Speranza di vita, si aggravano gli effetti sugli assegni dei sacerdoti

Da 68 a 69 anni, così cambierà fra pochi mesi il requisito dell’età per l’assegno di vecchiaia nel Fondo di previdenza del clero. È una novità, che andrà in vigore dal 1° gennaio 2019, che ricade in particolare sui sacerdoti e gli altri ministri di culto che stanno per varcare la soglia del pensionamento. Effetti imprevisti di questo aumento dell’età pensionabile, sia economici sia normativi, condizionano la normale applicazione della previdenza sacerdotale
Causa di questa nuova situazione è la maggiore «speranza di vita», l’indice che registra una migliore qualità della vita dei cittadini italiani, ma che allunga anche il pensionamento di tutti gli assicurati dell’Inps al fine di contenere la spesa pensionistica.
Il calcolo dell’indice della speranza di vita sulle pensioni è registrato dall’Istat (dal 2013 è stato di 3 mesi in più e a seguire 4, 7 e dal prossimo anno 12 mesi) prendendo come base la popolazione con età di 65 anni, cioè il vecchio requisito per la pensione di vecchiaia e per l’assegno sociale. È evidente che se nel Fondo Clero l’età ordinaria è di 68 anni, qualsiasi aumento di speranza di vita è stato già abbondantemente considerato. Applicare la speranza di vita anche su un’età di 68 anni costituisce quindi un abuso, illogico oltre che giuridico. Emergono infatti motivi, ora sempre più evidenti (come la diversa mortalità per gli uomini e per le donne), per contestare in via giurisdizionale la speranza di vita nel Fondo Clero, ovviamente grazie ai ricorsi degli interessati.
Il “differimento”. Il Fondo prevede che se un sacerdote, avendo già maturato il diritto, rinvia oppure ritarda di almeno un anno la domanda di pensione riceve d’ufficio un aumento della rata mensile, calcolato in base ad un’apposita tabella attuariale. Oggi, chi ha maturato, ad esempio, un importo di 100 euro, rinviando la pensione dopo i 68 anni, riscuoterebbe una rata di 121 euro.
Di fatto, il nuovo requisito di 69 anni per l’assegno di vecchiaia nel Fondo spazzerà via, in un solo colpo, l’istituto del differimento, impedendo quindi una corretta applicazione della normativa sacerdotale. E tanto meno gli interessati, già avanti negli anni, avranno la pazienza (e forse l’età) per rinviare la pensione fino ai 70 anni o più, al fine di beneficiare della speciale maggiorazione.
Infine, i 69 anni di età comportano, oltre alla perdita del differimento, un maggiore carico contributivo (l’obbligo cessa solo col pensionamento), la perdita delle rate mensili e della tredicesima maturate tra i 68 e i 69 anni di età, la riduzione delle maggiorazioni su ogni anno versato in più oltre il minimo dei 20.

avvenire

Viaggio nella storia del premio. Il Nobel per la pace: la «fabbrica» della speranza

Il «Giardino dei Nobel» al Centro del Nobel per la pace di Oslo, in Norvegia (Pescali)

Il «Giardino dei Nobel» al Centro del Nobel per la pace di Oslo, in Norvegia (Pescali)

Il 10 dicembre 1901, nello Storting, il parlamento norvegese, il fondatore e presidente della Società francese per l’arbitrato tra le nazioni Frédéric Passy e il fondatore del Comitato Internazionale della Croce Rossa Jean Henry Dunant furono insigniti del primo premio Nobel per la pace, voluto da Alfred Nobel per premiare la «persona che più si sia prodigata o abbia realizzato il miglior lavoro ai fini della fraternità tra le nazioni, per l’abolizione o la riduzione di eserciti permanenti e per la formazione e l’incremento di congressi per la pace». Da allora altre 96 personalità o istituti hanno ricevuto l’ambito premio che, dal 1990, viene consegnato nella sala del comune diOslo, e che per il 2018 sarà assegnato tra pochi giorni (tra l’altro in un anno particolare, considerato che il premio per letteratura non verrà assegnato, per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale, a causa dello scandalo per le molestie sessuali che ha coinvolto Jean-Claude Arnault, marito di una giurata). Nel suo testamento, redatto a Parigi il 27 novembre 1895, Alfred Nobel non specificò il motivo per cui aveva scelto la Norvegia anziché la Svezia come sede per la selezione e la consegna del premio. Si sono fatte diverse congetture: la Norvegia al tempo faceva ancora parte dell’Unione Svedese e lo Storting, che gestiva in una sorta di autonomia gli affari nazionali, aveva recentemente approvato una risoluzione per appoggiare il movimento di pace internazionale e forse questo fu uno dei motivi che indusse il magnate a optare per Oslo piuttosto che Stoccolma.

Il premio per la pace essendo, tra i sei istituiti da Nobel, quello meno tecnico è, per forza di cose, anche il più controverso e soggetto a contestazioni. «La prima grande svolta» mi spiega Niccolò Sattin, coordinatore delle Pubbliche Relazioni del Nobel Peace Center di Oslo, «la si ebbe nel 1936, dopo che il comitato preposto alla scelta del laureato, assegnò il premio al pacifista e antinazista tedesco Carl von Ossietzky, allora detenuto nel campo di concentramento di Esterwegen. Hitler si infuriò così tanto che vietò ai cittadini tedeschi di accettare ogni altra onorificenza data dall’istituzione». Da allora i cinque membri del Comitato per il Nobel Norvegese preposti a scegliere e assegnare il premio Nobel non devono ricoprire alcuna carica governativa e, dal 1977, neppure parlamentare, sebbene vengano scelti dallo Storting stesso. Oggi il comitato è formato dal filosofo e scrittore Henrik Syse, dall’antieuropeista Anne Enger, dall’analista e giornalista Asle Toje, dal discusso segretario generale del Consiglio d’Europa Thorbjørn Jagland e dall’avvocatessa Berit Reiss-Andersen, presidente del comitato e membro della DLA Piper, lo studio legale che ha co-finanziato la campagna elettorale di Obama nel 2012.

Sono queste cinque figure che accolgono, entro il 31 gennaio, la lista dei nominativi proposti alla candidatura, i cui bandi vengono aperti a chiunque da settembre dell’anno precedente. Durante il primo incontro ciascun membro del comitato può aggiungere altri candidati. Tutti i nominativi proposti rimangono segreti per 50 anni. Entro la fine di aprile il Comitato per il Nobel Norvegese, assieme ad esperti internazionali, esamina ciascuna proposta sino a raggiungere una lista di 20-30 candidati da cui, all’inizio di ottobre verrà annunciato il vincitore (o i vincitori, sino ad un massimo di tre) che verrà premiato il 10 dicembre con un premio di 870.000 euro. Quest’anno sono giunte 331 candidature (216 individuali e 115 organizzazioni). «Sino al 1960 tutti i premi sono stati assegnati a personalità del mondo occidentale» spiega Niccolò; «Il primo Nobel per la pace assegnato ad un africano fu dato a Albert John Lutuli, presidente dell’African National Congress. È stata questa la svolta che ha portato il Premio Nobel a divenire un premio veramente di portata mondiale». Il prestigio che accompagna il premio ha reso sempre più difficile il lavoro dei cinque componenti del comitato che si trova quasi ogni anno a dover scartare decine di curriculum che potrebbero soddisfare le richieste fatte dal fondatore. Il comitato, ad esempio, non assegnò mai il Nobel a Gandhi, «la più grande omissione nei nostri 106 anni di storia» ebbe a dire nel 2006 Geir Lundestad, allora direttore dell’Istituto Nobel Norvegese.

Ma non sono tanto le candidature scartate a sollevare polemiche, quanto la scelta finale, spesso dettata da ragioni chiaramente politiche. Il premio dato ‘sulla fiducia’ ad Obama nel 2009, ad esempio, è stato uno dei più contestati e, alla fine, l’ennesima dimostrazione di quanto fragile sia l’obiettività e la lungimiranza del comitato per il Nobel. Così come quello dato nel 1989 al Dalai Lama, un chiaro monito inviato a Pechino contro la repressione di Tienanmen o quello, altrettanto contestato, concesso nel 1973 a Henry Kissinger e a le Duc Tho, rifiutato da quest’ultimo in polemica per le continue violazioni del trattato compiute dal governo Sud Vietnam con l’appoggio statunitense. L’attribuzione del premio a Arafat, Peres e Rabin nel 1994 portò alle clamorose dimissioni dal Comitato per il Nobel di Kåre Kristiansen in protesta con il conferimento della laurea a Arafat, considerato da Kristiansen un terrorista.

Non mancano premi Nobel contraddittori, come quello assegnato nel 2017 all’ICAN (la Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari) preceduto, nel 2005, da quello conferito all’IAEA, l’Agenzia internazionale per l’energia nucleare. Un’altra grave limitazione è che il Premio Nobel per la Pace, una volta concesso, non può più essere revocato; la valutazione fatta dal comitato si limita sino al conferimento del premio. Non c’è nessuna clausola che obblighi il laureato a continuare il processo etico e morale che lo ha reso degno della fiducia. Le 400.000 firme che, nel settembre 2017 hanno chiesto al Comitato del Nobel di revocare il premio conferito nel 1991 ad Aung San Suu Kyi per la sua responsabilità delle violenze nei confronti dei rohingya e dei kachin in Myanmar, rimarranno quindi lettera morta.

Per contro, il comitato ha dato anche importanti segnali di solidarietà a nascenti movimenti di protesta o a singole personalità del mondo della cultura. Nel 1996 il vescovo di Dili, Carlos Felice Ximenes Belo e il rappresentante del Fretilin José Ramos-Horta ebbero l’ambito riconoscimento che aiutò il movimento nazionalista est timorese a raggiungere l’indipendenza, mentre nel 2010 fu lo scrittore Liu Xiaobo, co-autore della Carta 08, ad essere premiato suscitando, ancora una volta, le vivaci proteste del governo cinese che arrivò a minacciare di rompere le relazioni diplomatiche con la Norvegia. Importante, e anche uno dei pochi premi che han trovato ampio consenso internazionale, la scelta caduta nel 2014, sulla diciassettenne Malala Yousafzai, la più giovane laureata della storia del Nobel, e Kailash Satyarthi «per la loro battaglia contro lo sfruttamento dei bambini e il loro diritto di avere un’istruzione». Ed è forse questo il principale compito del premio Nobel per lapace: dare una speranza concreta al futuro di chi ha perso la fiducia nel proprio domani.

da Avvenire

Olanda, multa a chi parla al cellulare in bicicletta

Olanda, multa a chi parla al cellulare in bicicletta

Arriva in Olanda il divieto di utilizzare il cellulare alla guida della bicicletta. La legge, che entrerà in vigore il prossimo luglio, estende l’attuale divieto dei veicoli anche alle due ruote, molto diffuse nei Paesi Bassi.
Secondo il ministro dei trasporti olandese, Cora van Nieuwenhuizen, la legge si era necessaria perché l’avvento dei social media e del traffico dati illimitato ha cambiato il modo in cui le persone utilizzano gli smartphone e il tempo trascorso.

I ciclisti erano stati esclusi dal divieto iniziale a causa della loro bassa velocità, ha spiegato al Guardian Van Niewenhuizen. “Ma in effetti, usare un telefono è pericoloso tanto quanto in una macchina” ha aggiunto. “Il fatto è che ogni volta che sei in viaggio devi prestare la massima attenzione e non fare assolutamente nulla al telefono”.

avvenire

Commento al Vangelo Domenica 30 Settembre 2018

XXVI Domenica
Tempo ordinario – Anno B

In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demoni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi. Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa. Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile». […]

Maestro, quell’uomo guariva e liberava, ma non era dei nostri, non era in regola, e noi glielo abbiamo impedito. Come se dicessero: i malati non sono un problema nostro, si arrangino, prima le regole. I miracoli, la salute, la libertà, il dolore dell’uomo possono attendere.
Non era, non sono dei nostri. Tutti lo ripetono: gli apostoli di allora, i partiti, le chiese, le nazioni, i sovranisti. Separano. Invece noi vogliamo seguire Gesù, l’uomo senza barriere, il cui progetto si riassume in una sola parola “comunione con tutto ciò che vive”: non glielo impedite, perché chi non è contro di noi è per noi. Chiunque aiuta il mondo a fiorire è dei nostri. Chiunque trasmette libertà è mio discepolo. Si può essere uomini che incarnano sogni di Vangelo senza essere cristiani, perché il regno di Dio è più vasto e più profondo di tutte le nostre istituzioni messe insieme.
È bello vedere che per Gesù la prova ultima della bontà della fede sta nella sua capacità di trasmettere e custodire umanità, gioia, pienezza di vita. Questo ci pone tutti, serenamente e gioiosamente, accanto a tanti uomini e donne, diversamente credenti o non credenti, che però hanno a cuore la vita e si appassionano per essa, e sono capaci di fare miracoli per far nascere un sorriso sul volto di qualcuno. Stare accanto a loro, sognando la vita insieme (Evangelii gaudium).
Gesù invita i suoi a passare dalla contrapposizione ideologica alla proposta gioiosa, disarmata, fidente del Vangelo. A imparare a godere del bene del mondo, da chiunque sia fatto; a gustare le buone notizie, bellezza e giustizia, da dovunque vengano. A sentire come dato a noi il sorso di vita regalato a qualcuno: chiunque vi darà un bicchiere d’acqua non perderà la sua ricompensa. Chiunque, e non ci sono clausole, appartenenze, condizioni. La vera distinzione non è tra chi va in chiesa e chi non ci va, ma tra chi si ferma accanto all’uomo bastonato dai briganti, si china, versa olio e vino, e chi invece tira dritto.
Un bicchiere d’acqua, il quasi niente, una cosa così povera che tutti hanno in casa.
Gesù semplifica la vita: tutto il Vangelo in un bicchiere d’acqua. Di fronte all’invasività del male, Gesù conforta: al male contrapponi il tuo bicchiere d’acqua; e poi fidati: il peggio non prevarrà.
Se il tuo occhio, se la tua mano ti scandalizzano, tagliali… metafore incisive per dire la serietà con cui si deve aver cura di non sbagliare la vita e per riproporre il sogno di un mondo dove le mani sanno solo donare e i piedi andare incontro al fratello, un mondo dove fioriscono occhi più luminosi del giorno, dove tutti sono dei nostri, tutti amici della vita, e, proprio per questo, tutti secondo il cuore di Dio.
(Letture: Numeri 11,25-29; Salmo 18; Giacomo 5,1-6; Marco 9,38-43.45.47-48)

avvenire

Vaticano, l’ex nunzio Viganò attacca il Papa: “Francesco, perché non parli?”

