Le molte ombre del programma M5s-Lega

Qualche settimana fa, quando non appariva alcuna soluzione per l’impossibilità di patti sia tra centrodestra e 5Stelle, sia tra 5Stelle e PD, molti commentatori hanno sostenuto, con cospicua varietà di argomenti, che toccava a 5Stelle e Lega risolvere il problema. L’espressione prevalente, soprattutto nel PD, era: hanno preso più voti, si assumano le loro responsabilità.

Quando i due soggetti hanno cominciato a farlo è iniziato il coro: così non va bene. Ma d’altra parte non era nemmeno possibile tornare al voto e quindi continuavano gli inviti ai due a darsi da fare, accompagnati, in particolare nel PD, dal disgusto per ciò che facevano.

Ora che la definizione del programma (esecrabile l’espressione “contratto”) è compiuta, si è aperto il coro sulla impresentabilità europea del programma e della classe dirigente.
Si potrebbe osservare che parecchi supercritici hanno a suo tempo considerato senza discussioni presentabile Renzi e la sua classe dirigente. Chi sostiene oggi la stranezza del connubio 5Stelle-Lega non ha neanche provato a obbiettare qualcosa sul legame storico e funzionale tra PD e Verdini, e tramite Verdini tra PD e Berlusconi. Eppure era esplicito ed era abbastanza repellente. Se allora la giustificazione era la necessaria governabilità, sperimentino ora senza troppe sofferenze quella offerta nelle condizioni presenti.

Vale la pena ricordare che in un sistema parlamentare il popolo elegge il Parlamento e non il governo. Sembra poi necessario tenere presente che l’esito del voto è dipeso anche dalla legge “rosatellum” fortemente voluta dal PD per ottenere un risultato utile all’alleanza Renzi-Berlusconi. Se il risultato ottenuto è l’esatto opposto non è colpa né dei 5Stelle né della Lega.
E si deve anche ricordare a Renzi che se, come lui sostiene, il popolo non avesse stupidamente votato No al referendum e se la Corte Costituzionale non gli avesse (stupidamente?) demolito l’Italicum (il suo famoso “capolavoro parlamentare”), col voto del 4 marzo i 5Stelle con ogni probabilità governerebbero da soli senza nemmeno avere bisogno della Lega.

Dunque con la distribuzione del voto uscita dal 4 marzo, il rapporto tra 5Stelle e Lega potrà essere imbarazzante quanto si vuole ma ha qualcosa di inevitabile. Non siamo obbligati a farcelo piacere, o a considerarlo un bicchiere mezzo pieno, come sembra pensare alla fine Travaglio, ma sembra esagerato considerarlo del tutto “nero” come ha scritto Montanari. Anche perché non convince la sua tesi che attribuisce una decisiva responsabilità a Mattarella perché non avrebbe a sufficienza obbligato il PD al patto con i 5Stelle: non sta al Presidente influire sulle scelte politiche dei partiti; e un PD così riottoso e avvitato su se stesso avrebbe forse disubbidito perfino a Napolitano, se l’impulso all’obbligo fosse venuto da lui.

Un programma di governo uscito da un “contratto” tra 5Stelle e Lega non può non avere qualcosa di leghista. È proprio quel qualcosa che Travaglio si augura venga annacquato o perso per strada, ma è irrealistico sperarci troppo.

Penso che a noi spetti soprattutto chiederci se la parte “stellata” sia convincente. Qui nascono i problemi. Una rassegna critica esaustiva può essere rimandata al dibattito pubblico dei prossimi giorni. Da parte mia non ho la competenza per intervenire sulla complessità delle questioni economiche e in particolare sulle coperture di bilancio delle spese previste, su cui si dovrà sentire la pluralità di voci di chi se ne intende.

Ma qualcosa si può cominciare a dire. Su vari temi spinosi le posizioni iniziali più incisive risultano ammorbidite (resta il Jobs act, non scompaiono i voucher…). L’attenuazione può avere anche, in qualche caso, significato positivo: l’aliquota fiscale unica pare che non sia più unica: meglio 15 e 20 piuttosto che 25 per tutti.

