Preti sposati: sacerdoti per sempre

Lello Montuori | Il Signore ha giurato e non si pente: tu sei sacerdote per sempre al modo di Melchisedek».
Sacerdote per sempre. Sì, anche adesso.
Non so se ci sia un altro modo per esercitare il ministero. Non per il diritto canonico. Che non si possa, lo sappiamo quasi tutti. Almeno per la Chiesa di Roma.
Dico se si possa smettere di essere prete, così da un giorno all’altro. Nell’intimo del proprio sentire. No, penso di no.
Perché il prete è uno che ha risposto a una chiamata. Non è che ha scelto di fare il prete come si può scegliere di fare l’ingegnere. Ha detto sì. Scrutando a fondo nel guazzabuglio dell’animo umano. Il suo. E quel sì lo ripeterà per tutti i giorni. Fino all’ultimo.
Anche quando nascerà suo figlio. Il segno che l’amore per la vita ha per se stessa.
Sì. Anche un figlio può essere un segno per restare un po’ fedeli; almeno al nostro essere uomini. Creature fragili, impastate di terra e di cielo. Persone che guardano fino in fondo l’orizzonte dello Spirito e cadono a ogni piè sospinto, camminando su strade assai sconnesse, per il mondo.
L’amore per una persona divenuta cara, un bambino non previsto e forse neppure mai cercato. Segni.
Di un’altra vita possibile.
Più vera? Più autentica?
Chi può dirlo.
No. Non credo che si possa prendere un caso che ci ha colpito da vicino, finanche scosso, e trarne conclusioni sul celibato dei preti, questa regola oramai secolare e assai dibattuta nella vita della Chiesa. Per molti incomprensibile.
Prima di chiederci se abbia ancora senso il celibato -ansiosi come siamo di sentirci assai vicini a una persona che alcuni hanno conosciuto, amato e rispettato- dovremmo interrogarci oggi più di ieri sul sacerdozio ministeriale. Se ne abbiamo chiaro il senso.
Forse no.
Releghiamo oramai da molti anni il sacerdozio universale dei credenti nelle analisi superficiali sulla Chiesa riformata, senza sapere che è e resta uno dei capisaldi della fede cattolica. Parliamo dei preti come di figure lontanissime oppure vicinissime, santi o peccatori a seconda dei momenti, a nostro uso e consumo e sappiamo pochissimo di loro.
Di come vivono, di cosa studiano, di dove si formano, da dove vengono, che cosa cercano. Cosa ci chiedono e verso dove vanno. Certo pensiamo di avere tutte le risposte. Studiano in seminario, dicono messa, e dovrebbero testimoniare Gesù Cristo. Molti di loro cercano di farlo. Per carità, coi loro mezzi. Alcuni anche con entusiasmo, con generosità, con intelligenza, con gioia. Anche nella piccola Chiesa di questa bella isola verde.
Altri lo fanno senza spirito. Non lo hanno mai avuto o magari lo hanno perso per la strada. Si è assopito con gli anni e con i riti. Stanchi come sono stancanti i panegirici dei Santi. Martiri di tempi assai lontani. O magari modernissimi ma non per questo più vicini. Eroi senza macchia, testimoni usque ad sanguinem della fede in Gesù Cristo. Inarrivabili.
No, stavolta non ci sono eroi, nè martiri e non ci sono santi in questa storia che non è né triste né lietissima.
Solo umanissima come tutto ciò che accade all’uomo.
Non traiamo da essa conclusioni sul celibato che forse davvero è divenuto anacronistico, ma non è il problema della Chiesa.
Riflettiamo piuttosto sul sacerdozio universale e su quello ministeriale. Chiediamoci se i luoghi in cui si forma l’uomo e il sacerdote imparando a cogliere i segni dei tempi, siano ancora adeguati alla missione, o piuttosto alle missioni, che ci vengono affidate o a cui siamo chiamati.
Chiediamocelo.
Perché è in quei luoghi in cui si forma l’uomo e si diventa sacerdoti che si può comprendere ancora il celibato per viverlo come una libera scelta accolta con pienezza, o piuttosto una intollerabile rinuncia, una promessa estorta che forse sarà infranta.
“Diventiamo ciò che ogni giorno decidiamo di essere” (S.B.)

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