Speranza di vita, si aggravano gli effetti sugli assegni dei sacerdoti

Da 68 a 69 anni, così cambierà fra pochi mesi il requisito dell’età per l’assegno di vecchiaia nel Fondo di previdenza del clero. È una novità, che andrà in vigore dal 1° gennaio 2019, che ricade in particolare sui sacerdoti e gli altri ministri di culto che stanno per varcare la soglia del pensionamento. Effetti imprevisti di questo aumento dell’età pensionabile, sia economici sia normativi, condizionano la normale applicazione della previdenza sacerdotale
Causa di questa nuova situazione è la maggiore «speranza di vita», l’indice che registra una migliore qualità della vita dei cittadini italiani, ma che allunga anche il pensionamento di tutti gli assicurati dell’Inps al fine di contenere la spesa pensionistica.
Il calcolo dell’indice della speranza di vita sulle pensioni è registrato dall’Istat (dal 2013 è stato di 3 mesi in più e a seguire 4, 7 e dal prossimo anno 12 mesi) prendendo come base la popolazione con età di 65 anni, cioè il vecchio requisito per la pensione di vecchiaia e per l’assegno sociale. È evidente che se nel Fondo Clero l’età ordinaria è di 68 anni, qualsiasi aumento di speranza di vita è stato già abbondantemente considerato. Applicare la speranza di vita anche su un’età di 68 anni costituisce quindi un abuso, illogico oltre che giuridico. Emergono infatti motivi, ora sempre più evidenti (come la diversa mortalità per gli uomini e per le donne), per contestare in via giurisdizionale la speranza di vita nel Fondo Clero, ovviamente grazie ai ricorsi degli interessati.
Il “differimento”. Il Fondo prevede che se un sacerdote, avendo già maturato il diritto, rinvia oppure ritarda di almeno un anno la domanda di pensione riceve d’ufficio un aumento della rata mensile, calcolato in base ad un’apposita tabella attuariale. Oggi, chi ha maturato, ad esempio, un importo di 100 euro, rinviando la pensione dopo i 68 anni, riscuoterebbe una rata di 121 euro.
Di fatto, il nuovo requisito di 69 anni per l’assegno di vecchiaia nel Fondo spazzerà via, in un solo colpo, l’istituto del differimento, impedendo quindi una corretta applicazione della normativa sacerdotale. E tanto meno gli interessati, già avanti negli anni, avranno la pazienza (e forse l’età) per rinviare la pensione fino ai 70 anni o più, al fine di beneficiare della speciale maggiorazione.
Infine, i 69 anni di età comportano, oltre alla perdita del differimento, un maggiore carico contributivo (l’obbligo cessa solo col pensionamento), la perdita delle rate mensili e della tredicesima maturate tra i 68 e i 69 anni di età, la riduzione delle maggiorazioni su ogni anno versato in più oltre il minimo dei 20.

avvenire

Viaggio nella storia del premio. Il Nobel per la pace: la «fabbrica» della speranza

Il «Giardino dei Nobel» al Centro del Nobel per la pace di Oslo, in Norvegia (Pescali)

Il «Giardino dei Nobel» al Centro del Nobel per la pace di Oslo, in Norvegia (Pescali)

Il 10 dicembre 1901, nello Storting, il parlamento norvegese, il fondatore e presidente della Società francese per l’arbitrato tra le nazioni Frédéric Passy e il fondatore del Comitato Internazionale della Croce Rossa Jean Henry Dunant furono insigniti del primo premio Nobel per la pace, voluto da Alfred Nobel per premiare la «persona che più si sia prodigata o abbia realizzato il miglior lavoro ai fini della fraternità tra le nazioni, per l’abolizione o la riduzione di eserciti permanenti e per la formazione e l’incremento di congressi per la pace». Da allora altre 96 personalità o istituti hanno ricevuto l’ambito premio che, dal 1990, viene consegnato nella sala del comune diOslo, e che per il 2018 sarà assegnato tra pochi giorni (tra l’altro in un anno particolare, considerato che il premio per letteratura non verrà assegnato, per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale, a causa dello scandalo per le molestie sessuali che ha coinvolto Jean-Claude Arnault, marito di una giurata). Nel suo testamento, redatto a Parigi il 27 novembre 1895, Alfred Nobel non specificò il motivo per cui aveva scelto la Norvegia anziché la Svezia come sede per la selezione e la consegna del premio. Si sono fatte diverse congetture: la Norvegia al tempo faceva ancora parte dell’Unione Svedese e lo Storting, che gestiva in una sorta di autonomia gli affari nazionali, aveva recentemente approvato una risoluzione per appoggiare il movimento di pace internazionale e forse questo fu uno dei motivi che indusse il magnate a optare per Oslo piuttosto che Stoccolma.

Il premio per la pace essendo, tra i sei istituiti da Nobel, quello meno tecnico è, per forza di cose, anche il più controverso e soggetto a contestazioni. «La prima grande svolta» mi spiega Niccolò Sattin, coordinatore delle Pubbliche Relazioni del Nobel Peace Center di Oslo, «la si ebbe nel 1936, dopo che il comitato preposto alla scelta del laureato, assegnò il premio al pacifista e antinazista tedesco Carl von Ossietzky, allora detenuto nel campo di concentramento di Esterwegen. Hitler si infuriò così tanto che vietò ai cittadini tedeschi di accettare ogni altra onorificenza data dall’istituzione». Da allora i cinque membri del Comitato per il Nobel Norvegese preposti a scegliere e assegnare il premio Nobel non devono ricoprire alcuna carica governativa e, dal 1977, neppure parlamentare, sebbene vengano scelti dallo Storting stesso. Oggi il comitato è formato dal filosofo e scrittore Henrik Syse, dall’antieuropeista Anne Enger, dall’analista e giornalista Asle Toje, dal discusso segretario generale del Consiglio d’Europa Thorbjørn Jagland e dall’avvocatessa Berit Reiss-Andersen, presidente del comitato e membro della DLA Piper, lo studio legale che ha co-finanziato la campagna elettorale di Obama nel 2012.

