consacrata.
  • Stop alle domande critiche. Non si fanno e non si accettano domande scomode. Davanti ad esse la risposta è drastica: «non fai più parte della comunità e del gruppo».
  • Umiliazioni e colpevolizzazioni. «Colui che solleva questioni non ha buona stampa nelle comunità devianti. È subito presentato come traditore». La dinamica relazionale è ridotta all’estremo: o sottomissione o esclusione.
  • Uscita. È sempre dolorosa, senza possibilità di spiegazioni dell’interessato, coperta dal segreto e priva di ogni sostegno economico.
  • Incoerenza. Per il superiore o il leader non valgono le regole comuni. Né per quanto riguarda la vita ordinaria, né per quanto attiene alla gestione finanziaria. Gli abusi sono dietro l’angolo, sia sessuali, sia di potere, sia finanziari.

«Un solo criterio non è sufficiente per qualificare un gruppo come luogo di derive settarie. Soltanto un fascio di criteri permette di prendere coscienza del carattere patologico di una comunità o di una associazione. In realtà è incredibile constatare che l numero di sintomi descritti sopra si ritrovano in maniera ricorrente in tutti i gruppi oggi “chiacchierati”».

Settimana News

Scandalo Pedofilia nella Chiesa: Papa Francesco, cambi davvero e riaccolga i preti sposati

Lo scandalo della pedofilia nella Chiesa non deve distrarre. È la classica punta dell’iceberg che nasconde qualcosa di ancora più grande: il silenzio endemico, sistemico, geometrico che ha soffocato ogni reazione per difendere i bambini e la Chiesa di tutti dagli abusi. I segnali della portata devastante di questa metastasi sono stati per anni incredibilmente sottovalutati. […] Oggi i vescovi a capo di tutte le conferenze episcopali, riuniti in summit, si stracciano le vesti, fanno sfilare le vittime fino a ieri nascoste, si appropriano mediaticamente della denuncia, ma è troppo tardi.

Gli abusi sui bambini, ha tuonato papa Francesco, sono «una piaga all’ interno della Chiesa. La disumanità del fenomeno a livello mondiale diventa ancora più grave e più scandalosa nella Chiesa, perché in contrasto con la sua autorità morale e la sua credibilità etica». Tutto vero. Eppure questo già lo sapevano e nulla è stato fatto.

Aveva ragione Georg Gäsnwein, storico segretario fidatissimo di Benedetto XVI, quando nel settembre scorso sostenne che la pedofilia rappresenterà l’ 11 settembre per la Chiesa: «Oggi, la Chiesa cattolica guarda piena di sconcerto al proprio nine/eleven, al proprio 11 settembre, anche se questa catastrofe non è purtroppo associata a un’ unica data, quanto a tanti giorni e anni, e a innumerevoli vittime».

E, braccato dai dubbi, aggiunse: «Il lamento di Benedetto XVI ai vescovi americani del 2008 sulla profonda vergogna» causata dagli abusi sessuali «non riuscì a contenere il male, e nemmeno le assicurazioni formali e gli impegni a parole di una grande parte della gerarchia».

[…] Il paragone di Gänswein con l’11 settembre degli Usa è vero solo nella prima parte, quello dello choc e della devastazione, delle vittime che camminano con la morte dentro, ma non in quello della reazione. Dopo le Torri gemelle gli Usa ebbero una reazione ad alzo zero in tutto il pianeta. In pochi giorni chiunque aveva avuto a che fare con la famiglia di Osama Bin Laden si vide messo in black list, i patrimoni sequestrati, le attività controllate dai servizi segreti. Era solo il primo passo di una guerra che dura tuttora, declinata in ogni forma.

Per sei lunghi interminabili anni, invece, questo pontificato non ha considerato una priorità la lotta alla pedofilia. Il testimone lasciato da Benedetto XVI, che spinse le diocesi americane a risarcire le vittime, è caduto nel vuoto. Joseph Ratzinger aveva compiuto una svolta epocale, riconoscendo la giustizia dei tribunali oltre a quella divina. Non aveva però avuto la forza di destrutturare il sistema delle protezioni a catena, già ben descritto nel film Il caso Spotlight.