Vaticano, l'ex nunzio Viganò attacca il Papa: "Francesco, perché non parli?"

ansa

fonte: espresso.repubblica

CITTÀ DEL VATICANO–  “Papa Francesco, perché non rispondi? Chi tace acconsente”. A un mese dalla pubblicazione del suo memoriale, monsignorCarlo Maria Viganò torna a parlare. Lo fa attraverso un testo pubblicato ancora una volta dal sito conservatore statunitense lifesitenews.com e, in Italia, dal sito web del vaticanista della Rai Aldo Maria Valli.

Nel nuovo documento fatto pervenire “dalla località segreta nella quale vive”, l’ex nunzio negli Stati Uniti che ha accusato Francesco e i vertici della curia romana di non essere intervenuti sulla doppia vita del cardinale Theodore McCarrick, va giù duro ancora contro il Papa. Dice: “Né il papa, né alcuno dei cardinali a Roma hanno negato i fatti che io ho affermato nella mia testimonianza. Il detto ‘Qui tacet consentit’ si applica sicuramente in questo caso, perché se volessero negare la mia testimonianza, non hanno che farlo, e fornire i documenti in supporto della loro negazione. Come è possibile non concludere che la ragione per cui non forniscono i documenti è perché essi sanno che i documenti confermerebbero la mia testimonianza?”.

Mentre una risposta da parte del Vaticano sembra essere vicina, è la voce dell’ex diplomatico vaticano a tornare a farsi sentire. Viganò dice che “come ogni battezzato, come sacerdote e vescovo della santa Chiesa, sposa di Cristo, sono chiamato a rendere testimonianza alla verità”. E che “per il dono dello Spirito che mi sostiene con gioia nella strada che sono chiamato a percorrere, intendo farlo fino alla fine dei miei giorni”. E ancora: “Il nostro unico Signore ha rivolto anche a me l’invito: ‘Seguimi!’, ed intendo seguirlo con l’aiuto della sua grazia fino alla fine dei miei giorni”.

Dopo aver citato il Samo 103 che recita la volontà di cantare “al Signore” finché si ha vita, Viganò spiega che “la decisione di rivelare quei fatti – relativi alla doppia vita di McCarrick e all’azione del papa e della curia in merito, ndr –è stata per me la più sofferta e grave che abbia mai preso in tutta la mia vita. La presi dopo lunga riflessione e preghiera, durante mesi di profonda sofferenza e angoscia, in un crescendo di continue notizie di terribili eventi, con migliaia di vittime innocenti distrutte, di vocazioni e di giovani vite sacerdotali e religiose sconvolte. Il silenzio dei pastori che avrebbero potuto porvi rimedio, e prevenire nuove vittime, diventava sempre più insostenibile, un crimine devastante per la Chiesa. Ben consapevole delle enormi conseguenze che la mia testimonianza avrebbe potuto avere, perché quello che stavo per rivelare coinvolgeva lo stesso successore di Pietro, ciò nonostante scelsi di parlare per proteggere la Chiesa e dichiaro con chiara coscienza davanti a Dio che la mia testimonianza è vera. Cristo è morto per la Chiesa, e Pietro, Servus servorum Dei, è il primo chiamato a servire la sposa di Cristo”.

“Certo, alcuni dei fatti che stavo per rivelare erano coperti dal secreto pontificio che avevo promesso di osservare e che ho fedelmente osservato fin dall’inizio del mio servizio alla Santa Sede. Ma la finalità del secreto, anche di quello pontificio, è di proteggere la Chiesa dai suoi nemici, non di coprire e diventare complici di crimini commessi da alcuni suoi membri. Io ero stato testimone, non per mia scelta, di fatti sconvolgenti, e come sta scritto nel Catechismo della Chiesa Cattolica (par. 2491), il sigillo del segreto non è vincolante quando la custodia del segreto dovesse causare danni molto gravi ed evitabili soltanto mediante la divulgazione della verità. Solo il sigillo del segreto sacramentale avrebbe potuto giustificare il mio silenzio”.

Viganò dice che il centro della sua testimonianza “è che almeno dal 23 giugno 2013 il papa ha saputo da me quanto perverso e diabolico fosse McCarrick nei suoi intenti e nel suo agire, e invece di prendere nei suoi confronti quei provvedimenti che ogni buon pastore avrebbe preso, il papa fece di McCarrick uno dei suoi principali agenti di governo della Chiesa, per gli Stati Uniti, la Curia e perfino per la Cina, come con grande sconcerto e preoccupazione per quella Chiesa martire stiamo vedendo in questi giorni”.

“Ora, la risposta del papa alla mia testimonianza è stata: ‘Io non dirò una parola!’ Salvo poi, contraddicendo se stesso, paragonare il suo silenzio a quello di Gesù a Nazareth davanti a Pilato e paragonare me al grande accusatore, Satana, che semina scandalo e divisione nella Chiesa, ma senza mai pronunciare il mio nome. Se avesse detto: ‘Viganò ha mentito’ avrebbe contestato la mia credibilità e cercato di accreditare la sua. Così facendo però avrebbe accresciuto la richiesta da parte del popolo di Dio e del mondo dei documenti necessari per determinare chi dei due avesse detto la verità. Egli ha invece posto in essere una sottile calunnia contro di me, calunnia da lui stesso tanto spesso condannata persino con la gravità di un assassinio. Per di più, lo ha fatto ripetutamente, nel contesto della celebrazione del sacramento più sacro, l’Eucaristia, in cui non si corre il rischio di essere contestati come davanti ai giornalisti. Quando ha parlato ai giornalisti, ha chiesto loro di esercitare la loro professione con maturità e di tirare le loro conclusioni. Ma come possono i giornalisti scoprire e conoscere la verità se quelli che sono direttamente implicati si rifiutano di rispondere ad ogni domanda o di rilasciare qualsiasi documento? La non volontà del papa di rispondere alle mie accuse e la sua sordità agli appelli dei fedeli ad essere responsabile non è assolutamente compatibile con la sua richiesta di trasparenza e di essere costruttori di ponti e non di muri”.

Continua l’ex nunzio: “Ma c’è di più: l’aver coperto McCarrick non sembra essere stato certamente un errore isolato da parte del papa. Molti altri casi sono stati recentemente documentati dalla stampa, mostrando che papa Francesco ha difeso preti omosessuali che hanno commesso gravi abusi sessuali contro minori o adulti. Incluso il suo ruolo nel caso del padre Julio Grassi a Buenos Aires, l’aver reinstallato padre Mauro Inzoli dopo che papa Benedetto lo aveva rimosso dal ministero sacerdotale (fino al momento in cui è stato messo in carcere, e allora a questo punto papa Francesco lo ha ridotto allo stato laicale), e per aver fermato le indagini per accuse di abusi sessuali contro il cardinale Cormac Murphy O’Connor. Nel frattempo, una delegazione della USCCB (la Conferenza episcopale degli Stati Uniti, ndr), guidata dal suo presidente, il cardinale DiNardo, è andata a Roma per chiedere un’indagine del Vaticano su McCarrick. Il cardinale DiNardo e gli altri prelati devono dire alla Chiesa in America e nel mondo: il papa si è rifiutato di svolgere un’indagine in Vaticano sui crimini di McCarrick e dei responsabili di averli coperti? I fedeli hanno diritto di saperlo”.

“Vorrei fare un appello speciale al cardinale Marc Ouellet, perché con lui come nunzio ho sempre lavorato in grande sintonia e ho sempre avuto grande stima e affetto nei suoi confronti. Ricorderà quando, ormai terminata la mia missione a Washington, mi ricevette la sera nel suo appartamento a Roma per una lunga conversazione. All’inizio del pontificato di papa Francesco aveva mantenuto la sua dignità, come aveva dimostrato con coraggio quando era arcivescovo di Québec. Poi, invece, quando il suo lavoro come prefetto della Congregazione per i vescovi è stato virtualmente compromesso perché la presentazione per le nomine vescovili da due “amici” omosessuali del suo dicastero passava direttamente al papa, bypassando il cardinale, ha ceduto. Un suo lungo articolo su L’Osservatore Romano, in cui si è schierato a favore degli aspetti più controversi dell’Amoris Laetitia, ha rappresentato la sua resa. Eminenza, prima che io partissi per Washington, lei mi parlò delle sanzioni di papa Benedetto nei confronti di McCarrick. Lei ha a sua completa disposizione i documenti più importanti che incriminano McCarrick e molti in curia che li hanno coperti. Eminenza, le chiedo caldamente di voler rendere testimonianza alla verità!”.

“In fine, desidero incoraggiarvi, cari fedeli, fratelli e sorelle in Cristo: non scoraggiatevi mai! Fate vostro l’atto di fede e di completa fiducia in Cristo Gesù, nostro Salvatore, di San Paolo nella sua seconda Lettera a Timoteo, Scio Cui credidi, che ho scelto come mio motto episcopale. Questo è un tempo di penitenza, di conversione, di grazia, per preparare la Chiesa, sposa dell’Agnello, ad essere pronta e vincere con Maria la battaglia contro il drago infernale. Come ricordo per la mia ordinazione episcopale, conferitami da san Giovanni Paolo II il 26 aprile 1992, avevo scelto un’immaginetta presa da un mosaico della basilica di San Marco, a Venezia. Essa riproduce il miracolo della tempesta sedata. Mi aveva colpito il fatto che nella barca di Pietro, sballottata dalle acque, la figura di Gesù è riprodotta due volte. A prua Gesù dorme profondamente, mentre Pietro dietro di lui cerca di svegliarlo: ‘Maestro, non t’importa che moriamo?’. Mentre gli apostoli, atterriti, guardano ciascuno in una direzione diversa e non si avvedono che Gesù è ritto in piedi dietro di loro, benedicente, ben al comando della barca. ‘Destatosi, sgridò il vento e disse al mare: taci, calmati… Poi disse loro: perché siete così paurosi? Non avete ancora fede?’. La scena è quanto mai attuale per ritrarre la tremenda bufera che sta attraversando in questo momento la Chiesa, ma con una differenza sostanziale: il successore di Pietro non solo non vede il Signore a poppa che ha sicuramente il pieno controllo della barca, ma nemmeno intende svegliare il Gesù dormiente a prua. Cristo è forse diventato invisibile al suo vicario? È tentato forse di improvvisarsi come sostituto del nostro unico Maestro e Signore? Il Signore è ben saldo al comando della barca! Cristo, Verità, possa essere sempre luce nel nostro cammino.!”.

Abusi in Cile: concluse due indagini preliminari contro un francescano e un sacerdote della diocesi di Talca. Atti trasmessi alla Santa Sede

L’Ordine francescano del Cile, attraverso il ministro provinciale, ha reso noto l’esito dell’indagine preliminare contro il sacerdote francescano Arístides Miranda, per la denuncia di abuso sessuale su una minorenne. Dalle informazioni ricavate, si legge nel comunicato dell’Ordine, “si è stabilito che esistono elementi che permettono di accreditare la verosimiglianza dei fatti denunciati. Date queste circostanze, si è decretato di rimettere la documentazione alla Congregazione per la Dottrina della fede, a Roma, e mentre prosegue il processo canonico, fatta salva la presunzione di innocenza, fra’ Arístides Miranda è sospeso dall’esercizio del ministero sacerdotale”.
La Provincia francescana in Cile, nell’avvertire tutto il peso della situazione, annuncia che “continuerà a impegnarsi per la ricerca della verità, per l’accoglienza delle persone coinvolte e nell’agire per la vita e la dignità umana”.
Anche la diocesi di Talca, in un comunicato diffuso ieri, informa che l’inchiesta previa contro il sacerdote diocesano Luciano Arriagada Vergara si è conclusa manifestando elementi che permettono di accreditare la veridicità dei fatti denunciati. Anche in questo caso gli atti sono stati trasmessi in Vaticano e per il sacerdote è stata confermata la sospensione cautelare.

agensir

Così si spegne la Chiesa. Ora riforma e spazio ai preti sposati

Così si spegne la Chiesa
Illustrazione di Carlo Stanga

Impressioni di settembre in una piccola chiesa alla periferia est di Milano. Fuori infuria una pioggia pesante, tropicale. Il sacerdote ha appena iniziato l’omelia. I banchi sono occupati da rari fedeli: qualche anziano e, sorprendentemente, una giovane madre che cerca di chetare il figlio piccino, poco più di un anno, che esplode in un pianto strepitante. Non smette di singhiozzare. La madre accenna ad alzarsi, a uscire, per non disturbare la messa. Il prete la ferma, interrompe la predica: «Lasciamo parlare la voce di Dio: è questo pianto». Siamo rimasti minuti così, in silenzio, ad ascoltare i vagiti, nel tempio semivuoto.

