Reggio Emilia, don Ercole Artoni: «I preti dovrebbero essere liberi anche di sposarsi»

REGGIO EMILIA. Don Achille Melegari incassa, oltre a quelle degli amici, anche le felicitazioni di don Ercole Artoni, il fondatore del centro sociale Papa Giovanni XXIII, da sempre impegnato nel rinnovamento della Chiesa.
«Voglio esprimergli – dice con convinzione l’ottantasettenne sacerdote – le mie congratulazioni. Sono d’accordo con lui. I preti dovrebbero essere completamente liberi anche di sposarsi. La disciplina del celibato ecclesiastico è superata. La Chiesa trarrebbe molti vantaggi dall’abolirlo. Si potrebbero stimolare tante vocazioni fra i laici e i diaconi permanenti. Il celibato fu istituito nel Medioevo con la riforma gregoriana. Oggi è anacronistico. La sua abolizione sarebbe coerente con la visione di papa Francesco, che vuole una Chiesa povera al servizio dei poveri».

È meno categorico il parere di don Eugenio Morlini, un altro decano della Chiesa reggiana. «Vorrei – auspica l’ex parroco di San Bartolomeo, ora collaboratore pastorale a Campegine e Gattatico – che il Papa concedesse alle singole conferenze episcopali la facoltà di decidere su tale questione. Mi auguro che arrivi il momento in cui la si possa affrontare anche in Italia, dove la Chiesa è ancora del tutto impreparata. Già ora nelle chiese cattoliche orientali unite a Roma il celibato non è obbligatorio. Altri paesi, fra cui il Brasile, hanno maturato belle esperienze di comunità ecclesiali pronte ad accettare questo cambiamento. È un cammino da percorrere nel segno del Vangelo, tenendo conto della realtà sociale ed economica dei singoli Paesi».

Sull’Italia, invece, don Morlini è pessimista: «Qui – osserva – siamo molto indietro. La vita parrocchiale è inconciliabile con quella di un sacerdote sposato. La gente ci viene a cercare soprattutto nei momenti in cui si avrebbe la necessità di stare con la propria famiglia. La situazione di noi preti è impegnativa. Dobbiamo affrontare i problemi dei poveri, dei senzatetto, dare ascolto e conforto a tante persone. Per abolire il celibato si dovrebbe cambiare lo stile della Chiesa, avere più responsabilità condivise con i laici e l’aiuto di famiglie preparate».

Altri sacerdoti preferiscono non pronunciarsi. È il caso di Tiziano Ghirelli e Daniele Casini, parroci di San Pietro e della Cattedrale. «Achille Melegari – dice Giordano Goccini, parroco di Novellara ed ex responsabile della pastorale giovanile – è una persona che in questo momento merita silenzio e comprensione, non i commenti e le interviste come quella rilasciata da don Antonio Mazzi. Fra un mese se ne potrà parlare. Per quanto mi riguarda, sono felice del mio celibato».

Per la Chiesa cattolica il celibato ecclesiastico non è un intoccabile dogma di fede, ma una reversibile disciplina del diritto canonico. Fu introdotta, non senza contrasti, a partire dall’undicesimo secolo con la riforma gregoriana, la lotta per le investiture e lo scisma d’Oriente. Fino ad allora vigevano sostanzialmente le norme ancor oggi codificate nelle chiese orientali, che ammettono al sacerdozio gli uomini sposati, ma non consentono di sposarsi a chi è già sacerdote, conferiscono l’ordinazione

episcopale soltanto ai celibi ed esigono la castità dei monaci.

La riforma fu diretta contro lo scandalo della simonia e del concubinato per impedire che i benefici ecclesiastici, cioè i beni materiali del diritto feudale, fossero ereditati dai figli dei preti.
Gazzetta di Reggio

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