Sono queste cinque figure che accolgono, entro il 31 gennaio, la lista dei nominativi proposti alla candidatura, i cui bandi vengono aperti a chiunque da settembre dell’anno precedente. Durante il primo incontro ciascun membro del comitato può aggiungere altri candidati. Tutti i nominativi proposti rimangono segreti per 50 anni. Entro la fine di aprile il Comitato per il Nobel Norvegese, assieme ad esperti internazionali, esamina ciascuna proposta sino a raggiungere una lista di 20-30 candidati da cui, all’inizio di ottobre verrà annunciato il vincitore (o i vincitori, sino ad un massimo di tre) che verrà premiato il 10 dicembre con un premio di 870.000 euro. Quest’anno sono giunte 331 candidature (216 individuali e 115 organizzazioni). «Sino al 1960 tutti i premi sono stati assegnati a personalità del mondo occidentale» spiega Niccolò; «Il primo Nobel per la pace assegnato ad un africano fu dato a Albert John Lutuli, presidente dell’African National Congress. È stata questa la svolta che ha portato il Premio Nobel a divenire un premio veramente di portata mondiale». Il prestigio che accompagna il premio ha reso sempre più difficile il lavoro dei cinque componenti del comitato che si trova quasi ogni anno a dover scartare decine di curriculum che potrebbero soddisfare le richieste fatte dal fondatore. Il comitato, ad esempio, non assegnò mai il Nobel a Gandhi, «la più grande omissione nei nostri 106 anni di storia» ebbe a dire nel 2006 Geir Lundestad, allora direttore dell’Istituto Nobel Norvegese.

Ma non sono tanto le candidature scartate a sollevare polemiche, quanto la scelta finale, spesso dettata da ragioni chiaramente politiche. Il premio dato ‘sulla fiducia’ ad Obama nel 2009, ad esempio, è stato uno dei più contestati e, alla fine, l’ennesima dimostrazione di quanto fragile sia l’obiettività e la lungimiranza del comitato per il Nobel. Così come quello dato nel 1989 al Dalai Lama, un chiaro monito inviato a Pechino contro la repressione di Tienanmen o quello, altrettanto contestato, concesso nel 1973 a Henry Kissinger e a le Duc Tho, rifiutato da quest’ultimo in polemica per le continue violazioni del trattato compiute dal governo Sud Vietnam con l’appoggio statunitense. L’attribuzione del premio a Arafat, Peres e Rabin nel 1994 portò alle clamorose dimissioni dal Comitato per il Nobel di Kåre Kristiansen in protesta con il conferimento della laurea a Arafat, considerato da Kristiansen un terrorista.

Non mancano premi Nobel contraddittori, come quello assegnato nel 2017 all’ICAN (la Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari) preceduto, nel 2005, da quello conferito all’IAEA, l’Agenzia internazionale per l’energia nucleare. Un’altra grave limitazione è che il Premio Nobel per la Pace, una volta concesso, non può più essere revocato; la valutazione fatta dal comitato si limita sino al conferimento del premio. Non c’è nessuna clausola che obblighi il laureato a continuare il processo etico e morale che lo ha reso degno della fiducia. Le 400.000 firme che, nel settembre 2017 hanno chiesto al Comitato del Nobel di revocare il premio conferito nel 1991 ad Aung San Suu Kyi per la sua responsabilità delle violenze nei confronti dei rohingya e dei kachin in Myanmar, rimarranno quindi lettera morta.

Per contro, il comitato ha dato anche importanti segnali di solidarietà a nascenti movimenti di protesta o a singole personalità del mondo della cultura. Nel 1996 il vescovo di Dili, Carlos Felice Ximenes Belo e il rappresentante del Fretilin José Ramos-Horta ebbero l’ambito riconoscimento che aiutò il movimento nazionalista est timorese a raggiungere l’indipendenza, mentre nel 2010 fu lo scrittore Liu Xiaobo, co-autore della Carta 08, ad essere premiato suscitando, ancora una volta, le vivaci proteste del governo cinese che arrivò a minacciare di rompere le relazioni diplomatiche con la Norvegia. Importante, e anche uno dei pochi premi che han trovato ampio consenso internazionale, la scelta caduta nel 2014, sulla diciassettenne Malala Yousafzai, la più giovane laureata della storia del Nobel, e Kailash Satyarthi «per la loro battaglia contro lo sfruttamento dei bambini e il loro diritto di avere un’istruzione». Ed è forse questo il principale compito del premio Nobel per lapace: dare una speranza concreta al futuro di chi ha perso la fiducia nel proprio domani.

da Avvenire

Olanda, multa a chi parla al cellulare in bicicletta

Olanda, multa a chi parla al cellulare in bicicletta

Arriva in Olanda il divieto di utilizzare il cellulare alla guida della bicicletta. La legge, che entrerà in vigore il prossimo luglio, estende l’attuale divieto dei veicoli anche alle due ruote, molto diffuse nei Paesi Bassi.
Secondo il ministro dei trasporti olandese, Cora van Nieuwenhuizen, la legge si era necessaria perché l’avvento dei social media e del traffico dati illimitato ha cambiato il modo in cui le persone utilizzano gli smartphone e il tempo trascorso.

I ciclisti erano stati esclusi dal divieto iniziale a causa della loro bassa velocità, ha spiegato al Guardian Van Niewenhuizen. “Ma in effetti, usare un telefono è pericoloso tanto quanto in una macchina” ha aggiunto. “Il fatto è che ogni volta che sei in viaggio devi prestare la massima attenzione e non fare assolutamente nulla al telefono”.

avvenire

Commento al Vangelo Domenica 30 Settembre 2018

XXVI Domenica
Tempo ordinario – Anno B

In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demoni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi. Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa. Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile». […]

