Qualche consiglio per chi sogna ancora di fare il giornalista digitale

Quando si parla di informazione, si pensa sempre ai massimi sistemi. Ma che cosa rispondere a un ragazzo che ti chiede a bruciapelo: come faccio a sopravvivere facendo il giornalista nel digitale?
Il battito accelera. I pensieri si rincorrono all’impazzata. E la risposta fatica a uscire. Perché sai benissimo che la crisi c’è, ed è pesantissima. Gli editori investono sempre meno sul digitale. E come se non bastasse il 2017 è stato l’annus horribilis anche per colossi dell’informazione digitale come Vice, Vox, Buzzfeed e Mashable. E se nemmeno loro – che sono nati con tutti gli strumenti per funzionare al meglio – hanno chiuso i bilanci in attivo, c’è poco di che stare allegri. Per non parlare di quei progetti «rivoluzionari» che offrono 2 o 3 euro ad articolo o pagano i collaboratori in base ai clic ricevuti (e ce ne vogliono moltissimi per raggiungere anche cifre modeste).
Secondo l’ultimo rapporto Lsdi sulla professione giornalistica, «l’82,7% di giornalisti free lance dichiara redditi inferiori a 10.000 euro all’anno». Cioè, 800 euro lordi al mese. Quindi, cosa rispondere? Fossi in uno dei tanti giovani che vogliono fare i giornalisti nonostante tutto (la crisi, le porte chiuse, i furbetti dell’editoria…), pur non smettendo di bussare alle porte delle redazioni dei giornali, mi organizzerei da solo o con pochi colleghi per creare un piccolo progetto di grande qualità. Non copierei i giornali, mi concentrerei sulle nicchie, puntando a dare voce ma soprattutto a risolvere (con un prodotto giornalistico) i problemi di una comunità, di una gruppo, di un target.
Non ci crederete, ma bastano 100 abbonati a 10 euro al mese per guadagnare più di quanto guadagna mediamente ora un freelance. Ve lo dico subito: non è una strada facile. Ma diventare editori di voi stessi è una delle strade più concrete che avete davanti. In America la conoscono bene. E funziona soprattutto attraverso newsletter a pagamento. Ne sa qualcosa Ben Thompson, uno dei più quotati analisti del mondo digitale. La sua newsletter Stratechery arriva a qualche decina di migliaia di abbonati sparsi nel mondo che pagano 10 dollari al mese. Puntando su bravura e trasparenza (il progetto ha regole etiche rigidissime) Thompson ha creato un piccolo impero.
In Italia sono due le newsletter di qualità che più stanno facendo parlare: List di Mario Sechi e Anteprima di Giorgio Dell’Arti. L’ex direttore del Tempo, forte dello slogan «List non si clicca, si legge», punta sugli approfondimenti di qualità, Dell’Arti invece, a 75 anni, si è inventato un’efficace «spremuta dei quotidiani», che arriva nelle caselle di posta elettronica all’alba. Il primo ha una grafica molto curata, il secondo solo testo.
Oppure potete dare retta a Pier Luca Santoro di DataMediaHub quando dice che «una delle strade del giornalismo digitale passa per il brand journalism». Che non significa produrre veline pubblicitarie, ma contenuti giornalistici mirati per aziende e marchi e che rispondono a logiche precise. Per realizzarli, però, occorre imparare anche elementi di marketing e di pubblicità. Il che fa storcere il naso a molti giornalisti. Il mercato è in rapida crescita e muove 28,1 miliardi di dollari l’anno. Per chi fosse interessato c’è un Master di altissimo livello organizzato da DataMediaHub, Associazione Stampa Romana e AGI. Si intiola «Dal Brand Journalism alle Digital PR, quando il Giornalismo Sposa l’Impresa». Dura 11 weekend, dal 13 aprile al 13 ottobre 2018, e si svolgerà a Roma.
Un’altra strada che avete davanti è quella di puntare sul mecenatismo. Individuate progetti precisi e fatevi finanziare attraverso il crowdfunding o usando piattaforme come Patreon.
Ultimo consiglio. Fate sempre prima un piano editoriale per sapere esattamente dove andare a parare.
Ps. Se servono altri piccoli consigli gratis, io sono qui. [email protected]

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