Un invito urgente a una conversione personale, una conversione pastorale, una conversione missionaria, una conversione alla solidarietà per amore preferenziale ai poveri»

«In questi tempi di ansia e di incertezza, anche deprimenti, è fondamentale mantenere vivi i segni di speranza. E il pontificato di Francesco – il primo Papa latinoamericano nella storia della Chiesa – tocca profondamente le fibre cristiane dei nostri popoli e li anima nella speranza». Lo ha detto questo pomeriggio Guzman Carriquiry Lecour, segretario incaricato della presidenza della Pontificia commissione per l’America Latina, concludendo con un’ampia relazione i lavori del convegno organizzato dall’Istituto di Studi Politici «S. Pio V». L’incontro, durato due giorni, ha visto la partecipazione di molti studiosi ed è intitolato: «Da Puebla ad Aparecida. Chiesa e società in America Latina (1979-2007)».

Carriquiry ha sottolineato l’importanza dell’origine latinoamericana di Bergoglio, e il cammino compiuto da Puebla ad Aparecida, vale a dire dalle ultime grandi riunioni dell’episcopato dell’America Latina, nell’ultima delle quali, celebrata in Brasile dieci anni fa, l’allora arcivescovo di Buenos Aires ebbe un ruolo decisivo. Non è secondario, ha affermato, che Bergoglio «sia figlio della tradizione cattolica inculturata nella storia e nella vita dei popoli latinoamericani, così come il fatto che provenga dalla tradizione cattolica portata con sé dai migranti provenienti dall’Europa e che è cresciuta nel tempo del risorgimento cattolico in Argentina, manifestatosi nell’evento del Congresso eucaristico internazionale che si tenne a Buenos Aires nel 1934».

L’incaricato della vicepresidenza della commissione per l’America Latina ha quindi ricordato che da giovane Bergoglio è stato temprato dagli esercizi spirituali ignaziani, dalla loro educazione al discernimento, dalla severa disciplina, dai lunghi anni di studio, dalla vicinanza ai poveri e anche dalla responsabilità di guidare la Provincia della Compagnia di Gesù». Il futuro Papa «ha vissuto intensamente i tempi del Concilio Vaticano II e anche i tempi turbolenti, e violenti, della vita del suo paese». Non è secondario che sia stato «pastore di una grande metropoli, nella quale coesistono il “nord” e il “sud”, l’idolatria del potere e del denaro insieme alle Villas Miserias; la secolarizzazione estrema e una radicata religiosità popolare».

Quanto al ruolo di Bergoglio alla riunione di Aparecida e il cammino che lì ha avuto inizio, Carriquiry li ha espressi con le parole del gesuita brasiliano Henrique de Lima Vaz, il quale ha parlato di un passaggio da una «Chiesa riflesso» (perché rifletteva le tendenze teologiche e pastorali europee) a una «Chiesa fonte» (con il suo profilo proprio e il suo contributo alla cattolicità). «Non è un caso – ha osservato l’esponente vaticano – che esistano tanti vasi comunicatori tra il documento conclusivo di Aparecida e il documento fondamentale del pontificato di Francesco, che è l’esortazione apostolica Evangelii gaudium».

L’elezione di Francesco può dunque essere letta anche come «un segno ulteriore del declino storico europeo, non solo economico e politico, ma soprattutto culturale e religioso», dato che il Vecchio Continente vive un tempo che «si può chiamare post-cristiano». In America Latina vivono già «più del 40 per cento dei cattolici di tutto il mondo, ai quali – ha detto Carriquiry – si aggiungono i più di 60 milioni di ispanici degli Stati Uniti. Il 60 per cento dei cattolici di tutto il mondo vivono nel continente americano. Brasile, Messico, Filippine e Stati Uniti sono i paesi con il maggior numero di cattolici, seguiti da Italia e Francia, che nel giro di qualche anno saranno superati dalla Colombia, dalla Repubblica democratica del Congo e dalla Nigeria. Quelle una volte considerate periferie fanno irruzione nella cattolicità».