Vanno registrate assenze, debolezze, cedimenti.

La politica su ambiente, territorio e paesaggio è assai deludente. Il punto forte sembra sia l’economia circolare, espressione che richiama la virtuosità del riciclaggio. Una promessa un po’ fumosa. Ma dove sono le cure per un territorio abitualmente e pervasivamente alluvionato e franoso? Dov’è la protezione del paesaggio garantita dall’articolo 9 della Costituzione? La voce che attribuisce al generale dei carabinieri, che ha guidato l’inchiesta sulla terra dei fuochi, il ministero dell’ambiente può essere consolante sotto il profilo della gestione dei rifiuti, ma ambiente, territorio e paesaggio richiedono un impegno molto più vasto e profondo: la garanzia dell’ordine idraulico (spesso sull’orlo, e oltre l’orlo, del disastro), il contrasto a politiche urbanistiche dissennate, affaristiche e corruttive, la difesa del paesaggio come bene culturale comune.

Sulla scuola prendiamo per buono l’impegno a modificare in profondità la pessima legge renziana e ci aspettiamo misure conseguenti.

Ma lo stato penoso dell’Università? Senza docenti, senza soldi, la ricerca ridotta in miseria?
Sulla cultura è temibile il culto della “valorizzazione” parola che ormai ha perso, se mai l’ha avuto, il significato originario per acquisire quello di “messa a frutto”: valorizzare la cultura vuol dire fare soldi con la cultura. E il fare soldi diventa il principio fondativo. Allora diventa necessaria la vigilanza dei cittadini attivi contro la svendita del patrimonio pubblico.

La questione del presidente del consiglio ha più di un risvolto ironico. La Costituzione vigente gli dà un ruolo centrale nel governo (checché ne abbiano detto Berlusconi e Renzi) mentre qui è ridotto a figura di contorno: un presidente a chiamata dopo la definizione di un programma che lui dovrà poi eseguire.

Esito curioso per una lunga fase in cui sembrava che la necessità maggiore fosse di dotarlo di maggiori poteri, sia sul governo sia sul Parlamento. Siamo passati dalla volontà di consegnare al presidente del consiglio poteri smisurati alla prassi “innovativa” di ridurlo a esecutore di volontà altrui: troppa grazia S. Antonio! Ma attenzione, se qualcuno si vuole consolare pensando che finalmente il rischio di un eccessivo rafforzamento sia finalmente fugato, rifletta sul fatto che i due partiti arbitri della situazione sono decisamente presidenzialisti al loro interno e ciò cui si rischia di assistere è piuttosto un triumvirato asimmetrico, in cui le figure dominanti sono i due leaders di partito e il presidente del consiglio destinato a svolgere il ruolo di Lepido. In attesa di scoprire, tra Di Maio e Salvini, chi avrà il ruolo di Ottaviano e chi di Marc’Antonio, registriamo che il professor Conte, che domani incontrerà Mattarella, ha come prima cosa rivendicato “autonomia”.
In ogni caso i cittadini dovrebbero rileggersi attentamente l’art. 95 della Costituzione.

Poi c’è il vincolo di mandato. I 5Stelle lo ritengono necessario per evitare il trasformismo parlamentare, la migrazione degli eletti fuori dai gruppi con cui sono stati eletti. Ma vincolare il mandato parlamentare significa togliere all’eletto l’esercizio del suo libero intendimento. L’eletto a che cosa e a chi sarà vincolato? All’obbedienza al suo capo di partito che lo ha fatto eleggere: il gruppo parlamentare non sarà mai una comunità pensante e ricca di contributi e opinioni personali, dovrà invece uniformarsi senza discussioni al volere del capo del partito.
Così, nell’opacità più insidiosa, verrà rafforzata la vocazione autarchica e presidenziale dei due partiti uniti nel “contratto”.
Di tutto ciò, e molto altro, saremo chiamati a discutere nel prossimo futuro.

fonte: MicroMega

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