Non basta cioè condannare e ridurre allo stato laicale il sacerdote che abusa, serve individuare chi lo ha coperto e chi ha fatto finta di non vedere. Solo così si spezza questa catena che uno a uno sta tirando giù i pilastri del tempio. […] La prova plastica di ciò si riassume bene nei disastri della commissione contro gli abusi del clero, che Bergoglio istituì nel 2014. La task force partì con le migliori intenzioni, cooptando diverse vittime che entrarono nel gruppo di lavoro. Peccato che in tutti questi anni non abbia mai fatto notizia per aver individuato e fatto condannare preti che abusavano o vescovi e cardinali che li proteggevano.

No, l’ unica volta che ha goduto dei riflettori dei media è quando la consigliera irlandese Marie Collins, vittima abusata da giovane da parte di un sacerdote, nel marzo del 2017 se ne andò sbattendo la porta: «È vergognosa la mancanza di cooperazione da parte della curia romana» nella lotta alla pedofilia. Chi s’ immaginava che Francesco raccogliesse la denuncia d’ insabbiamento della Collins da parte di settori del Vaticano, cacciando i depistatori, è rimasto deluso.

Il Papa ringraziò la signora accettando «le dimissioni con profondo apprezzamento per il suo lavoro a nome delle vittime e dei sopravvissuti degli abusi del clero».
Grazie e arrivederci. Eppure non era la prima a denunciare l’inattività. Nei mesi precedenti un altro consigliere e vittima di abusi da parte di un prete, l’attivista inglese Peter Saunders, aveva sbattuto la porta per protestare contro l’atteggiamento dell’ allora potentissimo cardinale George Pell, prefetto della segreteria per l’Economia.

Saunders era allibito e scandalizzato perché Pell aveva risposto con certificati medici alle richieste di essere interrogato dalla commissione governativa australiana che all’ epoca doveva far luce sugli abusi e la gestione dei sacerdoti colpevoli o sospettati di abusi nella diocesi di Melbourne, quando il porporato ne era l’ arcivescovo.

Era un segnale d’ allarme, che doveva accendere un faro su questo porporato oggi clamorosamente in carcere dopo la condanna per pedofilia. […] E c’ è forse da chiedersi perché Francesco, gesuita attento e prudente, abbia scelto come collaboratore «numero uno» un porporato esposto al vento di queste tremende accuse. […] Perché Bergoglio le sottovalutò? Le possibilità non sono molte. O nessuno aveva idea in Vaticano del reale quadro probatorio a carico di Pell.

E questo non è credibile perché la Chiesa rimane una delle più efficaci strutture informative sul pianeta. O qualcuno con dolo presentò a Francesco una situazione diversa dal reale, alleggerendo la massa critica che poi ha investito il «cardinale ranger». E questo, a voler inseguire la dietrologia, per costringere un domani il Papa stesso a una brutta figura. Oppure perché lo stesso Papa non considerò le accuse gravi, seppur costituissero comunque quella che oggi bolla come «piaga mostruosa».

panorama.it

Fede e web. Chi sono gli «influencer» cattolici

Chi sono gli «influencer» cattolici

«Personaggio popolare in Rete, che ha la capacità di influenzare i comportamenti e le scelte di un determinato gruppo di utenti e, in particolare, di potenziali consumatori, e viene utilizzato nell’àmbito delle strategie di comunicazione e di marketing». Per cominciare a parlare di influencer cattolici ti documenti andando a leggere – online, ovviamente – sul vocabolario Treccani la definizione di influencer, e subito ti viene in mente Chiara Ferragni: qualcuno i cui pochi riferimenti pubblici alla fede sono o negativi (come per la decisione di non battezzare il figlio) o dissacranti (come nell’immagine in cui è ritratta come la santa patrona degli influencer) o involontari (come quelli dei cronisti che, abbagliati dal matrimonio-evento, l’hanno descritta «all’arrivo in chiesa» per nozze invece civili).

