Preti sposati disattesa offerta collaborazione. Mancano i preti, chiudono le chiese. Fedeli in rivolta contro il vescovo

È la crisi delle vocazioni che si sta diffondendo come un virus nei borghi di montagna e nelle zone interne d’Italia insieme a un inesorabile abbandono. Bagni di Lucca vive di turismo in estate e di poco altro il resto dell’anno dopo che la crisi ha portato alla chiusura delle industrie e di gran parte delle attività artigianali. È una cartolina sbiadita di palazzi d’epoca lasciati vuoti e scheletri di edifici che mai nessuno ricostruirà, di bellezza in decadenza a ricordare un tempo felice in cui furono aperte le prime terme d’Europa e il paese era una delle mete del Grand Tour ottocentesco. Le persone che vanno a vivere altrove, i sevizi che scompaiono e la consapevolezza di avere una strada sempre più stretta davanti.

Un tempo poteva contare su quattro parroci ma due hanno ormai novant’anni e un terzo ha problemi di salute piuttosto seri. Ne resta uno che prova a fare quello che può. Ma non basta, gli abitanti sono furibondi. L’arcivescovo di Lucca, Italo Castellani, è salito fino in paese per provare a spiegare le difficoltà. Ha trovato oltre centotrenta persone radunate in una sala: la tensione si tagliava con il coltello.

 

«Ho cercato di far capire che non si può andare avanti così – racconta Massimo Betti, ex- sindaco, farmacista – Chiudono le scuole, chiudono i presidi sanitari, i servizi, accorpano tutto e ora non si riesce ad avere nemmeno il prete? Ma lo sanno che cosa succede poi? Le persone vanno via, è normale che accada. E poi che cosa succede? Che si lasciano libere queste terre e arrivano le altre religioni. È questo che vogliamo?».

Ma finché è lo Stato a chiudere è quasi più facile accettarlo. Ora che anche le chiese serrano i battenti la sensazione è di essere di fronte alla fine. Nessuno più vuole fare il prete e meno ancora in montagna. Si contano duemila abbandoni l’anno nel mondo e sono considerati già un’emorragia da papa Francesco ma nella diocesi di Lucca oggi ci sono 306 parrocchie e circa 150 preti, di cui molti ultra settantenni. In pratica a ogni sacerdote toccano circa 3-4mila anime, spesso distribuite a decine di chilometri di distanza lungo strade di montagna. Durante l’incontro l’arcivescovo non è riuscito a trovare altre soluzioni se non proporre a tutti di mettersi in auto di domenica e trasformare la messa in un’occasione di festa per l’intera famiglia andando a Lucca, o dove le chiese sono ancora aperte.«Ma siamo matti? – risponde Massimo Betti – Li ha visti monsignore quanti ottantenni ci sono da queste parti? Li trasportiamo tutti in città?».

Guido, il titolare dell’enoteca “Non solo vino”, si domanda: «Hanno più bisogno diecimila anime presenti su un territorio ristretto o hanno meno diritto 500 persone che frequentano la chiesa in un paesino disperso come questo? Ma è giusto che il numero dei fedeli sia una condizione determinante nella scelta di mettere a disposizione un parroco?».

E così un gruppo di persone ha reagito affiggendo i cartelli sulle chiese. Un altro è andato a parlare al sindaco Paolo Michelini. Ma che può fare un sindaco di fronte alla crisi delle vocazioni? «Non posso imporre al vescovo una soluzione che non ha. Se non ci sono sacerdoti, c’è poco da fare», risponde. Il vescovo, quindi, ha chiesto aiuto ai laici che abitano nelle frazioni.

I laici sono già in prima linea da tempo, sono loro in realtà ad aprire e chiudere le poche chiese ancora in funzione. Ma la popolazione di Bagni di Lucca non intende arrendersi. «Vedere le chiese chiuse mette troppa tristezza, dobbiamo andare avanti», spiega Ester Salotti, titolare di un negozio di abbigliamento. Stanno preparando un a lettera da mandare al Papa. I miracoli si aspettano ma si possono anche creare.

La Stampa

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