Anche don Mazzi, prete in Tv, si converte ai preti sposati. Ma in ritardo…

“Serve una rivoluzione, i tempi sono cambiati. Abolirei i seminari. E chi dice che un sacerdote sposato non possa darlo migliore di uno votato alla castità?.”

Queste alcune su frasi pubblicate in un’intervista apparsa su Il Resto del Carlino di oggi 31 Dicembre 2017 a firma di Daniele Petrone.

Peccato che don Mazzi qualche anno fa in diretta su Rai Uno a “La vita in diretta” polemizzò miseramente con il fondatore del Movimento Internazionale dei Sacerdoti Lavoratori Sposati, impegnato per la riforma della Chiesa e i diritti civili, religiosi e la pace nel mondo, suscitando una reazione a favore dei preti sposati dell’attrice Gabriella Pession, anche lei ospite in studio con Michele Cucuzza.

Per approfondire i video su You Tube della trasmissione (I e II parte):

  1. Don Mazzi sui preti sposati e la storia di don Serrone https://www.youtube.com/watch?v=wEDKXf8zkVs

  2. Preti sposati in Tv Rai 1: Gabriella Pession e don Mazzi https://www.youtube.com/watch?v=ir7jRBwXD6A

Affari Italiani, preti sposati e preti conviventi, a margine del caso don Achille che si sposa

Il Quotidiano digitale “Affari Italiani” ha pubblicato recentemente un comunicato stampa del Movimento Internazionale dei Sacerdoti Lavoratori Sposati (visibile online http://www.affaritaliani.it/cronache/don-achille-bacchettava-i-preti-sposati-517214.html)

Segnaliamo il titolo errato dal quale sembra che don Achille Melegari fosse stato contro i preti sposati. Non abbiamo fonti sull’atteggiamento di don Melegari verso i preti sposati.

Don Melegari oggi ha scritto una lettera pubblicata su “Il Resto del Carlino” ed. Bologna nella quale afferma:

“A questo punto potrei lamentarmi della poca sensibilità che nell’ambiente clericale si presta al confratello in crisi, ma io stesso con qualche altro sacerdote nelle mie condizioni attuali non feci niente di meglio. Evidentemente siamo bravi a predicare e fare la carità verso i «bisognosi» ma siamo poveri di amicizia e di lealtà. E’ stato in questo tempo di nuova ricerca di un senso che andasse oltre, che il cuore mi ha portato a fare la scelta, non compatibile con l’abito sacerdotale, di amare una donna. Avrei potuto continuare a stare all’altare la domenica e nei giorni feriali vivere more uxorio, come qualcuno fa, ma ho preferito chiedere al vescovo di essere sospeso dal ministero e percorrere senza sotterfugi il cammino necessario a vivere come Dio comanda (di ACHILLE MELEGARI, ex parroco della Diocesi di Reggio).

L’autore delle bacchettate verso un prete sposato e don Moretto e non don Achille Melegari che si limita a deprecare i preti dalla doppia vita.

La segreteria

Movimento Sacerdoti Lavoratori Sposati

http://sacerdotisposati.altervista.org

Reggio Emilia, don Achille lascia la Chiesa e si sposa. Ecco la sua lettera

Reggio Emilia, 31 dicembre 2017 – Una scelta coraggiosa e senza sotterfugi, come la definisce egli stesso. Lui è Achille Melegari, 57 anni, fino ad agosto scorso parroco nell’unità pastorale di Cella, Cadè e Gaida, che ha rassegnato le dimissioni da sacerdote. Dopo questa scelta dettata da una ‘crisi di vocazione’, nei mesi successivi è nato l’amore con una donna divenuta poi la sua compagna di vita, Gerardina Bellassai, 56 anni, storica leader dei City Angels, volontari di strada reggiani.

In questi giorni hanno deciso di sposarsi nel Comune di Tizzano Val Parma, con tanto di avvisi di matrimonio già pubblicati. L’ex don originario di San Prospero Strinati ha voluto così spiegare la sua verità. Lo fa attraverso una lettera a cuore aperto, sui motivi della sua scelta. In cui non risparmia autocritiche, ma anche debolezze – perché i preti sono prima di tutto uomini – sia sue sia della Chiesa. Difende non tanto la sua posizione, ma soprattutto la sua onestà denunciando anche quei parroci che vivono more uxorio, ossìa una relazione con una donna seppur continuando ad esercitare il ministero sacerdotale.

LA LETTERA – Perché ho cambiato «vocazione»? Quando circa 32 anni fa scelsi di entrare in seminario e lasciare il lavoro di programmatore di computer un cliente mi scrisse un bigliettino con una frase che diceva all’incirca così: lascio questo lavoro per un «programma più umano». In effetti la mia ricerca è sempre stata quella di una vita con un senso che andasse oltre, e la vita sacerdotale mi sembrava in grado di darlo in abbondanza.

Così è iniziato un percorso di studio, nel Seminario di Reggio e a Roma, e successivamente di impegno pastorale soprattutto nell’ambito della catechesi. Per parecchi anni il mio ministero è stato ricco di stimoli e senza ripensamenti, restava deluso il desiderio di un’esperienza vivida di ciò che sta oltre ma chiaramente potevo solo attenderla e non pretenderla. Ad un certo punto però il lavoro pastorale ha incominciato a risultare faticoso e poco fruttuoso.

