Don Galli è accusato di molestie su un minore E ha chiamato in causa l’arcivescovo di Milano

Milano Don Mauro Galli è piccolo, esile, dimostra meno dei suoi trentotto anni. Per la Procura di Milano è un prete pedofilo, un sacerdote che ha approfittato del suo ruolo per portarsi a letto un ragazzino.

Ieri, per la prima volta, appare nell’aula del processo. Lo interrogano, si difende: senza incertezze e senza emozioni apparenti. Ma don Galli sa che ormai nella sua aula non si celebra solo il processo contro di lui. Che sotto accusa ci sono i vertici della Curia ambrosiana che lo hanno coperto a lungo: a partire da Mario Delpini, oggi arcivescovo di Milano: cui, proprio per il suo coinvolgimento nella vicenda, nei giorni scorsi Papa Francesco ha negato la promozione a cardinale.

Il giovane prete dichiara al tribunale che fu proprio Delpini, allora vicario generale della diocesi, a metterlo sull’avviso dell’inchiesta, allora segreta, aperta nei suoi confronti per violenza sessuale. «Nel settembre 2014 vengo chiamato dal vicario generale e mi dice che a Rozzano i preti hanno sentito di una possibile denuncia effettuata contro di me», racconta. Perché Delpini sente la necessità di mettere il prete sull’avviso?

Le intercettazioni raccontano delle modalità con cui avviene la convocazione, con Delpini che convoca don Galli, lo ammonisce a non parlare al telefono, gli consiglia l’avvocato. Ieri, in aula, don Galli potrebbe approfondire il ruolo dell’arcivescovo. Ma il presidente del tribunale stoppa la domande del pm: «Sono temi estranei al capo di imputazione». Allo stesso modo, poco prima, il giudice aveva impedito al pm di scavare sul tema cruciale del comportamento della Curia, che dopo avere saputo di quanto accaduto a Rozzano (dove don Mauro aveva invitato a dormire a casa sua un quindicenne, lo aveva ospitato nel suo letto matrimoniale, e il ragazzo riferiva di essere stato abbracciato nella notte) invece di mettere al riparo il prete da altre tentazioni lo aveva spostato a Legnano, in un’altra pastorale giovanile. Neanche questo, dice il giudice, è il tema del processo.

Così tutto si ferma alla ricostruzione della sera del 19 dicembre 2011, quando il giovane – animatore all’oratorio, ragazzo intelligente ma irrequieto, un po’ in rotta con la famiglia – dorme in parrocchia. Ci sono due stanze con i letti, ma ragazzo e prete finiscono nel lettone di quest’ultimo. Non le parve strano? «Col senno di poi sì. In quel momento non pensai ad altre sistemazioni». Cosa accadde? «Dormii male. Una volta mi svegliai perché lui russava La seconda volta vidi che stava per cadere dal letto. Lo presi e lo rimisi a posto». Nient’altro? «Nient’altro. Non l’ho abbracciato nè toccato nè ho compiuto gli atti che mi vengono contestati». Come si spiega che il ragazzo dica di essere stato violentato? «Credo che ripeta opinioni espressa da altri».

Su quanto accadde dopo, sul ruolo della Curia, viene ammessa una sola domanda, dal difensore del prete: «Lei ha risarcito la famiglia del ragazzo. Dove ha preso i soldi?» «Erano dei miei genitori e di mia nonna». É un modo per dire che la Curia non c’entra, che non è stato Delpini a tacitare la vittima. Ma don Galli non spiega perché sulla fonte dei soldi venne imposto il silenzio, non dice chi gli sta pagando l’avvocato, non racconta perché nei verbali di interrogatorio si dichiarò nullatenente.

Il Giornale

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