Vescovo africano tradizionalista contro i preti sposati

La notizia dell’Agenzia Fides riporta le dichiarazioni di  Mons. Flavian Kasala, Vescovo di Geita, membro dell’Associazione dei Vescovi cattolici dell’Africa orientale (AMECEA) in un recente incontro a Dar es Salaam.

Il Vescovo ha osservato che “si rafforza la tendenza nella nostra società di giovani che non vogliono sposarsi in chiesa o sacerdoti che rinunciano al loro ministero. Abbiamo visto matrimoni e famiglie stabili, sacerdoti e religiosi coraggiosi. I pochi che vanno contro la loro chiamata alla santità non dovrebbero farci cambiare la disciplina ecclesiastica che esiste da anni”.

I preti sposati invece hanno “una divina vocazione” secondo gli studi biblici, canonici e teologici di Don Basilio Petrà, professore ordinario di Teologia morale alla Facoltà Teologica dell’Italia Centrale (Firenze) e professore invitato di Morale patristica greca e Morale delle Chiese Ortodosse in varie istituzioni romane. È  possibile scorgere, negli studi del prof. Petrà, un excursus contenente due momenti principali: partendo da due essenziali constatazioni (ovvero che “la Chiesa nella sua cattolicità ha sempre affermato che il sacerdozio ministeriale uxorato è un vero e valido sacerdozio” e che “l’ordinazione sacerdotale scaturisce da una chiamata della chiesa che vede nel fedele i segni della divina chiamata”), giungendo ad affermare anzitutto la sostanziale identità nella “struttura di elezione ministeriale tanto per i candidati al sacerdozio celibatario, quanto per i candidati al sacerdozio uxorato” e, in secondo luogo, a poter considerare (nel sacerdozio uxorato) la vita matrimoniale “non come vocazione in concorrenza e competizione con quella sacerdotale”, ma – come afferma Don Basilio – “come una sola vocazione in due momenti, il secondo del quale (il sacerdozio), include il primo (il matrimonio) ampliandone ed approfondendone alcune direzioni di senso”. E così, fa notare il Professore, relativamente alla prima constatazione, neppure studiosi che, storicamente, hanno sferrato attacchi contro la disciplina del clero uxorato, hanno osato contestare il fatto della verità del sacerdozio dei sacerdoti sposati. Da notare che anche il concilio Vaticano II, nella Presbyterorum ordinis 16 ha formalmente negato che il celibato sia parte costitutiva del vero sacerdozio sicché quanto contenuto nel suddetto documento, al n. 2 (“i presbiteri in virtù dell’unzione dello Spirito Santo, sono marcati da uno speciale carattere che li configura a Cristo sacerdote, in modo da poter agire in nome di Cristo, capo della chiesa”) può ritenersi legittimamente valido anche per i sacerdoti uxorati.

I sacerdoti uxorati, pertanto, non solo “sono capaci di porre atti sacramentali validi” ma “la chiesa, ordinando preti sposati, riconosce l’origine divina della loro chiamata, una vocazione confermata dal discernimento ecclesiale” afferma il nostro relatore. E se, come disse Paolo VI in un testo che costituirà la nota 66 dellaPresbyterorum ordinis 11, nella vocazione al sacerdozio ministeriale è da mettere in rilievo la confluenza tra la diretta iniziativa divina (voce divina) e iniziativa divina indiretta (voce della chiesa), allora si dà la stessa struttura di elezione ministeriale tanto per i candidati al sacerdozio celibatario, quanto per i candidati al sacerdozio uxorato. Innanzitutto, sostiene il Padre Basilio, “è evidente che anche nel caso del sacerdozio uxorato si dà la santa vocatio sacerdotale, proprio come quella dei preti celibi”; in secondo luogo, essendo medesima la struttura di elezione dei chiamati allo stesso ministero, altrettanto medesima sarà l’ampiezza di vocazione. A tal riguardo, egli infatti afferma: “la vocazione divina al sacerdozio celibe coinvolge tutta la realtà umana del celibe (corpo, anima, relazioni familiari prossime e lontane, relazioni sociali in generale) allo stesso modo in cui coinvolge tutta la realtà umana del chiamato al sacerdozio uxorato (corpo, anima, spirito, relazioni familiari prossime e lontane, relazioni in generale). Come la vocazione del celibe è originariamente collegata -nel disegno di Dio- con tutta la realtà relazionale che costituisce il contesto della sua  nascita, crescita, maturazione, scelte di vita, vissuto sacerdotale, così allo stesso modo si dà la vocazione dell’uxorato. Come la vocazione del celibe sorge con la persona nel seno materno (per così dire), così la vocazione dell’uxorato nasce nel seno materno e nasce includendo le due vocazioni ex parte Dei”.

