Aumenta l’export bellico. Gli «affari» russi in Africa

Non ha la forza dell’Urss, né il conforto dell’ideologia socialista. Ma, da almeno un decennio, la Russia è tornata a dire la sua in Africa. Con un crescendo continuo, fra visite ad altissimo livello, contratti di armamento e sfruttamento minerario. Mosca sta carpendo il grosso del mercato africano della difesa. Gli investimenti militari del continente nero sono aumentati del 48% fra il 2007 e quest’anno. Un decennio d’oro che ha visto protagoniste le armi russe, vendute a suon di quattrini: 21 miliardi di dollari, intascati grazie a un disinteresse completo per i popoli locali e le delicate violazioni dei diritti umani.

La Russia si muove con cinismo. Sa benissimo che le sue armi sono le migliori al mondo nel rapporto qualità/ prezzo. Fanno gola ai Paesi con bilanci militari di molto inferiori all’opulenza dell’Asia e del Medio Oriente. Rosoboronexport, l’agenzia che si occupa delle esportazioni belliche russe, ha il vento in poppa. Collabora già con 15 Paesi dell’Africa subsahariana e sta tessendo una fitta tela per irretire nuove commesse. Vuole consolidarsi come partner numero uno dell’area, aumentando i margini di manovra in un mercato che per ora rappresenta solo il 2% dell’insieme dell’export militare russo nel mondo.

Pur non potendo competere con il gigantismo della diplomazia economica africana di Cina e Giappone, Mosca sta rivitalizzando le vecchie reti di legami sovietiche, arricchendole di nuovi tasselli. Da quando Vladimir Putin è tornato al potere, la Russia ha optato per una strategia in due tempi: primo, annullare il debito d’epoca sovietica con gli amici africani; secondo, fornire armi e accaparrarsi contratti di sfruttamento minerario. Uno schema che ha funzionato alla grande con l’Algeria, prima di esser applicato all’Africa australe, se solo si pensi ai diamanti e alla cooperazione spaziale con l’Angola. Nell’area esterna all’orbita d’influenza sovietica sono stati i grandi gruppi privati a condurre le danze. Un approccio differente, tutto imperniato su logiche di mercato. Rosatom è ora prima inter pares nelle miniere di uranio in Tanzania e Namibia, mentre Rostec si sta facendo strada nello sfruttamento del giacimento di platino Darwendale in Zimbabwe.

Eppure Rostec fa affari soprattutto con le armi, e le sue direttrici principali si innestano in Oriente e in Africa. I suoi sistemi da combattimento terrestre sono il core business dell’export russo, insieme agli aerei da guerra, agli elicot- teri, e ai missili. Mosca sta rimettendo in piedi l’aeronautica militare di Uganda, Nigeria e Angola. I tre grandi che con il Sudafrica formano l’asse portante della geopolitica russa ’a sud del Sahara’. È tutto un fervere di iniziative. La Nigeria sembra aprirsi a un ruolo maggiore della Russia, in economia come nella sicurezza e nelle forze armate. Luanda ha stretto un partenariato con il gigante russo dei diamanti Alrosa e con l’agenzia spaziale Roskosmos.

Officine di assemblaggio di carri armati T-90 sono spuntate qui e in Uganda, come in Egitto. Presto sorgeranno in Sudan e in Etiopia, che come molti altri bramano consiglieri militari e tecnici russi. Forse basi militari. Per aver un ordine di idee, i jet da guerra russi ed ex-sovietici armano tuttora le aviazioni di 15 paesi subsahariani. Poi però i russi si lavano la coscienza sfruttando il soft power delle missioni di pace dell’Onu. Partecipano alle operazioni in Repubblica Democratica del Congo, in Mali, nel Sahara occidentale e, fino a poco tempo fa, in Costa d’avorio e in Liberia. Lo fanno tutti, non solo i russi. Perché la guerra è purtroppo un affare. Sporchissimo e condannato in tutti i messaggi di pace e speranza di papa Francesco.

da Avvenire

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