Franco Camellini, figlio di don Roberto, ricorda il papà, prete sposato, nel giorno del lutto

«Per me è semplicemente stato un padre fantastico. E il fatto che fosse un sacerdote la cosa più normale di questo mondo. La sua grandezza è stata la capacità di essere marito, padre, sacerdote, lavoratore instancabile: tutte queste cose insieme in una perfetta armonia. E a chi mi chiede se tutto questo è possibile, io non posso che rispondere assolutamente sì».

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Il dolore è profondo, e ci vorrà tempo per elaborare il lutto, ma per Franco Camellini, 46 anni, figlio di don Roberto Camellini spentosi martedì mattina all’ospedale di Guastalla, questo è anche il momento di soffermarsi sui ricordi, mettere insieme i pezzi, ascoltare le parole degli amici che in queste ore s’intrecciano per arrivare ad un’unica conclusione: la convinzione di avere avuto il miglior padre possibile.

Franco, a chi descrive don Roberto Camellini come una persona sopra le righe, lei cosa risponde?

«Rispondo che, piuttosto, è sempre stato un ribelle. Negli anni Cinquanta, con un collega sacerdote, aveva chiesto al vescovo il permesso di prendere il brevetto per pilotare gli aerei. Così, aveva detto, sarebbe stato “più vicino a Dio”. Ottenne il permesso e fece tutti i voli necessari per avere il brevetto. Poi, dal momento che qualcuno fece notare come fosse disdicevole che due sacerdoti perdessero tempo pilotando un aereo, furono entrambi sospesi. Per poi essere riammessi. Ma oltre ad essere un sacerdote ribelle e d’assalto, è stato anche un sacerdote estremamente avanti».

In che senso?

«Proprio negli ultimi tempi ho saputo cose che non mi erano mai state raccontate e che mi hanno convinto ancora di più di quanto mio padre fosse moderno. Quando era parroco ad Olmo, tra le altre cose, portò i bambini dell’orarorio al campovolo a vedere gli aerei: bambini che fino a quel momento non avevano visto nulla se non le tre case della frazione. Ma non solo, li coinvolse nel costruire tutti insieme un mosaico nella chiesa di Olmo e rese l’oratorio uno dei più attivi e partecipati della zona».

Era ribelle anche come padre?

«Diciamo che faceva cose non proprio banali per quei tempi. Nel 1985, in un periodo dell’anno nel quale teoricamente sarei dovuto andare a scuola, mi portò con lui a New York per un viaggio di lavoro, e non si fece scrupolo a farmi perdere alcuni giorni di lezione. Probabilmente sono stato il primo ragazzo di provincia, a quei tempi, ad andare in America».

Dice che per lei avere un padre sacerdote è stata una cosa normalissima. Mai avuto problemi con gli amici piuttosto che con i compagni di scuola?

«Certo, qualche episodio sporadico c’è stato. Ma non al punto di crearmi problemi. A chi, in modo neanche troppo originale mi apostrofava con un “at sé fiol d’un pret” (sei figlio di un prete), io rispondevo tranquillo “mei fiol d’un pret che d’un esen” (meglio figlio di un prete che di un asino). E tutto finiva lì. Tra l’altro tra i genitori dei miei compagni di classe, in tanti erano stati studenti di mio padre quando insegnava religione all’Ipsia, e ne conservavano un ottimo ricordo. È stato diverso per mia madre, quando nel ’71 si sposò… ma è comprensibile considerando i tempi».

Quando l’ha visto particolarmente felice?

«Quando è diventato nonno, per esempio. Si è letteralmente “squagliato” e chiedeva a Dio come fosse possibile amare così intensamente una bambina. Nel febbraio prossimo sarebbe diventato di nuovo nonno, e aspettava quel momento con un’immensa gioia. Per me è un grande dispiacere il fatto che il suo desiderio non si potrà realizzare. E chissà se saprò raccontare alla mia secondogenita il nonno che avrebbe potuto avere».

Una felicità vissuta da suo padre più recentemente?

«L’hanno scorso, quando arrivò inaspettata da papa Francesco la lettera con cui veniva riammesso al ministero. Avrebbe potuto tornare a celebrare messa o in forma privata o concelebrando insieme a un altro sacerdote. Mio padre rimase talmente scosso che fu costretto a rimanere a letto per tre giorni con la febbre altissima. Abbiamo temuto per la sua salute. Ma si è subito ripreso e, dal momento che aveva qualche problema di mobilità, girava con uno scooter elettrico e non era mai a casa. Sempre a celebrare o a trovare i parrocchiani. Mia figlia a un certo punto gli disse: “Nonno, fermati, non è devi recuperare gli ultimi quarant’anni…».

Ha qualche rammarico?

«Sicuramente di avere capito troppo tardi quanto mio padre valeva: ma probabilmente è quando si diventa padri che si cresce veramente»

Qualcosa che la turba?

«Ho scoperto che mio padre, da quando era in seminario e fino a quando è stato ricoverato due mesi fa, ha tenuto un diario giornaliero. Per ora lo terrò come una reliquia… non so se avrò il coraggio di leggerlo»