Certo, Carriquiry si è chiesto se la Chiesa e le nazioni dell’America Latina sono all’altezza di ciò che significa, implica ed esige la situazione eccezionale rappresentata dal primo Papa latinoamericano. Il numero due della Commissione per l’America Latina osserva che l’attuale pontificato «sembra rompere molti muri di pregiudizi e resistenze, si registra un’attrazione e una empatia spontanea molto diffusa… per molti questo suscita inquietudine carica di domande e aspettative, per altri provoca il ritorno a casa dopo essersi allontanati da lei e altrettanti si sentono sorpresi e attratti quando credevano di aver già chiuso i loro conti con la fede e con la Chiesa. Si risveglia e fiorisce la fede in molti. E c’è molta più attenzione delle istanze politiche rispetto alla Chiesa, con un Papa che in poco tempo è diventato il più credibile e ammirato leader della comunità internazionale».

Imparando dalla «grammatica della semplicità», ha continuato Carriquiry, si potrebbero «sintetizzare gli insegnamenti dell’esortazione Evangelii gaudium, e tutto il magistero di Francesco, in quattro inviti. Un invito urgente a una conversione personale, una conversione pastorale, una conversione missionaria, una conversione alla solidarietà per amore preferenziale ai poveri». Il Papa, spiega, «vuole centrarsi e centrare noi effettivamente nell’essenziale della Buona Novella. Il cristianesimo non è, anzitutto, un insieme di dottrine, di precetti morali, di riti e procedure. È un avvenimento: il Verbo di Dio fatto carne, secondo il disegno misericordioso del Padre, morto sulla croce per i nostri peccati e resuscitato per la potenza di Dio, che ci viene incontro, per grazia dello Spirito Santo».

Francesco «vuole in modo speciale, riferendosi ai cristiani, destabilizzare le nostre tendenze a professare un cristianesimo formale, un involucro tradizionale, aggrappato solo ad alcuni riti, dottrine e precetti… Il Papa vuole senza dubbio scomodarci, destabilizzarci da tutta l’assimilazione e la conformazione del nostro cristianesimo nello spirito di questo mondo, che giace in una tranquillità borghese». Bergoglio, ha spiegato ancora Carriquiry parlando del tema centrale del pontificato, «considera la misericordia come la modalità sostanziale e adeguata attraverso la quale il cristianesimo incontra gli uomini e le donne del nostro tempo, senza escludere nessuno, senza porre pre-condizioni morali per questo incontro. Francesco è convinto che solo la prossimità dell’amore rompe i pregiudizi e le resistenze, porta con sé un’attrazione, apre i cuori, dà spazio a dialoghi veri, permette autentici scambi di umanità, suscita domande e speranze, prepara all’annuncio e all’accoglienza del Vangelo».

«Che cos’è la Chiesa – ha detto Carriquiry – se non una comunità di poveri peccatori che la grazia di Dio ha convocato, riunito, riconciliato, per essere segno della sua misericordia tra gli uomini? È un’immagine molto diversa da quella di una Chiesa sempre con il dito alzato per accusare i mali del mondo». La «riforma della Chiesa – ha continuato – è di capitale importanza per la sua missione al servizio del bene delle persone e dei popoli. Questa riforma della Chiesa “in capitis” e “in membris”, per essere ogni volta più fedele al suo Signore e alla missione che le è stata affidata – riforma che è opera dello Spirito Santo – non può dipendere da un uomo solo al comando» ma «implica e richiede una conversione pastorale, che è “conversione del papato”, già in atto, e anche conversione dei pastori, cioè dei vescovi, dei loro collaboratori nel ministero, di tutti gli operatori pastorali. Non c’è riforma “in capitis” se non si ottiene di poter contare con persone, comportamenti e stili che seguano veramente il Papa nel servizio della Curia Romana». E non c’è vera riforma se «i poveri, che stanno al centro del Vangelo, non sono anche, davvero, nel cuore della Chiesa. Non c’è vera riforma che il Vangelo non libera e accompagna nuovi e forti movimenti di dignità, giustizia, la pace e vita delle nazioni e nella comunità internazionale. Non c’è vera riforma se non si inizia e si alimenta in ginocchio, pregando».

Nella relazione Carriquiry ha anche parlato delle polemiche e delle divisioni, stigmatizzando sia chi semina «sospetti, critiche e forme di irriverenza» verso il Papa, sia chi riduce il pontificato a slogan presentando ogni suo atto come una rottura con la tradizione e la continuità. Come pure ha messo in guardia dai «grandi poteri mediatici che tentano di diffondere l’immagine di un Papa secondo i loro propri interessi. E tendono così a banalizzare la sua figura» o anche «censurando il suo magistero, per raccogliere soltanto quello che possa confermare l’immagine che pretendono di trasmettere e diffondere».

vaticaninsider

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