Nell’ambiente ecclesiale ce lo si dice spesso che non si deve pretendere di vedere i frutti e bisogna comunque continuare a seminare, però è cresciuta in me la sensazione della lontananza tra il mondo di oggi e la proposta pastorale. Quando poi il mio ministero è stato totalmente dedicato allavoro nelle parrocchie anche l’impianto istituzionale delle chiese locali mi è sembrato eccessivamente e anacronisticamente sbilanciato in senso giuridico-amministrativo per un parroco. Quando a fine maggio ho dato le dimissioni da parroco dell’unità pastorale «Beato Alberto Marvelli» (Cella, Cadè e Gaida) ho motivato questa decisione sia al vescovo Massimo Camisasca che alle comunità parlando di crisi pastorale e stanchezza per il carico di responsabilità e alcune circostanze parrocchiali. La richiesta che feci, e ciò che mi venne concesso, fu un periodo di servizio esclusivamente festivo in un conteso diverso, a Toano, in Appennino.

A questo punto potrei lamentarmi della poca sensibilità che nell’ambiente clericale si presta al confratello in crisi, ma io stesso con qualche altro sacerdote nelle mie condizioni attuali non feci niente di meglio. Evidentemente siamo bravi a predicare e fare la carità verso i «bisognosi» ma siamo poveri di amicizia e di lealtà. E’ stato in questo tempo di nuova ricerca di un senso che andasse oltre, che il cuore mi ha portato a fare la scelta, non compatibile con l’abito sacerdotale, di amare una donna. Avrei potuto continuare a stare all’altare la domenica e nei giorni feriali vivere more uxorio, come qualcuno fa, ma ho preferito chiedere al vescovo di essere sospeso dal ministero e percorrere senza sotterfugi il cammino necessario a vivere come Dio comanda.

di ACHILLE MELEGARI, ex parroco della Diocesi di Reggio

Il Resto del Carlino

Galileo, il mito della scienza fra arte e immaginazione

Sono trascorsi soltanto otto anni da quando Pisa, la città natale del protagonista, Galileo Galilei, allestì la memorabile rassegna Il cannocchiale e il pennello, titolo quanto mai sibillino-freudiano per i malpensanti, ma indubbiamente esatto nel presentare l’argomento generale dei rapporti fra «nuova scienza e nuova arte nell’età di Galileo»: perché sono due protesi che estendono il potere dell’occhio e al tempo stesso si prestano a dare impulso all’immaginazione. Il cannocchiale non fu per lo scienziato pisano soltanto uno strumento per studiare i corpi celesti, oggi potremmo dire che fu ancor prima ciò che per Cartesio rappresenta la Methode, il metodo come mezzo e come filosofia del pensare. E perché non dire, allora, che il pennello fu il mezzo pratico ma anche il modo di vedere e far vedere di Caravaggio per mettere sulla tela i propri dubbi, le proprie idee sull’uomo e le sue intuizioni dell’esistere umano? Se Caravaggio è il pittore del libero arbitrio e il suo dipingere mette in scena sempre ciò che sta per accadere ma non è ancora avvenuto, quindi l’istante decisivo dell’uomo; se – per stare alle riflessioni di Ferdinando Bologna – il piano inclinato di Galileo si cela nelle ombre che cadono oblique dentro le scene caravaggesche o negli oggetti che sbalzano dal piano su cui sono appoggiati, quasi simulassero il brivido della caduta dei corpi gravi; se, ancora, lo studio della natura indotto dalla nuova scienza corrisponde alla verità nuova e “naturale” della realtà raffigurata dal Merisi, ecco, a guardar meglio però questa analogia non è affatto speculare come di solito si scrive. Corre tra le due visioni il confine che separa finito e infinito. A Pisa un pool di studiosi internazionali (da Lina Bolzoni a Horst Bredekamp, da Eileen Reeves a Paolo Rossi), nel 2009 gettava luce su angoli meno ovvi del Galileo umanista e degustatore di pagine letterarie e di immagini artistiche. Veniva chiamata in causa, per esempio, Artemisia Gentileschi o i pittori toscani di nature morte; e il catalogo, dotato di ottime riproduzioni e schede puntuali è ancora un punto d’appoggio sulle ricerche storiografiche in atto.