Maestro, quell’uomo guariva e liberava, ma non era dei nostri, non era in regola, e noi glielo abbiamo impedito. Come se dicessero: i malati non sono un problema nostro, si arrangino, prima le regole. I miracoli, la salute, la libertà, il dolore dell’uomo possono attendere.
Non era, non sono dei nostri. Tutti lo ripetono: gli apostoli di allora, i partiti, le chiese, le nazioni, i sovranisti. Separano. Invece noi vogliamo seguire Gesù, l’uomo senza barriere, il cui progetto si riassume in una sola parola “comunione con tutto ciò che vive”: non glielo impedite, perché chi non è contro di noi è per noi. Chiunque aiuta il mondo a fiorire è dei nostri. Chiunque trasmette libertà è mio discepolo. Si può essere uomini che incarnano sogni di Vangelo senza essere cristiani, perché il regno di Dio è più vasto e più profondo di tutte le nostre istituzioni messe insieme.
È bello vedere che per Gesù la prova ultima della bontà della fede sta nella sua capacità di trasmettere e custodire umanità, gioia, pienezza di vita. Questo ci pone tutti, serenamente e gioiosamente, accanto a tanti uomini e donne, diversamente credenti o non credenti, che però hanno a cuore la vita e si appassionano per essa, e sono capaci di fare miracoli per far nascere un sorriso sul volto di qualcuno. Stare accanto a loro, sognando la vita insieme (Evangelii gaudium).
Gesù invita i suoi a passare dalla contrapposizione ideologica alla proposta gioiosa, disarmata, fidente del Vangelo. A imparare a godere del bene del mondo, da chiunque sia fatto; a gustare le buone notizie, bellezza e giustizia, da dovunque vengano. A sentire come dato a noi il sorso di vita regalato a qualcuno: chiunque vi darà un bicchiere d’acqua non perderà la sua ricompensa. Chiunque, e non ci sono clausole, appartenenze, condizioni. La vera distinzione non è tra chi va in chiesa e chi non ci va, ma tra chi si ferma accanto all’uomo bastonato dai briganti, si china, versa olio e vino, e chi invece tira dritto.
Un bicchiere d’acqua, il quasi niente, una cosa così povera che tutti hanno in casa.
Gesù semplifica la vita: tutto il Vangelo in un bicchiere d’acqua. Di fronte all’invasività del male, Gesù conforta: al male contrapponi il tuo bicchiere d’acqua; e poi fidati: il peggio non prevarrà.
Se il tuo occhio, se la tua mano ti scandalizzano, tagliali… metafore incisive per dire la serietà con cui si deve aver cura di non sbagliare la vita e per riproporre il sogno di un mondo dove le mani sanno solo donare e i piedi andare incontro al fratello, un mondo dove fioriscono occhi più luminosi del giorno, dove tutti sono dei nostri, tutti amici della vita, e, proprio per questo, tutti secondo il cuore di Dio.
(Letture: Numeri 11,25-29; Salmo 18; Giacomo 5,1-6; Marco 9,38-43.45.47-48)

avvenire

Vaticano, l’ex nunzio Viganò attacca il Papa: “Francesco, perché non parli?”

Vaticano, l'ex nunzio Viganò attacca il Papa: "Francesco, perché non parli?"

ansa

fonte: espresso.repubblica

CITTÀ DEL VATICANO–  “Papa Francesco, perché non rispondi? Chi tace acconsente”. A un mese dalla pubblicazione del suo memoriale, monsignorCarlo Maria Viganò torna a parlare. Lo fa attraverso un testo pubblicato ancora una volta dal sito conservatore statunitense lifesitenews.com e, in Italia, dal sito web del vaticanista della Rai Aldo Maria Valli.

Nel nuovo documento fatto pervenire “dalla località segreta nella quale vive”, l’ex nunzio negli Stati Uniti che ha accusato Francesco e i vertici della curia romana di non essere intervenuti sulla doppia vita del cardinale Theodore McCarrick, va giù duro ancora contro il Papa. Dice: “Né il papa, né alcuno dei cardinali a Roma hanno negato i fatti che io ho affermato nella mia testimonianza. Il detto ‘Qui tacet consentit’ si applica sicuramente in questo caso, perché se volessero negare la mia testimonianza, non hanno che farlo, e fornire i documenti in supporto della loro negazione. Come è possibile non concludere che la ragione per cui non forniscono i documenti è perché essi sanno che i documenti confermerebbero la mia testimonianza?”.

Mentre una risposta da parte del Vaticano sembra essere vicina, è la voce dell’ex diplomatico vaticano a tornare a farsi sentire. Viganò dice che “come ogni battezzato, come sacerdote e vescovo della santa Chiesa, sposa di Cristo, sono chiamato a rendere testimonianza alla verità”. E che “per il dono dello Spirito che mi sostiene con gioia nella strada che sono chiamato a percorrere, intendo farlo fino alla fine dei miei giorni”. E ancora: “Il nostro unico Signore ha rivolto anche a me l’invito: ‘Seguimi!’, ed intendo seguirlo con l’aiuto della sua grazia fino alla fine dei miei giorni”.

Dopo aver citato il Samo 103 che recita la volontà di cantare “al Signore” finché si ha vita, Viganò spiega che “la decisione di rivelare quei fatti – relativi alla doppia vita di McCarrick e all’azione del papa e della curia in merito, ndr –è stata per me la più sofferta e grave che abbia mai preso in tutta la mia vita. La presi dopo lunga riflessione e preghiera, durante mesi di profonda sofferenza e angoscia, in un crescendo di continue notizie di terribili eventi, con migliaia di vittime innocenti distrutte, di vocazioni e di giovani vite sacerdotali e religiose sconvolte. Il silenzio dei pastori che avrebbero potuto porvi rimedio, e prevenire nuove vittime, diventava sempre più insostenibile, un crimine devastante per la Chiesa. Ben consapevole delle enormi conseguenze che la mia testimonianza avrebbe potuto avere, perché quello che stavo per rivelare coinvolgeva lo stesso successore di Pietro, ciò nonostante scelsi di parlare per proteggere la Chiesa e dichiaro con chiara coscienza davanti a Dio che la mia testimonianza è vera. Cristo è morto per la Chiesa, e Pietro, Servus servorum Dei, è il primo chiamato a servire la sposa di Cristo”.

