Oggi gay e lesbiche in San Pietro per salutare Papa Francesco

«I pellegrini gay e lesbiche salutano papa Francesco». È lo striscione che questa mattina, durante l’Angelus del papa a mezzogiorno a San Pietro, un gruppo di omosessuali cattolici aderenti alla rete nazionale «Cammini di Speranza» e al Progetto Giovani Lgbti esporrà al termine di un pellegrinaggio di due settimane lungo la Via Francigena, da Siena a Roma.
Quasi venti anni fa, il 13 gennaio 1998, durante il pontificato di Wojtyla, Alfredo Ormando si diede fuoco in piazza San Pietro, morendo in ospedale dieci giorni dopo, per protestare contro l’atteggiamento discriminatorio della Chiesa cattolica nei confronti degli omosessuali. Oggi, sempre che la gendarmeria vaticana o le forze dell’ordine italiane non intervengano a rimuovere lo striscione, invece gay e lesbiche «salutano» papa Francesco, per «esprimere vicinanza a un pontefice di cui vogliamo incoraggiare il cammino riformatore», spiega Andrea Rubera, portavoce di Cammini di Speranza. «La nostra non vuole essere una provocazione – aggiunge – ma un sostegno e un invito alla Chiesa ad allargare le frontiere, affinché possano trovare cittadinanza tutte le persone, nelle condizioni di vita in cui si trovano e che hanno scelto».

Certo è che, nonostante alcune parole pronunciate da papa Francesco durante il suo pontificato («chi sono io per giudicare un gay?»), la questione nei sacri palazzi è ancora un tabù. Come dimostra «l’incidente» che si è verificato nei giorni scorsi fra le stanze della Segreteria di Stato, reso noto in Italia dall’agenzia Adista. Una coppia omosessuale brasiliana (Toni Reis e David Harrad), sposati sei anni fa a Curitiba dopo 27 anni di convivenza, decide di far battezzare i tre figli che hanno adottato. Quindi scrivono a papa Francesco per raccontare la loro storia, e a luglio ricevono una riposta dal pontefice, firmata da monsignor Paolo Borgia, assessore agli Affari generali della segreteria di Stato vaticana. «Papa Francesco», si legge nella lettera, «porge a voi le sue congratulazioni, invocando per la vostra famiglia l’abbondanza delle grazie divine, affinché viviate costantemente e felicemente la condizione di cristiani, come buoni figli di Dio e della Chiesa, e inviandovi una augurale benedizione apostolica».

«È un grande progresso per un’istituzione che durante l’Inquisizione bruciava i gay e ora ci invia una lettera ufficiale congratulandosi con la nostra famiglia», dichiara Reis alla stampa brasiliana. Ma quando la notizia giunge in Italia, a due passi dal cupolone, lo scorso 9 agosto arriva la precisazione della sala stampa vaticana, firmata dalla vicedirettrice Paloma García Ovejero: «La lettera del papa è una risposta molto generale a una delle migliaia di lettere che riceve ogni giorno a cui non può rispondere in modo personalizzato. È il suo modo di ringraziare le persone». Quindi la lettera c’è, la benedizione papale pure e anche il termine «famiglia» utilizzato per la prima volta per definire una coppia omosessuale. O il clamore mediatico ha allarmato gli zelanti burocrati vaticani che hanno tentato di aggiustare il tiro, oppure è l’ammissione che le lettere inviate al papa nemmeno vengono lette.

ilmanifesto.it

Lascia un commento