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Preti sposati 9 cattolici su dieci favorevoli in Irlanda

Un sondaggio condotto dalla ACP nel 2012 ha rilevato che quasi nove su 10 cattolici irlandesi hanno scelto la possibilità di consentire ai preti  di sposarsi. La situazione sta implodendo perché i sacerdoti sono sempre più anziani e i fedeli hanno davanti la possibilità dell’estinzione dei preti.

Papa Francesco aveva in progetto di visitare l’Irlanda nel 2018 – è stato riferito, desiderosi di esaminare la possibilità di preti sposati al prossimo Sinodo dei Vescovi. Tuttavia, il Vaticano ha annunciato in ottobre che il tema del prossimo Sinodo sarà sui  giovani e vocazione dopo che  il problema del celibato per i preti  è stata bocciato dai responsabili vaticani che decidono l’agenda del Sinodo.

preti

Morto padre Faustino Ossanna il frate amico di Pasolini

Il francescano appassionato di teologia morale e cinema

È morto giovedì , all’età di 96 anni, a Pedavena (Belluno), padre Faustino Ossanna, ex docente di teologia morale presso la Pontificia facoltà teologica San Bonaventura – Seraphicum, dove fondò anche il Cineforum, luogo di approfondimento culturale che ebbe fra i primi ospiti Roberto Rossellini e Pier Paolo Pasolini. Nato il 22 agosto del 1920 a Sfruz (Trento) aveva compiuto gli studi teologici nel Collegio dei frati minori conventuali di via San Teodoro a Roma e, sempre nella Capitale, era stato ordinato presbitero il 16 marzo del 1946 nella basilica di San Giovanni in Laterano.

Il cursus honorum di un religioso di razza con cinque lauree

Amante dello studio, aveva conseguito cinque lauree: in Sacra Teologia alla Pontificia Facoltà Teologica “San Bonaventura” (1948), in Filosofia a Perugia (1978), in Teologia Morale all’Accademia Alfonsiana (1983), in Lettere alla Sapienza di Roma (1986), in Mariologia al Marianum e il Diploma di esperto in pastorale all’Università Lateranense (1978). Aveva esercitato il suo ministero presbiterale prima nel Seminario Teologico S. Antonio Dottore, a Padova, in qualità di vice rrettore (1948-1956); quindi all’Arcella (Padova), come guardiano e parroco (1952-1958); poi, a Roma, ai Santi Pietro e Paolo, come guardiano (1958-1967) e parroco (1958-1970). Rientrato nella sua provincia religiosa di Padova, per tre anni era stato definitore provinciale (1970-1973); quindi a Milano, guardiano e parroco (1973-1976); poi, a Parigi, all’Alliance française, la Scuola di specializzazione in pastorale (1976-1977).

Il cineforum parrocchiale e la collaborazione con Pasolini e Rossellini

Nel 1964, presso la Basilica dei Santi Pietro e Paolo, nel quartiere Eur di Roma, dette vita a una lungimirante attività pastorale e culturale (poco dopo trasferita nella nuova struttura del Seraphicum) con la proiezione di film e dibattiti per una lettura critica dei temi di attualità. Nacque così il cineforum Seraphicum che avrà, tra i primi ospiti, Pier Paolo Pasolini e Roberto Rossellini e che prosegue tutt’ora, centrato proprio su quella formula di approfondimento voluta da padre Faustino. E proprio recentemente padre Faustino intervistato dalla rivista“Newsletter di san Bonaventura” aveva spiegato il senso di questa collaborazione dal sapore speciale con lo scrittore friulano Pier Paolo Pasolini. «Era circa la metà degli anni Sessanta, Pasolini era venuto ad abitare con la mamma all’Eur, in quel periodo aveva lavorato al film “Vangelo secondo Matteo” e volevo approfondire l’argomento direttamente con lui che tra l’altro sapevo essere non più credente. – fu il racconto del religioso trentino – Passava sempre davanti alla chiesa, abitando proprio lì vicino, così un giorno lo fermai, ci mettemmo a parlare, mi raccontò di questa sua opera e gli chiesi di venire a presentarla in parrocchia. Così fece, proiettammo il film, lo spiegò e ne nacque un dibattito vivace ma sereno nel quale affrontammo temi come il problema religioso, la politica di fronte al cristianesimo e la perdita di orientamento cristiano della famiglia». E rivelò un particolare inedito sul cineasta e scrittore: «Pasolini era un tipo cordiale, aperto, coraggiosamente diceva quello che pensava anche riguardo alla Chiesa e alla politica proprio quello diventava per noi un punto di partenza per l’evangelizzazione: la necessità di prepararsi a rispondere ai problemi del mondo. E uno stimolo arrivava proprio dal cinema. Così trovammo l’occasione per iniziare l’esperienza del cineforum con un soggetto ritenuto scomodo da molti nostri ambienti, era il primo incontro Chiesa-cinema con un personaggio assai critico, ma proprio questo permetteva di formarci».