Perché dunque una nuova mostra, a Padova questa volta, dove Galileo insegnò e lavorò quasi vent’anni, intitolata Rivoluzione Galileo ovvero come «l’arte incontra la scienza»? Dopo aver visto la mostra, allestita al Palazzo del Monte di Pietà fino al 18 marzo con un vibrante senso del colore, un arredo da salottino d’altri tempi e un’articolazione di oggetti, manoscritti e opere d’arte che non sempre va oltre la didascalia, vien da dire che non ce n’era gran bisogno. Per carità, fa sempre bene rinfrescarsi la memoria e ripercorrere i fondamentali, ma si può dire che la mostra vada al di là di questo e di un gradevole allestimento? La cosa più poetica si vede a conclusione del percorso, un video di Michael Naijar del 2013, spacewalk di tre minuti e mezzo che riprende i movimenti di un cosmonauta in uno spazio con assenza di gravità, mentre ascoltiamo una sorta di monologo interiore ripreso dal De gravitazione di Isaac Newton. Infine, un poemetto in terzine a endecasillabo di Galileo:Contro il portar la toga. E il non portarla per il satirico scienziato indica una nostalgia della vita nuda dove, sostiene, c’era più giustizia. Ma se gli uomini poco vestiti di Galileo portano dentro il loro fiasco eccellente vino, mentre quelli ben vestiti son spesso «fiascacci da pisciarvi drento», in realtà, la metafora vale un po’ e contrario:anche questa mostra tanto è ben vestita quanto piena di vento (mediatico e nozionistico). E qui viene il sommo Leonardo, nel quale arte e scienza si sono sposate come omaggio all’italico genio già prima di Galileo. Il mito leonardesco come lo conosciamo, cioè come Leonardomania, nasce nell’Ottocento, secolo positivista e pieno di contraddizioni, amante del vero, delle teorie rivoluzionarie, impregnato di socialismo ma anche di caccia ai fantasmi, secolo della borghesia e dei suoi vizi, adoratore della scienza e inflessibile verso la religione come superstizione. Ecco, questo è il secolo dove nasce l’iconografia del mito vinciano e, parallelamente, anche l’iconografia galileana. Due emblemi laici, perché scienziati e sperimentatori di tecniche. Galileo nei ritratti ci appare un po’ Socrate (l’erma di Domenico Manera del 1818, per esempio), un po’ Archimede, un po’ Michelangelo (nella terracotta di Odoardo Fantacchiotti, del 1855) e, in definitiva, non lontano dal ritratto a sanguigna che si ritiene sia in realtà un autoritratto di Leonardo conservato all’Albertina, dove il vinciano però figura con un volto più nobile e non a caso già il Lomazzo lo accostò a Ermete Trismegisto. Di tutt’altra enfasi, anzi in dimessa postura, il Galileo che nel 1900 viene raffigurato dal bozzetto in gesso per una scultura di Cesare Aureli: seduto con la sfera armillare fra le mani si rivolge con l’aria del vecchio decrepito a John Milton che gli porge l’orecchio per raccogliere l’ultimo flebile soffio di voce. Di ben altra autorevolezza la scultura di Anonimo di fine Ottocento che raffigura Galileo in meditazione con la mano sul globo, come un Amleto che riflette sulla consistenza effettiva del mondo, ma anche con una posa da filosofo risorgimentale. I due geni italici s’incontrano, infine, quando la mostra espone due fogli del Codice Atlantico sulle fasi lunari, ma è tutto qui.

Non si capisce bene a che cosa miri questa mostra. Vuole essere una specie di lezione visiva sulle idee scientifiche che Galileo, con le sue scoperte, ha completamente rinnovato? Vuole far vedere quanto di questa rivoluzione traspare nella pittura e nelle arti del suo tempo e oltre? D’accordo, è un prodromo del sogno moderno: dalle visioni di Jules Verne al film muto di Mélies Le Voyage dans la Lune del 1902, ma anche alle illustrazioni di corpi celesti del Doré per l’Orlando furioso dell’Ariosto (autore molto amato da Galileo – come ricorda Andrea Battistini –, che invece non sopportava Tasso: ma sarebbe stato interessante, forse, ragionare su come il “parlar disgiunto” con cui l’autore della Gerusalemme liberata affrontava il nodo del rapporto fra parola e immagine, abbia i suoi riflessi anche sullo sperimentare per immagine che troviamo, appunto, tanto nel Caravaggio quanto in Galileo mentre compone e illustra il Sidereus Nuncius, il suo trattato sui corpi celestiche vide la luce nello stesso anno in cui il pittore morì, il 1610).

Ecco, è chiaro che l’Ottocento, grazie anche ai progressi tecnologici, può esercitare quel potere dei nessi causali scientifici come grammatica di un mondo nuovo di cui, dopotutto, Metropolis di Fritz Lang costituirà al tempo stesso la profezia e l’incubo del progresso umano. Ma è uno scenario assai cambiato quello ottocentesco, rispetto ai cieli nuovi aperti dalle scoperte di Galileo da cui l’arte coeva prende il “la” per coniugare la mitologia e l’allegoria al tempo nuovo – così il bellissimo Atlante di Guercino dove la volta celeste assume un peso specifico evidente, reale per così dire, o l’Astronomo con eclissi di sole e costellazione del Petrini, vera immagine dell’interrogazione umana di fronte alla vastità del cosmo. Questo è il tempo dell’eccitazione e negli infiniti mondi possibili, mentre quello dell’Ottocento è già il tempo della macchina a vapore. Come dire,metafisica vs immanentismo. Potrebbe Galileo essere il patriarca moderno che seppe tenere unite le due culture di cui ancora nel 1959 scrisse Charles Percy Snow mettendone in luce il dialogo irrisolto? Il catalogo edito da Silvana si apre con oltre cento pagine di saggi privi di immagini e poi continua con le varie sezioni della mostra in una elegante giustapposizione di immagini e bignami scientifico galileano, il cui contributo di studio è pari a zero. Da cui ancora la domanda: cui prodest?

Avvenire

Letteratura. Sulle tracce di Primo Levi, scrittore di segni

Per capire Primo Levi la letteratura non basta. E non perché l’autore di Se questo è un uomo non sia il grande scrittore che sappiamo e che lui stesso, a dispetto di ogni dubbio, ha sempre sentito di essere. Fin dall’inizio,quando arriva ad Auschwitz portando dentro di sé l’idea di quello che a distanza di anni diventerà “Carbonio”, il racconto finale di Il sistema periodico (1975). È, com’è noto, la storia del combinarsi e ricombinarsi di un atomo di carbonio, dal principio dei tempi fino al momento in cui, penetrato nei gangli nervosi di Levi, permette all’autore di fissare sulla carta il punto fermo con il quale, in apparenza, il libro si chiude. Ma se si accetta la vertiginosa verosimiglianza della ricostruzione proposta da “Carbonio”, allora bisogna ammettere che quell’atomo o, meglio, quel segno è ancora in circolazione, pronto ad aggregarsi agli altri segni di cui l’opera di Levi si compone.

