Preti sposati. Al via nuove iniziative per rinnovamento Chiesa

Il Movimento Internazionale dei Sacerdoti Lavoratori Sposati lancia una campagna per il rinnovamento della Chiesa. Oggi da Milano i responsabili dei preti sposati italiani daranno inizio ad un tour per rilanciare dalle grandi città italiane l’appello al Vaticano, ai Vescovi e a Papa Francesco per essere riammessi a Celebrare la S. Messa. A sostenerli sono anche le loro mogli (i preti sposati hanno un regolare percorso di dimissioni, dispensa dagli obblighi del celibato e matrimonio religioso).
Don Giuseppe Serrone e Albana Ruci negli ultimi mesi attraverso partecipazioni televisive sui media italiani hanno lanciato appello al Papa rinnovando la disponibilità a collaborare nella Chiesa.
Don Giuseppe e Albana sono sposati da 16 anni con matrimonio civile e religioso e sono stati oggetto di numerose diffamazioni e calunnie.

Albana Ruci, sua moglie, vuole ricordare la sua storia, quella di un rapporto di collaborazione con l’ex parroco per l’apertura degli oratori e dei centri estivi per i ragazzi.

“Venni ospitata presso la casa canonica con il permesso del vescovo Divo Zadi. Prima che io mi trasferissi nella casa canonica con mia madre don Giuseppe prese il suo letto ed andò a dormire in sacrestia, lontana dalla casa canonica 100 metri, sempre sotto il consiglio del vescovo che conosceva la situazione. Come donna non avevo bisogno di essere l’amante di don Giuseppe sotto il tetto della casa canonica, dato che don Giuseppe ed io eravamo grandi amici: non c’e realtà più umiliante per una donna di essere definita l’amante del prete, perché l’amore e la dignità dell’amore sono la forma più alta della conoscenza di Dio. E don Giuseppe, a quel tempo giovane teologo, non aveva proprio bisogno di spogliarsi di principi e valori per fare l’amore con una donna. La sua vita era piena di umanità”.

Quello che segue è la scelta di una vita coerente e limpida. Don Giuseppe si dimette e solo dopo aver riposto le vesti di parroco decide di convivere con la ragazza. “Dopo le dimissioni – racconta ancora la moglie – abbiamo inoltrato richiesta di dispensa dagli obblighi del celibato e subito regolarizzammo la nostra posizione con il matrimonio riconosciuto come matrimonio religioso dal Papa Giovanni Paolo II. Questo atto di matrimonio è pubblico. I sacerdoti con percorso regolare, come quello di mio marito, non hanno niente da nascondere alla verità per la loro vita alla ricerca dell’amore e di un limpido sentimento nel rispetto della figura di una donna, nel mio caso con problemi relativi all’immigrazione da regolarizzare. I veri uomini di chiesa non hanno bisogno di giustificare il rapporto tra il loro essere e il volto di una donna”.

“Se l’istituzione decidesse di rendere possibile, all’interno della Chiesa latina, il ministero attivo dei sacerdoti sposati potrebbe contare anche sulla ricchezza dell’apporto femminile della moglie e della famiglia di questi uomini, che a vario titolo e in modalità personali differenti sono capaci di essere davvero efficaci collaboratori e, innanzitutto, testimoni. Spesso si ipotizza e si riaffaccia il desiderio di riammettere al ministero i sacerdoti sposati ma bisogna anche considerare, nello stesso tempo, la grande ricchezza familiare che loro potrebbero offrire alla comunità cristiana. Sarebbe veramente un modo concreto di vivere la testimonianza evangelica ministeriale che vede tutti, pur nella distinzione dei ruoli, a servizio del Vangelo e della Chiesa. (Francesco Cesaro – ildialogo.org)
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