Dalle accuse a Francesco a quelle contro Ratzinger. La fronda tradizionalista cerca di distruggere il Concilio Vaticano II e le riforme della Chiesa

Lo aveva detto il filosofo Rocco Buttiglione, commentato la “correctio filialis” che accusava Papa Francesco di propagare insegnamenti eretici: all’origine di molte critiche dottrinali contro l’attuale Pontefice c’è un’opposizione anche ai suoi predecessori e in ultima analisi al Concilio. E ora questa constatazione trova ulteriore conferma in un libro firmato da Enrico Maria Radaelli che critica duramente il pensiero teologico di Joseph Ratzinger e la sua opera fondamentale “Introduzione al cristianesimo” con l’avallo del teologo Antonio Livi, già docente della Lateranense e firmatario della “correctio”.

 

«Non conosco tutti i firmatari della correctio – aveva detto lo scorso ottobre Buttiglione – Di quelli che conosco io, alcuni sono lefebvriani. Erano contro il Concilio, contro Paolo VI, contro Giovanni Paolo II, contro Benedetto XVI e adesso sono contro Papa Francesco… Qualcuno afferma pubblicamente che la deviazione della Chiesa inizia con Leone XIII e la enciclica Au milieu des sollicitudes con cui Leone XIII ha tradito l’alleanza del trono e dell’altare e ha rinunciato al principio del diritto divino dei re… Si cerca di isolare Papa Francesco opponendolo ai suoi predecessori ma questi suoi avversari sono anche gli avversari dei suoi predecessori».

 

Radaelli è allievo e interprete di Romano Amerio, l’autore del libro “Iota Unum. Studio delle variazioni della Chiesa Cattolica nel secolo XX”, nel quale si sosteneva la presenza del “modernismo teologico” nella costituzione conciliare Gaudium et spese in altri testi del Vaticano II. Il suo libro – “Al cuore di Ratzinger. Al cuore del mondo” (Edizioni Pro-manuscripto Aurea Domus) – si propone «di controbattere uno per uno gli insegnamenti» di Ratzinger «a partire dal suo metodo storicistico»,insegnamenti che «ritiene profondamente erronei, pericolosi per la fede come solo una sintesi delle dottrine moderniste può essere».

 

Il volume si propone di «convincere l’antico professore, poi Papa, ora però di nuovo cardinale, a ripudiare pubblicamente, al più presto e in toto» tutti i concetti «impropri» della sua “Introduzione al cristianesimo” che «ne infettano le pagine, prima che, per lui s’intende, sia troppo tardi». E vuole «dimostrare al più largo numero di lettori raggiungibili, essere false e fuorvianti una per una e tutt’insieme le dottrine insegnate, così da contribuire a far ritornare la Chiesa alla solidità della sua fede di sempre».

 

Ad avallare con la sua prefazione il libro di Radaelli è Antonio Livi, già docente alla Pontificia Università Lateranense, firmatario del documento che accusa di eresia Papa Francesco. Livi scrive: «Ritengo che sia indispensabile, nell’attuale congiuntura teologico-pastorale, tener conto di quanto ha esaurientemente dimostrato Enrico Maria Radaelli nel suo ultimo lavoro, ossia che l’egemonia (prima di fatto e poi di diritto) della teologia progressista nelle strutture di magistero e di governo della Chiesa cattolica si deve anche e forse soprattutto agli insegnamenti di Joseph Ratzinger professore, che mai sono stati negati e nemmeno superati da Joseph Ratzinger vescovo, cardinale e papa».

 

Radaelli, in accordo con Livi, sostiene che «la teologia che Ratzinger ha sempre professato e che si ritrova in tutti i suoi scritti, anche in quelli firmati come Benedetto XVI (i tre libri su “Gesù di Nazaret” e sedici volumi di “Insegnamenti”)… è una teologia di stampa immanentistico, nella quale tutti i termini tradizionali del dogma cattolico restano linguisticamente inalterati ma la loro comprensione è cambiata: messi da parte, perché ritenuti oggi incomprensibili, gli schemi concettuali propri della Scrittura, dei Padri e del Magistero… i dogmi della fede sono re-interpretati con gli schemi concettuali propri del soggettivismo moderno (dal trascendentale di Kant all’idealismo dialettico di Hegel)».

 

«A farne le spese – scrive ancora Livi nella prefazione – è soprattutto la nozione di base del cristianesimo, quella di fede nella rivelazione dei misteri soprannaturali da parte di Dio, ossia la “fides qua creditur”. Questa nozione risulta irrimediabilmente deformata, nella teologia di Ratzinger, dall’adozione dello schema kantiano dell’impossibilità di una conoscenza metafisica di Dio, con il conseguente ricorso ai “postulati della ragione pratica”, il che comporta la negazione delle premesse razionali della fede e la sostituzione delle “ragioni per credere”… con la sola “volontà di credere”, che fu teorizzata dalla filosofia della religione di stampo pragmatistico».

 

«Ratzinger – continua Livi – ha sempre sostenuto, anche nei discorsi più recenti, che l’atto di fede del cristiano ha come suo specifico oggetto, non i misteri rivelati da Cristo ma la persona stessa di Cristo, conosciuto nella Scrittura e nella liturgia della Chiesa. Ma è una conoscenza incerta e contraddittoria, troppo debole per resistere alla critica del pensiero contemporaneo. Sicché la teologia di oggi, secondo Ratzinger, non riesce a parlare della fede se non in termini ambigui e contraddittori».

 

«La realtà è che la teologia neomodernista – conclude Livi – con la sua evidente deriva ereticale, ha assunto gradualmente un ruolo egemonico nella Chiesa (nei seminari, negli Atenei pontifici, nelle commissioni dottrinali delle Conferenze episcopali, nei Dicasteri della Santa Sede), e da queste posizioni di potere ha influito sulle tematiche e sul linguaggio nelle diverse espressioni del magistero ecclesiastico, e di questo influsso hanno risentito (in grado diverso, naturalmente) tutti i documenti del Vaticano II e molti insegnamenti dei Papi del post-concilio. I Papi di questo periodo sono stati tutti condizionati, chi per un verso chi per un altro, da questa egemonia».

 

Il libro di Radaelli mette insieme, in un unico filo rosso, Joseph Ratzinger, il cardinale Carlo Maria Martini e Papa Francesco (il pagrafo 33 de libro s’intitola: «Se l’ereticale palindromo congetturato nel 1967 dal Professore di Tubinga (Ratzinger, ndr.), confermato e perfezionato nel 1988 da un cardinale di Milano (Martini, ndr.), sintetizzato infine nel 2015 da Papa Francesco, annienti tutta la Chiesa…»). Mentre il paragrafo 46 dello stesso punta al Vaticano II e significativamente afferma che «La “società liquida” nasce da una “Chiesa liquida”, cioè “pastorale”, cioè ipodogmatica, nata da un Concilio “liquido”, cioè “pastorale”, cioè ipodogmatico». Confermando così che queste correnti di pensiero legate a certo tradizionalismo ritengono la secolarizzazione una diretta conseguenza del Concilio e di quella “teologia progressista” che ha come esponenti Karl Rahner (encomiato da Giovanni Paolo II per i suoi ottant’anni), Henri de Lubac e Hans Urs von Balthasar (entrambi nominati cardinali dallo stesso Papa Wojtyla, come Livi fa notare nella prefazione).

lastampa.it

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