Si tratta di un patrimonio non esclusivamente verbale, in coerenza con il mestiere di chimico professato da Levi con un orgoglio che sconfina nella dichiarazione di poetica. Lo si comprende rileggendo una delle interviste ora compresa, insieme a molto altro materiale spesso inedito, nell’importante numero monografico che la rivistaRiga ha voluto dedicare a Primo Levi (a cura di Mario Barenghi, Marco Belpoliti, Anna Stefi; Marcos y Marcos, pagine 576, euro 35,00). Lì «quella chiarezza e a quella precisione che sono necessarie nei rapporti di laboratorio e di fabbrica» sono apertamente riconosciute come modello di una scrittura che ha da tempo superato i confini della mera testimonianza sulla Shoah per imporsi con forza anche a livello internazionale. Non è solo questione di metodo, ma di ricorrenze insistenti e di intime connessioni, riscontrabili per esempio nel “sistema dei nomi”indagato dall’italianista Giusi Baldissone in un saggio non casualmente intitolato L’opera al carbonio (Franco Angeli, 2016). Allo stesso modo, nel prezioso Album Primo Levi allestito da Roberta Mori e Domenico Scarpa per Einaudi (pagine 342, euro 60,00) a fianco dei numerosi e rari documenti iconografici relativi alla vita dello scrittore si incontrano una serie di elaborazioni grafiche appositamente realizzate per l’occasione. C’è una versione di “Carbonio” per immagini firmata dall’artista giapponese Yosuke Taki e ci sono i grafismi mediante i quali le espressioni tratte dall’opera di Levi vengono raffigurati sotto forma di «molecole verbali», come se letteratura e chimica, e dunque parola e materia, fossero una realtà inscindibile nel suo continuo articolarsi.

L’elemento grafico ha sempre giocato un ruolo rilevante nell’immaginazione di Levi. Nell’Album einaudiano incontriamo, per esempio, le schematiche piantine tracciate dallo scrittore per ricordare la disposizione dei campi di Fossoli e di Auschwitz, le sculture in filo di ferro raffiguranti i sempre amati e sempre misteriosi animali, primo fra tutti il gufo che Levi prova a stilizzare nei disegni al computer utilizzati per la copertina di L’altrui mestiere (1985). Del resto, che le immagini permettano di cogliere in modo più immediato la complessità dell’opera di Levi è un’intuizione di cui Marco Belpoliti si è servito in maniera sistematica nel suo Primo Levi di fronte e di profilo (Guanda, 2015). Ma la rete dei riferimenti è ancora più ampia, come conferma il già ricordato numero di Riga, nel quale sono raccolti anche gli atti del convegno – svoltosi lo scorso anno tra Bergamo e Milano – che ha messo a fuoco i rapporti dello scrittore con l’etologia e l’antropologia: con lo studio del mondo animale, di nuovo, e con le strutture profonde dell’esperienza umana. Tra le quali, di primo acchito, non sembrerebbe figurare la componente religiosa, alla quale Levi si è sempre proclamato estraneo. Lo fa anche in un uno dei ritrovamenti più interessanti offerti da Riga, ossia la lunga intervista – mai precedentemente trascritta – rilasciata nel 1982 a Pier Mario Fasanotti e a Massimo Dini: «Non sono mai stato religioso, neanche i miei lo erano», afferma, salvo aggiungere che «ogni ebreo è sacerdote in casa sua e lo fa seriamente, ufficialmente in casa propria», fosse soltanto per rispetto alla tradizione.

Nonostante questo, nel lettore rimane il dubbio che il sistema di segni padroneggiato da Levi sottintenda un’inquietudine spirituale magari inespressa, ma non per questo meno rilevante. Ad avanzare e argomentare il sospetto sono stati di recente Paola Valabrega e Alberto Cavaglion, che nell’ottobre scorso anno dedicato la loro “Lezione Primo Levi” proprio alla presenza, «fioca e un po’ profana» del sacro in una manciata di testi tra cui spicca, una volta di più, la parabola sostanzialmente metafisica di “Carbonio”. E più di un indizio per ragionare criticamente sul ritratto convenzionale di un Levi incondizionatamente agnostico emerge, in effetti, anche dalla gigantesca biografia realizzata nei primi anni Duemila dallo studioso britannico Ian Thomson e finalmente portata in Italia da Utet con il titolo Primo Levi. Una vita (traduzione di Eleonora Gallitelli, pagine 816, euro 35,00). Thomson, che aveva incontrato Levi pochi mesi prima del suicidio avvenuto l’11 aprile 1987, si è concentrato in particolare sull’ambiente familiare dello scrittore, facendo emergere notizie altrimenti sconosciute o comunque non verificate in precedenza. Molti, come in un inquietante presagio, i suicidi che si susseguono già a partire dal 1888, anno nel quale a togliersi la vita è il nonno dello scrittore, il banchiere Michele Levi. E se fosse proprio questa la molecola impazzita contro la quale Primo Levi ha combattuto dentro e fuori dal lager?

