Famiglia Cristiana, lo sciopero del giornale: altro colpo per il “sindacalista” Papa Francesco

Ora possiamo dire che il Papa meno carismatico della storia umana – questo – abbia fallito anche sul fronte sindacale, inteso come quel fronte da lui misteriosamente aperto alcuni anni fa a tutela di singole aziende e soprattutto di singoli gruppi di lavoratori. L’ultima notizia è che, dopo infinite prediche del Pontefice sui doveri virtuosi degli imprenditori, l’editore di Famiglia Cristiana ha azzerato gli accordi integrativi con i giornalisti: che hanno proclamato tre giorni di sciopero. Una cosa, banalmente, mai accaduta prima.

Si parla di 34 giornalisti (4 sono sacerdoti) che appunto rivendicano come le parole di Papa Francesco sul lavoro siano state ignorate proprio dalle parti di casa sua, cioè in quelle Edizioni San Paolo dove le cose – neppure lì – vanno bene come una volta: Famiglia Cristiana un tempo superava il milione di copie e adesso è sulle 200mila. Così l’amministratore dei Paolini Rosario Uccellatore (si chiama così) ha fatto capire che o si tagliano i salari o si tagliano i giornalisti, non si scappa. E il Papa? Tutti si richiamano a lui e alle sue parole, anche se tutta ’sta simpatia tra il Papa e i Paolini non risulta pervenuta: e sarà un caso che Famiglia Cristiana è l’unica testata cattolica a non aver mai ospitato un’intervista al Pontefice.

Morale: tre giorni di sciopero contro la decisione dell’editore di azzerare i premi di produzione, i premi per gli articoli online, gli straordinari forfettizzati, i possibili pensionamenti e prepensionamenti: roba da lavoratori normali, insomma. Ed ecco tutti i giornalisti a tirare in ballo il Papa per un problema mica di soldi, ma di «credibilità». In effetti, per il Papa, c’era da guardarsi in casa già da tempo: nella Santa Sede per esempio sono alle prese con la fusione tra Radio Vaticana e il Centro Televisivo Vaticano, ergo con problemi di mobilità e ancora prepensionamenti. C’era da guardarsi in casa anche quando intervenne, il Papa, per scongiurare licenziamenti e il trasferimento di SkyTg24 da Roma a Milano: nel marzo scorso parlò di «manovre economiche e negoziati poco chiari» e disse che colui che toglie lavoro all’uomo «fa un peccato gravissimo». Dalle parabole evangeliche a quelle di Sky montate sui balconi: ma, anche se i più magari faticano a ricordarlo, l’interventismo sindacale del Papa ha una storia ben più dettagliata.

In passato gli capitò di menzionare l’Ilva di Taranto, anche se la vicenda riassumeva il rapporto tra uomo e ambiente e toccava temi di salute pubblica: non era proprio un appoggio sindacale. Ma lo fu, o lo sembrò, quello ai dipendenti di Almaviva e a tutti lavoratori dei call center (aprile 2016) proprio il giorno prima che le parti si incontrassero. Ma c’era stato anche il discorso rivolto ai lavoratori dell’Ast di Terni nel settembre 2014. E l’intervento nella Vertenza Indesit coi lavoratori accolti in udienza: «Auspico una rapida ed equa soluzione». E il discorso fatto ai lavoratori della Sardegna (a Cagliari, settembre 2013) e ancora, nello stesso periodo, l’incontro programmato a Roma tra la delegazione dei lavoratori della Eon di Fiumesanto: saltò solo per un ritardo del volo Alitalia in partenza da Alghero. Ma la rassegna stampa sugli interventi del Papa sul mondo del lavoro è molto, molto più estesa. Sui modelli aziendali che producono scarti umani. Sul lavoro nero. Sulla precarietà. Sul diritto alla pensione. Tutte uscite anomale, per un Papa: parole che tuttavia, in ogni occasione, denotavano uno scollamento dalla realtà e un certo qualunquismo lapalissiano. Devono averlo pensato anche dalle parti di Famiglia Cristiana.

fonte: Libero Quotidiano

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