Poi ti ricordi che al tema «La fede dei giovani e i loro influencer sui social network» è stata dedicata di recente una ricerca, promossa da Aleteia (ne ha parlato su Avvenire Gigio Rancilio il 26 ottobre). Vi risulta che tra gli influencerdei giovani digitali interessati alla religione il primo è papa Francesco, il secondo Paulo Coelho e il terzo il Dalai Lama. Va da sé che per accedere a questa classifica bisogna spogliare la definizione di influencer dal riferimento al consumo di beni, che invece vi riveste un ruolo centrale, a meno di non estendere tale concetto ai beni spirituali. Di conseguenza, occorre sostituire al concetto di “consumo” quello di “godimento”. E bisogna anche prescindere dal fatto che un influencer è un soggetto la cui popolarità si diffonde a partire dalla sua attività in Rete (come blogger e youtuber e come titolare di account sui social network) e non semplicemente attraverso la Rete.

Allora ti rivolgi proprio al Papa, che in effetti ha detto sull’argomento qualcosa di memorabile: rivolgendosi proprio ai giovani, durante la recente Gmg a Panama, ha individuato in Maria di Nazaret l’influencer cui affidarsi per orientare i comportamenti e scelte. Allontanandosi definitivamente dall’origine del termine e dal suo contesto: «Senza dubbio la giovane di Nazaret non compariva nelle “reti sociali” dell’epoca, lei non era unainfluencer, però senza volerlo né cercarlo è diventata la donna che ha avuto la maggiore influenza nella storia». Vale perciò la pena tentare di chiudere il cerchio e vedere, proprio a partire da Maria, con quale termometro misurare i tanti “influencer cattolici” che quotidianamente possiamo incontrare attraverso la Rete.

Per prima cosa – lo dice esplicitamente il Papa – un influencer cattolico è uno, o una, che stando online dice sì a Dio e alle sue promesse. Ha udito una chiamata ed è partito per l’ambiente digitale nella prospettiva di rispondere, anche (ma non solo) in questo modo, a quella chiamata. In secondo luogo è una o uno che custodisce, «meditandole nel suo cuore», le «cose» dello Spirito che vive. Parrebbe in contraddizione con la dimensione pubblica dell’influencer, ma non lo è, se diventa criterio di selezione delle parole e delle immagini che vengono postate.

Infine, è una persona che ci dice di fare quel che dice Gesù: ovvero, riesce a tenere la Parola di Dio come riferimento diretto dei contenuti che propone o dei giudizi che offre sui contenuti altrui. In sintesi: è chi si lascia utilizzare in Rete «nell’ambito delle strategie di comunicazione» del Signore. Ci sarà qualche figura che, in questo, eccelle. Ma ognuno di noi, anche se i suoi fan su Facebook si contano a decine e non a milioni, può fare la sua parte.

Avvenire

Mercoledì delle ceneri. La Quaresima: segni, gesti e parole di un tempo di conversione

Il colore liturgico che contrassegna la Quaresima è il viola

avvenire

Il 6 marzo, Mercoledì delle Ceneri, inizia la Quaresima. È il «tempo forte» che prepara alla Pasqua, culmine dell’Anno liturgico e della vita di ogni cristiano. La Quaresima si conclude il Giovedì Santo con la Messa in Coena Domini (in cui si fa memoria dell’istituzione dell’Eucaristia e in cui si svolge il rito della lavanda dei piedi) che apre il Triduo Pasquale. Quest’anno la Pasqua viene celebrata il 21 aprile. Come dice san Paolo, la Quaresima è «il momento favorevole» per compiere «un cammino di vera conversione» così da «affrontare vittoriosamente con le armi della penitenza il combattimento contro lo spirito del male», si legge nell’orazione colletta all’inizio della Messa del Mercoledì delle Ceneri. Questo itinerario di quaranta giorni che conduce al Triduo pasquale, memoria della passione, morte e risurrezione del Signore, cuore del mistero di Salvezza, è «un entrare nel deserto del creato per farlo tornare ad essere quel giardino della comunione con Dio che era prima del peccato delle origini», ricorda papa Francesco nel Messaggio per la Quaresima 2019.