da Avvenire

La testimonianza coraggiosa della giovane yazida, rapita e violentata dai militanti del sedicente Stato islamico

«Sogno che un giorno tutti i militanti risponderanno dei loro crimini, non solo i capi come Abu Bakr al-Baghdadi, ma tutte le guardie e i proprietari di schiave, ogni uomo che abbia premuto un grilletto e spinto i corpi dei miei fratelli nelle fosse comuni, ogni combattente che abbia tentato di fare il lavaggio del cervello ai ragazzini inducendoli a odiare le loro madri per il fatto che erano yazide, ogni iracheno che abbia accolto i terroristi nella propria città e li abbia aiutati, pensando tra sé: “Finalmente possiamo sbarazzarci di quei miscredenti”. Dovrebbero andare tutti a processo di fronte al mondo intero».

Fino a pochi anni fa, il sogno di Nadia Murad era finire gli studi e aprire un salone da parrucchiera nel suo villaggio, nel nord iracheno, dove avrebbe acconciato sontuosamente le spose nel loro giorno più speciale. Ora, dopo essere stata strappata dalla sua vita semplice e serena e aver conosciuto la violenza inumana nascosta dietro al fondamentalismo religioso, vuole solo giustizia. Perché Nadia, ventiquattro anni, viso pulito che ha conservato, nonostante tutto, qualcosa dell’innocenza dei bambini, ha avuto la sorte terribile di sperimentaresulla sua pelle la folle barbarie del califfato nero, quando nell’estate del 2014 i militanti del sedicente Stato islamico, che stavano allargando la propria presenza in Siria e nella regione settentrionale dell’Iraq, spuntarono con il loro minaccioso convoglio di camion all’orizzonte del villaggio di Kocho. Quando Nadia e i suoi fratelli li scorsero a distanza, capirono subito che la loro vita sarebbe stata sconvolta per sempre. Kocho, non lontano dal monte Sinjar, faceva parte di quell’area del Paese abitata da 400 mila yazidi, un antico popolo che ripone la sua identità in una religione non legata all’islam, conservata intatta per molti secoli nonostante la diffidenza del mare musulmano che la circondava. La devozione a Tawusi Melek, l’angelo pavone che per gli yazidi è il più importante messaggero tra l’umanità e il Dio unico, è valsa a questa gente l’infamante (quanto infondata) nomea di «adoratori del diavolo», all’origine di discriminazioni e ripetuti genocidi: esattamente 73, secondo i racconti tramandati di padre in figlio, disseminati in una storia lunghissima e travagliata. Che ora, nell’Iraq preda di rinnovate divisioni etniche e religiose, minacciava di ripetersi per l’ennesima volta.

«Nelle comunità sunnite si andò diffondendo l’odio nei nostri confronti. Forse era sempre stato lì, appena sotto la superficie. Adesso era uscito alla luce del sole e dilagava in fretta», ricorda Nadia. Il nome e il volto di questa giovane donna che mai avrebbe immaginato di lasciare l’Iraq oggi sono noti in tutto il mondo, perché Murad fa parte delle pochissime, tra le settemila ragazze e perfino bambine yazide rapite e ridotte a sabaya, schiave sessuali del Daesh, che una volta riuscita a fuggire ha deciso di diventare una testimone della catastrofe abbattutasi sul suo popolo. Ha parlato pubblicamente non solo dei suoi sei fratelli e della mamma massacrati dai macellai del Daesh ma anche delle torture e degli stupri sistematici subiti, è diventata ambasciatrice di buona volontà dell’Onu per la dignità dei sopravvissuti alla tratta di esseri umani, ha ricevuto il premio Sakharov del Parlamento europeo per la libertà di pensiero ed è stata candidata al Nobel per la pace.

Ora ha scelto di affidare la sua storia a un libro, scritto con la giornalista Jenna Krajeski e appena uscito in Italia per Mondadori: L’ultima ragazza. Storia della mia prigionia e della mia battaglia contro l’Isis (prefazione di Amal Clooney, pagine 334, euro 20,00). Lo ha fatto per far conoscere a quante più persone possibile le violenze vissute e quelle di cui è stata testimone, ma anche per cercare di farne comprendere le origini, delineare il contesto geopolitico in cui si sono scatenate e, non da ultimo, denunciare connivenze e responsabilità parallele.

«Presto ci era giunta notizia che molti degli arabi sunniti nostri vicini avevano accolto i militanti e si erano addirittura uniti a loro – racconta –, bloccando le strade per impedire agli yazidi di mettersi in salvo, per poi saccheggiare i villaggi deserti insieme ai terroristi. Ma eravamo ancora più sconvolti dai curdi che avevano giurato di proteggerci: senza alcun preavviso, i peshmerga erano fuggiti dal Sinjar prima che i militanti del Daesh li raggiungessero». Inizia così l’inferno di Nadia: rapita, venduta al mercato delle schiave, finita nelle mani di un giudice riverito quanto brutale nei confronti della sua preda, passata di mano in mano ad altri militanti, violentatori seriali. «A un certo punto non resta altro che gli stupri», annota la giovane. «Diventano la tua normalità. Non sai chi sarà il prossimo ad aprire la porta per abusare di te, sai solo che succederà e che domani potrebbe essere peggio. Il passato diventa un ricordo lontano, come un sogno. Il tuo corpo non ti appartiene e non hai le energie per parlare, per ribellarti, per pensare al mondo esterno. Non avere più speranze è quasi come morire». Eppure, riflette, «la morte non era arrivata. Nel bagno del posto di blocco scoppiai a piangere. Per la prima volta da quando avevo lasciato Kocho credetti davvero di morire. Ed ebbi la certezza di non volerlo».