Un’istantanea del film di Pier Paolo Pasolini “Il Vangelo secondo Matteo” del 1964

 

Nel 1979 gli Esercizi Spirituali predicati a Giovanni Paolo II

Dopo aver esercitato il suo ministero presbiterale, fra l’altro, a Padova e a Parigi, nel 1977 tornò al Seraphicum come docente. Collaboratore dell’«Osservatore Romano», nella Quaresima del 1979 a inizio del suo Pontificato fu chiamato a predicare gli Esercizi Spirituali da papa Giovanni Paolo II che, il 30 novembre 1989, lo nominò esaminatore apostolico del clero romano. Proseguì l’attività di predicatore ai ritiri spirituali mensili per i canonici del Vaticano e ancora per i ritiri spirituali ai dipendenti dell’Osservatore Romano. Tra le numerose attività, anche svariati corsi di esercizi spirituali e settimane di aggiornamento-formazione sia in Italia sia all’estero: Messico, Etiopia, Egitto e Palestina. Numerosi i libri da lui pubblicati, come pure gli articoli, nella sua lunga e appassionata vita, nel corso della quale conobbe anche il confratello Massimiliano Kolbe, il santo morto martire nel bunker della fame nel campo di concentramento di Auschwitz. Nella sua lunga bibliografia figurano anche importanti saggi dedicati alla Vergine e alla figura di Maria nel pontificato di Paolo VI e nella morale cristiana.

Uno degli ultimi Esercizi Spirituali alla Curia romana alla presenza di Giovanni Paolo II

 

La gratitudine per i 70 anni di ordinazione sacerdotale

Nel marzo scorso la comunità del Seraphicum all’Eur aveva festeggiato i suoi 70 anni di ordinazione presbiterale e, in quella occasione padre Felice Fiasconaro, guardiano della comunità, ripercorrendo la sua lunga attività, aveva sottolineato come «non potevamo far passare sotto silenzio la ricorrenza dei 70 anni di presbiterato di padre Faustino. Abbiamo ritenuto giusto, insieme, ringraziare il Signore per tanto dono e p. Faustino per tanti anni di servizio all’Ordine e alla Chiesa di Cristo». Poco dopo per padre Faustino si era reso necessario il trasferimento, per una adeguata assistenza, nella casa di riposo dei frati minori conventuali a Pedavena (Belluno) dove è deceduto nella giornata di giovedì 29 dicembre. I funerali si terranno domani, 31 dicembre, alle 11 nella parrocchia del suo paese natale, Sfruz, in provincia di Trento.

La Messa di ringraziamento per i 50 anni da sacerdote di padre Ossanna

avvenire

Preti sposati tabù per Papa Francesco

Papa Francesco: «Ci vuole coraggio a sposarsi per tutta la vita», ma non parla dei preti sposati

«Ci vuole coraggio per sposarsi e farlo per tutta la vita». Papa Francesco, all’udienza generale nell’Aula Nervi, al termine della catechesi saluta come di consueto i giovani, gli ammalati e gli sposi novelli. Ed è a questi ultimi che il Pontefice, parlando a braccio, rivolge un incoraggiamento: «Mi è gradito porgere un saluto speciale ai giovani, ai malati e agli sposi novelli; io li chiamo i coraggiosi, perché ci vuole coraggio per sposarsi e farlo per tutta la vita: bravi!».