A questo punto, Don Basilio fa notare che, nel sacerdote sposato, la sua vita matrimoniale “non è una sorta di vocazione in concorrenza o competizione con quella sacerdotale, come sembrano pensare molti -anche collocati in autorità- . Così continua affermando: ‹Dio -io credo- non rivolge due chiamate concorrenziali alla stessa persona. E credo anche che non si tratti di due chiamate -ambedue divine- indipendenti e parallele›. Ovviamente gli oggetti delle due vocazioni sono diversi e perciò esse non si identificano. Tuttavia, fa notare Petrà, esse hanno molti punti di contatto: “ sono vocazioni sacramentali (matrimonio, ordine); ambedue sono vocazioni che hanno un rapporto con l’amore di Cristo per la Chiesa: il matrimonio è segno/partecipazione all’amore del Cristo sposo offerto per la sua Chiesa, l’ordine costituisce il sacerdote come segno della persona di Cristo capo e pastore della Chiesa, un pastore che nutre la Chiesa con la sua parola, con la sua azione, con la sua vita, una vita donata fino alla morte; ambedue generano un sacerdozio fecondo: il matrimonio costituisce nel sacerdozio nuziale e genitoriale, l’ordine costituisce in una reale paternità ‘spiritualmente’ generativa in rapporto alla propria comunità. Questi punti di contatto aiutano a intuire come queste due vocazioni non solo non debbano essere viste in concorrenza o parallele, ma possono essere viste nel fedele a ciò chiamato come una sola vocazione in due momenti il secondo del quale include il primo” sicché l’ordinazione non toglie il matrimonio sacramentale, ma rafforza alcuni dei suoi elementi costitutivi (apertura, donazione, comunicazione, ecclesialità e ministerialità), elementi propri del matrimonio, proprio come sottolinea la Familiaris consortio. 

Nella dottrina della chiesa, infatti, la famiglia è considerata luogo in cui si esprime la chiesa, una chiesa domestica i cui coniugi sono ministri di un sacramento che li colloca già al servizio di Dio e della chiesa, perché sono appunto chiesa che si realizza nella comunione familiare. Particolarmente toccante l’esempio citato dal prof. Petrà relativamente alle famiglie missionarie: “Oggi si consegna il crocifisso alle famiglie missionarie che vanno nelle missioni al servizio della chiesa. La Chiesa benedice le famiglie che lasciano la loro terra, decidono di sradicare i loro figli portandoli in altre terre, aprendoli ad un futuro totalmente diverso da quello che avrebbero potuto avere nella terra dei loro avi per annunciare il vangelo. Dunque mai come oggi diventa possibile comprendere come il matrimonio e la vita familiare non solo non contraddicono il ministero sacerdotale ma trovano in esso un modo in cui attuare anche il senso cristiano del  matrimonio, un matrimonio aperto al servizio della chiesa e del vangelo”. Ovviamente, tale armonia, non è di facile attuazione, esattamente come non è di facile attuazione la vita cristiana in generale e quella del sacerdozio celibatario.

Anche il Papa Benedetto XVI, in qualche modo, in Ecclesia in Medio Oriente 48 riconosce tale armonia. Egli infatti, dopo aver ricordato “il dono inestimabile” del celibato sacerdotale, ricorda il ministero dei presbiteri sposati che sono una componente antica delle tradizioni orientali. “Vorrei rivolgere il mio incoraggiamento anche a questi presbiteri che, con le loro famiglie, sono chiamati alla santità nel fedele esercizio del loro ministero e nelle loro condizioni di vita a volte difficili” e, al n. 45 così afferma “A tutti [celibi e uxorati] ribadisco che la bellezza della vostra vita sacerdotale susciterà senza dubbio nuove vocazioni che toccherà a voi coltivare”.

Don Petrà, attraverso un magistrale e paideutico percorso, fa notare come nel sacerdozio uxorato sia presente un’unica vocazione divina che si scandisce in due momenti: “permettetemi di fare un’osservazione generale su gran parte della letteratura celibataria messa in atto negli ultimi anni da vari centri teologici: se leggete tale letteratura vi apparirà chiaro subito un fatto, cioè che essa è elaborata a partire dal convincimento assiomatico che il sacerdozio celibatario sia l’unico sacerdozio esattamente e perfettamente corrispondente al valore simbolico/teologico del sacerdozio ministeriale, per qualcuno anche al significato ontologico dell’ordinazione. Non sorprende che gli autori di tale letteratura trovino alla fine proprio quello da cui partono. In realtà, la riflessione dovrebbe partire diversamente, cioè dalla cattolicità della Chiesa, del suo vissuto e della sua prassi; assumere  innanzitutto questa realtà e su di essa costruire una teologia del sacerdozio, capace cioè di dare ragione adeguata delle sue diverse forme, tutte fatte proprie dalla Chiesa, cioè, per noi, tutte scaturenti dal cuore di Dio che vuole che tutti gli uomini siano salvati”.

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