È proprio questo ostinato attaccamento alla vita che un giorno, tre mesi dopo il suo rapimento, spinge Nadia ad aggrapparsi alle poche energie residue e, vincendo il panico, approfittare di una svista del suo aguzzino per fuggire. Vaga come in trance in una Mosul sospesa nel terrore, finché si decide a bussare a una porta qualunque. Inaspettatamente, la famiglia (sunnita) che aprirà quella porta la ospiterà e l’aiuterà a fuggire nel Kurdistan iracheno. Seguirà il ricongiungimento con i fratelli superstiti e l’opportunità di andare in Germania come rifugiata, dove Nadia Murad è diventata un’attivista a fianco della ong Yazda. «Nadia non ha soltanto ritrovato la propria voce, ma è diventata la voce di tutti gli yazidi rimasti vittime di questo genocidio», scrive Amal Clooney nella prefazione. L’avvocatessa, assistente legale di Murad, sottolinea il recente risultato di questo impegno: «Il Consiglio di sicurezza ha adottato una risoluzione epocale, istituendo un team investigativo con il compito di raccogliere le prove dei crimini perpetrati dal Daesh in Iraq. Significa che le prove verranno conservate e i singoli membri del Daesh potranno essere processati». Un passo fondamentale perché il sogno di Nadia possa, un giorno, diventare realtà.

da Avvenire

Scienze. «Come studiare il suolo? Con piante robot»

Non è stato facile combattere lo scetticismo iniziale di fronte al progetto, poi denominato “Plantoid”, del primo robot ispirato alle piante, capace di imitare il comportamento delle radici, combinando con la biomimetica una nuova generazione di tecnologie hardware e software. «In natura solo la talpa è ideale per l’esplorazione del suolo» è stata l’obiezione ricorrente alla biologa Barbara Mazzolai, direttrice del Centro di Microbiorobotica dell’Istituto Italiano di Tecnologia a Pisa che, per aver riconosciuto le piante come fonte di ispirazione e soggetto della robotica, è stata inserita dalla più importante comunità scientifica internazionale del settore, Robohub, tra le 25 donne più geniali al mondo. Non è nuovo che la biorobotica prenda a modello esseri viventi, umani o animali, ma mai le piante «che, invece, costituiscono una macchina eccellente per il monitoraggio dell’ambiente, grazie alle molteplici radici comunicanti tra loro e dotate di molti sofisticati sensori, e, dunque, ottimo oggetto di “imitazione” tecnologica – spiega la Mazzolai, già vincitrice del premio Bellisario per la robotica di servizio e della Medaglia del Senato della Repubblica Italiana – precisando che Plantoid, finanziato poi dalla Commissione Europea, «si muove e cresce come le radici: si allunga per esplorare il terreno in cerca di nutrienti, cambia direzione ed aggira gli ostacoli”. Una novità di livello mondiale che ancora una volta individua nella robotica una perla della ricerca e dell’industria Made in Italy.

Come è nata l’intuizione, non immediata, di un robot bioispirato alle piante e come ha avuto seguito lo studio bioingegneristico?

«Occupandomi, nell’ambito del monitoraggio ambientale, della realizzazione di sensori per tracciare la presenza di inquinanti, per cercare di ampliare le aree di monitoraggio e predirne l’impatto su ambiente e salute, cercavo soluzioni per integrare tali sensori in dispositivi robotici. Non esiste, del resto, fonte di ispirazione migliore della natura, che in miliardi di anni ha escogitato infinite soluzioni a numerosi problemi. Le piante, poi, si adattano molto rapidamente alle variazioni ambientali, sono uno strumento naturale di esplorazione capillare del terreno, grazie ai sensori di cui sono integrate, e creano dei network più efficienti di qualsiasi rete artificiale. Questo è stato il semplice presupposto di fondo alla robotica soft – scienza combinata di biologia e ingegneria tesa allo sviluppo di tecnologie oltre il rigido contesto delle macchine industriali – che ha portato alla nascita del primo prototipo di automa di servizio, uno “spazzino” per il monitoraggio dell’igiene urbana concepito per la raccolta differenziata».

Plantoid è, dunque, un unicum a livello mondiale?

«Non solo è unico nel suo genere, ma il nostro team con il Moving by Growing (Movimento dalla Crescita) ha introdotto un nuovo paradigma nel campo della robotica mondiale. Si pensa alle piante come immobili: in realtà, si muovono secondo un processo di “aggiunta di materiale”, un meccanismo di accrescimento cui corrisponde il movimento. Per lo studio del movimento, della comunicazione e della sensoristica, i modelli tradizionali di biospirazione sono i batteri: il progetto ha invece dimostrato che, a partire dalla capacità di moto e percezione delle piante, si generano tecnologie del tutto innovative».

Barbara Mazzolai, direttrice del Centro di Microbiorobotica dell'Iit di Pisa

Barbara Mazzolai, direttrice del Centro di Microbiorobotica dell’Iit di Pisa

Come funziona e cresce esattamente questo robot?