Quei singulti piccini, in quella desertificazione della messa, ho potuto intercettarli perché da giorni avevo incominciato a girare per le chiese milanesi: per verificarne i vuoti. Le ho scrutate come ventri cavi, ruderi attivi e spazialmente imponenti, proposte di immortalità andate deluse. Mi sono messo a turbinare per templi cristiani, dopo avere accusato uno choc antropologico, durante un incontro in un liceo. Avevo chiesto alla classe, una trentina di ragazzi, quanti fossero cattolici: circa due terzi avevano alzato la mano. Quando però ho domandato chi ritenesse che Cristo avesse effettivamente sconfitto la morte con la resurrezione, si era sollevata soltanto una timida mano. Era un minimo esempio di scollamento abissale e pervicace tra magistero, fede e fedeli, che solleva l’enorme domanda su quale sia il credo e la sostanza cattolica di questo tempo. Quindi ho preso a girare per chiese milanesi, contemplandole vuote e rischiose, abitate da renitenti luminosi, aree oratoriali infoltite da bambini digitali, popolate da sacerdoti preoccupati dell’insegnamento morale. Un tempo non si doveva circolare per parrocchie per ritrovare il Cristo. Era sufficiente stare immobili e la Chiesa veniva a te, ovunque e chiunque tu fossi. È arduo descrivere oggi cosa fu la Sposa del Cristo in Italia in quel passaggio storico determinante tra Novecento e nuovo millennio. Si può procedere per emblemi, per impressionismi personali, come è tipico di uno scrittore, che non è mai un sociologo.

Per esempio: quando il Papa entra per la prima volta nella mia vita non è al battesimo, a cui i miei genitori, fieramente amendoliani, non si sognano di sottopormi. Il pontefice è in quegli anni, ovvero i Settanta, una figura ubiqua, quasi carceraria, che respira ovunque nella nazione, imprimendovi il suo fragile battito cardiaco e il vasto immaginario storico che gli piega le spalle. È un italiano riluttante e io lo vedo affacciarsi dolente al balcone di San Pietro, la stola rossa risalta nei primi tv a colori, sgranata ed eccessiva, un lussurioso scarlatto che stona e completa il volto da geometra accigliato di Paolo VI. La sua voce non tuona, è piuttosto una pasta sonora farinosa e incerta, però rimbomba nella mente mia e degli allora bambini, fino a oggi. La sua figura magra e incerta spalanca le braccia in un gesto drammatico, pronunciando parole terribili: «Uomini delle Brigate Rosse, vi prego in ginocchio: liberate l’onorevole Aldo Moro! Tutti dobbiamo temere Iddio vindice dei morti senza causa e senza colpa».

Se quel momento non è mai realmente esistito, poiché l’appello di Papa Montini fu scritto e mai interpretato nell’udienza domenicale, non è una valida ragione per smentirne la consistenza, tutta fantasmatica, con cui io l’ho visto e vissuto.

Era così pervasiva la Chiesa a quei tempi, che non si sfuggiva a un surplus di immaginazione, a una percezione dilatata della sua influenza, a un condizionamento collettivo e a una guida politica indefessa, da seguire o contro cui scagliarsi. La Chiesa c’era. Era ovunque. Esisteva politicamente, nel volto piagato dalla sofferenza del segretario democristiano Benigno Zaccagnini, un doppio laico della riluttanza papale, o nella gravosa proattività del giovane Bettino Craxi. Irradiava nella cultura pop dai manuali di ricette per torte detestabili e luganeghe stracotte, su cui si sporgeva il volto rustico ed euganeo di Suor Germana, la suora cuoca, un’anticipazione religiosa e casereccia di Masterchef. La Chiesa rifrangeva dai jeans prelatizi dei giovani sacerdoti, che in tutti gli oratori intonavano l’inno vaticanosecondo Symbolum ’77, una nenia persecutoria in cui Dio è la mia vita e altro io non ho. Era una saturazione del nostro spazio vitale, declinato a un apostolato diffuso. Non c’era zona del vivere civile che non fosse religiosa, ovvero cattolica. E non si trattava di una dittatura, bensì della presa di consapevolezza che l’Italia è imprescindibile nella storia infinitamente postuma del Cristo. Da qui, immense strategie sociali e politiche, estetiche ed esistenziali, in un’espansione infinita della relazione col reale: la Chiesa, a differenza del Cristo, è nel mondo ed è pure del mondo.

Facendo mente locale, il che è oggi un esercizio sempre più difficoltoso, ci si accorge che la Chiesa ha espresso negli ultimi decenni un ciclo leggendario, mentre la percezione dell’elemento cattolico andava nebulizzandosi nella società. Da Paolo VI a Benedetto XVI, è una sequenza di fatti storici che compongono una mitologia clamorosa. Chiudendo il Concilio, Papa Montini appone la sua firma a un mutamento senza precedenti nel messale. Il suo successore, Giovanni Paolo I, muore dopo 33 giorni di pontificato, aprendo l’istituzione ai venti del complottismo, che è un’anticipazione del nostro presente avanzato. Giovanni Paolo II subisce addirittura un attentato in mondovisione e opera nella sostanza stessa del complotto, contribuendo al crollo del comunismo. È però il pontefice apparentemente più schivo e più esile a segnare l’apice di un’epopea contemporanea senza pari: Ratzinger cancella dalla dottrina il limbo dei non nati e arriva a dimettersi.

La storia dei papati più recenti lascia a bocca aperta ed è forse da qui, che bisogna partire per comprendere: dal fatto che i papati si disgiungono non soltanto dalla storia della Chiesa, ma anche dalla sua percezione collettiva. Se i pontefici sembrano efficaci atleti di Dio e allestiscono un climax oggettivamente sconvolgente, la percezione diffusa della presenza della Chiesa sfuma, si dilata, si omeopatizza, fino a farsi sempre meno simbolica, sempre più laicale, giocata precipuamente sul dogma della carità sociale. La Chiesa secondo il modello planetario dell’ospedale da campo è di fatto la conferma di fosche analisi, come quella del teologo e filosofo Ivan Illich: «La povertà istituzionalizzata è una invenzione che la Chiesa ha trasmesso allo Stato e alle istituzioni e che ha condotto a una trasformazione della compassione in qualcosa che è oggi nelle mani degli assicuratori, delle corporazioni professionali della salute, dell’assistenza». Diffondersi nelle intercapedini e fare diaspora ha probabilmente comportato la vaporizzazione progressiva dell’istituzione cattolica, almeno nella percezione generale che se ne ha.

Negli intenti, era una strategia eminentemente politica, nobilitata dall’insegna della “Chiesa extraparlamentare” che il cardinale Ruini teorizzò e fu argomentata in un acuto saggio di Sandro Magister: una Chiesa che, al crollo della Democrazia Cristiana, non vuole più compromessi e rapporti politici preferenziali.

Negli effetti, questa strategia ha determinato invece una sclerosi diffusa e dannosa nel corpo politico, realizzando una “Chiesa ultraparlamentare”, le cui istanze si sono offerti di rappresentare adepti variamente settari, obliqui, perennemente non memorabili. Non stare più direttamente sul palcoscenico politico, tendere piuttosto a condizionare la cultura di massa, a praticare benemeritamente l’assistenza generalizzata: fuori del Palazzo la Chiesa si è fatta carsica, interstiziale, pudica, ma all’interno risulta da vent’anni opprimente, varicosa, lugubremente imprescindibile.

Nella basilica dedicata a San Giovanni Bono, alla periferia sud di Milano: un edificio isoscele a cuspide, che impone il paradosso di una incipiente agorafobia al suo interno. Alla prima messa mattutina sembra di abitare un utero cementizio, un tempio del transumanismo. I fedeli sono radi, invariabilmente anziani. Su quello che dovrebbe essere il sagrato e sembra invece una piccola Cape Canaveral da cui il tempio sta per decollare verso spazi interstellari, una fedele novantenne mi folgora con un inatteso giudizio storico: «Che bei tempi erano quelli del divorzio e dell’aborto!». Pilucca un grappolo d’uva da un sacchetto in plastica biodegradabile, cava vinaccioli e bucce, dice di non essere colta e risulta invece nitida e categorica: «Divorzio e aborto non sono stati una sconfitta per la Chiesa: era materia che creava problemi a chi non credeva e che discendeva da articoli di fede, una conclusione logica a cui arrivava ogni cattolico. Ma già allora non erano abbastanza, i cattolici…».

E oggi i cattolici sono abbastanza? I numeri, che sono ormai una patologia endemica della nostra contemporaneità, in questo caso non spiegano nulla. I cattolici censiti in Italia sono tantissimi: il 60 per cento della popolazione. E tuttavia sono pochi: vent’anni fa erano al 79 per cento. Si contrae il popolo che pratica: solo un quarto dei fedeli partecipa puntualmente alla funzione domenicale, il 47 per cento si reca a messa saltuariamente, il 27,4 per cento non frequenta. Papa Francesco si è detto letteralmente disperato per il numero di sacerdoti che abbandonano la tonaca, più di duemila ogni anno nel mondo. In poco meno di un secolo i sacerdoti in Italia sono scesi da 15 mila a 2.700. Non è una crisi vocazionale: è un’emorragia.

Tra i fedeli all’uscita dai vesperi, presso la chiesa di Dio Padre a Milano 2, un’architettura scalena che sembra partorire un figlio astratto dell’uomo, nessun giovane e ancora volti anziani dagli sguardi stupiti. Discutono dell’attualità. «Il male è l’attualità interpretata dalla Chiesa!» e dibattono fitti, quindici, venti, trenta corpi corruttibili in cerca dell’eterno, qui e ora, e mi tirano per un braccio, mi chiedono di ascoltarli, sperano nella domanda successiva, pensano che io sia un giornalista, uno vuole pronunciarsi sulla calamità dei preti pedofili, un’altra mi infila un bigliettino in tasca ed è la formula di una benedizione, c’è chi insiste che Padre Pio è il più amato dagli italiani e chi fa il nome della mistica Natuzza Evolo – hanno necessità di mistica, reclamano una parola sull’immortalità, si sentono implicitamente abbandonati dal magistero, caracollano tra omelie morali e nichilismo dei tempi attuali, preludono a una fine imminente di se stessi e della sterminata chiesa che si stende sul mondo. Non smettono di criticare, ce l’hanno con il ministro della famiglia Fontana e con il suo collega regressista Pillon, i quali cianciano di divorzio e aborto, ancora il divorzio e l’aborto… Confutano le vesti transitorie del corpo di gloria, credono che il superamento della morte sia definitivo, conculcabile: lo esigono in forma non provvisoria, questo magistero, lo vogliono letterale e cristico.

E così, in ogni chiesa milanese in cui ho vagabondato in questi giorni tumultuosi, la domanda su Dio ha rimbalzato su pareti primonovecentesche e contro vetrate istoriate con un’estetica da Pio Manzù, che il piano per la costruzione di “Ventidue chiese per ventidue concili”, promulgato dal decisivo pontefice Paolo VI, ha conferito alla mia infanzia e pubertà di ateo inverecondo e imbarazzato. Ho attraversato gruppuscoli di fedeli resilienti, pensionati dall’aspetto diaconale, che al prete non hanno il coraggio di chiedere quella parola assoluta di verità: vorrebbero che fosse loro impartita gratuitamente, concessa senza bussare alla comprensione del sacerdote. Di tutti i cattolici praticanti che incrocio di chiesa in chiesa mi colpisce un elemento. I morti fanno paura o confortano ben più di quanto ci riescano Dio e la preghiera coriacea, che bisbigliano quando non c’è nessuna funzione e le chiese appaiono ancora più vuote ed emblematiche, in qualche modo mute e indifferenti. Sono penetrato ovunque in questi vuoti, in ogni punto cardinale. La forma aeronautica di San Francesco d’Assisi al Fopponino, progettata dall’architetto Gio Ponti, la capanna sbagliata di Sant’Ignazio di Loyola a Trezzano, San Pio V, Sant’Eugenio, Sant’Andrea, decine di parrocchie – e le loro comunità, rigogliose la domenica, così come durante i camp estivi, quando si autorappresenta la linfa di una Chiesa che opera socialmente ovunque e vicaria lo Stato che non soccorre più o non ha mai soccorso. La domenica la congrega è vasta e intergenerazionale. Sono partecipatissimi gli oratori, stimati in più di ottomila in tutta Italia, dove però per il 52 per cento non si svolge formazione liturgica, si pensa che non serva. Torna a essere, guardando i numeri, una Chiesa sconcertante, che emette verità amorevoli, ma non produce più figure politiche delineate e stenta nella sua catechesi. In Sicilia, a Piazza Armerina, il 15 settembre scorso, Papa Francesco ha affrontato le piaghe dell’ecclesia, dell’impoverimento culturale, dell’usura e della disoccupazione, ha inveito contro la mafia e sorprendentemente ha fornito indicazioni perché le omelie non durino più di otto minuti. Un rimedio contro l’abbandono delle funzioni, è stato detto.