“Certo, alcuni dei fatti che stavo per rivelare erano coperti dal secreto pontificio che avevo promesso di osservare e che ho fedelmente osservato fin dall’inizio del mio servizio alla Santa Sede. Ma la finalità del secreto, anche di quello pontificio, è di proteggere la Chiesa dai suoi nemici, non di coprire e diventare complici di crimini commessi da alcuni suoi membri. Io ero stato testimone, non per mia scelta, di fatti sconvolgenti, e come sta scritto nel Catechismo della Chiesa Cattolica (par. 2491), il sigillo del segreto non è vincolante quando la custodia del segreto dovesse causare danni molto gravi ed evitabili soltanto mediante la divulgazione della verità. Solo il sigillo del segreto sacramentale avrebbe potuto giustificare il mio silenzio”.

Viganò dice che il centro della sua testimonianza “è che almeno dal 23 giugno 2013 il papa ha saputo da me quanto perverso e diabolico fosse McCarrick nei suoi intenti e nel suo agire, e invece di prendere nei suoi confronti quei provvedimenti che ogni buon pastore avrebbe preso, il papa fece di McCarrick uno dei suoi principali agenti di governo della Chiesa, per gli Stati Uniti, la Curia e perfino per la Cina, come con grande sconcerto e preoccupazione per quella Chiesa martire stiamo vedendo in questi giorni”.

“Ora, la risposta del papa alla mia testimonianza è stata: ‘Io non dirò una parola!’ Salvo poi, contraddicendo se stesso, paragonare il suo silenzio a quello di Gesù a Nazareth davanti a Pilato e paragonare me al grande accusatore, Satana, che semina scandalo e divisione nella Chiesa, ma senza mai pronunciare il mio nome. Se avesse detto: ‘Viganò ha mentito’ avrebbe contestato la mia credibilità e cercato di accreditare la sua. Così facendo però avrebbe accresciuto la richiesta da parte del popolo di Dio e del mondo dei documenti necessari per determinare chi dei due avesse detto la verità. Egli ha invece posto in essere una sottile calunnia contro di me, calunnia da lui stesso tanto spesso condannata persino con la gravità di un assassinio. Per di più, lo ha fatto ripetutamente, nel contesto della celebrazione del sacramento più sacro, l’Eucaristia, in cui non si corre il rischio di essere contestati come davanti ai giornalisti. Quando ha parlato ai giornalisti, ha chiesto loro di esercitare la loro professione con maturità e di tirare le loro conclusioni. Ma come possono i giornalisti scoprire e conoscere la verità se quelli che sono direttamente implicati si rifiutano di rispondere ad ogni domanda o di rilasciare qualsiasi documento? La non volontà del papa di rispondere alle mie accuse e la sua sordità agli appelli dei fedeli ad essere responsabile non è assolutamente compatibile con la sua richiesta di trasparenza e di essere costruttori di ponti e non di muri”.

Continua l’ex nunzio: “Ma c’è di più: l’aver coperto McCarrick non sembra essere stato certamente un errore isolato da parte del papa. Molti altri casi sono stati recentemente documentati dalla stampa, mostrando che papa Francesco ha difeso preti omosessuali che hanno commesso gravi abusi sessuali contro minori o adulti. Incluso il suo ruolo nel caso del padre Julio Grassi a Buenos Aires, l’aver reinstallato padre Mauro Inzoli dopo che papa Benedetto lo aveva rimosso dal ministero sacerdotale (fino al momento in cui è stato messo in carcere, e allora a questo punto papa Francesco lo ha ridotto allo stato laicale), e per aver fermato le indagini per accuse di abusi sessuali contro il cardinale Cormac Murphy O’Connor. Nel frattempo, una delegazione della USCCB (la Conferenza episcopale degli Stati Uniti, ndr), guidata dal suo presidente, il cardinale DiNardo, è andata a Roma per chiedere un’indagine del Vaticano su McCarrick. Il cardinale DiNardo e gli altri prelati devono dire alla Chiesa in America e nel mondo: il papa si è rifiutato di svolgere un’indagine in Vaticano sui crimini di McCarrick e dei responsabili di averli coperti? I fedeli hanno diritto di saperlo”.

“Vorrei fare un appello speciale al cardinale Marc Ouellet, perché con lui come nunzio ho sempre lavorato in grande sintonia e ho sempre avuto grande stima e affetto nei suoi confronti. Ricorderà quando, ormai terminata la mia missione a Washington, mi ricevette la sera nel suo appartamento a Roma per una lunga conversazione. All’inizio del pontificato di papa Francesco aveva mantenuto la sua dignità, come aveva dimostrato con coraggio quando era arcivescovo di Québec. Poi, invece, quando il suo lavoro come prefetto della Congregazione per i vescovi è stato virtualmente compromesso perché la presentazione per le nomine vescovili da due “amici” omosessuali del suo dicastero passava direttamente al papa, bypassando il cardinale, ha ceduto. Un suo lungo articolo su L’Osservatore Romano, in cui si è schierato a favore degli aspetti più controversi dell’Amoris Laetitia, ha rappresentato la sua resa. Eminenza, prima che io partissi per Washington, lei mi parlò delle sanzioni di papa Benedetto nei confronti di McCarrick. Lei ha a sua completa disposizione i documenti più importanti che incriminano McCarrick e molti in curia che li hanno coperti. Eminenza, le chiedo caldamente di voler rendere testimonianza alla verità!”.

“In fine, desidero incoraggiarvi, cari fedeli, fratelli e sorelle in Cristo: non scoraggiatevi mai! Fate vostro l’atto di fede e di completa fiducia in Cristo Gesù, nostro Salvatore, di San Paolo nella sua seconda Lettera a Timoteo, Scio Cui credidi, che ho scelto come mio motto episcopale. Questo è un tempo di penitenza, di conversione, di grazia, per preparare la Chiesa, sposa dell’Agnello, ad essere pronta e vincere con Maria la battaglia contro il drago infernale. Come ricordo per la mia ordinazione episcopale, conferitami da san Giovanni Paolo II il 26 aprile 1992, avevo scelto un’immaginetta presa da un mosaico della basilica di San Marco, a Venezia. Essa riproduce il miracolo della tempesta sedata. Mi aveva colpito il fatto che nella barca di Pietro, sballottata dalle acque, la figura di Gesù è riprodotta due volte. A prua Gesù dorme profondamente, mentre Pietro dietro di lui cerca di svegliarlo: ‘Maestro, non t’importa che moriamo?’. Mentre gli apostoli, atterriti, guardano ciascuno in una direzione diversa e non si avvedono che Gesù è ritto in piedi dietro di loro, benedicente, ben al comando della barca. ‘Destatosi, sgridò il vento e disse al mare: taci, calmati… Poi disse loro: perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?’. La scena è quanto mai attuale per ritrarre la tremenda bufera che sta attraversando in questo momento la Chiesa, ma con una differenza sostanziale: il successore di Pietro non solo non vede il Signore a poppa che ha sicuramente il pieno controllo della barca, ma nemmeno intende svegliare il Gesù dormiente a prua. Cristo è forse diventato invisibile al suo vicario? È tentato forse di improvvisarsi come sostituto del nostro unico Maestro e Signore? Il Signore è ben saldo al comando della barca! Cristo, Verità, possa essere sempre luce nel nostro cammino.!”.