«Le radici del robot si alzano dall’apice mediante una stampante 3D miniaturizzata che custodisce la sezione elettronica della macchina e cambia la viscosità dei filamenti di Pla (il polimero di materiale termoplastico usato nei processi industriali di stampa) aumentando la temperatura; grazie a motori integrati che tirano il filamento di Pla, la direzione di crescita può essere regolata in base alle necessità che sono determinate dai sensori sulla punta delle foglie, che si aprono e chiudono in funzione dell’umidità dell’aria, dotate di 5 sensori ognuna: di gravità, umidità, temperatura, tattili, per evitare gli ostacoli e chimici, per individuare i nutrienti nel suolo. Se programmo il robot per cercare l’acqua, ad esempio, la radice crescerà in quella direzione. Ad addentrarsi nel suolo è l’apice della radice, grazie alla capacità di allungamento delle braccia del plantoide in risposta agli stimoli esterni, con il resto del “corpo” fermo. Così, la resistenza del terreno alla penetrazione è minima, perché la punta può spingersi a fondo riducendo pressioni e attriti. Questo è il segreto che le piante usano per radicare anche in ambienti estremi e che noi abbiamo replicato, come molti altri meccanismi naturali propri dei vegetali, in una sorta di bonsai hi-tech».

Quali sono i campi d’applicazione?

«Anche se concepito per il monitoraggio del suolo (segnalando presenza di contaminanti, metalli pesanti, azoto, fosforo), le molteplici applicazioni vanno dal settore spaziale alle tecnologie endoscopiche in campo biomedico e, in futuro, probabilmente, a quello medico: la funzione di allungamento e flessibilità consente esami meno invasivi e dolorosi, riducendo i contatti più delicati, grazie a endoscopi sottili che si accrescono all’interno di ambienti ristretti, come le anse celebrali, senza sfiorare nessun tessuto sensibile. Poi, in collaborazione con l’Esa (Agenzia Spaziale Europea) abbiamo valutato la possibilità di esplorazione di suolo extraterrestre e di ricerca di eventuali risorse, mentre i sistemi di ancoraggio delle radici al terreno potrebbero fornire il modello di quelli delle sonde su superfici ostiche, come nel caso di Rosetta e Philae nell’esplorazione della cometa Churyumov Gerasimenko dove problematico è stato l’ancoraggio del modulo alla superficie».

Dunque, pur in assenza di un sistema centralizzato di integrazione, le piante producono una risposta coordinata, una strategia che denota una forma di intelligenza, anche se parlare di “intelligenza” dei vegetali lascia perplessi. «Diciamo che dal controllo centrale degli animali si passa a uno distribuito delle piante. Ciò che conta è che la strada abbia aperto al coinvolgimento di molti altri ricercatori nel mondo, in modo che intorno a questo nuovo concetto di robotica si allarghi una comunità scientifica di ampie vedute che veda nella diversità un valore e nelle sfide tecnologiche un’opportunità concreta per il pianeta ed i suoi abitanti».

da Avvenire

Bollette. Da gennaio luce e gas più cari

Bollette di elettricità e gas in aumento nel primo trimestre del 2018. Dal primo gennaio, informa l’Autorità dell’Energia, la famiglia tipo registrerà un incremento del +5,3% per le forniture elettriche e del 5% per quelle di gas. È quanto prevede l’aggiornamento delle condizioni economiche di riferimento per le famiglie e i piccoli consumatori nei servizi di tutela.

Nel dettaglio, per l’elettricità la spesa (al lordo delle tasse) per la famiglia-tipo nell’anno scorrevole (compreso tra il 1 aprile 2017 e il 31 marzo 2018) sarà di circa 535 euro, con un incremento del 7,5% rispetto ai 12 mesi equivalenti dell’anno precedente (1 aprile 2016 – 31 marzo 2017), per un aumento di circa 37 euro all’anno. Nello stesso periodo la spesa della famiglia tipo per la bolletta gas sarà di circa 1.044 euro, con una crescita del 2,1% rispetto ai 12 mesi equivalenti dell’anno precedente, pari a un aumento di circa 22 euro all’anno.

L’Autorità spiega che per l’elettricità l’aumento dei prezzi si lega a diversi fattori che hanno spinto al rialzo il prezzo all’ingrosso, salito del 20% solo tra ottobre e novembre: la ripresa dei consumi (+1,6% la domanda elettrica in Italia nei primi 11 mesi del 2017); l’indisponibilità prolungata di alcuni impianti nucleari francesi, con una crescita delle quotazioni dell’elettricità all’ingrosso nel mercato d’oltralpe; alcune limitazioni nei transiti di elettricità nella rete italiana, soprattutto nel Sud-Italia; la minore disponibilità della generazioneidroelettrica nazionale per la scarsità di acqua (il 2017 è stato l’anno più “arido” degli ultimi 200 anni) sostituita dalla più onerosa produzione delle centrali a gas.

Per il gas si registra l’aumento stagionale dei prezzi all’ingrosso della materia prima europea che ha contribuito a far innalzare i prezzi elettrici.

Inoltre, osserva ancora l’Autorità, a questi fenomeni si affianca anche un aumento della componente legata aldispacciamento – cioè quella per mantenere adeguato ed in equilibrio il sistema elettrico – e degli oneri legati alle risorse interrompibili (per tutto il 2018) per la sicurezza del sistema elettrico, come previsto dagli indirizzi del ministro dello Sviluppo economico, sulle base delle analisi condotte da Terna (nelle more dell’operatività del mercato della capacità di cui il Governo italiano non ha ancora ottenuto autorizzazione da Bruxelles), oltre che l’aumento dei costi per le Unità essenziali alla sicurezza, decisa dall’Autorità in
base alle indicazioni di Terna.

