Così la Chiesa tedesca ha “intascato” 6 miliardi di tasse

La Chiesa tedesca, nel 2017, ha incassato 6 bilioni in tasse, cioè sei miliardi di Euro secondo la scala del mondo anglosassone.

A dare la notizia, infatti, è stato il Catholic Herald, che ha parlato al riguardo di “cifra record”. La questione sulla “tassa delle religioni” presente in Germania è molto dibattuta. I fedeli, all’interno della dichiarazione dei redditi, devono segnalare la propria appartenenza religiosa. Questo comporta il versamento dell’8-9% della tassazione complessiva. In caso di professione di fede non segnalata è prevista una procedura d’infrazione. Al calciatore Luca Toni, nel 2015, è stato intimato di pagare 1,7 milioni di Euro. La “KirchenSteuer”, insomma, non perdona nessuno. Secondo quanto scritto dal quotidiano cattolico, la Chiesa tedesca, che è composta da 27 diocesi, avrebbe un patrimonio stimato di almeno 26 miliardi di euro. Numeri che la renderebbero seconda per ricchezza, dietro solamente al Vaticano.

Il quotidiano Handelsblatt, che ha fatto un’inchiesta sugli incassi annuali della Chiesa cattolica in Germania, ha sottolineato come, nonostante più di 2,2 milioni di tedeschi abbiano ufficialmente abbandonato la fede cattolica dal 2000 ad oggi, le entrate siano comunque aumentate progressivamente. Il “merito”, quindi, sarebbe ascrivibile alle condizioni generali dell’economia teutonica. Ma la “radiografia” alle casse dell’istituzione in questione, non ha riguardato solamente la “tassa sulle religioni”. Sempre secondo Handelsblatt, infatti, la Chiesa tedesca sarebbe in possesso di investimenti finanziari pari a 15 miliardi di Euro e di un capitale di 20 miliardi di Euro distribuito tra immobili ed azioni. I conservatori criticano da sempre l’adesione della Chiesa cattolica alla tassazione in questione. La Chiesa nazionale tedesca, insomma, resterebbe sì “sub Petro”, ma attraverso una condizione delle casse tanto positiva da renderla di fatto un ente auotonomo.

Benedetto XVI, nel 2011, cioè nel suo ultimo viaggio in Germania, sembrava aver chiesto un profondo cambiamento sul tema: “In Germania la chiesa è organizzata in modo ottimo. Ma, dietro le strutture, vi si trova anche la relativa forza spirituale, la forza della fede nel Dio vivente? Sinceramente dobbiamo però dire che c’è un’eccedenza delle strutture rispetto allo Spirito”, aveva specificato il pontefice tedesco durante il discorso al Consiglio del comitato centrale dei cattolici tedeschi. E sempre Joseph Ratzinger, a Friburgo, aveva tuonato così: “Gli esempi storici mostrano che la testimonianza missionaria di una chiesa demondanizzata emerge in modo più chiaro. Liberata dal suo fardello materiale e politico, la chiesa può dedicarsi meglio e in modo veramente cristiano al mondo intero, può essere veramente aperta al mondo”. In molti, nonostante le smentite del presidente della conferenza episcopale, mons. Robert Zollitsch, pensarono a riferimenti diretti del pontefice alla necessità di uscire dal sistema della “KirchenSteuer”. Come segnalato da Matteo Matzuzzi, però, sembra proprio che il pontefice tedesco volesse riferirsi alla tassa sulle religioni. E Papa Francesco? Il pontefice argentino, che ha iniziato il suo pontificato chiedendosi se il Vaticano avesse realmente bisogno di una banca, non avrebbe in progetto di ridiscutete l’adesione alla tassa prevista in Germania.

Il Giornale

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