Italia-Albania: vicini dello stesso condominio

Il palazzo in cui abito a Firenze non assomiglia a quello in cui abitavo nella mia piccola città di Shijak, Albania. Il loro più importante segno distintivo è nella qualità delle relazioni umani e nel livello di socializzazione che si instaura tra i coabitanti.

Lì, io e miei vicini ci frequentavamo, parlavamo di diverse problematiche e in un certo senso eravamo come una “famiglia allargata”, dove ognuno vive per i fatti suoi. Una volta chiuso le porte ciascuno aveva il suo nucleo familiare, ma, in caso di bisogno, loro erano era sempre molto presenti.

A differenza di quanto accade nel mio modesto palazzo in Albania, a Firenze, l’idea di una “famiglia allargata” è una nozione del tutto inconcepibile. Qui, ognuno ha il suo nucleo familiare e le porte sono sempre chiuse. I miei vicini sono per maggioranza persone che vivono da sole, con figli che non abitano con loro, ma in altre zone dell’Italia. Ognuno sta sempre per i fatti suoi, dove il bisogno reciproco è pressoché inesistente. Nessuno ha mai bisogno di un cucchiaio di zucchero, del latte; di venire a prendere il caffè da te; di comprare all’altro pomodori, zucchine, pepe, patate, se va al mercato; di lasciare le chiavi se arriva un parente da lontano e la proprietaria di casa deve andare a lavoro, eccetera, eccetera. Vige una forma di autosufficienza e chiusura ermetica all’interno delle proprie mure e qualche raro (molto raro) aspetto di socializzazione tra le anziane del posto, quando le temperature si addolciscano.

Anche il livello di movimento differisce. In Albania i movimenti dei vicini non cadono nel silenzio, in quanto la presenza umana è come un flusso di mosche in piena attività. Qui invece, le mosche si muovono di rado, pressoché silenziosamente entrano ed escano dal loro guscio. Non c’è traccia di socialità, al di fuori di un saluto frettoloso negli incontri casuali nel via vai delle scale. Sembra che le anime vive siano immerse in un sonno letargico e di rado si svegliano. Qualche presenza estranea, che probabilmente è un parente stretto, un familiare, un nipote, figlio a figlia, devo ammettere esiste, in occasioni speciali, come quelle delle feste di natale.

Provate ad immaginare un palazzo dove i vicini sai che ci sono ma sembrano non esserci, non viverci lì. Questo è il genere di palazzo in cui vivo. L’unica persona che posso dire ho avuto modo di incontrare frequentemente, è la signora Antonia (il cui nome non corrisponde a quello vero per rispetto della persona).

Per tanti giorni sono stata fuori casa e da quando sono entrata non incontro più la signora Antonia. Per la prima volta ho visto la porta della sua casa aperta e diverse persone che entrano ed escano. C’è rumore, si sentono delle voci che riempiono le scale e mi accorgo che, finalmente, c’è vita. Diverse persone salgono e scendono in continuazione, che allegramente chiacchierano che pare siano venuti ad incontrare la signora Antonia. Noto che puliscano casa, svuotano quell’appartamento dai numerosi oggetti che vedo contenga. Ma della signora Antonia non c’è nessuna traccia.

Ho fatto tutti i pensieri possibili immaginabili:

“Forse, sono venuti ad incontrarla dopo le feste parenti suoi, che vogliano aiutarla a sistemare la casa, ripulire e passare del tempo con lei? – Comunque non ne ha pochi di parenti. – Che bravi, sono venuti a stare con lei numerosi. Bello, sono contenta per la signora Antonia, che sta trascorrendo i giorni con loro. – Ho visto anche un signore, un conoscente che ha una casa bellissima nei pressi di Firenze. Allora, è un suo parente?! Anche gli altri hanno un accento toscano, ciò significa che vivono non lontani da qui! No, forse mi sbaglio, probabilmente vivono lontani e finalmente sono venuti a trovarli. Gli stano sistemando casa. Che carini!”

Non intravedo però la signora Antonia e chiedo a mia madre che fine abbia fatto.

  • Fatjona, è morta di diversi giorni oramai.
  • Mamma mia, che cretina che sono! Mami, ci avevo pensato ma vedendo tutte queste persone che passano sorridenti e sembrano pulire la casa dagli oggetti eccessivi non ci credevo che fosse morta. Poi i suoi panni sono ancora appesi sul terrazzo, da più giorni. No, mami, che dici è morta – poverina! Mi spiace assai. E io che ero contenta perché i suoi parenti erano venuti ad aiutarla e passare del tempo con lei.
  • Si, Fatjona, i panni sono ancora appesi, da diversi giorni e loro stano svuotando del tutto la casa, ma la signora Antonia, poverina è morta.

La sua morte mi ha trasmesso una sensazione di malinconia, dato che l’esistenza di una persona passa inosservata una volta che la morte si presenta. Qui, è così! Ma a Shijak, la morte di una possibile signora Antonia (nene Lirie, nene Fitnete etc) passerebbe così inosservata?

Non so per certezza cosa potrebbe succedere in un futuro ma credo che tutt’ora la “famiglia allargata” sarebbe stata presenta prima e dopo, facendo capire che l’esistenza di una persona ha un valore enorme. E una volta passata nell’altra vita i dovuti saluti sono una dimostrazione di tutto ciò che la tua vita, possibile signora Antonia (in versione albanese) abbia presentato. Per diversi giorni parenti, amici, conoscenti che non vivono all’estero, sarebbero venuti a prendere il caffè con te, a renderti visita più volte al giorno oppure più volte all’anno. Non solo in occasioni speciali, quale Natale. Il tuo livello di socializzazione avrebbe raggiunto un indice elevato e questo tutti noi l’avremmo capito anche nel momento dell’ultimo saluto.

È molto triste vivere une pre e post morte in totale silenzio. Per questo ho deciso che quando sarà il mio turno, non vorrò più essere cremata come pensavo di fare, che non vorrò più morire in totale silenzio. Cambio prospettiva.

Voglio invece tante persone, amici, parenti, vicini, conoscenti, cani, gatti nel mio funerale e post funerale, a versare una piccola lacrima per la mia assenza. Questo vorrà dire che la mia esistenza sia valsa qualcosa. Che io abbia socializzata abbastanza, che io abbia dimostrato a tutti che vivere in compagnia e mille volte meglio che vivere in totale solitudine. Voglio tanti saluti. Tanti “llokum”da servire a color che verranno a darmi l’ultimo saluto. Come d’abitudine succede nel mio modesto palazzo di Shijak. Questa è la morte che voglio e mi auguro che il freddo del consumismo non indurisca i cuoi della mia “famiglia allargata”, altri inclusi.

albanianews

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