La settimana mondiale per l’armonia tra le religioni. Ponti di pace

L’Osservatore Romano

(Riccardo Burigana) L’amore di Dio e l’amore del prossimo, senza compromessi, così come le religioni chiedono: questo è stato il punto di partenza della World Interfaith Harmony Week(Wihw) del 2018, che in questi giorni ha visto credenti di fedi diverse, spesso accompagnati da uomini e donne di buona volontà, riunirsi, in tanti luoghi del mondo, per riflettere su come le religioni possono e devono costruire la pace.
La Wihw, come è noto, è nata per una proposta di Abdullah II, re di Giordania, all’assemblea generale delle Nazioni Unite, il 23 settembre 2010. Il sovrano hashemita, in quella occasione, chiese di rendere universale quel dialogo tra cristiani e musulmani per l’armonia nella società, alla luce del patrimonio spirituale delle due religioni e aperto al contributo di tutti, che aveva preso le mosse già nel 2007.
La proposta venne accolta: poche settimane dopo, il 20 ottobre 2010, l’assemblea delle Nazioni Unite votò all’unanimità l’istituzione della Wihw, riservandole la prima settimana di febbraio. Dal lungo elenco delle iniziative promosse in tanti luoghi, dagli Stati Uniti all’India, dal Rwanda all’Egitto e al Belgio, spesso con l’attiva partecipazione della Chiesa cattolica, emerge come centrale il tema della pace, declinato in molti modi diversi. Esaminando quindi il ruolo delle religioni nei processi di riconciliazione nelle varie aree del pianeta e ponendo attenzione alla riflessione spirituale sulle ragioni profonde che devono guidare le religioni nella costruzione di una cultura della pace. In alcuni casi ci si è concentrati sul presente e sul futuro di Gerusalemme, città della pace, così come viene descritta dai testi sacri dell’ebraismo, del cristianesimo e dell’islam. Spazio anche, in particolare attraverso esibizioni e concerti, alla riaffermazione dell’importanza della condivisione dell’armonia, espressa da musiche e canti nel corso dei secoli.
Sul ruolo delle donne, come elemento irrinunciabile nella costruzione dell’armonia, si è parlato in tanti luoghi. In Australia la Ahmadiyya Muslim Women’s Association ha promosso una riflessione, aperta anche a donne del mondo delle imprese e della politica, sul valore del dialogo nella società contemporanea. Sempre in Australia un incontro, al quale erano invitate solo donne, dichiaratamente cristiane, ebree e musulmane, è stata l’occasione per una condivisione dell’esperienza di fede, come cammino di conversione contro ogni forma di discriminazione.
In Rwanda una particolare attenzione è stata riservata ai più giovani. L’associazione Women Association for Healing and Livelihoods ha organizzato due giornate per gli adolescenti di Kigali, invitandoli a riflettere, anche partendo dal gioco, su come si debba conoscere la memoria storica per impedire che la violenza possa prendere il sopravvento, come è purtroppo capitato nella recente storia del paese africano.
In Indonesia e in Pakistan ci sono stati incontri per i giovani per far conoscere, nella condivisione di esperienze quotidiane e concrete, cosa le religioni chiedono per la pace, mentre in Canada, a Calgary, la Chiesa armena apostolica, che nel 2018 celebra l’anno della gioventù, ha organizzato una giornata, aperta a giovani cristiani, ebrei, musulmani, buddisti, sikh e indù, per celebrare le diversità religiose come una ricchezza per la società.
Per il pastore Olav Fyske Tveit, segretario generale del World council of Churches, che anche quest’anno ha preparato un sussidio di preghiera per la Wihw, questi giorni sono stati l’occasione per riaffermare che «l’amore di Dio del quale i cristiani hanno fatto l’esperienza attraverso Gesù Cristo, deve ispirare tutti i cristiani a imitare Cristo nel rafforzare il dialogo con il vicino, lasciandosi guidare dallo Spirito santo».
L’Osservatore Romano. 10-11 febbraio 2018

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