Bergoglio e i suoi avversari guardano al prossimo conclave. Le nomine cardinalizie diventano il vero campo di battaglia

Se venti riunioni – tante ne ha tenute finora, tra start e stop, rallentamenti e arretramenti – non sono bastate al C9, il Consiglio dei Cardinali, per riformare il governo centrale della Chiesa, quattro concistori sono stati di converso sufficienti a Bergoglio – uno all’anno dal febbraio 2014 a oggi – per infliggere sin d’ora un colpo durissimo alle cordate ostili e sconvolgere l’assetto del sacro collegio, dove alberga il potere vero e si gioca in definitiva l’eredità del pontificato, guardando già verso il prossimo conclave.

Se venti “tridui”, declinando un linguaggio liturgico e alludendo alla durata di tre giorni delle sessioni, non riescono a far risorgere la curia, purificata dai suoi peccati e rinnovata nei suoi apparati, quattro tornate di nomine, o infornate di porpore (49, il 40% del totale), si mostrano in compenso esaustive, biblicamente, a predisporle la tomba.

Occorre calarsi nel profondo di questo “mistero pasquale”, ossia di questo paradosso in perfetto formato evangelico, per discernere fra il pessimismo di coloro che annunciano il tramonto, il fallimento di Francesco e gli ottimisti che salutano l’alba, il compimento di una nuova era. Dove tutto da un lato sembra immobile, statico, in preda di epidemica confusione, mentre dall’altro evolve rapido, dinamico, in lucida inarrestabile progressione.

Assistiamo infatti a due processi che viaggiano in parallelo, contraddittori e rivelatori. Un treno accelerato che sosta in tutte le stazioni e s’intrattiene in lente consultazioni, tenacemente imbrigliato da veti e ostacoli. E un convoglio ad alta velocità, dove il conducente non si lascia viceversa fermare, distrarre o consigliare da nessuno.

Andiamo con ordine. Da una parte sta dunque la riforma della curia, che disegna un diagramma in discesa e segna il passo. Anzi torna sui propri passi, facendo marcia indietro dal fronte fatale delle finanze: la “campagna di Russia” di ogni papa, che muove travolgente alla carica e guadagna inizialmente terreno ma poi si arresta, si ritrova solo, paralizzato dal gelo che lo circonda, costretto al ripiegamento. Una ritirata che sovente si converte in disfatta, nel senso letterale del termine, volta cioè a disfare, a svuotare i nuovi organismi dal di dentro e ripristinare lo status quo ante. La finanza: era questo l’autentico per non dire unico banco, e “banca”, di prova del cambiamento, che non pu￲ò certo ridursi al mero, ancorché necessario, accorpamento dei dicasteri (sotto le nuove denominazioni e aggregazioni di “Laici, famiglia e vita” e “Sviluppo Umano Integrale”, che in due raggruppano complessivamente sei di quelli previi): misure ordinarie, non straordinarie, finalizzate a soddisfare una esigenza di razionalizzazione amministrativa, non di effettiva, incisiva trasformazione.

Così, dal Motu Proprio Fidelis dispensator et prudens, che istituiva nel febbraio 2014 la Segreteria per l’Economia, provando a impiantare nel grembo della curia, per la prima volta, l’embrione di una politica economica modernamente intesa, siamo tornati al punto di partenza con il decreto sui “Beni Temporali” del luglio 2016, che spoglia l’ente delle competenze gestionali, retrocedendolo da ministero con a senza portafoglio e relegandolo a una funzione di pura sorveglianza. Insomma un restyling e una riedizione della vecchia Prefettura degli Affari Economici, addomesticata e indebolita peraltro dal “congedo” del ranger Pell, rientrato perigliosamente alla base con biglietto di sola andata per sottoporsi al giudizio della corte di Melbourne e difendersi dalle imputazioni, gravi, che lo riguardano.

Troppo. Al punto da sospettare che la ristrutturazione della curia non fosse l’obiettivo vero, ma il diversivo di un Papa che procede nel frattempo indisturbato a un drastico riequilibrio tra continenti, città e nazioni, con una redistribuzione di peso specifico e geopolitico senza precedenti. Ponendo una ipoteca sulla successione o quanto meno indicandone la direzione, con l’intento di uniformarla in senso unico.

Non si spiegherebbe altrimenti la frequenza dei concistori – a distanza di un semestre gli ultimi due -, appena la scadenza dell’età rende liberi e disponibili nuovi posti, per un ricambio di taglio geografico, non solo anagrafico (dei sette pensionamenti previsti entro l’estate 2018 cinque sono italiani e non verranno reintegrati se non esiguamente, con un netto dimagrimento del partito curiale).

A compensare la mancata riforma dell’esecutivo e l’involuzione delle finanze pontificie sta dunque la rivoluzione felicemente in atto nel senato cardinalizio: col duplice stigma della democratizzazione e delocalizzazione delle nomine.

Se il conclave si tenesse oggi, come abbiamo scritto in più occasioni, l’elenco dei nominativi comporterebbe all’istante un quiz di soluzione ardua il lettore, tra provenienze di percezione vaga e incerta collocazione. Periferia del sapere oltre che del potere: Bamako e Bangui; Cotabato e Cabo Verde; David e Les Cayes; Merida e Morelia; Nuku’alofa e Pakse; Port Louis e Port Moresby; Tlalnepantla e Yangon. Che prendono il posto delle “big” Filadelfia e Los Angeles; Montreal e Monterrey; Marsiglia e Siviglia; Berlino e Kiev; Lagos e Salvador de Bahia; Sydney e Tokyo; Torino e Venezia.