Il numero 40

Nella liturgia si parla di “Quadragesima”, cioè di un tempo di quaranta giorni. La Quaresima richiama alla mente i quaranta giorni di digiuno vissuti dal Signore nel deserto prima di intraprendere la sua missione pubblica. Si legge nel Vangelo di Matteo: «Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame».

'Le tentazioni di Cristo sul monte' di Duccio di Boninsegna

“Le tentazioni di Cristo sul monte” di Duccio di Boninsegna

Quaranta è il numero simbolico con cui l’Antico e il Nuovo testamento rappresentano i momenti salienti dell’esperienza della fede del popolo di Dio. È una cifra che esprime il tempo dell’attesa, della purificazione, del ritorno al Signore, della consapevolezza che Dio è fedele alle sue promesse. Nell’Antico Testamento sono quaranta i giorni del diluvio universale, quaranta i giorni passati da Mosè sul monte Sinai, quaranta gli anni in cui il popolo di Israele peregrina nel deserto prima di giungere alla Terra Promessa, quaranta i giorni di cammino del profeta Elia per giungere al monte Oreb, quaranta i giorni che Dio concede a Ninive per convertirsi dopo la predicazione di Giona.

Nei Vangeli sono anche quaranta i giorni durante i quali Gesù risorto istruisce i suoi, prima di ascendere al cielo e inviare lo Spirito Santo. Tornando alla Quaresima, essa è un «accompagnare Gesù che sale a Gerusalemme, luogo del compimento del suo mistero di passione, morte e risurrezione e ricorda che la vita cristiana è una “via” da percorrere, consistente non tanto in una legge da osservare, ma nella persona stessa di Cristo, da incontrare, da accogliere, da seguire», ha spiegato Benedetto XVI nel 2011.

Le ceneri

Il Mercoledì delle Ceneri è giorno di digiuno e astinenza dalle carni (così come lo è il Venerdì Santo, mentre nei Venerdì di Quaresima si è invitati all’astensione dalle carni). Come ricorda uno dei prefazi di Quaresima, «con il digiuno quaresimale» è possibile vincere «le nostre passioni» ed elevare «lo spirito». Durante la celebrazione del Mercoledì delle Ceneri il sacerdote sparge un pizzico di cenere benedetta sul capo o sulla fronte. Secondo la consuetudine, la cenere viene ricavata bruciando i rami d’ulivo benedetti nella Domenica delle Palme dell’anno precedente. La cenere imposta sul capo è un segno che ricorda la nostra condizione di creature ed esorta alla penitenza.

Il Mercoledì delle Ceneri

Il Mercoledì delle Ceneri

Nel ricevere le ceneri l’invito alla conversione è espresso con una duplice formula: «Convertitevi e credete al Vangelo» oppure «Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai». Il primo richiamo è alla conversione che significa cambiare direzione nel cammino della vita e andare controcorrente (dove la “corrente” è lo stile di vita superficiale, incoerente ed illusorio). La seconda formala rimanda agli inizi della storia umana, quando il Signore disse ad Adamo dopo la colpa delle origini: «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritornerai!» (Gen 3,19). La Parola di Dio evoca la fragilità, anzi la morte, che ne è la forma estrema. Ma se l’uomo è polvere, è una polvere preziosa agli occhi del Signore perché Dio ha creato l’uomo destinandolo all’immortalità.