«Se anche predichiamo nel vuoto, non smettiamo di farlo: il Verbo si è fatto carne, la carne deve interpretare il Verbo!», risuonano nelle navate deserte di una chiesa nell’hinterland le parole di Padre Steiner. Si fa chiamare così, ma probabilmente è un soprannome. Mi hanno parlato di lui, nessuno sa nemmeno se sia davvero un sacerdote. Forse è un paziente psichiatrico aiutato dal parroco, che lo lascia predicare quando nessuno ascolta. Oppure è un marginale, un eretico, un vicario che non celebra la messa e non smette di apparire nel boato di silenzio del pomeriggio, quando nessuno dei fedeli si sottopone ai suoi sermoni, che scuotono il nervo e frustano l’accidia del credente troppo accomodato nelle verità indiscusse. «Non si deve prendere tutto per vero, si deve prenderlo solo per necessario. Questa è un’opinione ben triste: la menzogna viene elevata a ordine del mondo! Oggi subiamo troppo la dittatura del prossimo tuo, ci siamo concentrati sul suo benessere e la sua ricollocazione lavorativa, dimenticando che esiste il me stesso: è al me stesso che non forniamo più indicazioni, comandamenti, sensitività. Gli altri sono diventati un’ossessione. La spesa solidale è il modo con cui conduciamo nel mondo la buona novella? La congrega sembra contagiata dal medianismo, il rito dei defunti è l’unico con cui ci si presenta qui, sotto la Croce, motivati da un’ansia di verità finalmente inquieta, tremante, traumatizzata: cerchiamo come ossigeno la certezza che chi ha abbandonato le spoglie mortali sia ancora vivente. Non c’è altro male, se non questo. Le riforme socialiste della Chiesa che si è statalizzata non fanno per me! L’imperativo, per cui ciascuno deve sottomettersi alle autorità costituite e pagare le tasse dovute, ha forse altro fine che non ricord arci quanto sia ormai tempo di svegliarci dal sonno? La nostra salvezza è più prossima di quando diventammo credenti? La notte è avanzata, il giorno è vicino. Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e non ci lasciamo prendere dai desideri della carne. La carne, questo mistero! Quanta ce ne tocca ancora? Quanto rotolano per i secoli fino a noi le sue tentazioni… Continuiamo a parlarne, ad accusarla. Abbiamo bisogno di una Chiesa profetica, che sembri capace addirittura di apostasia. Ogni istituzione che non suppone il popolo buono e il prete corruttibile è viziosa. E tu: tu non hai abbastanza rispetto per la Scrittura e alteri la storia». È pazzo, forse? È catecumenale? Scompare accelerando i passi a destra nel transetto, scarta le panche vuote, gesticola nell’aria, le chiome biancoargento della capigliatura folta, nordica, luterana…

Prima di uscire dalla chiesa, vuota, dove sono l’unico corpo che si aggira tra i banchi deserti, mi fermo ad accendere una candela elettrica. Il filamento è incandescente a tratti, si spegne e si riaccende, crepita, e mi sembra che sia tutto il mio, il nostro tempo ora. (espresso.repubblica.it)

I preti sposati debbono poter riprendere a esercitare il loro ministero, se lo desiderano

Petizione per l’abolizione dell’obbligo del celibato per i presbiteri in servizio pastorale
Lettera a Papa Francesco
A Sua Santità Papa Francesco,
Caro Papa Francesco,
Noi siamo molto preoccupati per il servizio pastorale e per il mantenimento dello spirito comunitario nelle nostre parrocchie, nelle quali opera un sempre minor numero di presbiteri, in quanto l’obbligo del celibato è per molti di loro un carico troppo pesante.
Il 7 dicembre 1965 cardinali e vescovi insieme a Papa Paolo VI hanno emanato il decreto conciliare :
PRESBYTERORUM ORDINIS (SUL MINISTERO E LA VITA SACERDOTALE) nel quale, al capitolo 16, si legge quanto segue :
«16. La perfetta e perpetua continenza per il regno dei cieli, raccomandata da Cristo Signore (33) nel corso dei secoli e anche ai nostri giorni gioiosamente abbracciata e lodevolmente osservata da non pochi fedeli, è sempre stata considerata dalla Chiesa come particolarmente confacente alla vita sacerdotale. Essa è infatti segno e allo stesso tempo stimolo della carità pastorale, nonché fonte speciale di fecondità spirituale nel mondo (34). Essa non è certamente richiesta dalla natura stessa del sacerdozio, come risulta evidente se si pensa alla prassi della Chiesa primitiva (35) e alla tradizione delle Chiese orientali, nelle quali, oltre a coloro che assieme a tutti i vescovi scelgono con l’aiuto della grazia il celibato, vi sono anche degli eccellenti presbiteri coniugati: per questo il nostro sacro Sinodo, nel raccomandare il celibato ecclesiastico, non intende tuttavia mutare quella disciplina diversa che è legittimamente in vigore nelle Chiese orientali, anzi esorta amorevolmente tutti coloro che hanno ricevuto il presbiterato quando erano nello stato matrimoniale a perseverare nella santa vocazione, continuando a dedicare pienamente e con generosità la propria vita per il gregge loro affidato (36).
[Osservazione: le cifre 33, 34, 35 e 36 nel testo del Decreto succitato si riferiscono alle Note. Il corsivo e il grassetto non sono nel testo, ma sono stati scelti per accentuare i passaggi qui più interessanti].
 In base alla dichiarazione contenuta nel Decreto, constatiamo che la vocazione al servizio sacerdotale non richiede necessariamente di vivere nel celibato. È rimarchevole anche che in questo documento il Santo Sinodo «raccomanda il celibato ecclesiastico» enon lo impone! Per questo motivo noi La preghiamo, Santità, di abolire l’obbligo del celibato per i presbiteri in servizio pastorale nelle parrocchie e di permettere loro di scegliere se desiderano esercitare il loro ministero di pastori in cura d’anime vivendo nel celibato o nel matrimonio. La supplichiamo inoltre, Santità, di consentire ai presbiteri che hanno dovuto lasciare il ministero, non avendo potuto mantenere il celibato, di riprendere ad esercitarlo nel caso volessero operare ancora nella pastorale. Siamo consapevoli che lo stipendio di molti presbiteri, innanzitutto di quelli che si trovano in Paesi poveri, non sarebbe sufficiente per sostentare una famiglia. Per questo supplichiamo Lei, Santità Papa Francesco, e tutti i Cardinali e Vescovi di far appello alla solidarietà di tutti i fedeli e di trovare vie e mezzi per eliminare tale ingiustizia sociale. La carenza di mezzi di finanziari non può mai essere un motivo per obbligare i presbiteri al celibato.
Con queste suppliche molto instanti si rivolgono alla Santità Vostra, caro Papa Francesco, nella ferma speranza di venire esauditi e con cordiali saluti i seguenti uomini e donne fedeli.
Iniziativa di alcuni fedeli di Briga in Svizzera pubblicata anche da  ildialogo.org.

Dopo aver perso il parroco a seguito di una sua relazione amorosa, il consiglio parrocchiale del comune grigionese di Breil/Brigels, in Surselva, ha scritto direttamente a Papa Francesco per chiedere di eliminare il celibato dei preti.

A metà luglio, dopo aver celebrato la messa, il religioso ha detto ai fedeli di aver deciso di vivere pubblicamente la propria relazione, con la conseguenza di una sua sospensione immediata.

«Abbiate la forza di intraprendere i primi passi verso l’abolizione del celibato obbligatorio», si legge nella lettera aperta inviata al pontefice romano dal comitato parrocchiale di 15 persone.

Al villaggio grigionese – si sottolinea – dispiace molto di aver perso il giovane parroco solo perché è stato onesto nei confronti del dovere di non essere sposato. Si tratta di una persona molto apprezzata, impegnata, aperta e autorevole.

«Proviamo molta rabbia, perché la Chiesa fino ad ora non ha ritenuto necessario adoperarsi per l’annullamento dell’obbligo del celibato». Che quest’ultimo al giorno d’oggi costituisca un problema non è una novità, aggiungono i membri del consiglio parrocchiale. La carenza di parroci preoccupa già da molto tempo, e ora a causa del celibato si perdono anche quelli buoni.

(fonte: tio.ch)

Germania abusi e pedofilia preti. Responsabilità da parte di oltre 1.600 tra sacerdoti, diaconi, religiosi

La stampa ne aveva già parzialmente anticipato i contenuti la settimana scorsa, con una fuga di notizie che aveva creato un certo scompiglio, ma ieri è stato il giorno dello svelamento ufficiale dello studio su 70 anni di abusi sessuali commessi nell’ambito della Chiesa cattolica tedesca. Il più dettagliato mai realizzato finora. L’occasione è stata una conferenza stampa tenuta a Fulda, dove in questi giorni è riunita per la sua assemblea autunnale la Conferenza episcopale di Germania. A rappresentare l’episcopato teutonico erano il suo presidente, il cardinale Reinhard Marx, e il vescovo di Treviri Stephan Ackermann, insieme a numerosi protagonisti della ricerca.

Lo studio in questione è uno scavo pluriennale voluto dalla Conferenza episcopale, ma realizzato in maniera indipendente da da tre istituti delle università di Heidelberg, Giessen e Mannheim, coordinati dallo psichiatra forense Harald Dressing. I numeri sono impietosi: 3.677 le vittime minorenni di abusi a sfondo sessuale documentabili in qualche modo, avvenuti tra il 1946 e il 2014 e compiuti da 1.670 tra sacerdoti, diaconi e religiosi, in grandissima maggioranza comunque da preti diocesani. Si tratterebbe, secondo un calcolo, del 4,4% di tutti i presbiteri attivi in Germania negli ultimi 70 anni, anche se la percentuale reale è presumibilmente più elevata, come si deduce dalle modalità dell’indagine. I ricercatori hanno infatti lavorato incrociando una enorme mole di dati eterogenei – denunce delle vittime o presunte tali, circa 38mila documenti conservati negli archivi diocesani e atti dei casellari giudiziari, più interviste – non hanno potuto accedere direttamente ai fascicoli diocesani ma hanno lavorato sul materiale passato loro, su richiesta, dagli archivisti incaricati. Inoltre per 17 delle 27 diocesi presenti in Germania l’indagine si è limitata al periodo 2000-2014. Questi fattori hanno fatto sì che il rapporto abbia ricevuto anche critiche per la sua attendibilità, che però è stata difesa con determinazione dal coordinatore Dressing. Il quale non ha cercato di indorare la pillola ai presenti, anzi. «L’entità e la frequenza degli abusi sessuali nella Chiesa cattolica mi hanno scosso» ha detto lo studioso, premettendo di occuparsi del tema degli abusi da decenni.

«Provo vergogna per i molti che si sono voltati dall’altra parte» ha detto Marx, «che non hanno voluto riconoscere quello che accadeva, che non si sono occupati delle vittime. Questo vale anche per me. Non abbiamo prestato ascolto alle vittime». Il cardinale ha detto di avere informato il Papa dello studio, di volerne parlare nell’ambito del Consiglio dei cardinali (il “C9”) così come durante il Sinodo dei giovani che si aprirà a breve in Vaticano. Ackermann ha annunciato una approfondita riflessione dell’episcopato sui risultati emersi e sulle misure da prendere.

Molte le disfunzionalità che i ricercatori hanno messo in evidenza – come la pratica di spostare sacerdoti problematici da una parrocchia a un’altra o da una diocesi all’altra, con una scarsa trasparenza sui trascorsi dei sacerdoti stessi. Ma due i temi che hanno voluto sottolineare: il «clericalismo», come degenerazione dell’autorità dei chierici e consacrati sui laici – con la sottolineatura della delicatezza del sacramento della Confessione – e i problemi di identità e maturità affettivo-sessuale dei membri dei clero. Il 62,8% delle vittime sono maschi, ma stando ai soli atti giudiziari la percentuale sale all’80,2. I ricercatori non collegano il tema dell’omosessualità a quello degli abusi, piuttosto evidenziano come la vita celibataria possa apparire a candidati al sacerdozio con una «inclinazione omosessuale immatura e repressa», quale una soluzione ai propri problemi psicologici. Da qui – andando oltre l’analisi fattuale, nonostante la reiterata dichiarazione di volervisi attenere, e con una serie di considerazioni che suonano più che discutibili, provocatorie – anche l’indice puntato contro un clima “omofobico” nella Chiesa e una morale sessuale, quella cattolica, che impedirebbe l’instaurarsi di un clima pischicamente sereno. Con l’auspicato superamento della non ammissibilità al sacerdozio di persone che presentano «tendenze omosessuali profondamente radicate»: il criterio contenuto nell’Istruzione sul discernimento vocazionale emanata dalla Congregazione per l’educazione cattolica nel 2005, a cui ha fatto riferimento anche papa Francesco nella lettera consegnata ai vescovi cileni lo scorso 17 maggio.

avvenire

Frate psicologo abusa di una suora in terapia, il Papa conosceva il suo caso

Il Messaggero

Città del Vaticano – #MeToo arriva in Vaticano. Un frate cappuccino siciliano, terapeuta e psicologo piuttosto conosciuto (il Papa lo voleva vescovo ausiliare di Palermo), avrebbe violentato una religiosa durante una delle sedute di psicoterapia che stava seguendo. La suora piuttosto provata psicologicamente ha avuto il coraggio di sporgere denuncia alla Procura di Roma solo dopo qualche tempo per il forte timore di subire reazioni negative da parte della Chiesa, visto che padre Giovanni Salonia, questo il nome del frate terapeuta, gode di protezioni ecclesiastiche e amicizie piuttosto influenti sia in Vaticano che all’interno dell’Ordine dei Cappuccini, e, naturalmente, in Sicilia dove gode della solida amicizia dell’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice. L’abuso sarebbe avvenuto nella Capitale: la suora si sarebbe confidata con diverse persone tra cui alcuni medici.

