«Pregare e fare ciò che è giusto tra gli uomini». Quale Chiesa per resistere?

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«Comincio, credo, a comprendere il concetto di “Chiesa”»[1]. Il diciottenne Dietrich Bonhoeffer scrive queste parole nel momento in cui si trova a Roma, nel 1924. Ha assistito alla professione solenne di una quarantina di suore, a Trinità dei Monti; ha ascoltato il suono dell’organo, ha ammirato il sole sulla città al tramonto ed ha chiuso la giornata annotando il suo pensiero su una religiosità capace non di escludere ma di coinvolgere i sensi. La Chiesa, egli scrive, «era stata per troppo tempo il rifugio dell’illuminismo inculturale».

Il pensiero di Bonhoeffer sulla Chiesa conosce ben altre ampiezze e profondità; fin da questo precocissimo spunto, però, vi si riconosce la sua impronta, quella della resistenza a qualsiasi scissione tra la vita di fronte a Dio e la vita in mezzo agli uomini. Una tentazione respinta anche nella sua tesi di laurea, discussa nel 1927 e pubblicata nel 1930: Sanctorum Communio. Saggio dogmatico sulla sociologia della Chiesa[2]. Titolo e sottotitolo erano fatti apposta per sottolineare i due livelli: nel primo si faceva riferimento alla condizione di “diversità” dei cristiani nel mondo e dal mondo, nel secondo si parlava della communio sanctorum come di una comunità sociologicamente visibile, perché la Chiesa «fondata da Dio è comunque una comunità empirica come qualsiasi altra», insieme distante dal mondo e immersa in esso.

«È possibile comprendere pienamente “persona”, “condizione originaria”, “peccato”, “rivelazione” solo con riferimento alla socialità. Se concetti puramente teologici si fanno comprendere come collocati e realizzati ciascuno solo in un particolare ambito sociale, proprio partendo da qui viene assicurato il carattere specificamente teologico di una ricerca sulla sociologia della Chiesa» (Sanctorum Communio, p. 13).

Esistono, in sostanza, due errate interpretazioni della Chiesa: una storicizzante e una religiosa; nel primo caso, la Chiesa viene confusa con la comunione religiosa, nel secondo con il regno di Dio. Nel primo caso si trascura il carattere di realtà dei nuovi rapporti fondamentali stabiliti da Dio (…). Nel secondo caso non è preso sul serio il vincolo storico dell’uomo, ovvero la storicità o viene divinizzata oggettivamente, come nel cattolicesimo, oppure viene semplicemente valutata come qualcosa di fortuito, sotto la legge della morte e del peccato (…). Entrambi [gli errori] sono pericolosi, poiché entrambi possono essere nutriti di pathos e serietà religiosi. Entrambi però non riconoscono la realtà della Chiesa, che è contemporaneamente comunione storica e comunione posta da Dio» (Sanctorum Communio, p. 75).

Qualche anno dopo, Bonhoeffer ricorderà che scrivendo quest’opera egli era stato mosso da «smisurata ambizione»; la sua riflessione diverrà meno sistematica e sarà condizionata dalle esperienze che egli andava affrontando; questa linea non verrà comunque abbandonata, ma piuttosto approfondita.

Il giovane teologo trascorre quindi alcuni periodi all’estero: di particolare importanza quello negli Stati Uniti, dove vive con emozione e intensità le liturgie delle comunità nere e conosce il prete francese Jean Lasserre, che lo apre alla prospettiva del pacifismo (per cui il Discorso della montagna non implica più la necessità della redenzione del mondo da parte di Dio, ma chiede invece all’uomo la trasformazione del mondo). Vive inoltre impegnative esperienze catechistiche, durante le quali comprende come la Chiesa non sia una forma religiosa ma il luogo in cui gli uomini vivono nella fraternità. In una lettera del 1936, ricorderà così la sua “conversione”:

«Avevo predicato molto spesso, avevo già visto molto della Chiesa, ne avevo parlato e scritto – e non ero ancora diventato cristiano ma completamente selvaggio e indomitamente signore di me stesso (…). Nella più totale solitudine ero assai contento di me stesso. Da ciò mi ha liberato la Bibbia e in modo particolare il discorso della montagna».

L’essenza della Chiesa[3], libro che raccoglie gli appunti degli studenti che seguono i suoi corsi nell’anno 1932, è testimone di questa maturazione: la cristologia è posta più esplicitamente come premessa dell’ecclesiologia, si dimostra una maggiore conoscenza delle strutture comunitarie effettivamente esistenti e l’apertura al “mondo” diviene radicale, mentre viene respinto ogni sedicente cristiano disprezzo del mondo. Il luogo della Chiesa è proprio il «luogo del Cristo presente nel mondo» (L’essenza della Chiesa, p. 26), e «la chiesa empirica è il presupposto della teologia» (p. 37).