Abusi in Cile: concluse due indagini preliminari contro un francescano e un sacerdote della diocesi di Talca. Atti trasmessi alla Santa Sede

L’Ordine francescano del Cile, attraverso il ministro provinciale, ha reso noto l’esito dell’indagine preliminare contro il sacerdote francescano Arístides Miranda, per la denuncia di abuso sessuale su una minorenne. Dalle informazioni ricavate, si legge nel comunicato dell’Ordine, “si è stabilito che esistono elementi che permettono di accreditare la verosimiglianza dei fatti denunciati. Date queste circostanze, si è decretato di rimettere la documentazione alla Congregazione per la Dottrina della fede, a Roma, e mentre prosegue il processo canonico, fatta salva la presunzione di innocenza, fra’ Arístides Miranda è sospeso dall’esercizio del ministero sacerdotale”.
La Provincia francescana in Cile, nell’avvertire tutto il peso della situazione, annuncia che “continuerà a impegnarsi per la ricerca della verità, per l’accoglienza delle persone coinvolte e nell’agire per la vita e la dignità umana”.
Anche la diocesi di Talca, in un comunicato diffuso ieri, informa che l’inchiesta previa contro il sacerdote diocesano Luciano Arriagada Vergara si è conclusa manifestando elementi che permettono di accreditare la veridicità dei fatti denunciati. Anche in questo caso gli atti sono stati trasmessi in Vaticano e per il sacerdote è stata confermata la sospensione cautelare.

agensir

Così si spegne la Chiesa. Ora riforma e spazio ai preti sposati

Così si spegne la Chiesa
Illustrazione di Carlo Stanga

Impressioni di settembre in una piccola chiesa alla periferia est di Milano. Fuori infuria una pioggia pesante, tropicale. Il sacerdote ha appena iniziato l’omelia. I banchi sono occupati da rari fedeli: qualche anziano e, sorprendentemente, una giovane madre che cerca di chetare il figlio piccino, poco più di un anno, che esplode in un pianto strepitante. Non smette di singhiozzare. La madre accenna ad alzarsi, a uscire, per non disturbare la messa. Il prete la ferma, interrompe la predica: «Lasciamo parlare la voce di Dio: è questo pianto». Siamo rimasti minuti così, in silenzio, ad ascoltare i vagiti, nel tempio semivuoto.

Quei singulti piccini, in quella desertificazione della messa, ho potuto intercettarli perché da giorni avevo incominciato a girare per le chiese milanesi: per verificarne i vuoti. Le ho scrutate come ventri cavi, ruderi attivi e spazialmente imponenti, proposte di immortalità andate deluse. Mi sono messo a turbinare per templi cristiani, dopo avere accusato uno choc antropologico, durante un incontro in un liceo. Avevo chiesto alla classe, una trentina di ragazzi, quanti fossero cattolici: circa due terzi avevano alzato la mano. Quando però ho domandato chi ritenesse che Cristo avesse effettivamente sconfitto la morte con la resurrezione, si era sollevata soltanto una timida mano. Era un minimo esempio di scollamento abissale e pervicace tra magistero, fede e fedeli, che solleva l’enorme domanda su quale sia il credo e la sostanza cattolica di questo tempo. Quindi ho preso a girare per chiese milanesi, contemplandole vuote e rischiose, abitate da renitenti luminosi, aree oratoriali infoltite da bambini digitali, popolate da sacerdoti preoccupati dell’insegnamento morale. Un tempo non si doveva circolare per parrocchie per ritrovare il Cristo. Era sufficiente stare immobili e la Chiesa veniva a te, ovunque e chiunque tu fossi. È arduo descrivere oggi cosa fu la Sposa del Cristo in Italia in quel passaggio storico determinante tra Novecento e nuovo millennio. Si può procedere per emblemi, per impressionismi personali, come è tipico di uno scrittore, che non è mai un sociologo.

Per esempio: quando il Papa entra per la prima volta nella mia vita non è al battesimo, a cui i miei genitori, fieramente amendoliani, non si sognano di sottopormi. Il pontefice è in quegli anni, ovvero i Settanta, una figura ubiqua, quasi carceraria, che respira ovunque nella nazione, imprimendovi il suo fragile battito cardiaco e il vasto immaginario storico che gli piega le spalle. È un italiano riluttante e io lo vedo affacciarsi dolente al balcone di San Pietro, la stola rossa risalta nei primi tv a colori, sgranata ed eccessiva, un lussurioso scarlatto che stona e completa il volto da geometra accigliato di Paolo VI. La sua voce non tuona, è piuttosto una pasta sonora farinosa e incerta, però rimbomba nella mente mia e degli allora bambini, fino a oggi. La sua figura magra e incerta spalanca le braccia in un gesto drammatico, pronunciando parole terribili: «Uomini delle Brigate Rosse, vi prego in ginocchio: liberate l’onorevole Aldo Moro! Tutti dobbiamo temere Iddio vindice dei morti senza causa e senza colpa».

Se quel momento non è mai realmente esistito, poiché l’appello di Papa Montini fu scritto e mai interpretato nell’udienza domenicale, non è una valida ragione per smentirne la consistenza, tutta fantasmatica, con cui io l’ho visto e vissuto.

