Calcio. Serie A in apnea, tornei da riscrivere

L’attaccante del Parma Emanuele Calaiò, classe 1982: per lui chiesti quattro anni di squalifica

L’attaccante del Parma Emanuele Calaiò, classe 1982: per lui chiesti quattro anni di squalifica

Tutto falsato, tutto da rifare. Il calcio italiano balla sul precipizio. Se si sporge, quello che vede è l’ennesimo abisso. Iscrizioni mancate, fallimenti a go-go, penalizzazioni, classifiche che erano stati scritte con l’inchiostro simpatico (ma non ride nessuno), tornei ribaltati. Una classica estate all’italiana. Si salvi chi può. E chi ci riesce, dribblando i tribunali. Fine della corsa. Game over. Chi ha un jolly in mano lo usi, ma chi ce l’ha? È un movimento – il nostro – spossato dai debiti, zavorrato da bilanci in rosso, incapace di trovare un equilibrio economico ed etico.

CHIEVO E PARMA NEL CAOS

Occhi puntati sulla Procura Federale: chiesti 15 punti di penalizzazione per il Chievo, vedi alla voce plusvalenze fittizie. Quindici punti che sarebbero da scontare nella stagione 2017-18, quella appena chiusa. Traduzione: Chievo a (forte) rischio retrocessione. A margine: chiesti pure 3 anni di inibizione per il presidente Luca Campedelli. Si parla di cessioni di circa trenta ragazzi – peraltro mai diventati giocatori – gonfiate del 9.000% del loro valore. Nel caso: in A tornerebbe il Crotone. Butta male anche per il Parma. Il centravanti Emanuele Calaiò è accusato di illecito sportivo per alcuni messaggi via whatsapp a Filippo Del Col, difensore dello Spezia. La partita in questione: Spezia-Parma. Molte le ombre, si indaga. La Procura ha chiesto 4 anni per Calaiò e 2 punti di penalizzazione per il Parma nel campionato 2017-18. Pure qui: a rischio la promozione. Momenti di gloria – quelli del Parma che poche settimane fa festeggiava la serie A dopo una straordinaria cavalcata – che già odorano di naftalina. Il calcio dà, il calcio toglie. A Parma non si erano ancora ripresi, dopo il crack del 2015, con la sciagurata stagione dei quattro presidenti al comando e del fallimento per mancanza di vita. Ricordate? A decretarne la fine fu Giampietro Manenti. Ei fu. Alle spalle aveva il nulla, cioè, una scatola vuota: la Mapi Grup, e scoprimmo che – nel biglietto da visita – era scritto proprio così, senza la “o”, forse per risparmiare sull’insegna. Capitale sociale 7.500 euro, domicilio fiscale a Nova Gorica, una casa che aveva conosciuto tempi migliori, abbandonata tra sterpaglie e capannoni dismessi. Ci abitava una signora che le immagini televisive ci consegnarono di profilo, nell’ombra, nascosta oltre l’uscio, atmosfera da The Blair Witch Project , cose così, desolazione allo stato puro.

CIAO CESENA

Le penalizzazioni si abbattono con la violenza di un temporale in montagna. Lampi, tuoni, fulmini. Prima cosa: trovare riparo. Oppure: far finta di niente. Al Cesena potrebbero essere addebitati 15 punti di penalizzazione, ma l’ipotesi non sta in piedi. Il Cesena è tecnicamente fallito. Il club romagnolo si è inabissato, portando con sé 78 anni di storia sempre dignitosa e qualche volta gloriosa (13 anni in A, la partecipazione alla Coppa Uefa nel 1975-76), zavorrato da un debito di 73 milioni, di cui 40 con l’Erario: ripartirà dai Dilettanti. Romagna in fiore, ma anche no. Tutto già visto, purtroppo. Negli ultimi quindici anni sono fallite circa 150 società professionistiche, la contabilità di questa ‘Spoon River de noantri’ racconta di dieci società all’anno che fanno flop. Vicenza e Modena sono state le (pen)ultime: succedeva pochi mesi fa, sembra preistoria. Il film è sempre lo stesso: debiti, conti in rosso, club che diventano terreno fertile per avventurieri, personaggi farlocchi, presidenti a comando, cordate a rate, nani e ballerine di contorno, come nella peggior tradizione del circo pallonaro italiano. A rimetterci: l’ingenuità dei tifosi. Sempre loro, poveri loro.

BARI E DISPARI

Mancata iscrizione al campionato di B, ricapitalizzazione toppata, fallimento acclarato. Per il Bari si tratta del secondo negli ultimi quattro anni. Si poteva fare di peggio, sforzandosi appena un po’. Ci risiamo: nel 2014 la (ri)nascita, dopo l’ennesimo crack. Dai sogni di tornare in A al precipizio della serie D. Un città nello sconforto. Cancellati 110 anni di storia. Lacrime sui social, ex giocatori – da Gillet a Caputo – che sfoderano incredulità. L’imprenditore Canonico aveva proposto il trasferimento del titolo del Bisceglie, di cui è presidente, al Bari. Le tifoserie si sono opposte, il matrimonio è saltato prima degli annunci. Nicola Legrottaglie aveva allacciato i contatti con Andrea Radrizzani, imprenditore, proprietario del Leeds. Viene, non viene. Niente da fare, ha rinunciato. Addio Bari. Novara e Virtus Entella sperano, si mette in coda anche la Ternana. Da nord a sud, nel silenzio assordante dei tribunali, mentre il paese celebra l’arrivo del guappo più fashion del pianeta – ovvero Cristiano Ronaldo – piccole e grandi società scivolano nell’oblio. La lista di queste settimane è una litania da ripetere a futura memoria: Cesena, Bari, Avellino (che però potrebbe spuntarla alla fine con una fideiussione bancaria), Mestre (che non si è iscritto alla Lega Pro e ripartirà dall’Eccellenza), Lucchese, Reggiana (straziante il video che ha postato un tifoso: bandiera che sventola, lacrime in canna, “like” di altri tifosi solidali), Juve Stabia, Fidelis Andria, Trapani. Chi manca all’appello? Ancora non lo sappiamo. Ma qualcuno in fila c’è già. Le ricapitalizzazioni vengono sempre rimandate, a data da destinarsi. Mancano i soldi. Non ci sono proprio. Si invoca serietà, ci si illude che una cordata sia in arrivo, da qualche parte, all’orizzonte. Come canta il “Principe” De Gregori: c’è solo un po’ di nebbia che annuncia il sole, andiamo avanti tranquillamente. L’ancora nel mare della desolazione è il ripescaggio. Una volta a te, una a me. E intanto altre società – dalla Cavese al Prato – stanno alla finestra. A vedere cosa succede. E qualcosa succede sempre.

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