Rileggere il ministero. Spazio ai preti sposati

settimananews

Nell’estate 2018 la redazione di SettimanaNews, in collaborazione con il Dipartimento di teologia cattolica dell’Europa-Universität di Flensburg, ha iniziato un progetto/processo seminariale di riflessione sul ministero ordinato nella Chiesa cattolica, in una stagione in cui le sue condizioni reali di esercizio si sono profondamente trasformate. L’auspicio è di arrivare a individuare le voci di un lessico minimo per il ministero che andranno a comporre la seconda parte del progetto con articoli brevi pubblicati, a partire dall’autunno/inverno 2019, su SettimanaNews.

Per ampliare il dibattito e favorire un confronto che chiami in causa anche i nostri lettori/lettrici, pubblichiamo l’intervento di don Antonio Torresin e don Davide Caldirola che ha introdotto i lavori del secondo seminario tenutosi a Milano nell’ottobre del 2018. L’intento di questo allargamento dei soggetti coinvolti nel nostro progetto è quello di una libera riflessione sul vissuto del ministero, una ricerca sui punti oggi urgenti per favorire una condizione evangelica e umanamente sostenibile di vivere il ministero.

 

Crisi del ministero?

Non una carenza di riflessione teologica ma di rilettura del vissuto. Molto è cambiato (il contesto culturale e le condizioni ecclesiali) ma il modello del prete sembra non trovare una nuova sintesi sostenibile. Il problema non sembra essere il ministero in quanto tale, ma il suo esercizio nella pastorale (Frings: «sono contento di essere prete, non posso più fare il parroco così»). Per questo può essere utile rileggere alcuni capitoli del vissuto per provare a cercare condizioni evangeliche di vivere il ministero.

Lavorare in perdita

Che cosa significa esercitare il ministero in una istituzione che vive un tempo crisi e di «tramonto»? Un’istituzione che per quasi 1700 anni si è legata a una cultura che ora vive un tempo di declino che sembra inarrestabile: come potrebbe non essere segnata da sintomi di crisi? Che cosa significa per un prete vedere continuamente capitoli che si chiudono (la sindrome del medico che lavora con i terminali)? Come reggere le attese e le pretese che oggi premono sul ministero (che tutto torni come prima)? Le reazioni (comprensibili) sono: o un distacco emotivo e progettuale o un affannoso tentativo di recupero delle posizioni con un’agitazione scomposta. Entrambe producono l’effetto di una stanchezza che consuma le forze: un ministero stanco? La percezione di consumare le energie per cose destinate a finire e che hanno poco a che vedere con il Vangelo. Siamo tutti «bravi nella pars destruens poveri nella pars construens».

Condividere la vita

A chi rende conto un prete? Sia della vita personale sia del «lavoro» pastorale? Condizioni di vita spesso fuori equilibrio. Nella vita personale: spazi di vuoti, o troppo pieni; disordine delle giornate; un rapporto con i beni e i soldi non ancorati alla vita reale… Anche nel ministero: spazi di autonomia senza verifica.

Circa la vita comune: né troppo vicini, né troppo lontani. Né troppo ideologici né semplicemente funzionali. Ma siamo privi di una tradizione condivisa. Il felice esito di una vita comune non può dipendere dai singoli personaggi che la interpretano, e chiede una regola e qualche parametro minimo cui riferirsi.

Non è facile pensare e sperimentare una vita condivisa in un contesto individualista e narcisista come il nostro (lavoriamo controcorrente).

Formazione e ministero

Il paradosso: un tempo di formazione che si fa sempre più lungo ma che sembra non bastare mai, e un ministero nel quale si proclama la «formazione permanente» ma non la si pratica.

Sui modelli formativi: continuiamo a mantenere in vita un modello (seminario) anacronistico (comportamentale e indifferenziato). E se la fine delle vocazioni di massa permettesse di elaborare un modello diverso?

Sulla formazione nel ministero: difficile superare il modello scolastico informativo (conferenze e aggiornamenti), e far emergere un modello attivo, più versatile, che prevede forme e linguaggi differenziati.

Un ministero ingolfato

Non sfuggiamo neanche noi alla crisi che colpisce molte istituzioni: ingolfamento burocratico e crescita dei «corpi intermedi». Se il ministero si allontana dalla vita reale delle persone diventa un problema. Eppure non possiamo sottrarci. In questo subiamo una «violenza» della istituzione (non voluta ma non per questo meno reale), una pressione a cui è difficile sottrarsi. («così non posso più fare il parroco», ma non conosco un’alternativa).

Una fatica insuperabile nello snellimento della pastorale. «Ciò che non riusciamo a lasciare adesso ce lo teniamo come peso, e un giorno ci sarà portato via».

Il ministero come disonesta ricchezza

Eppure, vale la pena. Si può fare del ministero una via del discepolato, anche di un ministero che pare sbagliato e come una «disonesta ricchezza», come se ci fosse richiesto di investire anche su beni «impropri». Proprio le ragioni d crisi sono quelle che maggiormente devono essere rilette in termini evangelici: non siamo chiamati ad essere efficienti ma a portare frutto (le due cose non sempre coincidono nei tempi e nei modi).

Se dobbiamo accompagnare il tramonto di un modello di Chiesa c’è modo e modo di morire e di accompagnare la fine: esiste un modo di vivere la fine come momento generativo. È una questione eminentemente spirituale e chiede che il ministero diventi il nostro «sepolcro/giardino», luogo dove morire (dare la vita) e rinascere (ricevere il nuovo dall’alto).

Un’invitabile ferita: gli abusi

Non è più tempo (grazie a Dio) dell’impunità o dell’immunità: non siamo diversi non siamo migliori (semplicemente abbiamo qualche responsabilità in più). La questione coinvolge certamente il capitolo della sessualità come un tema spesso rimosso, ma non si limita a questo. In essa si gioca una questione legata al potere, ovvero al clericalismo (espressione tipica di una dinamica di potere in una «società» maschile).

Per questo il tema del clericalismo è strettamente legato alla questione femminile rimossa nella chiesa. Sacerdozio alle donne: una questione di retroguardia? E poi: chi comanda in una parrocchia e nella vita quotidiana di un prete? Quando viene meno una sana reciprocità si aprono varchi a situazioni di dominio: clericalismo maschile e una invisibile ma reale dominanza del femminile.

Ancora sugli abusi: chi ascolta le vittime? E poi: ci manca un linguaggio con cui parlarne all’interno e all’esterno.

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