Il dossier di padre Giovanni Salonia è ben conosciuto a Papa Francesco. L’anno scorso su indicazione di monsignor Lorefice, lo aveva persino inserito nella nomina di vicario generale della diocesi palermitana. Sembrava tutto pronto per la promozione poi, improvvisamente, e senza che sia mai stata fornita dal Vaticano alcuna spiegazione ufficiale, l’investitura di padre Salonia è stata cancellata.

A determinare il cambiamento di rotta sono state – evidentemente – notizie riservate relative al suo passato, non compatibili con la consacrazione arcivescovile. In Vaticano raccontano che qualcuno avrebbe fatto arrivare al pontefice un dossier. Nel frattempo in Sicilia la mancata consacrazione ha sollevato un putiferio e padre Salonia – che non ha mai smesso di fare il terapeuta continuando a fare il consulente alla Scuola Gestalt – ha risposto con un comunicato ufficiale, spiegando di avere fatto un passo indietro lui personalmente per non mettere in difficoltà l’arcivescovo Lorefice. «Avevo accettato in spirito di servizio ecclesiale questo impegnativo e delicato ufficio, a cui, in modo imprevisto e inaspettato, ero stato chiamato. Tale nomina, mentre in tanti aveva suscitato sentimenti di gioia e di speranza, in qualcun altro ha provocato intensi sentimenti negativi, con attacchi nei miei confronti infondati, calunniosi e inconsistenti, ma che potrebbero diventare oggetto di diverse forme di strumentalizzazione, anche di tipo mediatico».

Intanto partiva dalla cittadina di Modica (residenza di Salonia) una raccolta di firme a sostegno del frate per perorare la causa della sua nomina, chiedendo al Papa di ripensarci. Due settimane fa, durante la visita di Bergoglio a Palermo, monsignor Lorefice ha voluto fare incontrare al Papa padre Salonia. Si è trattato di uno scambio di battute, in una saletta riservata all’arcivescovado, poco dopo la messa. La notizia è apparsa sulla stampa siciliana. Ora l’ultimo atto di questa storia che parla della scarsa trasparenza della Chiesa italiana nella gestione degli abusi. La Procura di Roma ha aperto un fascicolo e si appresta a interrogare Giovanni Salonia, 71 anni, per confrontare le versioni e procedere ad accertare la verità.

La suora che accusa il prete di violenza sessuale

prete suora paolo salonia

nextquotidiano.it

Su Repubblica Roma oggi Giuseppe Scarpa racconta la storia di una suora che ha denunciato un frate cappuccino per violenza sessuale.  La procura ha aperto un fascicolo, ha iscritto l’uomo per violenza sessuale e adesso si appresta a interrogare Paolo Salonia, 71enne che era stato nominato vescovo di Palermo nel 2017 ma poi ha rinunciato all’incarico. Racconta il quotidiano:

La vicenda è complicata e investe l’attività da professionista del frate. Docente universitario, autore di numerosi libri il 71enne è anche psicologo e psicoterapeuta. E proprio in occasione di un incontro con una sorella, in uno studio nella Capitale, sarebbe avvenuto l’abuso. Questo è quanto ritiene la suora. La donna, infatti, sostiene che Salonia l’abbia circuita. Ingannata fino ad “estorcerle” un rapporto sessuale.

Il frate-psicoterapeuta avrebbe sfruttato la condizione di debolezza della donna che era in cura proprio perché stava attraversando un momento delicato della sua vita. Il religioso le avrebbe spiegato che i rapporti sessuali facevano parte dello stesso percorso terapeutico. Questo è quanto denuncia la suora. Una querela dettagliata presentata dai legali della donna a piazzale Clodio. Una versione ora all’attenzione degli inquirenti. La testimonianza, però, dovrà essere confrontata con quanto dirà Salonia, la prossima settimana, ai pubblici ministeri romani che stanno indagando su questo caso ritenuto, dagli investigatori, estremamente delicato.

Salonia è stato ordinato sacerdote nel 1971, poi è diventato psicologo e psicoterapeuta, tra i più conosciuti in Italia. È direttore dell’Istituto Gtk, è il responsabile scientifico della scuola di specializzazione in Psicoterapia della Gestalt ed è anche docente all’Università Pontificia Antonianum e all’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Eredità a Chiesa, prete 95enne imputato

 © ANSA

(ANSA) – BOLOGNA, 25 SET – Un sacerdote di 95 anni è imputato a Rimini per circonvenzione di incapace, dopo la denuncia della sorella di una donna che nel 2013 morì e lasciò un’eredità milionaria alla Diocesi romagnola, con testamento olografo.
“Istituisco come erede universale di tutti i miei beni mobili e immobili la Diocesi di Rimini perché provveda alle necessità della Chiesa e dei poveri”, scrisse nel 2006 la donna che, come riporta stampa locale, possedeva tre appartamenti e diversi terreni. Quando la sorella, 89enne, scoprì di non essere erede, decise però di denunciare quello che a suo avviso era la ‘mente’ della donazione, cioè il prete, che faceva regolare visita all’anziana: durante le visite, è emerso, lei aveva espresso la volontà di lasciare tutto alla Chiesa. Secondo documentazione della parente, però, sarebbe stata afflitta da demenza senile.
Il sacerdote, invece, prima di procedere con il testamento, inviò uno psichiatra secondo cui l’anziana era in possesso delle facoltà mentali. Se ne discuterà in aula.

Minacce mafiose a un giudice, prete e imprenditore arrestati

REGGIO EMILIA. Un commerciante che aveva guai con il fisco, Aldo Ruffini di 74 anni,  e un sacerdote, l’ottantottenne Ercole Artoni, (fondatore della comunità di recupero “centro sociale Papa Giovanni XXIII” di Reggio Emilia) sono stati arrestati per minacce al giudice Cristina Beretti, presidente del tribunale di Reggio Emilia e componente del collegio del processo di ‘Ndrangheta Aemilia.

Stando a quanto emerge dagli atti il prelato si sarebbe presentato nell’ufficio del giudice dicendole: “Sa che a Reggio Emilia c’è un braccio speciale dove sono detenuti gli imputati di Aemilia? Uno di loro mi ha detto di venire da lei e di dirle di stare molto attenta e soprattutto di stare lontana dalle finestre dell’ufficio. Un altro ha detto di stare attenta che sanno dove studia suo figlio”.

La vicenda è legata alla maxi inchiesta per evasione fiscale coordinata della procura reggiana che portò al sequestro preventivo di diversi milioni di euro riconducibile al Ruffini. Il presidente del tribunale Cristina Beretti e i due sostituti procuratori che si occuparono di quell’inchiesta avevano ricevuto misure di protezione dalla primavera del 2017. Le minacce sarebbero emerse nel corso di intercettazioni ed accertamenti tecnici.

youtg.net

Don-Ercole-Artoni

SPUNTA NORMA PER CERTIFICARE BILANCI A E B NEL DL SALVINI. TORNA LA SERIE A, STRASERA L’ANTICIPO INTER-FIORENTINA

Spunta una norma sulla certificazione dei bilanci delle squadre dei campionati di calcio di A e B nel Nel ‘decreto Salvini’ su sicurezza e immigrazione. In base a un articolo del testo, a partire dalla prossima stagione, potranno accedere “alla ripartizione della quota dei diritti audiovisivi” solo le società di A e B che avranno sottoposto i propri bilanci ad una società di revisione soggetta alla vigilanza della Consob. E torna la serie A, stasera l’anticipo Inter-Fiorentina. (ANSA).

COMPLICAZIONI NEL TRAPIANTO DI FACCIA, SOSPETTO RIGETTO

ansa

LA PAZIENTE STA BENE, MA ORA SI SPERA IN UN NUOVO DONATORE Un ‘sospetto rigetto’ nell’operazione di trapianto della faccia al Sant’Andrea. Intervento riuscito, spiega l’ospedale, e la paziente è in buone condizioni, ma ‘i tessuti trapiantati hanno manifestato segni di sofferenza del microcircolo’. I medici hanno così deciso per ‘una ricostruzione temporanea con tessuti autologhi della paziente nell’attesa di una ulteriore ricostruzione con un nuovo donatore’.

MOLESTIE, KAVANAUGH: ‘NON SONO PERFETTO, MA DICO LA VERITÀ’

ANSA

VICE MINISTRO ROSENSTEIN LASCIA, MANI DI TRUMP SU RUSSIAGATE “Non sono perfetto, ma sto dicendo la verità”. Così si difende Brett Kavanaugh, il giudice scelto da Donald Trump per la Corte Suprema, che respinge le accuse di aggressione sessuale e incassa il sostegno di Trump: “I democratici lavorano per distruggerlo”. E il presidente aumenta la propria pressione sul Russiagate: il viceministro della giustizia Rosenstein si è dimesso dopo le indiscrezioni secondo cui avrebbe proposto di intercettare Trump dopo il licenziamento del capo dell’Fbi.

FACEBOOK: I CO-FONDATORI DI INSTAGRAM LASCIANO LA SOCIETÀ

ANSA

NUOVA PERDITA PER IL SOCIAL NETWORK IN UN PERIODO DI SFIDE Kevin Systrom e Mike Krieger, i co-fondatori di Instagram, lasciano la società: si sono dimessi e prevedono di uscirne nelle prossime settimane. Systrom, amministratore delegato di Instagram, e Krieger, il chief technical officer dell’app, non hanno offerto spiegazioni sul perché del loro addio. Instagram é uno dei gioielli della corona di Facebook, che l’ha acquistata nel 2012 per 1 miliardo di dollari.

IN FIAMME IL MONTE SERRA, EVACUATA CALCI. DECINE DI SFOLLATI

ANSA

ROGO PROBABILMENTE DOLOSO, SI ATTENDONO I CANADAIR Un vasto incendio sul monte Serra, nel Pisano, ha distrutto decine di ettari di bosco e minaccia alcune abitazioni a Calci. Il sindaco ha ordinato agli abitanti di lasciare le case. Impegnati vigili del fuoco e protezione civile. Le fiamme, probabilmente di origine dolosa, sono state avvistate intorno alle 22 di ieri. Ad alimentare il rogo le raffiche di vento che soffiano sulla zona. In arrivo i Canadair.

‘NDRANGHETA: FERMI IN CALABRIA, C’È ANCHE UN SINDACO

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APPARTENENTI A COSCA ALVARO INFILTRATI IN APPALTI I carabinieri di Reggio Calabria stanno eseguendo fermi nei confronti di appartenenti alla cosca Alvaro di Sinopoli, in grado di influenzare l’assegnazione di appalti pubblici. Tra i fermati ci sono anche il sindaco di un Comune aspromontano e due imprenditori. I destinatari del provvedimento sono accusati di associazione di tipo mafioso, estorsione e truffa aggravata.

PRESSING DI LEGA E CONTE SU TRIA, LA MANOVRA SIA ESPANSIVA BERLUSCONI TORNA E ATTACCA M5S. ‘PENSO DI CORRERE A EUROPEE’

Settimana calda sulla manovra in vista della presentazione della nota di aggiornamento del Def. Lega ed Ms chiedono a Tria misure espansive. Intanto Silvio Berlusconi torna a farsi sentire, e da Fiuggi attacca il Movimento: ‘Sono peggio della sinistra, nemici delle imprese’. Stoccata anche a Salvini: ‘Ha uscite non gradevoli e non accettabili, ma è di centrodestra’. E sulle europee, Berlusconi si dice anche pronto a correre.

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JUVE SOFFRE MA VINCE, 2-0 AL FROSINONE CON CR7E BERNARDESCHI

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GOLF: TIGER WOODS VINCE IL SUO PRIMO TORNEO DOPO 5 ANNI Una Juventus cinica vince a Frosinone, con due gol nel finale di Cristiano Ronaldo e Bernardeschi: è la quinta vittoria di fila. Ai bianconeri resiste per ora solo il Napoli, a -3. Lazio 4-1 con il Genoa all’Olimpico. Crisi Roma, battuta 2-0 a Bologna. Chievo-Udinese finisce 0-2. Nel golf, Tiger Woods torna alla vittoria in un torneo dopo 5 anni aggiudicandosi il Tour Championship.

L’ACCUSA DI JIMMY BENNETT, ‘ASIA ARGENTO MI HA VIOLENTATO’

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L’ATTORE RIBADISCE LA PROPRIA VERSIONE: “LA CHIAMAVO MAMMA” “Sì Asia mi ha violentato, è stato un rapporto completo”. Jimmy Bennett conferma in tv le accuse ad Asia Argento. “C’è una perfetta corrispondenza tra lo schema Asia e lo schema Weinstein. Anche Asia ha abusato del proprio potere”, dice tra l’altro Bennett. I due avevano recitato insieme nel 2004, nel film dell’artista romana. “La chiamavo mamma – racconta l’attore

– sul set era come una seconda madre”.

La teologa che ha vissuto 36 anni in una roulotte fra i rom, domenica 23 alla Festa del Creato ad Altino: «Il grido della terra è quello dei poveri»

Sarà una meditazione originale nella forma e nella sostanza, quella proposta ai partecipanti della Festa del Creato, domenica 23, dalla teologa Cristina Simonelli sul tema “Rinascere dall’Acqua e dalla Terra”.