«La Chiesa non è un ideale bensì una realtà nel mondo, un brano della realtà mondana. La mondanità della Chiesa scaturisce dall’incarnazione di Cristo. Anch’essa, come Cristo, è divenuta mondo. Sarebbe un rifiuto della vera umanità di Gesù e quindi eresia assumere la Chiesa concreta soltanto come apparenza. Ciò significa anche che essa è sottoposta a tutte le fragilità e sofferenze del mondo. Per qualche tempo la Chiesa può trovarsi senza tetto, come è avvenuto per Gesù Cristo stesso. Ed è necessario che sia così. Per amore dell’uomo reale la Chiesa deve essere interamente mondana. Si tratta di una mondanità in nostro favore. L’autentica mondanità consiste nel fatto che la Chiesa possa rinunciare a tutti i privilegi, ad ogni possesso che non sia quello della parola di Cristo e della remissione dei peccati. Con Cristo e il perdono dei peccati alle spalle essa diviene libera di rinunciare a tutto il resto» (L’essenza della Chiesa, p. 89)

Se la Chiesa intende presentarsi nella realtà del mondo come corpo di Cristo, ai cristiani non è permesso vivere nell’indifferenza per le realtà del mondo, isolarsi da esso e indugiare solo su se stessa. Giunge quindi ad indicare come fondamentale un’etica di fratellanza che fa cadere qualunque dualismo tra il “dentro” e il “fuori” della Chiesa.

La sequela di Cristo al tempo del nazismo

Quest’ultimo elemento, quello dell’etica di fratellanza oltre i confini della Chiesa, Bonhoeffer lo matura mentre si avvicinano i momenti drammatici che la Chiesa luterana tedesca visse a partire dal 1933, quando la sua direzione fu assunta dai “cristiano-tedeschi” filonazisti. Hitler, infatti, era disposto a “restituire” alla Chiesa il potere e il prestigio che essa aveva prima della guerra, purché essa fornisse un incondizionato appoggio al regime. I “cristiano-tedeschi”, che divennero ben presto maggioritari, avevano come motto: «Un popolo, un Reich, un Führer, una Chiesa», ed erano pienamente disposti ad accettare tale situazione, inserendo persino nelle proprie costituzioni un paragrafo che discriminava i non-ariani.

Bonhoeffer partecipò, nel 1934, al sinodo nel quale la minoranza della Chiesa luterana tedesca si costituì in “Chiesa confessante”. Ciò fu fatto però senza prendere posizione sugli avvenimenti politici: e quando nel 1935 Hitler sembrò ammorbidire la propria posizione nei confronti del cristianesimo, anche buona parte della Chiesa confessante fu disposta ad aperture di credito. Bonhoeffer rimase tra i più rigidi nel rifiutare qualunque accordo con i cristiano-tedeschi («Chiesa e non-Chiesa non possono stare in comunione reciproca»).

In quegli anni il teologo elabora e pubblica Sequela (1937)[4]: un ampio commento al Discorso della montagna. È un atto pubblico di resistenza alla normalizzazione della Chiesa imposta dallo stato nazista e insieme la contestazione delle posizioni di coloro che dentro la Chiesa, rifacendosi a Lutero, avrebbero voluto limitarsi ad un “annuncio” che lasciava campo libero ai poteri civili, riconoscendo al “mondo” un’autonomia traducibile nell’esenzione da qualunque obbedienza ai comandi di Gesù.

«La grazia a buon mercato è la nemica mortale della nostra Chiesa. Ciò per cui noi oggi lottiamo è la grazia a caro prezzo (…). La grazia a buon mercato è (…) misconoscimento della vivente parola di Dio, misconoscimento dell’incarnazione della parola di Dio» (Sequela, p. 27).

«Una verità, un insegnamento, una religione non richiedono uno spazio proprio. Non hanno un corpo proprio. Vengono ascoltati, appresi, compresi. Tutto qui. Ma il Figlio di Dio incarnato ha bisogno non solo di orecchie e nemmeno solo di cuori, bensì di uomini in carne ed ossa che lo seguano» (Sequela, pp. 229-230).