Era così pervasiva la Chiesa a quei tempi, che non si sfuggiva a un surplus di immaginazione, a una percezione dilatata della sua influenza, a un condizionamento collettivo e a una guida politica indefessa, da seguire o contro cui scagliarsi. La Chiesa c’era. Era ovunque. Esisteva politicamente, nel volto piagato dalla sofferenza del segretario democristiano Benigno Zaccagnini, un doppio laico della riluttanza papale, o nella gravosa proattività del giovane Bettino Craxi. Irradiava nella cultura pop dai manuali di ricette per torte detestabili e luganeghe stracotte, su cui si sporgeva il volto rustico ed euganeo di Suor Germana, la suora cuoca, un’anticipazione religiosa e casereccia di Masterchef. La Chiesa rifrangeva dai jeans prelatizi dei giovani sacerdoti, che in tutti gli oratori intonavano l’inno vaticanosecondo Symbolum ’77, una nenia persecutoria in cui Dio è la mia vita e altro io non ho. Era una saturazione del nostro spazio vitale, declinato a un apostolato diffuso. Non c’era zona del vivere civile che non fosse religiosa, ovvero cattolica. E non si trattava di una dittatura, bensì della presa di consapevolezza che l’Italia è imprescindibile nella storia infinitamente postuma del Cristo. Da qui, immense strategie sociali e politiche, estetiche ed esistenziali, in un’espansione infinita della relazione col reale: la Chiesa, a differenza del Cristo, è nel mondo ed è pure del mondo.

Facendo mente locale, il che è oggi un esercizio sempre più difficoltoso, ci si accorge che la Chiesa ha espresso negli ultimi decenni un ciclo leggendario, mentre la percezione dell’elemento cattolico andava nebulizzandosi nella società. Da Paolo VI a Benedetto XVI, è una sequenza di fatti storici che compongono una mitologia clamorosa. Chiudendo il Concilio, Papa Montini appone la sua firma a un mutamento senza precedenti nel messale. Il suo successore, Giovanni Paolo I, muore dopo 33 giorni di pontificato, aprendo l’istituzione ai venti del complottismo, che è un’anticipazione del nostro presente avanzato. Giovanni Paolo II subisce addirittura un attentato in mondovisione e opera nella sostanza stessa del complotto, contribuendo al crollo del comunismo. È però il pontefice apparentemente più schivo e più esile a segnare l’apice di un’epopea contemporanea senza pari: Ratzinger cancella dalla dottrina il limbo dei non nati e arriva a dimettersi.

La storia dei papati più recenti lascia a bocca aperta ed è forse da qui, che bisogna partire per comprendere: dal fatto che i papati si disgiungono non soltanto dalla storia della Chiesa, ma anche dalla sua percezione collettiva. Se i pontefici sembrano efficaci atleti di Dio e allestiscono un climax oggettivamente sconvolgente, la percezione diffusa della presenza della Chiesa sfuma, si dilata, si omeopatizza, fino a farsi sempre meno simbolica, sempre più laicale, giocata precipuamente sul dogma della carità sociale. La Chiesa secondo il modello planetario dell’ospedale da campo è di fatto la conferma di fosche analisi, come quella del teologo e filosofo Ivan Illich: «La povertà istituzionalizzata è una invenzione che la Chiesa ha trasmesso allo Stato e alle istituzioni e che ha condotto a una trasformazione della compassione in qualcosa che è oggi nelle mani degli assicuratori, delle corporazioni professionali della salute, dell’assistenza». Diffondersi nelle intercapedini e fare diaspora ha probabilmente comportato la vaporizzazione progressiva dell’istituzione cattolica, almeno nella percezione generale che se ne ha.

Negli intenti, era una strategia eminentemente politica, nobilitata dall’insegna della “Chiesa extraparlamentare” che il cardinale Ruini teorizzò e fu argomentata in un acuto saggio di Sandro Magister: una Chiesa che, al crollo della Democrazia Cristiana, non vuole più compromessi e rapporti politici preferenziali.

Negli effetti, questa strategia ha determinato invece una sclerosi diffusa e dannosa nel corpo politico, realizzando una “Chiesa ultraparlamentare”, le cui istanze si sono offerti di rappresentare adepti variamente settari, obliqui, perennemente non memorabili. Non stare più direttamente sul palcoscenico politico, tendere piuttosto a condizionare la cultura di massa, a praticare benemeritamente l’assistenza generalizzata: fuori del Palazzo la Chiesa si è fatta carsica, interstiziale, pudica, ma all’interno risulta da vent’anni opprimente, varicosa, lugubremente imprescindibile.

Nella basilica dedicata a San Giovanni Bono, alla periferia sud di Milano: un edificio isoscele a cuspide, che impone il paradosso di una incipiente agorafobia al suo interno. Alla prima messa mattutina sembra di abitare un utero cementizio, un tempio del transumanismo. I fedeli sono radi, invariabilmente anziani. Su quello che dovrebbe essere il sagrato e sembra invece una piccola Cape Canaveral da cui il tempio sta per decollare verso spazi interstellari, una fedele novantenne mi folgora con un inatteso giudizio storico: «Che bei tempi erano quelli del divorzio e dell’aborto!». Pilucca un grappolo d’uva da un sacchetto in plastica biodegradabile, cava vinaccioli e bucce, dice di non essere colta e risulta invece nitida e categorica: «Divorzio e aborto non sono stati una sconfitta per la Chiesa: era materia che creava problemi a chi non credeva e che discendeva da articoli di fede, una conclusione logica a cui arrivava ogni cattolico. Ma già allora non erano abbastanza, i cattolici…».

E oggi i cattolici sono abbastanza? I numeri, che sono ormai una patologia endemica della nostra contemporaneità, in questo caso non spiegano nulla. I cattolici censiti in Italia sono tantissimi: il 60 per cento della popolazione. E tuttavia sono pochi: vent’anni fa erano al 79 per cento. Si contrae il popolo che pratica: solo un quarto dei fedeli partecipa puntualmente alla funzione domenicale, il 47 per cento si reca a messa saltuariamente, il 27,4 per cento non frequenta. Papa Francesco si è detto letteralmente disperato per il numero di sacerdoti che abbandonano la tonaca, più di duemila ogni anno nel mondo. In poco meno di un secolo i sacerdoti in Italia sono scesi da 15 mila a 2.700. Non è una crisi vocazionale: è un’emorragia.