Infine, pesa l’aumento degli oneri generali di sistema dovuto al rafforzamento delle agevolazioni per le industrie manifatturiere energivore, deciso con decreto del ministro dello Sviluppo economico in attuazione della recente Legge europea che ha recepito il via libera della Commissione europea della scorsa primavera al Piano di adeguamento predisposto dal Governo italiano.

Avvenire

Nel 2017 uccisi 23 operatori pastorali. 15 erano sacerdoti o religiosi, 8 laici

Nell`anno 2017 sono stati uccisi nel mondo 23 missionari: 13 sacerdoti, 1 religioso, 1 religiosa, 8 laici. Fides, agenzia di stampa delle Pontificie Opere Missionarie, spiega che secondo la ripartizione continentale, per l’ottavo anno consecutivo, il numero più elevato si registra in America, dove sono stati uccisi 11 operatori pastorali (8 sacerdoti, 1 religioso, 2 laici), cui segue l`Africa, dove sono stati uccisi 10 operatori pastorali (4 sacerdoti, 1 religiosa, 5 laici); in Asia sono stati uccisi 2 operatori pastorali (1 sacerdote, 1 laico). Dal 2000 al 2016, secondo i dati raccolti dall’Agenzia Fides, sono stati uccisi nel mondo 424 operatori pastorali, di cui 5 Vescovi.

L`elenco annuale di Fides ormai da tempo non riguarda solo i missionari ad gentes in senso stretto, ma cerca di registrare tutti gli operatori pastorali morti in modo violento, non espressamente “in odio alla fede”. Per questo si preferisce non usare il termine “martiri”, se non nel suo significato etimologico di “testimoni“.

Molti operatori pastorali sono stati uccisi durante tentativi di rapina o di furto, compiuti anche con ferocia, in contesti di povertà economica e culturale, di degrado morale e ambientale.

Il dossier esamina anche la piaga dei rapimenti.

Ecco l’elenco degli uccisi nel 2017

AMERICA

In America sono stati uccisi 8 sacerdoti, 1 religioso, 2 laici.

n Messico sono stati uccisi il sacerdote Joaquin Hernandez Sifuentes, scomparso il 3 gennaio e ritrovato alcuni giorni dopo; don Felipe Carrillo Altamirano, ucciso il 26 marzo apparentemente vittima di un’aggressione per furto; don Luis Lopez Villa, ucciso il 5 luglio da criminali che hanno fatto irruzione nella sua parrocchia; il 3 agosto è morto in ospedale don José Miguel Machorro, accoltellato il 15 maggio al termine della Messa che stava celebrando. In Bolivia Helena Agnieszka Kmiec, volontaria polacca del Volontariato Missionario Salvatoriano, è stata assassinata il 24 gennaio in un tentativo di furto.

In Venezuela il religioso francescano Diego Bedoya è stato trovato morto all’alba del 10 aprile, ucciso durante una rapina.

In Colombia don Diomer Eliver Chavarría Pérez, è stato ucciso la sera del 27 luglio, nella sua parrocchia; il 3 ottobre, durante un tentativo di furto, è stato ucciso don Abelardo Antonio Muñoz Sánchez.

In Brasile don Pedro Gomes Bezerra, è stato trovato ucciso nella casa canonica la mattina del 24 agosto.

In Argentina Ricardo Luna, laico, guardiano della parrocchia, è stato ucciso il 23 agosto.

Ad Haiti il 21 dicembre è stato ucciso a scopo di rapina don Joseph Simoly.

AFRICA

In Africa sono stati uccisi 4 sacerdoti, 1 religiosa, 5 laici.

In Sud Sudan un catechista di Kajo-Keji, di nome Lino, è stato ucciso il 22 gennaio in una cappella insieme ad altre cinque persone.
In Madagascar p. Lucien Njiva, cappuccino, è stato ucciso dai ladri all’una di notte di domenica 23 aprile, nel convento di
Ambendrana Antsohihy, in Madagascar.
In Burundi don Adolphe Ntahondereye, è morto l’11 maggio, due settimane dopo la sua liberazione, a causa dello stress accumulato durante il sequestro.
In Nigeria don Cyriacus Onunkwo è stato rapito e ucciso nello stato di Imo, il 1° settembre; George Omondi è stato ucciso il 18 marzo nel tentativo di fermare i ladri che avevano preso di mira la chiesa di cui era il custode; tre catechisti laici, Joseph, John e Patrick, sono rimasti uccisi in un attentato di Boko Haram a Pulka.
In Kenya p. Evans Juma Oduor è stato trovato incosciente la sera di domenica 22 ottobre, portato all’ospedale vi è morto; suor Ruvadiki Plaxedes Kamundiya, religiosa, è stata violentata e uccisa il 22 ottobre.

ASIA

In Asia sono stati uccisi 1 sacerdote e 1 laico.

Nelle Filippine il 4 dicembre don Marcelito Paez è stato ucciso da quattro uomini che gli hanno teso un agguatomentre era alla guida del suo veicolo; il 20 agosto, mentre si recava a guidare una liturgia della Parola, è stato ucciso il catechista laico Domingo Edo.
da Avvenire