Bergoglio in Amazzonia ma in Perù lo scoglio è la corruzione

Dopo il problematico e deludente confronto con i mapuche in Cile, sono di nuovo risuonati alcuni degli accenti dell’enciclica Laudato sì, la magna carta dell’ecologia pontificia, nell’incontro di ieri tra papa Francesco e i popoli indigeni dell’Amazzonia, a Puerto Maldonado, nel dipartimento di Madre de Dios.

Una regione ricca di risorse naturali – proclamata nel 1994 come «Capitale della Biodiversità del Perú» – ma, proprio per questo, devastata dall’estrattivismo (in massima parte illegale), dalla deforestazione, dalla contaminazione dei corsi d’acqua: minacce mortali per i popoli indigeni che la abitano, a cominciare da quelli in isolamento volontario, quelli che il papa ha definito «i più vulnerabili tra i vulnerabili».

È a queste realtà che ha fatto riferimento Francesco nel suo discorso, dopo aver ascoltato il grido dei popoli originari contro l’invasione del territorio da parte delle industrie del legname, dei cercatori d’oro, delle compagnie petrolifere, delle imprese di costruzione, e il loro invito a proteggere la Terra «per vivere in armonia».

Un grido e un invito che il papa ha accolto e rilanciato, sottolineando come «i popoli originari non siano mai stati così minacciati nei loro territori come lo sono oggi». Puntando il dito contro «i grandi interessi economici» che «mirano avidamente al petrolio, al gas, al legname, all’oro, alle monocolture», esortando «a rompere con il paradigma storico che considera l’Amazzonia come una riserva inesauribile degli Stati, senza tenere conto dei suoi abitanti» e ponendo l’accento sulla necessità di riconoscere e di rispettare «la cultura, la lingua, le tradizioni, i diritti e la spiritualità» dei popoli indigeni e sull’insegnamento che questi sono chiamati a dare all’umanità.

«Molti – ha detto Bergoglio – hanno scritto e parlato di voi. È bene che siate voi, ora, ad autodefinirvi e a mostrarci la vostra identità. Abbiamo bisogno di ascoltarvi». Perché, ha aggiunto, «voi siete la memoria viva della missione che Dio ha affidato a tutti: la cura della casa comune». Una casa che, nella regione amazzonica peruviana, bisogna proteggere – ha detto – dalle minacce rappresentate non solo dall’inquinamento da idrocarburi e dall’attività mineraria, ma anche dalla tratta delle persone, dallo sfruttamento della manodopera, dagli abusi sessuali.

Un incontro, quello con i popoli dell’Amazzonia, in cui il papa ha dato finora il meglio di sé in questo suo ultimo viaggio in America Latina. Ma se la sua visita in Cile si è rivelata assai complicata, non solo deludendo le aspettative dei mapuche ma anche lasciando attonite le vittime dei preti pedofili – per la sua clamorosa difesa del vescovo Juan Barros, accusato di aver coperto gli abusi sessuali su minori commessi dal sacerdote Fernando Karadima -, in Perù il papa si trova di fronte a una situazione non meno difficile.

Il presidente Pedro Pablo Kuczynski, che lo ha accolto all’aeroporto e con cui il papa terrà una riunione privata, è oggetto di una rabbiosa protesta della popolazione che non gli perdona l’indulto concesso all’ex presidente golpista Alberto Fujimori.

Un indulto negoziato con il figlio dell’ex dittatore, Kenji, in cambio della sua permanenza al potere, ma che «Ppk» sta pagando, oltre che con la perdita di ogni legittimità agli occhi dei peruviani, anche con divisioni nel suo stesso governo. E se in Cile il papa ha lasciato a desiderare anche sul piano della denuncia delle estreme disuguaglianze sociali presenti nel Paese, in tanti sperano in una prova di maggiore coraggio di fronte alla profonda crisi che sta attraversando il Perù.

ilmanifesto.it

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