Tra i fedeli all’uscita dai vesperi, presso la chiesa di Dio Padre a Milano 2, un’architettura scalena che sembra partorire un figlio astratto dell’uomo, nessun giovane e ancora volti anziani dagli sguardi stupiti. Discutono dell’attualità. «Il male è l’attualità interpretata dalla Chiesa!» e dibattono fitti, quindici, venti, trenta corpi corruttibili in cerca dell’eterno, qui e ora, e mi tirano per un braccio, mi chiedono di ascoltarli, sperano nella domanda successiva, pensano che io sia un giornalista, uno vuole pronunciarsi sulla calamità dei preti pedofili, un’altra mi infila un bigliettino in tasca ed è la formula di una benedizione, c’è chi insiste che Padre Pio è il più amato dagli italiani e chi fa il nome della mistica Natuzza Evolo – hanno necessità di mistica, reclamano una parola sull’immortalità, si sentono implicitamente abbandonati dal magistero, caracollano tra omelie morali e nichilismo dei tempi attuali, preludono a una fine imminente di se stessi e della sterminata chiesa che si stende sul mondo. Non smettono di criticare, ce l’hanno con il ministro della famiglia Fontana e con il suo collega regressista Pillon, i quali cianciano di divorzio e aborto, ancora il divorzio e l’aborto… Confutano le vesti transitorie del corpo di gloria, credono che il superamento della morte sia definitivo, conculcabile: lo esigono in forma non provvisoria, questo magistero, lo vogliono letterale e cristico.

E così, in ogni chiesa milanese in cui ho vagabondato in questi giorni tumultuosi, la domanda su Dio ha rimbalzato su pareti primonovecentesche e contro vetrate istoriate con un’estetica da Pio Manzù, che il piano per la costruzione di “Ventidue chiese per ventidue concili”, promulgato dal decisivo pontefice Paolo VI, ha conferito alla mia infanzia e pubertà di ateo inverecondo e imbarazzato. Ho attraversato gruppuscoli di fedeli resilienti, pensionati dall’aspetto diaconale, che al prete non hanno il coraggio di chiedere quella parola assoluta di verità: vorrebbero che fosse loro impartita gratuitamente, concessa senza bussare alla comprensione del sacerdote. Di tutti i cattolici praticanti che incrocio di chiesa in chiesa mi colpisce un elemento. I morti fanno paura o confortano ben più di quanto ci riescano Dio e la preghiera coriacea, che bisbigliano quando non c’è nessuna funzione e le chiese appaiono ancora più vuote ed emblematiche, in qualche modo mute e indifferenti. Sono penetrato ovunque in questi vuoti, in ogni punto cardinale. La forma aeronautica di San Francesco d’Assisi al Fopponino, progettata dall’architetto Gio Ponti, la capanna sbagliata di Sant’Ignazio di Loyola a Trezzano, San Pio V, Sant’Eugenio, Sant’Andrea, decine di parrocchie – e le loro comunità, rigogliose la domenica, così come durante i camp estivi, quando si autorappresenta la linfa di una Chiesa che opera socialmente ovunque e vicaria lo Stato che non soccorre più o non ha mai soccorso. La domenica la congrega è vasta e intergenerazionale. Sono partecipatissimi gli oratori, stimati in più di ottomila in tutta Italia, dove però per il 52 per cento non si svolge formazione liturgica, si pensa che non serva. Torna a essere, guardando i numeri, una Chiesa sconcertante, che emette verità amorevoli, ma non produce più figure politiche delineate e stenta nella sua catechesi. In Sicilia, a Piazza Armerina, il 15 settembre scorso, Papa Francesco ha affrontato le piaghe dell’ecclesia, dell’impoverimento culturale, dell’usura e della disoccupazione, ha inveito contro la mafia e sorprendentemente ha fornito indicazioni perché le omelie non durino più di otto minuti. Un rimedio contro l’abbandono delle funzioni, è stato detto.

«Se anche predichiamo nel vuoto, non smettiamo di farlo: il Verbo si è fatto carne, la carne deve interpretare il Verbo!», risuonano nelle navate deserte di una chiesa nell’hinterland le parole di Padre Steiner. Si fa chiamare così, ma probabilmente è un soprannome. Mi hanno parlato di lui, nessuno sa nemmeno se sia davvero un sacerdote. Forse è un paziente psichiatrico aiutato dal parroco, che lo lascia predicare quando nessuno ascolta. Oppure è un marginale, un eretico, un vicario che non celebra la messa e non smette di apparire nel boato di silenzio del pomeriggio, quando nessuno dei fedeli si sottopone ai suoi sermoni, che scuotono il nervo e frustano l’accidia del credente troppo accomodato nelle verità indiscusse. «Non si deve prendere tutto per vero, si deve prenderlo solo per necessario. Questa è un’opinione ben triste: la menzogna viene elevata a ordine del mondo! Oggi subiamo troppo la dittatura del prossimo tuo, ci siamo concentrati sul suo benessere e la sua ricollocazione lavorativa, dimenticando che esiste il me stesso: è al me stesso che non forniamo più indicazioni, comandamenti, sensitività. Gli altri sono diventati un’ossessione. La spesa solidale è il modo con cui conduciamo nel mondo la buona novella? La congrega sembra contagiata dal medianismo, il rito dei defunti è l’unico con cui ci si presenta qui, sotto la Croce, motivati da un’ansia di verità finalmente inquieta, tremante, traumatizzata: cerchiamo come ossigeno la certezza che chi ha abbandonato le spoglie mortali sia ancora vivente. Non c’è altro male, se non questo. Le riforme socialiste della Chiesa che si è statalizzata non fanno per me! L’imperativo, per cui ciascuno deve sottomettersi alle autorità costituite e pagare le tasse dovute, ha forse altro fine che non ricord arci quanto sia ormai tempo di svegliarci dal sonno? La nostra salvezza è più prossima di quando diventammo credenti? La notte è avanzata, il giorno è vicino. Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e non ci lasciamo prendere dai desideri della carne. La carne, questo mistero! Quanta ce ne tocca ancora? Quanto rotolano per i secoli fino a noi le sue tentazioni… Continuiamo a parlarne, ad accusarla. Abbiamo bisogno di una Chiesa profetica, che sembri capace addirittura di apostasia. Ogni istituzione che non suppone il popolo buono e il prete corruttibile è viziosa. E tu: tu non hai abbastanza rispetto per la Scrittura e alteri la storia». È pazzo, forse? È catecumenale? Scompare accelerando i passi a destra nel transetto, scarta le panche vuote, gesticola nell’aria, le chiome biancoargento della capigliatura folta, nordica, luterana…

