Trono e altare al giorno d’oggi. Vescovi in affanno, in Italia come in Venezuela

Fare il vescovo rappresenta uno dei  “mestieri” più difficili perché al pastore di una comunità viene chiesto di guardare le cose dall’alto, come spiega la parola greca “episkopeo“, e prendere decisioni sagge, cioè giuste e sane a favore del suo popolo e in particolare delle persone più deboli. E senza scendere a compromessi con il potere fare i conti con la realtà affinchè le cose vadano il meglio possibile per tutti.

Verso la canonizzazione di Romero

Tra poco, sperabimente, i 5 mila e più vescovi della Chiesa Cattolica avranno un maggiore aiuto dal Cielo e anche un esempio:  Oscar Arnulfo Romero, l’arcivescovo martire del Salvador, infatti, sarà presto santo, come ha annunciato il postulatore, arcivescovo Vincenzo Paglia. “Credo che siamo a un buon punto. Stiamo esaminando un miracolo che riguarda una donna incinta e il suo bambino che sono stati, speriamo, miracolosamente guariti per intercessione di monsignor Romero”, ha spiegato il presule intervistato alla vigilia del centenario della nascita del beato Romero. “È stato terminato – ha rivelato – il processo diocesano, che è giunto a Roma e abbiamo iniziato l’esame del miracolo. Mi auguro che il processo vada a compimento presto. Se tutto questo accade, è possibile che anche l’anno prossimo si possa sperare di celebrare la canonizzazione di Romero. “Ricordarlo – ha detto alla Radio Vaticana – è importante perché è uno dei testimoni che ha segnato la storia della Chiesa dal Vaticano II in poi. Non a caso il 24 marzo, giorno del suo martirio, si celebrano i martiri di tutta la Chiesa contemporanea – i nuovi martiri – e, per di più, le stesse Nazioni Unite hanno scelto questo giorno come giorno di memoria della libertà della propria fede, della testimonianza delle proprie convinzioni”.

Nell’intervista, monsignor Paglia ha parlato anche degli ostacoli incontrati nel processo di beatificazione: “Le resistenze purtroppo non sono solo a casa, ma anche fuori, e vicino a noi tante volte. La resistenza nasceva dal fatto che, come scrive il Concilio Vaticano II, come la Chiesa latinoamericana immediatamente dopo il Concilio aveva affermato: il Vangelo non è indifferente, il Vangelo non è una devozione, il Vangelo cambia il mondo. E Romero aveva compreso che, per cambiare il mondo, occorreva ripartire, come scrive il Vangelo, dall’amore per i poveri”.

L’aggiustamento di rotta sulle Ong

Di quanto sia difficile il mestiere del vescovo ne ha avuto la prova in questi giorni il presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti, “obbligato” ad un realistico ammorbidimento delle posizioni in tema di migranti e salvataggi in mare, fino al clamoroso appello alla prudenza pronunciato nella Cattedrale di Perugia il giorno di San Lorenzo: “Non possiamo correre il rischio di fornire il pretesto, anche se falso, di collaborare con i trafficanti di carne umana”. Huffington Post sostiene che ad ottenere un’apertura di credito verso la linea adottata dal governo sarebbe stato lo stesso Minniti recatosi in Vaticano dopo alcuni giorni di bordate nei confronti della strategia da lui messa in campo e avversata anche da esponenti cattolici in seno al governo come Graziano Delrio e Mario Giro. Anche se non abbiamo avuto una conferma ufficiale di questa visita di Minniti alla Terza Loggia del Palazzo Apostolico, la ricostruzione sembra plausibile, per quanto ad alcuni, compreso chi scrive, le parole di Bassetti abbiano provocato un bel mal di pancia. L’esortazione ad un certo lealismo non  rappresenta una novità da parte delle Gerarchie ecclesiastiche che nei diversi paesi debbono mantenere buoni rapporti con le autorità civili per tutelare al massimo la libertà religiosa e l’azione caritativa a servizio dei piccoli.

Già da giorni l’Osservatore Romano aveva assunto una linea più dialogante sulla questione rispetto alla Caritas italiana e allo stesso quotidiano dei vescovi Avvenire che avevano espresso perplessità sul “codice di condotta” predisposto da Minniti per le Ong, sostenendo che salvare le vite costituisce il primo elemento da considerare e tutto il resto viene dopo. E il mondo del volontariato come anche diversi media cattolici minori sono andati anche oltre affermando come quel codice sia una brutta cosa, l’invio delle navi in Libia un grave errore, gli accordi con governi del Nordafrica, perché trattengano con ogni mezzo quei disperati che hanno attraversato il deserto per imbarcarsi, un’azione riprovevole, e i respingimenti una aperta violazione dei diritti umani. E ora  dunque si trovano spiazzati dalla posizione ufficiale della Cei.

I vescovi venezuelani che non sono un “partito”

Al contrario, cioè in aperto contrasto con il loro governo, si sono schierati invece i vescovi venezuelani, perchè non sempre la Chiesa ufficiale poi va d’accordo con chi governa. Mai forse c’era stato un contrasto tanto forte tra la Chiesa e un governo in tempi recenti. Spaventa i presuli la svolta autoritaria (e dicono loro “sanguinaria”) del presidente Maduro, benché questi sostenga che la sua decisione di far eleggere la Costituente sia stata determinata dalla necessità di proteggere la sovranità nazionale dalle potenze che vorrebbero far cadere il chavismo e mettere le mani nuovamente sulle sue riserve petrolifere. Resta il fatto che la popolazione sta pagando un prezzo altissimo e bisognerebbe favorire il ritorno ad un dialogo tra chavisti e opposizione che manca, denuncia non senza fondamento il regime, di una guida politica responsabile.