Luoghi sperduti o sconosciuti, chiamati a discernere, e decidere, l’erede di un impero da duemila miliardi di dollari: tale il valore dei beni riconducibili alla Chiesa nel solo ambito immobiliare, secondo le stime del Sole 24 Ore.

Nomine esotiche ma non episodiche, anzi sistematiche. Sempre pi frequenti, dunque influenti. Diocesi eccentriche nella geografia ma centrali nella strategia. Isolane ma non isolate, dalle Mauritius all’arcipelago tongano, da Mindanao alla Nuova Guinea, poiché i loro presuli risultano portatori di un consenso di base, ottenuto con l’elezione ai vertici dei rispettivi episcopati, regionali o continentali.

Un modello che fa intravedere in lontananza l’evoluzione verso un papato scelto dalle conferenze dei vescovi e si prospetta indubbiamente fascinoso, attrattivo per la sensibilità delle chiese separate, accorciando le distanze ecumeniche.

Porpore “democratiche” quindi, legittimate dal suffragio e chiamate a sostituire dal basso quelle aristocratiche, soppiantando le città cardinalizie “di diritto”, dove si accedeva per cooptazione dall’alto e sponsorizzazione dei capi cordata.

Quanto basta per suscitare in crescendo nella vecchia guardia, schierata in una guerra di posizione – e opposizione – alle riforme, il timore di avere sbagliato il campo di battaglia.

Se il maquillage dei dicasteri ha infatti soltanto cambiato pelle alla curia – mentre l’ossatura rimane intatta -, il tourbillon dei concistori ne modifica, oltre al corpus, la forma mentis e l’anima stessa.

Un labirinto di volti e accenti – alcuni non hanno studiato a Roma e non parlano italiano – in cui anche il più consumato king maker o la più astuta eminenza “grigia”, per restare in tema e croma, faticherebbe a tessere, e stendere, il filo delle proprie trame, finendo per perdersi e perdere la partita.

Tradotto nel linguaggio degli analisti economici, vuol dire che il club più esclusivo del pianeta, per effetto della cura Bergoglio, somiglia ormai a una public company: una “multinazionale” ad azionariato diffuso, sparpagliato, trasversale, priva di oligopoli, zoccoli duri, patti di sindacato che dir si voglia.

Traslato sull’atlante, in termini statistici, significa che i titoli dell’Occidente appaiono irrimediabilmente destinati a scendere mentre salgono le quotazioni dei paesi afroasiatici: da l↓ Francesco sogna e ambisce che venga il suo successore, rovesciando in direttrice Sudest l’asse strategico del pontificato, finora orientato forzosamente a Nordovest: se consideriamo che l’Europa, con il 22% del cattolicesimo mondiale, occupa tuttora il 44 %, esattamente il doppio, della “Camera Alta”, che elegge il Papa. Diversamente dal Sinodo – la “Camera Bassa”, che fa le “leggi” -, dove vige un criterio di rappresentanza proporzionale.

Questi pensieri vanno meditando le gerarchie, sentendo restringersi sotto di sè il piedistallo del potere romano e vedendo allargarsi, di converso, l’orizzonte della Chiesa globalizzata.

Motivo che induce i nemici del Pontefice – conservatori e trasformisti, gattopardi e progressisti pro-tempore, con i reparti d’assalto dei blog fondamentalisti e l’artiglieria da campo dei gruppi editoriali amici – ad alzare il tiro e venire allo scoperto, sparando a turno sui fedelissimi – nel mirino il venezuelano Arturo Sosa, Generale dei Gesuiti, presentato a metà tra il goliardico e l’eretico -, puntando alla ingovernabilità e alla destabilizzazione del papato argentino. Nell’intento di arrivare al più presto ad un conclave, prima che i rapporti di forza nella Sistina si consolidino e diventino impari, cogliendo il punto di non ritorno nella soglia, ormai prossima e raggiungibile in due anni, del 50% di berrette di nomina bergogliana.

Un confine quantitativo per ora, che potrebbe spingersi ancora più in là e diventare qualitativo, con l’immissione ardita, inaudita di cardinali “laici”, da individuare nei “fondatori” di movimenti o comunità di fama mondiale, rendendo il consesso più vicino allo Spirito Santo, suo dante causa, ma stravolgendone l’impianto aristocratico e corporativo. Una idea temeraria che avanza e rappresenta l’ultima frontiera, quella più decisiva e divisiva, nello scontro fra il Papa e la curia.

Una guerra mondiale che non contempla semplicisticamente buoni e cattivi, o evangelicamente grano e zizzania, ma due letture diametralmente opposte, inconciliabili, questo sì, del rapporto tra i concetti di universalismo e globalismo.

Da un lato un Pontefice determinato a globalizzare la Chiesa come non │ mai stata e deve affrettarsi ad essere, per non restare fuori dalla storia. Dall’altro una curia che si ritiene geneticamente custode, depositaria dell’universalità di Roma e avverte nelle new entries nient’altro che una somma di localismi, premessa del caos eretto a sistema.

Il tempo è superiore allo spazio: mai come adesso i due fattori della equazione di Francesco sono risultati antitetici e sintetici, dispiegando il potenziale della formula, eversivo ed esplicativo. Che consente di raffigurare la situazione attuale in una corsa contro il tempo su ambedue i fronti, per conservare o conquistare spazi. Dove la posta sullo sfondo e nel profondo non è soltanto il modello di governo, bensì di Chiesa e cattolicesimo, tra settentrione carolingio e meridione meticcio, passaggio a Nordovest e via della seta, Occidente tradito e Oriente proibito.

huffingtonpost.it

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