Prima di uscire dalla chiesa, vuota, dove sono l’unico corpo che si aggira tra i banchi deserti, mi fermo ad accendere una candela elettrica. Il filamento è incandescente a tratti, si spegne e si riaccende, crepita, e mi sembra che sia tutto il mio, il nostro tempo ora. (espresso.repubblica.it)

I preti sposati debbono poter riprendere a esercitare il loro ministero, se lo desiderano

Petizione per l’abolizione dell’obbligo del celibato per i presbiteri in servizio pastorale
Lettera a Papa Francesco
A Sua Santità Papa Francesco,
Caro Papa Francesco,
Noi siamo molto preoccupati per il servizio pastorale e per il mantenimento dello spirito comunitario nelle nostre parrocchie, nelle quali opera un sempre minor numero di presbiteri, in quanto l’obbligo del celibato è per molti di loro un carico troppo pesante.
Il 7 dicembre 1965 cardinali e vescovi insieme a Papa Paolo VI hanno emanato il decreto conciliare :
PRESBYTERORUM ORDINIS (SUL MINISTERO E LA VITA SACERDOTALE) nel quale, al capitolo 16, si legge quanto segue :
«16. La perfetta e perpetua continenza per il regno dei cieli, raccomandata da Cristo Signore (33) nel corso dei secoli e anche ai nostri giorni gioiosamente abbracciata e lodevolmente osservata da non pochi fedeli, è sempre stata considerata dalla Chiesa come particolarmente confacente alla vita sacerdotale. Essa è infatti segno e allo stesso tempo stimolo della carità pastorale, nonché fonte speciale di fecondità spirituale nel mondo (34). Essa non è certamente richiesta dalla natura stessa del sacerdozio, come risulta evidente se si pensa alla prassi della Chiesa primitiva (35) e alla tradizione delle Chiese orientali, nelle quali, oltre a coloro che assieme a tutti i vescovi scelgono con l’aiuto della grazia il celibato, vi sono anche degli eccellenti presbiteri coniugati: per questo il nostro sacro Sinodo, nel raccomandare il celibato ecclesiastico, non intende tuttavia mutare quella disciplina diversa che è legittimamente in vigore nelle Chiese orientali, anzi esorta amorevolmente tutti coloro che hanno ricevuto il presbiterato quando erano nello stato matrimoniale a perseverare nella santa vocazione, continuando a dedicare pienamente e con generosità la propria vita per il gregge loro affidato (36).
[Osservazione: le cifre 33, 34, 35 e 36 nel testo del Decreto succitato si riferiscono alle Note. Il corsivo e il grassetto non sono nel testo, ma sono stati scelti per accentuare i passaggi qui più interessanti].
 In base alla dichiarazione contenuta nel Decreto, constatiamo che la vocazione al servizio sacerdotale non richiede necessariamente di vivere nel celibato. È rimarchevole anche che in questo documento il Santo Sinodo «raccomanda il celibato ecclesiastico» enon lo impone! Per questo motivo noi La preghiamo, Santità, di abolire l’obbligo del celibato per i presbiteri in servizio pastorale nelle parrocchie e di permettere loro di scegliere se desiderano esercitare il loro ministero di pastori in cura d’anime vivendo nel celibato o nel matrimonio. La supplichiamo inoltre, Santità, di consentire ai presbiteri che hanno dovuto lasciare il ministero, non avendo potuto mantenere il celibato, di riprendere ad esercitarlo nel caso volessero operare ancora nella pastorale. Siamo consapevoli che lo stipendio di molti presbiteri, innanzitutto di quelli che si trovano in Paesi poveri, non sarebbe sufficiente per sostentare una famiglia. Per questo supplichiamo Lei, Santità Papa Francesco, e tutti i Cardinali e Vescovi di far appello alla solidarietà di tutti i fedeli e di trovare vie e mezzi per eliminare tale ingiustizia sociale. La carenza di mezzi di finanziari non può mai essere un motivo per obbligare i presbiteri al celibato.
Con queste suppliche molto instanti si rivolgono alla Santità Vostra, caro Papa Francesco, nella ferma speranza di venire esauditi e con cordiali saluti i seguenti uomini e donne fedeli.
Iniziativa di alcuni fedeli di Briga in Svizzera pubblicata anche da  ildialogo.org.

Dopo aver perso il parroco a seguito di una sua relazione amorosa, il consiglio parrocchiale del comune grigionese di Breil/Brigels, in Surselva, ha scritto direttamente a Papa Francesco per chiedere di eliminare il celibato dei preti.

A metà luglio, dopo aver celebrato la messa, il religioso ha detto ai fedeli di aver deciso di vivere pubblicamente la propria relazione, con la conseguenza di una sua sospensione immediata.

«Abbiate la forza di intraprendere i primi passi verso l’abolizione del celibato obbligatorio», si legge nella lettera aperta inviata al pontefice romano dal comitato parrocchiale di 15 persone.

Al villaggio grigionese – si sottolinea – dispiace molto di aver perso il giovane parroco solo perché è stato onesto nei confronti del dovere di non essere sposato. Si tratta di una persona molto apprezzata, impegnata, aperta e autorevole.

«Proviamo molta rabbia, perché la Chiesa fino ad ora non ha ritenuto necessario adoperarsi per l’annullamento dell’obbligo del celibato». Che quest’ultimo al giorno d’oggi costituisca un problema non è una novità, aggiungono i membri del consiglio parrocchiale. La carenza di parroci preoccupa già da molto tempo, e ora a causa del celibato si perdono anche quelli buoni.

(fonte: tio.ch)