«Il cristiano deve rimanere nel mondo. Non a causa della bontà che Dio ha conferito al mondo, neppure perché sia responsabile delle vicende del mondo, ma a causa del corpo di Cristo, che si è fatto uomo, della comunità. Deve restare nel mondo a causa dell’attacco frontale che deve sferrare al mondo, deve vivere la sua vita nella professione mondana per rendere del tutto visibile la sua estraneità al mondo. Ma questo non appare altrimenti che nell’appartenenza visibile alla comunità. L’opposizione al mondo deve essere portata nel mondo. Per questo Cristo si è fatto uomo ed è morto fra i suoi nemici» (Sequela, p. 247).

Gli anni che seguono vedono Bonhoeffer animare il seminario di Finkenwalde, cercando di rinvigorire la disponibilità alla resistenza; la scuola verrà chiusa con la forza nel 1937. Queste le parole che il giovane teologo usò, nel 1938, per commentare la “Notte dei cristalli”:

«La Chiesa era muta quando avrebbe dovuto gridare (…). La Chiesa confessa di aver visto il ricorso arbitrario alla forza brutale, la sofferenza fisica e spirituale di innumerevoli innocenti, l’oppressione, l’odio e l’assassinio, senza aver alzato la propria voce per loro, senza aver trovato strade per correre in loro aiuto. Si è resa colpevole della morte dei più deboli e dei più indifesi fratelli di Gesù Cristo».

Alla fine degli anni trenta la Chiesa confessante è ulteriormente indebolita dalle disposizioni che ordinano al clero tedesco di giurare «di essere fedele e obbediente al Führer del Reich e del popolo tedesco, Adolf Hitler», pena la decadenza da qualunque incarico: un’opposizione collettiva, a quel punto, non era più possibile, e chi resisteva era accusato di essere assetato di martirio. Nel momento in cui scoppia la guerra, solo due pastori rifiutarono (pagando con la vita) il servizio militare; la stessa Chiesa confessante partecipò alla propaganda bellica. Per Bonhoeffer, sempre più isolato, parve profilarsi una via d’uscita: l’esilio negli Stati Uniti. Vi resterà solo qualche settimana, nell’estate del 1939. Il suo posto è in Germania, e in Germania sceglie di tornare.

L’età del silenzio e della simulazione

Il pastore della Chiesa confessante, tornato in terra tedesca, stupisce per il suo atteggiamento – esteriormente molto più conciliante con il regime – e per la libertà di manovra di cui usufruisce. È infatti entrato in contatto con i militari che tramano contro Hitler. Gira l’Europa per loro, facendo da tramite tra il comandante dei servizi segreti, l’ammiraglio Canaris, e i vertici delle nazioni che combattono la Germania nazista. Dal punto di vista del potere hitleriano, il pastore teologo è dunque una spia che fa il doppio gioco. È un’attività intensa, ma ben diversa da quella degli anni precedenti: la parola d’ordine non è più confessione, ma cospirazione; non più franchezza, ma mimetismo; non più denuncia, ma silenzio e simulazione.

Viene arrestato il 5 aprile 1943. In carcere sperimenta dapprima una frustrante solitudine, quindi la gioia del rapporto fraterno con i compagni di prigionia. Riesce a inviare fuori dal carcere numerose lettere, che verranno poi raccolte nel volume Resistenza e resa[5].

Nell’ultima fase della vicenda biografica di Bonhoeffer (che si conclude con l’impiccagione, il 4 aprile 1945) si consuma, almeno apparentemente, il distacco rispetto alla Chiesa-istituzione, la quale si dà all’“emigrazione interiore”, al massimo predica sul peccato e la redenzione e, il 21 luglio 1944, saluta il mancato attentato a Hitler con queste parole:

«Mentre le nostre armate, valorose e coraggiose fino alla morte, sono impegnate in dure lotte per la protezione della patria e per la vittoria finale, un pugno di ufficiali, spinti dall’ambizione, ha osato il delitto più orribile e ha commesso un attentato omicida contro il Führer. Il Führer è stato salvato [si noti il passivo divino, n.d.r.] e per questo è stata scongiurata al nostro popolo una disgrazia indicibile. Di questo siamo grati dal profondo del cuore a Dio».

Il teologo continua però a riflettere sulla Chiesa: un tema che non può non far parte di una più ampia riflessione sulla sequela di Cristo.

«Ciò che mi preoccupa senza posa è la questione di che cosa sia veramente per noi il cristianesimo e anche chi sia Cristo oggi. (…) Se alla fine anche la forma occidentale del cristianesimo dovessimo giudicarla solo uno stadio previo rispetto ad una totale non-religiosità, che situazione ne deriverebbe allora per noi, per la Chiesa? Come può Cristo diventare signore anche dei non-religiosi? Ci sono cristiani non-religiosi? (…) Che cosa significano una Chiesa, una comunità, una predicazione, una liturgia, una vita cristiana in un mondo non-religioso? … Cristo allora non è più oggetto della religione, ma qualcosa di totalmente diverso: è veramente il Signore del mondo. Ma questo che cosa significa?» (Resistenza e resa, pp. 376-378).

