Intervista. Harpur: «La poesia? Sacra come la preghiera»

Un secolo dopo il grande William Butler Yeats, c’è un altro poeta irlandese che ha legato la sua vita all’esplorazione di tutti gli aspetti del Sacro e che ha trasformato la sua arte in un’incessante ricerca spirituale nella tradizione dei grandi poeti metafisici e della mistica occidentale e orientale. «Scrivere poesie è per me un’attività sacra quasi quanto la preghiera – ci dice James Harpur – entrambe impongono di concentrarsi sui sentimenti e sui pensieri, sulla mente e sul cuore». Considerato uno dei più grandi poeti irlandesi contemporanei, Harpur si trova in Italia in questi giorni, sulle orme del suo illustre connazionale premio Nobel nel 1923, che viaggiò a lungo in Italia negli anni ’20.

Domani sarà ospite d’onore alla cerimonia conclusiva del premio di poesia San Sabino che si terrà alla parrocchia di Torreglia, nel padovano a pochi passi da Arquà, dove sono custodite le spoglie di Francesco Petrarca. Domenica 28 maggio terrà una lectio magistralis al teatro Perla di Torreglia (ore 17), infine martedì 30 incontrerà il pubblico alla libreria Laformadelibro di Padova (ore 18). Sessantenne, originario di una famiglia angloirlandese, James Harpur è molto conosciuto e apprezzato in patria, in America e in Australia, dove le sue raccolte poetiche hanno ottenuto anche importanti riconoscimenti – tra cui il Vincent Buckley Poetry Award – ma è ancora poco noto in Italia, dove la sua antologia Il vento e la creta, curata e tradotta da Francesca Diano, sta per uscire adesso con La Finestra editrice.

Il suo è un linguaggio poetico originale che fa un uso frequente della prima persona, nel quale si fondono culture ed epoche differenti, che trae ispirazione dai miti classici, dalla mitologia celtica e dalla tradizione del primo Cristianesimo irlandese, ricco di riferimenti a Omero, Virgilio, Eschilo e Dante ma anche a opere non poetiche come gli scritti di Carl Jung. Tratta temi che spaziano dall’Irlanda celtica a quella protocristiana, con un misticismo profondamente legato alla modernità. Nell’interazione tra antico e moderno, tra paganesimo e cristianesimo, Harpur decifra il passaggio fra due epoche e due culture, ma anche il confronto fra natura e spirito. «Proprio come Yeats, che sosteneva di non appartenere a nessuna confessione religiosa ma di essere interessato a qualsiasi manifestazione spirituale, anch’io cerco di tenere la mente e il cuore ben aperti, cercando di esplorare differenti tipi di spiritualità, dal Cristianesimo a quello del grande filosofo indiano Krishnamurti».

Può spiegarci in che senso scrivere poesie è per lei un’attività sacra, quasi una forma di preghiera?
«Perché sento la poesia come una specie di missione attraverso la quale posso cercare di comprendere il senso della vita e i grandi temi dell’esistenza. Credo che per un poeta con una vocazione spirituale la poesia svolga una funzione simile a quella della preghiera, imponga cioè di incanalare i sentimenti e i pensieri nella scrittura. D’altra parte ci sono stati uomini di chiesa, ministri della Church or Ireland, fra i miei antenati».

Umberto Eco sosteneva che il Libro di Kells, il codice miniato medievale compilato dai monaci irlandesi nel IX secolo, avesse ispirato Joyce per il suo Finnegans Wake. Anche lei è legato a quel famoso evangeliario, tanto da avergli dedicato il suo poema Voci del Libro di Kells.
«Sì, ritengo importantissimo il modo in cui i monaci irlandesi sono stati capaci di preservare la tradizione spirituale del Cristianesimo dall’antichità fino al Medioevo e il Libro di Kells è paradigmatico di quello sforzo. Giraldo Cambrense disse che quel manoscritto così elaborato e misterioso non poteva essere stato realizzato dagli uomini, ma era opera degli angeli. Le sue linee dorate che attraggono gli occhi sono un simbolo dell’infinito. La sua spiritualità astratta è resa più terrena dalla relazione tra le linee dorate e le immagini dei santi e degli apostoli del Nuovo Testamento».

Con quale sguardo il suo misticismo le consente di osservare i tempi nei quali stiamo vivendo?
«Credo che in Occidente stiamo vivendo in un mondo sempre più razionale, scientifico e computerizzato, dove a scuola i bambini imparano automaticamente il valore e il potere della ragione e della logica. È un peccato, perché stiamo perdendo sempre più il contatto con l’irrazionale, con tutto ciò che non può essere spiegato, con i grandi misteri della vita come l’amore, il sogno, il dovere, il soprannaturale. Penso che i poeti abbiano il dovere di ricordare alla gente il valore dell’immaginazione e di esplorare i grandi misteri di un mondo multidimensionale».

Perché Yeats e Eliot sono i poeti contemporanei che l’hanno maggiormente influenzata?
«Yeats era molto interessato all’idea dell’Anima mundi, al modo in cui la mitologia conferiva identità a un popolo, e alla mitologia irlandese tanto che cercò di attualizzarla, di rendere contemporanea. Eliot era invece alla costante ricerca di un’identità: era nato negli Stati Uniti ma si sentiva più a suo agio in Inghilterra. Il suo capolavoro, I quattro quartetti, è una meditazione sui momenti in cui sentì la presenza dell’infinito. Sia Yeats che Eliot, ma anche William Blake, hanno esplorato a fondo lo spirito, hanno scritto poesie che incarnano gran parte della spiritualità occidentale e mi hanno insegnato la loro visione immaginativa del mondo».

L’Irlanda è oggi un paese profondamente diverso rispetto al recente passato. Crede che la modernità stia distruggendo la specificità della sua tradizione culturale?
«Di sicuro il mio paese sta attraversando una fase storica di grande cambiamento materiale e spirituale. Per vari motivi, l’influenza della Chiesa cattolica che ha caratterizzato l’ultimo secolo ha iniziato a indebolirsi lasciando un grande vuoto spirituale. Al momento non è chiaro chi possa colmarlo. Credo però che esista ancora un forte legame istintivo con la terra, con le tradizioni, con la mitologia e un’eredità culturale molto forte che si è consolidata a causa della dominazione inglese. Ma sono fiducioso e non penso che la sua identità e la sua tradizione siano minacciate».

Quale crede che dovrebbe essere il ruolo della poesia di fronte agli orrori del nostro tempo?
«Ci sono poeti che reagiscono in modo diretto agli eventi naturali o agli atti terroristici, scrivendo di getto. A mio avviso quello è compito dei giornalisti e degli scrittori. I poeti devono invece impegnarsi in un lavoro di lungo periodo, cercare di trasmettere flussi empatici con la loro scrittura. È quello l’unico modo in cui, forse, possono essere in grado di cambiare il contesto sociale e umano in cui vivono».

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