Sacerdote leva l’abito talare per convolare a giuste nozze, “lui ha avuto coraggio”

Don Federico Sorrenti, 41 anni appena compiuti, è l’ultimo sacerdote ad essersi levato l’abito talare per convolare a giuste nozze con la sua amata, di 7 anni più giovane. Lui ha avuto il coraggio di compiere questo atto abbastanza rivoluzionario, ma sono in tanti invece che convivono con la disobbedienza, se è vero che 40 donne hanno firmato poco tempo fa una lettera a Papa Francesco per chiedergli di porre fine al celibato dei preti. L’annuncio del matrimonio di don Federico, parroco molto attivo, e altrettanto benvoluto, di Cerano, 6800 anime a 15 chilometri da Novara, l’ha dato il suo Vescovo, Franco Giulio Brambilla, con il quale lui aveva tenuto lunghe confessioni: «Il nostro parroco ha preso la decisione di non continuare a esercitare il ministero sacerdotale. Questa sua scelta, così dirompente e di grande impatto anche per la vostra comuinità, crea tanta sofferenza alla nostra Chiesa diocesana, a me e a voi, che avevate imparato ad apprezzarlo». Ma compiuto il passo decisivo verso l’altare, le difficoltà cominciano adesso per don Federico. Perché a scorrere le vicende di quelli che l’hanno preceduto si scoprono molte volte storie di dolore e di solitudine.

Un tradimento dalla sua comunità

Il matrimonio dei sacerdoti che abbandonano l’abito talare non è come quello di noi comuni mortali, forse perché alla fine è vissuto come un tradimento dalla sua comunità, a dimostrazione che non è solo il mondo clericale a patire questo difficile percorso verso la modernità, ma la Chiesa tutta, compresi i suoi fedeli. A Sorano, in provincia di Viterbo, una bella ragazza albanese di 30 anni che si era innamorata di don Giuseppe è stata addirittura presa a sassate dalla gente, lapidata in pubblica piazza, come se fosse una strega che ha corrotto l’anima del loro sacerdote. Adesso vivono insieme, ospitati in una chiesa, perché nessuno dei due riesce a trovare un lavoro. Tutto era cominciato nel 2001, quando don Giuseppe aveva aiutato il sindaco a organizzare una piccola colonia di profughi albanesi. Quando qualche tempo dopo arrivò Albana, fra loro nacque un’amicizia che si trasformò presto in amore. «Nel giugno del 2002», ha raccontato il sacerdote, «lei si era seduta su una panchina del giardino a leggere, quando un gruppo di ragazzi del paese, in compagnia di un uomo che lavorava all’università, cominciarono a tirarle delle pietre addosso, colpendola anche in volto, come se fosse una strega del Medioevo». Lui come don Federico ha lasciato l’abito talare, anche se continua a ripetere che «un sacerdote resta tale per tutta la vita». Un passo doloroso che li ha lasciati ancora più soli: «Io devo pensare a proteggerla, devo farmi carico di lei e della sua paura».

Non tutti hanno avuto lo stesso coraggio

Anche don Andrea, 45 anni, di Torino, che adesso vive di nascosto con una donna, di nome Laura, ha confessato tutti i suoi patimenti: <Quando l’ho vista, ho capito che niente sarebbe stato più lo stesso. Ero in una corsia di ospedale. Ho sentito uin dolore fortissimo. La mia vita, il mio rapporto con Dio, il voto che avevo fatto, tutto sarebbe stato messo in discussione.  Non facciamo male a nessuno, e anche nella mia vita di sacerdote sento di aver ritrovato entusiasmo. Ma è brutto nonm poterlo dire e vivere di nascosto>. Molti come lui, quel passo del matrimonio, non sono riusciti a compierlo. A Radio Cusano Campus, una donna, Katia, ha raccontato in diretta il suo amore travagliato: «Dieci anni fa, facevo la catechista in parrocchia. Con un sacerdote appena arrivato, è iniziata subito una simpatia. Lui mi cercava, mi telefonava, mi chiedeva opinioni su cose della parrocchia, e alla sera portavamo fuori i ragazzi dell’oratorio, al cinema o al bowling. Una volta l’ho accompagnato in parrocchia e prima di salutarci mi ha dato un bacio. Non avevo mai pensato a un rapporto con un prete, sono rimasta sorpresa. Ma tre giorni dopo l’ho rivisto e ci siamo di nuovo baciati. Abbiamo cominciato a frequentarci di nascosto, ma è stata una estate indimenticabile. I problemi sono cominciati dopo, quando sono rientrati gli altri parroci e lui ha cominciato a sentirsi in colpa e a dirmi che non dovevamo più vederci. Poi è stato scoperto da un suo superiore che lo ha detto a Roma e il Vaticano lo ha subito convocato. Gli hanno fatto il lavaggio del cervello. E’ tornato che era cambiato. Non viveva più il nostro rapporto con la stessa felciità degli inizi, ma come un peccato che lo torturava. Ci siamo continuati a vedere di nascosto. Alla fine lo hanno mandato in Brasile. Ci siamo visti prima che lui partisse, si è messo a piangere e mi ha detto in lacrime che era innamorato. Ora ci scriviamo delle mail in codice con nomi falsi. Lui è Elisir. Io Elisa».

I mille volti dell’amore

La loro storia li rende prigionieri a chilometri di distanza. Invece, Greta, una studentessa straniera, è solo lei prigioniera di un rapporto molto complicato, raccontato in un articolo deLa Stampa. Aveva 16 anni quando si innamorò del suo professore in un liceo della capitale di un Paese dell’Est europeo, Monsignor Jozsef, un teologo gesuita, di qualche anno più vecchio di lei. Questa sembra davvero un’altra storia, che ribalta i ruoli. L’altra faccia dell’amore. Perché Greta alla fine è quasi una vittima. I due intrecciano il loro rapporto per anni, sempre negandolo a tutti e ai genitori, soprattutto, che si sono insospettiti di questa frequentazione troppo assidua. All’Università Greta si mette assieme a un compagno di studi e papà e mamma non vedono l’ora che finalmente si sposi, ponendo fine così a tutti i dubbi che li attanagliano. Lei lo confessa in lacrime a Monsignor Jozsef, che comunque l’aveva scoperto da solo, frugando fra le sue carte. Il giorno delle nozze cerca di essere felice. Ma il matrimonio non decolla mai. Greta non riesce ad avere un rapporto sessuale con suo marito. Torna dall’uomo che le ha segnato la vita, e che lei vive come un suo Pigmalione. Anche dentro la Chiesa, l’amore ha la stessa faccia del sentimento che ha catturato l’uomo nella sua esistenza quotidiana. Con tutta la sua grandezza. E la sua tragedia.

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