Chiese e mafia, unite dalla cultura della morte

Sono tutti religiosi i mafiosi. Se si esclude Matteo Messina Denaro, non si conoscono mafiosi atei o anticlericali. Sono cattolici osservanti i peggiori assassini che l’Italia abbia mai avuto negli ultimi due secoli. Credono in Dio, nella Chiesa di Roma, vanno a messa, si comunicano, fanno battezzare i loro figli, si sposano con rito religioso anche quando sono latitanti, fanno entrare il prete nei loro covi per confessarsi e comunicarsi, fanno da padrini di battesimo e di cresima ai tanti che glielo chiedono, ricevono l’estrema unzione (se muoiono nel loro letto) e pretendono il funerale religioso, organizzano le feste dedicate ai santi patroni e li si vede in prima fila nelle processioni a portare sulle loro spalle le statue benedette. E quando sono latitanti portano con sé bibbie e santini. Non li sfiora neanche lontanamente la percezione di assoluta incompatibilità tra l’essere dei feroci assassini e dei ferventi cattolici. Essi pensano di avere un rapporto del tutto particolare e speciale con Dio. Secondo un prete siciliano, il mafioso è addirittura un modello di religiosità, quasi il prototipo del cattolico perfetto: «Mi augurerei che tanti dei miei parrocchiani avessero quella passione per Dio e per le cose di Dio e per il Vangelo che hanno tanti mafiosi». È del tutto evidente, dunque, che la religione cattolica, così come si è originata e sviluppata nell’Italia meridionale, non è stata un ostacolo al dispiegarsi del potere mafioso, anzi. I fenomeni mafiosi si sono sviluppati in società e ambienti cattolicissimi pur rappresentando una violazione sistematica dei comandamenti e dei precetti dell’etica cristiana. E se i mafiosi praticano una credenza cattolica falsa e fatta solo di apparenze, come spesso le gerarchie cattoliche hanno evidenziato, è perché….

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