Un possibile punto di partenza potrebbero essere le parole del dirigente socialista Diosdado Cabello: «Noi chavisti non sappiamo odiare, siamo fatti per tendere la mano, per essere solidali, così siamo noi figli di Chavez». Tornare a una trattativa sarebbe l’unico modo per interrompere una lunga scia di sangue. Con manifestanti massacrati dalle forze dell’ordine ma anche chavisti linciati dalla folla. La Chiesa anche in Venezuela dunque deve superare la tentazione di parteggiare e mettere la sua autorevolezza a servizio del bene comune perchè ricominci un dialogo. In questa direzione, del resto, ha affermato il segretario di Stato Pietro Parolin, il Papa e la Santa Sede si sono “impegnati molto” cercando una soluzione nella crisi del Venezuela, che deve essere “pacifica e democratica”. Il Vaticano lo ha fatto, “cercando di aiutare tutti, indistintamente, e richiamando ciascuno alle proprie responsabilità”, ha detto il cardinale che prima di essere chiamato a Roma da Bergoglio era nunzio apostolico proprio nel paese sudamericano. “Il criterio dev’essere solo il bene di quella popolazione” ha aggiunto Parolin. “I morti sono troppi – ha sottolineato il cardinale – e credo non ci siano altri criteri da seguire se non il bene di quella gente. Bisogna trovare una maniera pacifica e democratica per uscire da questa situazione, e l’unica strada è sempre la stessa: ci si deve incontrare, parlare, ma seriamente, per farne uscire un cammino di soluzione”.

Del resto quanto sta accadendo in Venezuela non rappresenta un fatto isolato: il Brasile sta vivendo una crisi profonda e rischiano di essere cancellate le riforme sociali degli ex presidenti Dilma Rousseff, mandata via con un “golpe bianco” e Lula, condannato per corruzione ma che si proclama innocente.

E processi analoghi sostenuti dagli ex latifondisti sono in atto anche in altri paesi del Sudamerica. Non a caso dopo essere stato eletto Papa nel marzo del 2013, Bergoglio non ha più rimesso piede in Argentina.

Un Papa bolivarista?

Francesco primo Papa bolivarista della storia? Se lo chiedeva Limes qualche mese dopo l’elezione accostando Bergoglio  proprio a Simon Bolivar, il  patriota venezuelano – nato a Caracas nel 1783 da una famiglia creola –  riconosciuto come il “Libertador” dell’America Latina ma morto poi in  esilio, vedendo le sue battaglie in parte vanificate dai potentati  locali. Gesuita argentino, il Papa può essere considerato  erede dei coraggiosi  seguaci di Ignazio de Loyola che nel ‘600 sfidarono anch’essi il potere coloniale  spagnolo, e lo fecero per  proteggere gli indios Guarani’ con le “Riduciones“, un’esperienza che attraverso insediamenti protetti e autogestiti voleva esaltare la loro dignità difendendone libertà e  cultura, ma che si concluse in un bagno di sangue, come racconta il film “Mission“, Palma d’oro a Cannes nel 1986.

Vicende dolorose entrambe, che possono essere lette come  un’anticipazione della “Teologia del Popolo”, che da cardinale di Buenos  Aires, Bergoglio ha proposto quale patrimonio comune dell’intero  episcopato latino americano nel documento conclusivo dell’Assemblea di  Aparecida del 2007 (testo votato dal Celam e approvato da Papa Ratzinger). “Sotto il profilo storico – ha riassunto l’allora cardinale – il nostro continente latino-americano è marcato da due realtà: la  povertà e il cristianesimo. Un continente con molti poveri e con molti  cristiani. Per questo nelle nostre terre la fede in Gesù Cristo  assume un colore speciale. Le processioni affollatissime, la fervida  venerazione di immagini religiose, il profondo amore per la Vergine  Maria e tante altre manifestazioni di pietà popolare sono una  testimonianza eloquente”.

I nuovo volto del cristianesimo

Secondo l’allora arcivescovo della capitale  argentina, “l’incarnazione del Vangelo in America ha prodotto una  ‘originalità storico-culturale’: in cinque secoli di storia, il nostro continente ha sviluppato un nuovo modo culturale di vivere il  cristianesimo, il cristianesimo ha trovato un nuovo volto”.  “Quando ci avviciniamo al nostro popolo con lo sguardo del buon pastore, quando non  veniamo a giudicare ma ad amare, troviamo che questo modo culturale di esprimere la fede cristiana resta tuttora vivo tra noi, specialmente nei  nostri poveri. E questo, fuori da qualsiasi idealismo sui poveri, fuori  da ogni pauperismo teologale. E’ un fatto. E’ una grande ricchezza che  Dio ci ha dato”. E’ in questa profonda fede vissuta da un popolo povero e umile ma  grandissimo nella sua capacità di amare e soffrire, che si radica la  visione geopolitica del primo latino-americano e primo gesuita eletto  Papa, la cui formazione non può non essere stata influenzata  dalla vicenda delle Riduciones e da quella, di due secoli successiva, di  Simon Bolivar, l’eroe che voleva unire l’America Latina per farne un  soggetto economico autonomo e un attore politico indipendente sulla  scena del mondo, ma che nel 1830, qualche mese prima di morire, davanti  alla crisi diplomatica tra due paesi che gli dovevano l’indipendenza, il  Venezuela che lo aveva esiliato e la Colombia che lo accoglieva senza  nessun entusiasmo, affermò  disilluso: “Ho arato il mare”.

agi

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