Nella forma, perché la conversazione sarà impostata come una passeggiata lungo gli argini della laguna, accompagnata da musica dal vivo e intervallata dalle riflessioni della teologa.

Nella sostanza perché i contenuti toccheranno sì le alte vette della teologia, ma per essere declinati alla realtà della vita delle persone, alle problematiche concrete, a partire dalle tematiche ambientali, ma non solo da quelle. «Come ho avuto modo di scrivere nella mia prefazione alla Laudato Si’ di Papa Francesco, il grido della terra è il grido dei poveri. Il disastro ambientale e il rifiuto verso le persone sono strettamente connessi, sono ancor più che due facce della stessa medaglia», spiega la teologa anticipando a GV alcuni spunti della sua meditazione.

Mezza vita in un campo rom. «Provengo dalle periferie», è la sua premessa. Cristina Simonelli, 62 anni, docente di teologia patristica, presidente del Coordinamento delle teologhe italiane, ha infatti vissuto in roulotte, all’interno di un accampamento rom prima in Toscana e poi a Verona, dal 1976 al 2012. «Non sono stata l’unica: come me altri laici, ma anche sacerdoti e religiosi, dalle provenienze e sensibilità più diversi. Erano anni in cui si viveva ancora l’onda lunga del Concilio. Si parlava allora di “condivisione”. Volevamo verificare se il Vangelo potesse davvero “tenere”, se potesse “resistere” al confronto con la realtà».

Il risultato è che sì, «il Vangelo ha tenuto». Oggi la teologa non vive più in un accampamento rom, ma ha mantenuto la sensibilità e il punto di vista periferici. Ed è con questa “lente” che la riflessione ad Altino toccherà diversi spunti, non solo quelli prettamente ambientali. Con un invito alla conversione, a cominciare dalla stessa teologia: «La teologia può convertirsi ascoltando il grido della terra e il grido degli ultimi», afferma sottolineando come la conversione implichi una sorta di “traduzione” del linguaggio: «Dobbiamo scendere dal gergo teologico ad un linguaggio che parli davvero alle persone. La teologia deve immergersi, come nel Battesimo, per riemergere con il linguaggio della vita», aggiunge la teologa riprendendo l’immagine dell’acqua che farà da filo conduttore della camminata lungo gli argini della laguna.

«L’acqua del battesimo, per prima cosa, inteso come rinascita. Dicevo della teologia, appunto, da “battezzare” alla vita. E poi uno sguardo sulla laguna, acqua che in passato si è aperta ad altri mondi e ad altre culture. Come non pensare invece alla chiusura oggi crescente verso l’altro? Come non pensare all’acqua del Mediterraneo e alle persone che vi annegano?», chiede in modo non retorico la teologa.

«Facciamo sentire la nostra voce». Di fronte a questo atteggiamento sempre più chiuso, fino a sfociare nel razzismo e nella xenofobia giungono due indicazioni: «Per prima cosa non lasciamo correre. Di fronte a piccoli episodi di intolleranza, non voltiamoci dall’altra parte. Facciamo sentire la nostra voce. Non abbiamo paura di uscire allo scoperto, prendiamo posizione anche pubblicamente, come stanno facendo i vescovi. E poi facciamo appello alle esperienze positive che esistono e vanno valorizzate. Sono toscana, ma vivo in Veneto da tanto tempo e posso dire che questa è una terra di grande tradizione spirituale, di apertura, di solidarietà, che non può essere cancellata da discorsi di corto respiro. Non vale la pena fare leva su contrapposizioni ideologiche, ma è preferibile rimanere su terreni concreti, su esperienze da condividere anche con chi la pensa diversamente, perché solo così può emergere la parte migliore di ciascuno». (S.S.L.)

genteveneta.it

 

Cei: un vescovo e non un sacerdote per il dopo Galantino. Peccato

Si apriranno lunedì 24 settembre i lavori del Consiglio Episcopale Permanente di autunno. Al “parlamentino dei vescovi italiani” il presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti, presenterà anche una proposta da sottoporre a Papa Francesco “per la nomina del vescovo” che subentrerà come segretario generale a monsignor Nunzio Galantino (neo presidente dell’APSA). Lo rende noto un comunicato dell’Ufficio Nazionale delle Comunicazioni Sociali. La nota esclude dunque che il nuovo segretario generale sia un semplice prete come avviene nella maggior parte delle oltre 200 conferenze episcopali del mondo e come, a quanto è trapelato, desiderava il Papa che per questo aveva chiesto un cambiamento dello statuto. Ma la peculiarità italiana, un episcopato il cui primate è lo stesso Pontefice, suggerisce evidentemente di non toccare ancora questo aspetto.

All’ordine del giorno c’è anche “un confronto sull’Assemblea Generale straordinaria dell’Episcopato Italiano che si terrà a Roma dal 12-15 novembre 2018 e sarà “dedicata essenzialmente a una ricognizione e alle prospettive in Italia della Riforma liturgica conciliare, all’approvazione della nuova edizione del Messale Romano e a un aggiornamento da parte della Commissione Cei per la tutela dei minori e degli adulti vulnerabili”

farodiroma.it

 

Corsi di formazione per una nuova pastorale contro gli abusi

«Papa Francesco ci ha provocato e invitati ad assumerci un impegno personale e comunitario contro gli abusi, la pedofilia, la pedopornografia, e noi ci assumiamo senza sosta questo impegno». Lo assicura don Fortunato Di Noto, fondatore e presidente dell’associazione Meter Onlus, impegnata da 10 anni nell’offerta di corsi di formazione per una nuova pastorale contro gli abusi. Nel 2017 ha realizzato in 15 diocesi italiane 82 incontri; oggi don Di Noto ne ha presentati altri tre presso il Polo formativo ed educativo di Meter. Si tratta di corsi popolari rivolti a sacerdoti, religiosi/e, seminaristi e operatori pastorali nelle parrocchie e nelle associazioni e movimenti (catechisti, animatori ed educatori), aperti a tutti. Obiettivo, spiega, «fornire ai destinatari contenuti teorici e pratici, ausili per il riconoscimento rapido dei segnali di disagio del bambino, indicatori di abuso, che necessitano dell’intervento di operatori qualificati».

Si parlerà tra l’altro di educazione ad un uso consapevole dei media; di pastorale dell’infanzia; di profilo dell’abusatore e del pedofilo e tipologie di maltrattamento; di norme penali in tema di violenza sessuale, pedofilia e pedopornografia; di norme di diritto canonico varate da Benedetto XVI e Papa Francesco per la tutela dei minori; di norme Cei in tema di abuso sessuale, con uno sguardo alle Conferenze episcopali del mondo.

«Vogliamo offrire – ha spiegato il sacerdote, che è anche vicario episcopale per le fragilità – 30 anni di esperienza in un campo delicato e carico di dolore come quello dell’infanzia». Le modalità di svolgimento verranno concordate con vescovi, diocesi, parrocchie, congregazioni religiose, associazioni e movimenti che ne faranno richiesta a Meter onlus

romasette.it

Italia: suora aggredisce prete con un mattone

Il fatto è avvenuto a Veroli, in provincia di Frosinone, dove una suora ha inspiegabilmente aggredito un prete con un mattone. L’aggressione è avvenuta alle 18 di venerdì, subito dopo che il prete don Taddeo, aveva concluso la messa. La suora, sarebbe allora entrata in sagrestia, e avrebbe colpito il sacerdote alla testa con un mattone, ripetutamente e con forza. L’uomo è riuscito a fuggire in strada e a chiedere aiuto. Sarebbero immediatamente giunti sul posto ambulanza e carabinieri. Non è ancora chiaro il motivo del folle gesto: i due, entrambi di nazionalità nigeriana, si conoscevano infatti da molti anni.

ticinonews.ch

Prete condannato per violenze sessuali a Bulgarograsso la raccolta firme per cacciarlo

A Bulgarograsso parrocchiani in subbuglio, 300 firme per dire no alla permanenza di un sacerdote in passato condannato per violenza sessuale.

La vicenda giuiziaria

Un coro di voci perché il nuovo vicario don Alberto Barin venga spostato dal paese e non eserciti a Bulgarograsso il suo mandato pastorale. A scatenare le paure è stato l’arresto del prete, avvenuto nel 2012, per violenza sessuale quando era cappellano all’interno del carcere di San Vittore. L’accusa riguardava alcuni favori sessuali pretesi dal sacerdote nei confronti dei detenuti in cambio di sigarette, shampoo e sapone. Da lì si è aperta tutta la sua vicenda giudiziaria.

Giornale di Como

Il gruppo dei nove cardinali che dovrebbe rivoluzionare la curia sta per essere rivoluzionato lui

Santità, il restyling!

Incontro il cardinale al ristorante – “ma non scriva quale, perché ormai sono l’unico cardinale che ci viene”, precisa – è rilassato anche se mangia pochissimo: solo un tris di verdure bollite. Gli chiedo se sia malato, risponde che è questione di calcoli alla cistifellea. “Mi spiace che non potrà dar conto di pranzi pantagruelici come di consueto”, dice ridacchiando. Veniamo al punto. Voglio sapere se è vero che il C9, il gruppo dei nove cardinali che scrivono la riforma della curia, è in procinto di essere rivoluzionato. “Sì”, risponde. E quindi? “Diciamo che un terzo dei componenti non è che si sia distinto per comportamento integerrimo. Uno è in Australia sotto processo per pedofilia, un altro è considerato dai connazionali il responsabile delle coperture degli abusi di preti su minori, un altro ancora è chiacchieratissimo per certi comportamenti non appropriati del suo fidato vescovo ausiliare. Quindi, veda un po’ lei”. Tre cambi su nove, dunque? “Anche di più, il Papa non vuole certo dare in pasto alla pubblica opinione uomini che lui personalmente ha scelto. Finirebbe anch’egli nel tritacarne mediatico. Meglio un restyling quasi completo”. Ma non può contare proprio su nessuno? “Altroché, questa storia del Papa accerchiato è una fake news, come si dice oggi. Guardi l’elenco dei padri sinodali da lui scelti personalmente: il primo della lista è il cardinale Marx, capo della Conferenza episcopale tedesca. Insomma, il Santo Padre avrà contro i vescovi americani ma ha dalla sua parte i tedeschi, altrettanto potenti e danarosi. Che poi è quel che oggi conta”.

Il Foglio

Quando manca il prete. Possibile soluzione i preti sposati riammessi

 

da Settimana News – Le domande scomode e le risposte possibili sul prete vengono affrontate nel volume Quando manca il prete. Aspetti teologici, canonici e pastorali. Lo ha scritto Alphonse Borras, vicario generale della diocesi di Liegi (Belgio) e professore emerito di diritto canonico all’Università di Lovanio. Riproponiamo ai lettori l’intervista a lui fatta per SettimanaNews il 22 marzo 2017 sulle tematiche del libro. Per le Edizioni Dehoniane Bologna Borras ha scritto Il diaconato, vittima della sua novità?(Bologna, 2008).

– Mons. Borras, lei ha scritto per le edizioni Mediapaul un testo illuminante Quand les prêtres viennent a manquer (Quando i preti vengono a mancare), riprendendo un tema già affrontato da p. J. Kerkhofs nel suo volume del 1995, Europa senza preti. Perché ritiene illusoria l’attesa di un rialzo significativo delle vocazioni presbiterali in Occidente?

«Sul finire degli anni ’50 Karl Rahner per primo e dopo di lui altri teologi hanno diagnosticato la fine della cristianità – ossia una Chiesa in diaspora – e poi, in forma crescente, negli anni ’90 molti episcopati dell’Europa Occidentale e quello del Québec (Canada) ne hanno condiviso la diagnosi; Giovanni Paolo II l’ha fatta sua per le Chiese di antica cristianità in Novo millennio ineunte (n. 40). Se il reclutamento sacerdotale della Chiesa latina, a partire dal secondo millennio e in particolare dal concilio di Trento, si rivolge a giovani celibi, ciò è dovuto in parte alle condizioni culturali ed ecclesiali di un mondo di cristianità.

Ammettere che tale condizione è superata, significa riconoscere i limiti di un reclutamento che corrispondeva a condizioni specifiche della Chiesa nella christianitas. Nei secoli della cristianità, dove lo spazio religioso tendeva a coincidere con quello civile, il clero era in una condizione che, nella società in simbiosi con la Chiesa, donava uno statuto giuridico e un ruolo sociale. Statuto e ruolo che andavano al di là – e talora a lato – della missione strettamente ministeriale al servizio della Chiesa e della sua missione.

Copertina di Alphonse Borras, Quando manca il prete. Aspetti teologici, canonici e pastorali

Nessun rimbalzo prevedibile

A mio modesto avviso, è illusorio prevedere una ripresa significativa delle vocazioni presbiterali tenendo conto di diversi fattori. Qui ne ricordo tre che meriterebbero un’analisi più approfondita.

Vi è anzitutto il fattore socio-culturale, e cioè la consunzione della cristianità come regime sociologico in connessione con l’evoluzione socio-culturale della post-modernità e della mondializzazione.

Vi è poi l’evoluzione delle giovani generazioni:demograficamente i giovani sono molto meno numerosi in proporzione a soli 40 anni fa; nella loro evoluzione psico-affettiva non si troveranno più, come succedeva  allora, giovani 18enni che percepiscono l’astinenza sessuale come plausibileculturalmente parlando.

