Le Vergini giurate alla Casa delle donne Le burrneshë albanesi nelle foto di Valentina Stefanelli

ROMA – Hanno volti fieri, gli sguardi penetranti: per affermare se stesse hanno negato la propria femminilità. C’è Shkurtan, 81 anni, che si è sentita uomo da sempre e non ricorda quando ha scelto di diventarlo; Diana, 62 anni, prima donna albanese a entrare in polizia, che ha voluto diventare un bambino dopo la morte del fratello più piccolo per essere “bello come lui”; Vid, 74 anni trascorsi a lavorare duramente, bevendo, fumando e dicendo parolacce proprio come i maschi; e poi la più giovane, Ghero, che ha 17 anni, cresciuta fin da piccola come un bambino e orgogliosa di rappresentare una antica tradizione. Nella mostra “Burrnesh”, allestita il 18 e 19 maggio alla Casa Internazionale delle Donne di Roma, la fotografa Valentina Stefanelli racconta il complesso mondo delle Vergini giurate del nord dell’Albania, donne che hanno scelto di vivere come uomini. L’esposizione, che dall’1 al 15 settembre sarà a Varese presso la libreria Ubik, è il racconto visivo del viaggio in Albania intrapreso nel 2016 dalla fotografa per cercare per cercare le “burrneshë” (nome albanese delle Vergini giurate): con efficacia e grande immediatezza i 18 scatti in mostra documentano la vita quotidiana di queste donne che, prestando fede a un antico codice familiare conosciuto con il nome di “kanun”, hanno deciso di sopprimere la propria identità femminile, fare voto di castità e sembrare uomini in tutto, nelle movenze, nell’aspetto, nel comportamento, nello status sociale, nei doveri e nei diritti. Significativo che questo fenomeno relativo a donne che rinunciano a se stesse per autodeterminarsi, così rurale e arcaico, ma di grandissima attualità per i suoi legami con il tema del rapporto tra i generi, sia affrontato proprio nella Casa Internazionale delle Donne, luogo di incontro e rivendicazioni di istanze femminili che rischia di essere chiuso dal Comune di Roma e per il quale in tante ora sono pronte a lottare. Il taglio dei capelli, l’abbigliamento maschile, le fasciature sul seno delle Vergini sono i segni esteriori di una scelta da cui non si torna indietro, che per prima cosa le ha portate a negare il proprio corpo. Ma non per una questione di sessualità, quanto per la determinazione a voler scegliere per se stesse, a veder riconosciuto il proprio ruolo nella società.
Ruolo che da “semplici” donne non avrebbero di certo avuto. “Queste sono donne fiere, che hanno avuto una vita piena: hanno lavorato, viaggiato, conosciuto il mondo, riuscendo a fare ciò che mai avrebbero potuto”, spiega Valentina Stefanelli, “la loro ambiguità è superata da tutto quello che hanno ottenuto nella società”. Legata alla mostra anche la presentazione del libro di Barbara Mazzon, dal titolo “Le Vergini giurate. Donne libere di costringersi e costrette a liberarsi in Albania” (Mimemis Edizioni): nell’opera l’autrice spiega i motivi storici, sociali e culturali che hanno portato alla nascita di un fenomeno antico ma tuttora (anche se marginalmente) presente, raccogliendo la testimonianza diretta di alcune “burrneshë”. “Nel libro propongo non uno studio sistematico, ma un confronto con la nostra società”, dice Mazzon, “attraverso queste donne forti che però sono scese a compromessi per non essere subalterne, ho voluto infatti capire la linea che separa l’autodeterminazione dalla pressione e dalla violenza sociale”.

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