Il rito ambrosiano

A differenza del rito romano, in quello ambrosiano non c’è il rito del Mercoledì delle Ceneri dal momento che la Quaresima inizia domenica 10 marzo quando vengono imposte le ceneri durante le Messe festive della giornata. Una delle particolarità del rito ambrosiano, durante la Quaresima, è quella dei cosiddetti venerdì «aliturgici», parola tecnica che significa “senza liturgia eucaristica”. Chi entra, in un venerdì di Quaresima, in una chiesa di rito ambrosiano trova sull’altare maggiore una grande croce di legno, con il sudano bianco: simbolo suggestivo del Calvario e segno di abbandono. Si crea così un vero e proprio senso di vuoto, acuito dal fatto che per tutto il giorno non si celebra la Messa e non si distribuisce ai fedeli la comunione eucaristica.

Una celebrazione nel Duomo di Milano (Fotogramma)

Una celebrazione nel Duomo di Milano (Fotogramma)

I segni: digiuno, elemosina, preghiera

Il digiuno, l’elemosina e la preghiera sono i segni, o meglio le pratiche, della Quaresima. Il digiuno significa l’astinenza dal cibo, ma comprende altre forme di privazione per una vita più sobria. Esso «costituisce un’importante occasione di crescita», ha spiegato papa Francesco, perché «ci permette di sperimentare ciò che provano quanti mancano anche dello stretto necessario» e «ci fa più attenti a Dio e al prossimo» ridestando «la volontà di obbedire a Dio che, solo, sazia la nostra fame».

Il digiuno è legato poi all’elemosina. San Leone Magno insegnava in uno dei suoi discorsi sulla Quaresima: «Quanto ciascun cristiano è tenuto a fare in ogni tempo, deve ora praticarlo con maggiore sollecitudine e devozione, perché si adempia la norma apostolica del digiuno quaresimale consistente nell’astinenza non solo dai cibi, ma anche e soprattutto dai peccati. A questi doverosi e santi digiuni, poi, nessuna opera si può associare più utilmente dell’elemosina, la quale sotto il nome unico di “misericordia” abbraccia molte opere buone ». Così il digiuno è reso santo dalle virtù che l’accompagnano, soprattutto dalla carità, da ogni gesto di generosità che dona ai poveri e ai bisognosi il frutto di una privazione. Non è un caso che nelle diocesi e nelle parrocchie vengano promosse le Quaresime di fraternità e carità per essere accanto agli ultimi. Secondo papa Francesco, «l’esercizio dell’elemosina ci libera dall’avidità e ci aiuta a scoprire che l’altro è mio fratello».

Una mensa per i poveri a Roma. L'elemosina è attenzione agli ultimi (Foto Zizola)

Una mensa per i poveri a Roma. L’elemosina è attenzione agli ultimi (Foto Zizola)

La Quaresima, inoltre, è un tempo privilegiato per la preghiera. Sant’Agostino dice che il digiuno e l’elemosina sono «le due ali della preghiera» che le permettono di prendere più facilmente il suo slancio e di giungere sino a Dio. E san Giovanni Crisostomo esorta: «Abbellisci la tua casa di modestia e umiltà con la pratica della preghiera. Così prepari per il Signore una degna dimora, così lo accogli in splendida reggia». Per papa Francesco, «dedicando più tempo alla preghiera, permettiamo al nostro cuore di scoprire le menzogne segrete con le quali inganniamo noi stessi».

Il conteggio dei giorni

Già nel IV secolo vi è una Quaresima di 40 giorni computati a ritroso a partire dal Venerdì Santo fino alla prima domenica di Quaresima. Persa l’unità dell’originario triduo pasquale (nel VI secolo), la Quaresima risultò di 42 giorni, comprendendo il Venerdì e il Sabato Santo. Gregorio Magno trovò scorretto considerare come penitenziali anche le sei domeniche (compresa quella delle Palme). Pertanto per ottenere i 40 giorni (che senza le domeniche sarebbero diventati 36) anticipò, per il rito romano, l’inizio della Quaresima al mercoledì (che diventerà “delle Ceneri”). Attualmente la Quaresima termina con la Messa nella Cena del Signore del Giovedì Santo. Ma per ottenere il numero 40, escludendo le domeniche, bisogna, come al tempo di Gregorio Magno, conteggiare anche il Triduo pasquale.