Dal punto di vista ecclesiale, i processi catechistici e la vita della comunità  sono centrati sulla crescita spirituale in termini di cammino personale e di esperienza di fede a iniziativa del singoloche costruisce in maniera dinamica – e talora dialettica – la propria identità. Il singolo deve, in questo senso, “diventare” cristiano – e possibilmente restarlo! – principalmente per sua iniziativae non più anzitutto in ragione di una socializzazione sulla base di una religiosità civile; i giovani e gli adulti che “decidono” di diventare cristiani – e di restarlo – sono “in cammino”, mettendo in questione e approfondendo la loro esperienza, e talora ponendosi “in sospeso”; iscrivono la loro evoluzione religiosa in forma dinamica come una spirale e non in una prospettiva lineare ove tutto converge in una costruzione stabile della propria identità personale e cristiana.

Se, come ha detto Benedetto XVI, ci troviamo ormai in un cristianesimo di scelta, è ingenuo pensare, per la maggioranza delle persone, che la scelta avvenga all’uscita dall’adolescenza: la realtà ci mostra – in particolare nell’esperienza dei “ricomincianti” – che l’esperienza cristiana si spalma lungo una maturazione a tappe nel tempo. L’ora delle grandi scelte non è più fissata nel periodo degli studi superiori…

Questo non significa che non vi siano dei giovani capaci di rispondere a un appello per investire la loro vita a servizio del Vangelo, della Chiesa e della sua missione; ma essi sono e saranno assai meno numerosi di un tempo. Non credo che debba passare un decennio per consentire un dibattito aperto sulla questione, considerando che, con papa Francesco, se ne può parlare più liberamente. La sua recente intervista a Die Zeit è indicativa…».

–- La distinzione fra“«precarietà relativa” nel numero dei preti in una Chiesa locale e “precarietà assoluta” che cosa significa?

«È un distinzione che riprendo da due colleghi teologi francesi, sr. Marie-Thérèse Desouche, e il prof. Jean-François Chiron. In una diagnosi dei cambiamenti in corso in Francia, essi distinguevano nel 2011 due situazioni di penuria dei preti; da una parte, la “precarietà relativa” con un numero di preti minori di quanto si vorrebbe, ma con altre risorse, in particolare laici disponibili per l’animazione pastorale; e, d’altra parte, la situazione di “precarietà assoluta” dove il vescovo diocesano non potrà a breve “disporre del minino dei preti capaci di assumersi le missioni essenziali”. Cosa fare nell’uno e nell’altro caso? Ciò che può valere per la prima situazione non è detto che debba valere anche per la seconda.

Il mio libro è un invito a riflettere su una Chiesa che avrà meno preti. La realtà ci costringe a farlo, in Francia come in altri paesi dell’Europa Occidentale e dell’America del Nord. La diminuzione numerica dei preti si va accentuando in un certo numero di diocesi e anche in alcune provincie ecclesiastiche. In forme particolari, nei contesti rurali e lontani dalle città. In simili circostanze, si è già oltre la “precarietà relativa”; in certe diocesi ci si troverà ben presto in situazioni di “precarietà assoluta”. Con i due teologi ricordati credo che si imponga una sana presa d’atto del principio di realtà. Altrimenti si continuerà a peccare per accecamento… volontario!».

Uomini, non territori

– Sono stati messi in opera diversi tentativi per ovviare al venire meno dei sacerdoti. Potrebbe specificare qualche elemento per ciascuna soluzione?

«Prima di specificare alcune piste, vorrei sottolineare l’assioma che attraversa tutta la riflessione del mio libro: “La Chiesa è lì dove ci sono i battezzati; la parrocchia è lì dove ci sono i parrocchiani”. È di primaria importanza considerare anzitutto e prima di tutto la comunità ecclesiale; essa riceve, porta e trasmette il Vangelo annunciato, celebrato e testimoniato. Dobbiamo partire dal primato del “soggetto” ecclesiale al cui interno prendono il loro posto battezzati, pastori e altri ministri e, nella diversità delle loro vocazioni, carismi e ministeri.

Personalmente insisto sui battezzati “nella loro diversità” di percorso e di cammino dentro una Chiesa che si comprende come corpus permixtum, come amava dire sant’Agostino, dove ci sono, ad un tempo, fedeli ferventi, impegnati, occasionali, stagionali, militanti, mistici ecc. Ne vediamo i segni precorritori nel Nuovo Testamento, in particolare nei Vangeli, in cui insiemi diversi e diversificati di persone si riferiscono a Gesù di Nazareth, come la folla, gli anonimi in contatto con lui, i discepoli, i dodici apostoli e alcuni più prossimi come Pietro, Giacomo e Giovanni. Amo insistere sul carattere variegato, misto, meticciato del popolo di Dio per evitare la tentazione dei puri e la minaccia settaria. Ciò vale per ogni comunità ecclesiale, compresa la parrocchia. Le persone che si riferiscono in una maniera o in un’altra alla Chiesa, come quelle che vi si impegnano, lo fanno su basi motivazionali diverse, che determinano la loro identificazione o almeno il loro rapporto con la Chiesa cattolica. L’appartenenza ecclesiale è dinamica in termini di itineranza, di cammino, di percorso. Oggi più che mai. Ma ognuno è in cammino,  perché chiamato sempre alla conversione per diventare e restare cristiano. È dunque un lavoro di  fondo che dovrà essere messo in opera per nutrire e sviluppare la fede dei fedeli sostenendo e incoraggiando la testimonianza delle comunità nel loro ambiente rispettivo. Senza questa considerazione del soggetto primario della missione, cioè la comunità ecclesiale, ogni pista perde la sua consistenza e, soprattutto, pertinenza».

Coordinatori pastorali

E il ricorso ai laici come coordinatori delle équipes pastorali?

«Ci sono due ipotesi. Sia l’ipotesi in cui questi coordinatori assumano un ruolo di coordinamento del lavoro dell’équipe pastorale per favorirne la missione di collaborazione stretta nell’incarico pastorale del parroco, nella preparazione delle riunioni, nella loro animazione, nel loro seguito ecc.; sia la seconda ipotesi, in cui i coordinatori esercitano il loro ministero quando il parroco non c’è più nel senso proprio del canone 519, ma nel contesto delle formula di supplenza secondo il canone 517 § 2, di un prete “moderatore”, cioè responsabile del servizio pastorale ma senza essere parroco.

Nella seconda ipotesi, il coordinatore assume la funzione di direzione della vita e della testimonianza delle comunità interessate, gestendo l’impegno dei laici volontari e degli operatori pastorali (cioè eventuali stipendiati). In Francia numerose diocesi, non avendo più preti sufficienti per il ruolo di parroci per le unità pastorali o nuove parrocchie – nei due casi realtà che accorpano molti campanili –, hanno messo in campo questa nuova figura del coordinatore pastorale.

È una soluzione per far fronte alla penuria… ma, a breve termine, solleverà problemi perché, malgrado l’utilità del servizio dei coordinatori, si arriva alla frattura fra la direzione pastorale e la presidenza dell’eucaristia. Nella tradizione ecclesiale la presidenza dell’eucaristia tocca a colui che assume la presidenza della comunità e non l’inverso. L’eucaristia non è semplicemente per la soddisfazione delle devozione individuale, ma è l’azione attraverso cui la comunità ecclesiale prende forma come corpo di Cristo. La partecipazione o comunione al corpo eucaristico di Cristo dà luogo alla comunione o partecipazione al corpo ecclesiale di Cristo».

Preti stranieri

– L’incardinazione diocesana di preti dall’estero (prima dall’Europa dell’Est, ora dall’Africa e dall’Asia)…

«È evidente l’utilità del ricorso a questi preti: le diocesi ne hanno bisogno. Generalmente si inseriscono bene nelle comunità ove le loro qualità umane e sensibilità particolari per gli anziani li rendono simpatici. Sono ancora più apprezzati perché permettono la continuità  dell’eucaristia che, senza di loro, sarebbe ancora più rara. Ma non si possono negare i problemi di inserimento nel presbiterio e, da lì, nella realtà della diocesi, nella sua storia, cultura, usi e tradizioni ecc. La loro presenza richiede evidentemente il discernimento, ma domanda anche l’accompagnamento e la formazione. Poiché le diocesi non sono più in grado di darsi i loro preti autoctoni, a cosa fare attenzione ricorrendo a preti altri?

La prima questione è di sapere se la presenza di questi preti alloctoni contribuisce alla cattolicità delle nostre Chiese locali. Questo suppone la volontà di inserirsi in questo luogo, prendendo effettivamente parte alla realtà della diocesi e al suo destino. In quest’ottica va sottolineata la memoria della Chiesa locale: in quale misura potrà essere assunta da un clero alloctono sempre più numeroso? Bisogna fare affidamento sulla sua capacità di entrare pienamente nello spirito della Chiesa diocesana, di percepire ciò che caratterizza la sua originalità propria nel contesto più largo della cultura ambiente. Al di là della loro buona volontà e delle condizioni favorevoli al loro inserimento, questi preti – quanto meno quelli chiamati a restare stabilmente presso di noi – saranno e resteranno dei “meticci”, in parallelo agli altri immigrati; non del luogo e neppure estranei.

Necessario discernimento

Per questo è decisivo operare il discernimento necessario al loro inserimento, in particolare se si annuncia durevole, se non perpetuo. Tale discernimento non può dunque limitarsi alle qualità umane e spirituali dei preti stranieri. Dovrà verificare la loro attitudine a iscriversi in un nuovo universo culturale e, in particolare, sulla loro capacità di entrare nell’ethos democratico che caratterizza anche le nostre pratiche ecclesiali in Europa Occidentale. È necessario interrogarsi sul necessario radicamento di questi preti alloctoni nelle nostre diocesi per condividerne la memoria ecclesiale e promuoverne la cattolicità. Ma, nello stesso tempo, questi preti venuti da altrove, apportano per la loro parte propri carismi, specifici itinerari personali, cammini di fede, esperienze di Chiesa ecc. Detto in altre parole, radicati nelle nostre diocesi, essi contribuiscono allo scambio dei beni spirituali con i fedeli autoctoni, al loro arricchimento evangelico e alla comunione delle nostre diocesi con l’insieme della Chiesa. Papa Francesco ci ricorda con forza che la “diversità culturale non minaccia l’unità della Chiesa” (EG 117).

La seconda questione è dunque di sapere in quale misura le nostre comunità possono lasciarsi toccare e interpellare o trasformare dall’apporto di questi preti, ma anche, considerato il flusso migratorio, degli altri fedeli alloctoni. Una volta che questi altri fedeli, preti compresi, sono fra noi, come comunicare assieme a loro il Vangelo qui e adesso? È un vero “lavoro” analogo alla gestazione. È un lavoro di lunga durata, perché può portare frutti non in qualche anno e neppure in uno o due decenni.

Tenendo conto del già detto, l’apporto dei preti alloctoni deve aiutare a vivere “la conversione pastorale e missionaria” (cf. EG 5-27, 30-32, 97). È con loro che è necessario lavorare alla cattolicità della Chiesa locale, e in particolare al “noi” del presbiterio che non può più pensarsi in maniera divisa fra autoctoni e alloctoni. Davanti alla diminuzione di preti locali, l’accoglienza di questi preti da fuori non risolve da sola la precarietà delle diocesi. Queste devono favorire le condizioni per accogliere candidati locali al presbiterato».

Diaconi e religiose

– Investire sui diaconi come responsabili della cura pastorale territoriale?

«I diaconi non sono destinati ad sacerdotium, alla presidenza ecclesiale ed eucaristica (cf. i canoni 1008 e 1009 § 3). Vi è tuttavia una diversità di profili diaconali, in funzione dei bisogni della comunità; un certo numero di essi si colloca più facilmente in un profilo d’animazione delle comunità e di direzione della preghiera. Il Vaticano II non escludeva  questo ruolo dei diaconi in ragione del fatto che i padri conciliari avevano come modello i catechisti delle giovani Chiese per immaginare il ristabilimento del diaconato permanente. Similmente oggi non si deve escludere questa eventualità ma, se tutti i diaconi cominciano ad esercitare un ruolo di direzione, ci sarebbe da inquietarsi sulla tenuta del ristabilimento del diaconato permanente. Sarebbe teologicamente più coerente che dei cripto-presbiteri siano ordinati preti».

– Riconoscere una responsabilità pastorale alle religiose?

«Non lo escludo. Nei paesi dell’Europa del Nord il crollo delle vocazioni femminili “apostoliche” rende questa eventualità poco probabile. Secondo il carisma della loro congregazione, per esempio di sostegno alla pastorale parrocchiale, queste religiose  possono trovare il loro posto in un’équipe pastorale, eventualmente come coordinatrici dell’unità pastorale (vedi sopra). Sarebbe problematica una generalizzazione del ricorso alle religiose davanti allo scoglio già richiamato, e cioè la separazione  fra presidenza ecclesiale e presidenza eucaristica. Sottolineo che non è sufficiente “distribuire la santa comunione” come si fa nelle comunità latino-americane… Ciò che va salvaguardato è l’azione eucaristica nel suo insieme attraverso cui il popolo di Dio “prende corpo”, nel Cristo attraverso lo Spirito, attorno alla duplice tavola della Parola e del pane!».

– Perché ritiene credibile come soluzione “di eccezione” il ricorso ai “viri probati” e suggerisce di farlo prima dello sfinimento di una Chiesa locale?