La critica nei confronti della Chiesa, dei suoi silenzi, dei suoi accomodamenti e soprattutto del suo essere stata fine a se stessa non giunge ad esiti distruttivi: dal momento presente, che è quello della perdita della parola, nasceranno nuove prospettive, che Bonhoeffer descrive in questi termini:

«La nostra Chiesa, che in questi anni ha lottato solo per la propria sopravvivenza, come se fosse fine a se stessa, è incapace di essere portatrice per gli uomini e per il mondo della parola che riconcilia e redime. Perciò le parole d’un tempo devono perdere la loro forza e ammutolire, e il nostro essere cristiani oggi consisterà solo in due cose: nel pregare e nel fare ciò che è giusto tra gli uomini. Ogni pensiero, ogni parola e ogni misura organizzativa, per ciò che riguarda le realtà del cristianesimo, devono rinascere da questo pregare e da questo fare» (Pensieri per il battesimo di Dietrich Wilhelm Rüdiger Bethge, maggio 1944, in Resistenza e resa, p. 406).

Pregare e fare ciò che è giusto fra gli uomini: questo è il futuro della Chiesa, luogo in cui gli uomini torneranno a comprendersi anche tra loro (Resistenza e resa, p. 94), al quale Bonhoeffer spera di poter ancora rendere un servizio (p. 523); Chiesa nella quale «non l’atto religioso fa il cristiano, ma il partecipare al dolore di Dio nella vita del mondo (…). Gesù non invita a una nuova religione, ma alla vita»; Chiesa «non sta lì dove vengono meno le capacità umane, ai limiti, ma sta al centro del villaggio» (p. 381).

Una Chiesa cattolica per resistere

Il cattolico-romano che legge la storia dell’evangelico-luterano Bonhoeffer e medita sui destini della sua Chiesa in rapporto a quella tedesca non trova motivo né di orgoglio né di soddisfazione. Alla Chiesa di Pio XII, che pure non ha raggiunto i vertici statolatrici di quella “cristiano-tedesca”, può infatti essere posta la stessa domanda: quanto hai seguito Cristo, e quanto invece hai cercato di salvare te stessa? Ho infatti la tremenda impressione che i giudizi assolutori su papa Pacelli siano imbevuti del rispetto nei confronti di chi ha “saggiamente” scelto di difendere i “propri” prima, o invece, degli altri. Un’attività perfettamente umana, dato che chi è responsabile di un “gruppo” pensa prima ai “suoi” che agli altri. Se Pio XII fosse stato semplicemente un governante, un amministratore, un responsabile di un settore dell’umanità, non si potrebbe che riconoscere che la sua è stata un’azione prudente, che ha evitato ai cattolici (tedeschi e italiani, per cominciare) altre prove. Ma il seguace di Cristo – e in primo luogo chi si proclama suo vicario – può accontentarsi della prudenza?

Dio solo sa cosa sarebbe successo se le Chiese italiana e tedesca si fossero opposte con maggiore energia e convinzione, “confessando” la loro fede, ai regimi totalitari. Ma è certo che noi oggi possiamo guardare le vicende di quei decenni senza sprofondare nella vergogna e nella disperazione solo perché vi furono cristiani che, come Bonhoeffer, si comportarono in modo non “prudente”, ma veramente “cattolico”, universale. E lo fecero non per la sterile difesa di un principio o per una delirante ricerca di purezza personale, ma perché sapevano che nel momento in cui seguivano Cristo – anche se la Chiesa li avesse abbandonati – Dio era con loro.

Le ultime parole di Bonhoeffer che ci sono state riferite suonano così: «Questa è la fine, per me il principio della vita. Credo nella fratellanza universale cristiana che va al di là di tutti gli interessi nazionali e credo che la vittoria sarà sicuramente nostra».

Pubblicato su Il Margine, n. 2/2006.

[1] Questa citazione e la maggior parte di quelle che seguono si basano su R. Wind, Dietrich Bonhoeffer, Casale Monferrato (AL) 1995 (orig. ted. 1990).

[2] Sanctorum Communio, ed. it. a cura di A. Gallas, Queriniana, Brescia 1994.

[3] L’essenza della Chiesa, Queriniana, Brescia 19772.

[4] Sequela, ed. it. a cura di A. Gallas, Queriniana, Brescia 1997.

[5] Resistenza e resa, ed. it. a cura di A. Gallas, Queriniana, Brescia 2002.

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