La liturgia

Come nell’Avvento, anche in Quaresima la liturgia propone alcuni segni che nella loro semplicità aiutano a comprendere meglio il significato di questo tempo. Come già accaduto nelle settimane che precedono il Natale, in Quaresima i paramenti liturgici del sacerdote mutano e diventano viola, colore che sollecita a un sincero cammino di conversione. Durante le celebrazioni, inoltre, non troviamo più i fiori ad ornare l’altare, non recitiamo il “Gloria” e non cantiamo l’“Alleluia”. Tuttavia la quarta domenica di Quaresima, quella chiamata del “Laetare”, vuole esprimere la gioia per la vicinanza della Pasqua: perciò nelle celebrazioni è permesso di utilizzare gli strumenti musicali, ornare l’altare con i fiori, le vesti liturgiche sono di colore rosa.

Le letture delle Messe domenicali della Quaresima 2019

In questo Anno liturgico (ciclo C) la prima domenica di Quaresima rimanda ai quaranta giorni di Cristo nel deserto durante i quali il Signore viene tentato da Satana (Luca 4,1-13). In questa Domenica la Chiesa celebra l’elezione di coloro che sono ammessi ai Sacramenti pasquali. La seconda domenica di Quaresima è detta di Abramo e della Trasfigurazione perché come Abramo, padre dei credenti, siamo invitati a partire e il Vangelo narra la trasfigurazione di Cristo, il Figlio amato (Luca 9,28b-36). La terza domenica di Quaresima riporta la parabola dell’albero di fichi che il vignaiolo intende tagliare ma viene esortato a «lascialo ancora quest’anno» per vedere «se porterà frutti per l’avvenire» (Luca 13,1-9). La Chiesa in questa domenica celebra il primo scrutinio dei catecumeni e durante la settimana consegna loro il Simbolo: la Professione della fede, il Credo. La quarta domenica di Quaresima presenta la celebre parabola del Figliol prodigo, detta anche del Padre misericordioso (Luca 15,1-3.11-32). Nella quinta domenica di Quaresima si narra l’episodio della lapidazione dell’adultera con la frase di Cristo: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei» (Giovanni 8,1-11). Infine c’è laDomenica delle Palme in cui si fa memoria dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme e durante la quale viene letta la Passione di Cristo.

Una miniatura raffigurante Gesù davanti all'adultera che scrive: 'Chi è senza peccato scagli la prima pietra' (Foto Alinari)

Una miniatura raffigurante Gesù davanti all’adultera che scrive: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra” (Foto Alinari)

Quaresima e Battesimo

Da sempre la Chiesa associa la Veglia pasquale alla celebrazione del Battesimo: in esso si realizza quel grande mistero per cui l’uomo, morto al peccato, è reso partecipe della vita nuova in Cristo Risorto e riceve lo Spirito di Dio che ha risuscitato Gesù dai morti. Fin dai primi secoli di vita della Chiesa la Quaresima era il tempo in cui coloro che avevano udito e accolto l’annuncio di Cristo iniziavano, passo dopo passo, il loro cammino di fede per giungere a ricevere il Battesimo a Pasqua. Successivamente anche i penitenti e poi tutti i fedeli furono invitati a vivere questo itinerario di rinnovamento spirituale, per conformare sempre più la propria esistenza a Cristo. Nelle domeniche di Quaresima si è invitati a vivere un itinerario battesimale, quasi a ripercorrere il cammino dei catecumeni, di coloro che si preparano a ricevere il Battesimo, in modo che l’esistenza di ciascuno recuperi gli impegni di questo Sacramento che è alla base della vita cristiana.

