Mafia. Preso l’ultimo padrino. Così la cupola si stava ricostruendo

Settimo Mineo, 80 anni, al momento dell'arresto a Palermo

Settimo Mineo, 80 anni, al momento dell’arresto a Palermo

La vecchia guardia per la nuova mafia. Settimo Mineo, 80 anni, – lo “zio Settimo” – incoronato capo della commissione provinciale di Palermo, è tra i 46 fermati di oggi nell’operazione dei carabinieri “Cupola 2.0”. Che ha sventato i piani di riorganizzazione delle cosche decapitando, di fatto, la nuova organizzazione che proprio in Mineo aveva individuato l’erede di Totò Riina, morto un anno fa. Quel posto di capo dei capi era vacante, infatti, dal 17 novembre 2017. Mineo, boss del mandamento di Pagliarelli, con un negozio di gioielleria nel centro storico di Palermo, era stato designato capo della Cupola palermitana (e successore di Riina) il 29 maggio scorso, sei mesi e 12 giorni dopo la morte del padrino corleonese. La commissione provinciale di Cosa nostra non si riuniva formalmente dal 15 gennaio 1993, giorno in cui il Capitano Ultimo mise fine alla lunga latitanza di Riina.

Di Settimo Mineo, parlò anche Tommaso Buscetta e fu arrestato e interrogato anche da Giovanni Falcone. Fu condannato a 5 anni al maxi processo e riarrestato 12 anni fa per poi tornare in libertà dopo una condanna a 11 anni. Carismatico e con doti di mediazione, l’anziano boss di Pagliarelli non usava telefonini per il timore di essere intercettato e si muoveva a piedi, anche per andare a trovare altri capi famiglia. In una Cosa nostra stordita dai numerosi arresti e alla ricerca di un riferimento saldo, Mineo è apparso come una opportunità affidabile. Una scalata a portata dell’ottantenne chiamato a mediare tra vecchie e nuove leve, ma presto interrotta dalla Direzione distrettuale antimafia guidata da Francesco Lo Voi.

Un frame tratto dall'indagine della dda di Palermo che ha portato al fermo di 46 persone

Un frame tratto dall’indagine della dda di Palermo che ha portato al fermo di 46 persone

«Dalle indagini emergono cogestioni tra Cosa nostra e ndrangheta ma anche tra Cosa nostra e la camorra, soprattutto per il traffico di cocaina». È la denuncia di Federico Cafiero De Raho, procuratore nazionale antimafia, intervenuto alla conferenza stampa per i 46 fermi emessi all’alba a Palermo. «Emerge anche la cogestione di affari, in materia di rifiuti ad esempio, e in tanti settori». «Mai come in questo caso l’esistenza della Dda a Palermo – ha aggiunto il capo della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, Francesco Lo Voi- si è rivelata tanto utile perché l’operazione di oggi è l’unione di 4 distinti filoni di indagine che, proprio per il metodo dello scambio di informazioni e il coordinamento, ha consentito di cogliere e registrare tutta una serie di movimenti, incontri, contatti, conversazioni che erano sospetti in virtù dei soggetti protagonisti. Incontri che si potevano riportare all’esigenza di un nuovo assetto ricercato dai mafiosi, e che preludevano a decisione gravi».

La “svolta” avviene quando i carabinieri «intercettano una conversazione, in macchina, nella quale un soggetto raccontava la sua avvenuta partecipazione a una riunione ad altissimo livello alla quale avevano preso parte tutti i capi mandamento della provincia di Palermo. Si tratta – ribadisce Lo Voi – della prima riunione della rinnovata commissione provinciale di cosa nostra. Nel corso della quale si è discusso delle regole e dell’esigenza di ristabilire regole che nel corso del tempo si erano perse per strada».

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