«Penso che lungo i secoli la disciplina del clero celibatario si è generalizzata  dopo le decisioni del concilio Laterano III (1179) e IV (1215) e rilanciata dal concilio di Trento, epoca in cui c’erano ancora, nonostante la legislazione canonica, preti concubini. Il fatto di riservare il presbiterato ai celibi è stato il frutto di un approfondimento spirituale e pastorale del legame fra ministero e celibato: è un tesoro della Chiesa cattolica latina che può ancora mostrare tutta la sua ricchezza di senso: disponibilità professionale, dedizione più intensa ai fedeli, solidarietà con i celibi “forzati” dall’esistenza, espressione di un dono di tutta la propria persona per un attaccamento al Cristo, segno che Dio può riempire una vita, significato escatologico che rivela il carattere effimero dell’esistenza e anticipa la speranza di una pienezza di vita – Dio tutto in tutti – ecc. Un tesoro da valorizzare.

D’altra parte, Chiese o comunità ecclesiali non cattoliche riscoprono l’interesse e la portata di un ministero ecclesiale vissuto nel celibato. Sarebbe disdicevole che la Chiesa cattolica latina cambi la sua disciplina generale. Ma, in ragione di circostanze pastorali e soprattutto di bisogni effettivi di presidenza ecclesiale ed eucaristica, non si impongono per il bene delle anime – legge suprema nella Chiesa – delle possibili eccezioni? Anche se fossero numerose, esse rimarrebbero eccezioni mutatis mutandis, come, ad esempio, i numerosi matrimoni misti per disparità di culto che non sono la regola, ma frutto di un’eccezione per dispensa dalla legge ecclesiastica. Il numero di questi matrimoni oggi più frequenti non rimettono in causa il buon fondamento della regola.

“Viri probati”

Per il bene dei fedeli e delle loro comunità, si possono prevedere ragionevolmente delle eccezioni al celibato sacerdotale. Io mi auguro che il papa, attraverso ad esempio un motu proprio, possa dichiarare che non riserva più a se stesso la dispensa dell’impedimento al matrimonio e che dà la possibilità di accordarla alle Conferenze episcopali o alle provincie ecclesiastiche. Già nel suo discorso del 17 ottobre 2015 papa Francesco aveva detto che questioni disciplinari, secondo i bisogni della Chiesa locale, avrebbero potuto essere risolte dalle Conferenze episcopali.

Accordata la dispensa, i vescovi interessati potrebbero tracciare insieme i profili di uomini sposati che desidererebbero ordinare. In alcune diocesi particolarmente povere i vescovi si rivolgerebbero ai propri diaconi che già conoscono, e di cui apprezzano la fede e lo zelo pastorale. Ciò suppone un solido discernimento per non mettere fine al rinnovamento del diaconato permanente. È quindi molto importante che tutto questo sia discusso a livello di Conferenze episcopali o di provincie ecclesiastiche per evitare il caso per caso, con vescovi che presenterebbero direttamente a Roma i loro viri probati. Infine, fra il momento in cui il papa prende questa decisione e l’ordinazione del primo uomo sposato ci vorranno alcuni anni. Tempo utile per interrogarsi: di quale presenza di Chiesa abbiamo bisogno? Quale tipo di prete vogliamo e per quale missione nel mondo di oggi?… In breve, chiamare l’uno o l’altro uomo sposato all’ordinazione presbiterale pensando che un giorno sarà possibile, non dovrebbe avvenire a scapito di una riflessione generale sul senso della missione della Chiesa e del suo servizio di presidenza ecclesiale ed eucaristica.

Il padre H. Legrand scriveva già nel 1978: “intervenendo troppo tardi, con comunità più anemiche, quando gli strumenti formativi si sono rarefatti, una tale decisione rischia di rimanere inoperante”. E il collega aggiungeva: “una legge generale in merito non è l’ideale: l’analisi rigorosa delle situazioni locali sembra cristianamente e pastoralmente più prudente”. La mia proposta di affidare alle Conferenze episcopali la dispensa all’impedimento matrimoniale va precisamente in questo senso».

Donne preti

– Cosa si può dire, stando al magistero e alla coscienza ecclesiale di oggi, sull’ordinazione delle donne?

«È un tema “inevitabile”: proteggersi con la categoria del “definitivo” può dare l’impressione che la Chiesa sia intellettualmente incapace di pensare le condizioni della sua missione. Le mutazioni antropologiche in corso – l’uguaglianza dei sessi è diventata una sorta di “virtù cardinale” – sollecitano l’esperienza cristiana e la sua capacità di reinterpretare se stessa a contatto col mondo ambiente. La teologia non è stata una ripetizione di verità assestate e a-temporali, ma dialogo e reinterpretazione costante con la società coeva.

Un dialogo non sempre onorato; la storia della teologia attesta, purtroppo, l’esistenza di periodi di “ripetizione autoreferenziale” di affermazioni dottrinali. Questo non è senza conseguenze quando si tratta di pensare teologicamente di nuovo l’ordinazione di donne cristiane. Ne va non solo della credibilità della teologia, ma della capacità della comunità ecclesiale di ripensarsi nel mondo di oggi. Il dibattito sull’eventualità dell’ordinazione deve (o dovrà) affrontare anzitutto l’androcentrismo ambientale, le tracce della discriminazione patriarcale legate alla differenza e soprattutto alla subordinazione sessuale delle donne. È tempo di impegnarsi in una critica – teorica e pratica – dell’androcentrismo e delle sue conseguenze nella vita ecclesiale.

La seconda tappa della riflessione teologica in materia è di considerare i diversi argomenti portati per negare l’ordinazione di donne cristiane e soprattutto i loro presupposti ermeneutici. La Chiesa non si ritiene “autorizzata” a cambiare la sua posizione…, ma una considerazione serena, posata, riflessa dei presupposti argomentativi portati, aprirà la via ad un più equilibrato apprezzamento in materia. Nell’immediato il sacerdozio resta riservato ai maschi. Per il nostro intento, non vi è a breve alcun rimedio alla carenza di preti esplorando l’eventualità dell’ordinazione delle donne.

Le donne costituiscono, tuttavia, la grande maggioranza dei laici che portano quotidianamente la testimonianza del Vangelo. Anzi, sul piano dei servizi indispensabili alla missione della Chiesa, esse rappresentano un corpo importante di collaboratrici pastorali. La loro collaborazione è legata alla loro personalità, gusti e affinità, esperienza di vita, storia personale e non solo al loro sesso, qui inteso come genere (o “sesso sociale”), né alle caratteristiche culturali (stereo)tipiche della femminilità.

Il loro contributo non si riduce alla pretesa natura “femminile” di compiti e responsabilità loro consentite. Certo, si riconosce loro un tipo di leadership più dinamica perché più relazionale, trasformatrice, capace di coinvolgere emotivamente attraverso l’attenzione, la disponibilità, la gratuità, l’empatia, ma anche attraverso la capacità di costruire l’insieme e di tessere legami. La loro leadership più interattiva incoraggia la partecipazione e favorisce la risoluzione dei conflitti. Nell’attuale contesto di cambiamento e in funzione di un’ecclesiologia partecipativa non è forse questo lo stile di leadership più atteso? Tutto questo ci riporta al dato fondamentale della corresponsabilità battesimale di tutti alla missione».

Oltre la paura

– In ordine a possibili scelte future quanto può pesare il tradizionalismo, l’ecclesiocentrismo e il clericalismo?

Riflettendoci bene, mi sembra che il denominatore comune di questi tre atteggiamenti che attraversano la vita ecclesiale sia la… paura!

Anzitutto il tradizionalismo. È la paura di affrontare con fiducia il presente, cioè il tempo che ci è dato da vivere, concretamente, la presenza di Dio nel mondo d’oggi. Non c’è ragione di pensare che il Dio cristiano – il Dio di un popolo abramitico – sia oggi meno fedele di un tempo.

L’ecclesiocentrismo è la paura di affrontare la presenza del mondo dentro il quale la Chiesa è chiamata ad annunciare le meraviglie della salvezza, paura di entrare in dialogo con l’oggi, di apprendere dai nostri contemporanei per cercare e scoprire con loro le tracce del Regno; è anche la paura di uscire, la paura di vivere il nostro DNA, cioè la missione. Come dice papa Francesco, la Chiesa non ha il suo fine in se stessa!

Il clericalismo, infine, è segnato anch’esso dalla paura: quella dei laici, la paura di perdere il potere, la paura di lasciarsi interpellare o rimettere in questione, la paura di camminare umilmente con i nostri fratelli e le nostre sorelle nella fede, come anche di lasciarsi ammaestrare da loro, dal sensus fidei fidelium. In sintesi, la paura di essere un battezzato come gli altri, all’ascolto della Parola, mendicante del pane eucaristico, nutrimento di tutto un popolo in cammino!

– Il modello di esercizio del ministero presbiterale si concentra sempre di più sul parroco. Potrebbe diversificarsi?

«La diversità è sempre esistita. Non va pensata “in sé”, ma in funzione delle comunità, cioè sulla disposizione della Chiesa locale – in questo luogo – attraverso una pluralità di comunità. E anzitutto la parrocchia: essa garantisce per gran parte la visibilità della Chiesa locale; è la “casa aperta”, la “fontana per tutti”, l’“ovile” per chiunque arriva. Il ministero in parrocchia, più chiaramente che nei movimenti e nelle associazioni, ci mette in contatto con le persone che non abbiamo scelto, che ci sono state affidate, così come sono e non come vorremmo che fossero (o come le sognerebbe il movimento). Come dice François Moog, un collega pastoralista di Parigi, essa è il “privilegio concesso ai poveri”: chiunque è “da qualche parte” e per il fatto stesso che è “da qualche parte” può essere a casa sua, così nella Chiesa in virtù del semplice domicilio.

La parrocchia non è certo il solo luogo per fare parte dell’Evangelo annunciato, celebrato e testimoniato. Papa Francesco ci ricorda: “La parrocchia non è una struttura caduca” (EG 31). L’istituzione parrocchiale si ricompone in nuove figure. Ma, come nel passato, bisogna anche contare sulla presenza e sull’irradiamento di altre realtà di Chiesa che, per la loro parte, permettono alla Chiesa di realizzarsi in un luogo: santuari, istituzioni scolastiche, ospedali, cappellanie ospedaliere, del carcere, scolastiche e altre, media cattolici, centri di formazione, monasteri e abbazie ecc. Diversamente dal passato, queste realtà ecclesiali sono talora la porta per un primo o abituale accesso alla vita della Chiesa e al tesoro della fede.

Sono luoghi che non escludono la parrocchia che mantiene la sua originalità, ossia la territorialità e cattolicità. Ma oggi, più di ieri, soprattutto nelle città, è in questi luoghi che i nostri contemporanei, sul filo delle vicende della vita, scoprono qualche cosa della ricchezza del Vangelo, camminano assieme ad altri credenti e professano la fede della Chiesa. Questi luoghi vanno compresi dentro lo spiegamento plurale dell’annuncio del Vangelo in una Chiesa locale. Tocca all’autorità episcopale in ragione del suo ministero d’unità promuoverne e garantirne l’articolazione, o meglio la comunione fra le diverse realtà ecclesiali.

Di passaggio, va detto che non sfugge a nessuno come queste altre realtà ecclesiali non possano contare su preti numerosi come nel passato. Ma l’esperienza ci insegna che, nella maggior parte di esse, i fedeli che vi partecipano contribuiscono personalmente alla loro vitalità e sviluppo. I preti sono ancora riconosciuti  nel loro ruolo: essi le mettono in relazione con il resto della diocesi in virtù della loro appartenenza al medesimo presbiterio, presieduto dal vescovo».

carenza di preti

Pulpito di Donatello e Michelozzo – Duomo di Prato

Prima l’annuncio

– L’urgenza dell’evangelizzazione e delle decisioni in ordine al futuro può sostenere una discussione coraggiosa e libera sul ministero ordinato?

«Oltre l’irradiazione mediatica e magisteriale di papa Francesco, ci si può domandare se le Chiese locali e i loro pastori siano sufficientemente coscienti dell’indispensabile discernimento per trovare nuove vie alla missione. Ho l’impressione che ci si senta rassicurati ascoltando il papa, ma che non si prendano sufficientemente sul serio le condizioni della missione, le domande dei nostri contemporanei “dimoranti fra noi”, le esigenze concrete del divenire “discepoli-missionari” (EG 120). Ciò che è determinante nell’intenzione del mio libro non sono le soluzioni o le ricette per fare la stessa cosa con meno preti, ma di coinvolgere l’intrinseca natura di tutta la comunità ecclesiale.

L’urgenza dell’evangelizzazione apre una discussione coraggiosa sulla missione. Abbiamo certo bisogno di preti. Ma per quale\i missione\i? Il testo suggerisce una seconda questione altrettanto essenziale: preti sì, ma per quali comunità? Questo interroga la Chiesa e la testimonianza dei battezzati nel mondo di oggi. Davvero dobbiamo preoccuparci della carenza di preti? Non dobbiamo forse inquietarci della comunicazione del Vangelo, nel senso letterale del termine (essere o restare senza riposo, e dunque senza tregua)? È un’inquietudine che dobbiamo vivere nella folla di un immenso corteo di testimoni – di “discepoli-missionari” – che, al seguito di Paolo, non hanno cessato di dire: “Guai a me se non annuncio il Vangelo!”.

Alphonse Borras, Quando manca il prete. Aspetti teologici, canonici e pastorali, Collana «Fede e annuncio», EDB, Bologna 2018, pp. 160, € 16,00.