Il Battesimo di un bambino (L'Osservatore Romano)

Il Battesimo di un bambino (L’Osservatore Romano)

Francesco: vivere da figli di Dio fa bene anche al creato

Ha per tema un versetto della Lettera di san Paolo a Romani “L’ardente aspettativa della creazione è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio” il Messaggio di papa Francesco per la Quaresima 2019. A fare da filo conduttore il creato. «Se l’uomo vive da figlio di Dio – scrive il Pontefice –, se vive da persona redenta, che si lascia guidare dallo Spirito Santo e sa riconoscere e mettere in pratica la legge di Dio, cominciando da quella inscritta nel suo cuore e nella natura, egli fa del bene anche al creato, cooperando alla sua redenzione». Invece, quando non viviamo da figli di Dio, «mettiamo spesso in atto comportamenti distruttivi verso il prossimo e le altre creature». Così «l’intemperanza prende allora il sopravvento, conducendo a uno stile di vita che vìola i limiti che la nostra condizione umana e la natura ci chiedono di rispettare».

Uno scorcio dell'Amazzonia in Brasile (Ap)

Uno scorcio dell’Amazzonia in Brasile (Ap)

Dal momento che la causa di ogni male è il peccato, allora «rompendosi la comunione con Dio, si è venuto ad incrinare anche l’armonioso rapporto degli esseri umani con l’ambiente in cui sono chiamati a vivere», sottolinea il Papa. Si tratta di «quel peccato che porta l’uomo a ritenersi dio del creato, a sentirsene il padrone assoluto e a usarlo non per il fine voluto dal Creatore, ma per il proprio interesse, a scapito delle creature e degli altri». Pertanto, aggiunge Bergoglio, «il creato ha la necessità impellente che si rivelino i figli di Dio». E «con la loro manifestazione anche il creato stesso può “fare pasqua”». Secondo il Pontefice, la Quaresima è occasione «per portare la speranza di Cristo anche alla creazione». Da qui l’invito: «Abbandoniamo l’egoismo, lo sguardo fisso su noi stessi, e rivolgiamoci alla Pasqua di Gesù».
Gli impegni del Papa

Francesco presiederà la Messa del Mercoledì delle Ceneri il 6 marzo alle 17 nella Basilica di Santa Sabina a Roma, prima stazione quaresimale dove è presente una forte salita, simbolo degli sforzi necessari alla conversione del cuore. La processione penitenziale partirà alle 16.30 dalla chiesa di Sant’Anselmo. Domenica 10 marzo inizieranno ad Ariccia gli Esercizi spirituali per la Curia Romana a cui parteciperà anche Francesco, che saranno predicati da dom Bernardo Gianni, il benedettino olivetano abate di San Miniato al Monte a Firenze. Il ritiro quaresimale si concluderà venerdì 15 marzo.

Gli Esercizi spirituali di Quaresima del 2018 con il Papa ad Ariccia (Vatican Media)

Gli Esercizi spirituali di Quaresima del 2018 con il Papa ad Ariccia (Vatican Media)

Lunedì 25 marzo il Pontefice sarà in visita nel Santuario mariano di Loreto mentre martedì 26 sarà in visita in Campidoglio a Roma. Venerdì 29 marzo alle 17 nella Basilica di San Pietro si terrà la celebrazione penitenzialepresieduta da Francesco. Il 30 e il 31 marzo è in programma il viaggio apostolico in Marocco. Domenica 14 aprile il Papa presiederà la Messa della Domenica delle Palme e della Passione del Signore alle 10 in piazza San Pietro.

CURATO A LONDRA IL SECONDO PAZIENTE AFFETTO DA HIV

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È STATO DECISIVO IL TRAPIANTO DI STAMINALI RESISTENTI Per la seconda volta da quando è scoppiata l’epidemia legata all’Hiv, il virus che causa l’Aids, un paziente a Londra sembrerebbe essere stato curato dall’infezione: lo riporta la rivista scientifica Nature, circa 12 anni dopo la notizia del primo paziente curato. Oltre alla chemioterapia il paziente aveva avuto il trapianto di cellule staminali di un donatore con una mutazione genetica resistente al virus, che gli ha cosi’ cambiato il sistema immunitario (ANSA).