ilmessaggero

Se c’è un leader mondiale che fa appello al popolo, questo è papa Francesco

Da subito, appena eletto, la sera in cui si affacciò per la prima volta a piazza San Pietro, il 13 marzo 2013, e, tra lo stupore generale chiese al popolo di benedirlo: «…vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica: la preghiera del popolo, chiedendo la Benedizione per il suo Vescovo». Al popolo ha fatto riferimento anche in questi giorni, per esempio nell’omelia che ha tenuto durante la messa della notte di Natale. A partire da una citazione dal profeta Isaia: «‘Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce’ (Is 9,1) La vide la gente semplice, la gente disposta ad accogliere il dono di Dio. Al contrario, non la videro gli arroganti, i superbi, coloro che stabiliscono le leggi secondo i propri criteri personali, quelli che assumono atteggiamenti di chiusura».

L’affidamento al popolo di papa Bergoglio lo ha sottolineato Juan Carlos Scannone, il gesuita argentino che è stato suo professore, in un libro pubblicato nel 2015, Il papa del popolo (Libreria Editrice Vaticana). Ma cosa intende, papa Bergoglio, quando parla di popolo? Il popolo di Dio, quello invocato dal Concilio Vaticano II? O i cittadini del mondo?
Se si è inclini a pensare che il popolo di Francesco sia un corpo mistico, un insieme di credenti che esclude chi non è battezzato, ecco quanto da cardinale, a Buenos Aires nel 2010, un discorso pubblicato nel 2013 da Jaka Book con il titolo Noi cittadini, noi popolo: «Cittadino non è il soggetto preso individualmente come lo presentavano i liberali classici…Si tratta di persone convocate a creare un’unione che tende al bene comune. Essere cittadini significa essere convocati per una scelta, chiamati ad una lotta, lotta di appartenenza ad una società e ad un popolo. Lotta per smettere di essere mucchio, di essere gente massificata, per essere persone, per essere società, per essere popolo».
Che il popolo sia il riferimento e la guida, non ci sono dubbi. Anche solo questi ultimi mesi del 2016 sono la testimonianza di una predicazione e azione incessante. Ad Auschwitz, il 29 luglio, sceglie il silenzio. Ma queste sono le parole che lascia scritte: «Signore abbi pietà del tuo popolo, Signore, perdona tanta crudeltà».

In nome del popolo di Dio che ha mai voluto dividersi, affronta l’anniversario dei 500 anni della Riforma protestante, la grande scissione del cristianesimo. «Lutero ha fatto un grande passo per mettere la Parola di Dio nelle mani del popolo» dice in un’intervista diffusa da Civiltà Cattolica, che provoca sconcerto. Parole confermate nel discorso tenuto nella cattedrale di Lund, in Svezia, dove era stato invitato per l’anniversario. Si deve «riconoscere» con «onestà», dice nell’omelia ecumenica, «che la nostra divisione si allontanava dal disegno originario del popolo di Dio», «ed è stata storicamente perpetuata da uomini di potere di questo mondo più che per la volontà del popolo fedele». Il 24 novembre, nel messaggio per il Festival della dottrina sociale della Chiesa a Verona avverte: «Quando il popolo è separato da chi comanda, quando si fanno scelte in forza del potere e non della condivisione popolare, quando chi comanda è più importante del popolo e le decisioni sono prese da pochi o sono anonime o sono dettate sempre da emergenze vere o presunte, allora l’armonia sociale è messa in pericolo con gravi conseguenze per la gente: aumenta la povertà, è messa a repentaglio la pace, comandano i soldi e la gente sta male».

Ma non si tratta solo di un problema sociale. Il 13 dicembre 2016 ammonisce così i sacerdoti: «Il male del clericalismo è una cosa molto brutta! … E la vittima è la stessa: il popolo povero e umile, che aspetta nel Signore».
In effetti non c’è da stupirsi. Nella Gaudium evangelii il termine ‘popolo’ compare 164 volte. È il popolo la fonte di autorità, anche per i vescovi, secondo l’insegnamento del Vaticano II. L’èlite ecclesiale non ha una legittimità assoluta, non è investita da Dio come lo erano i monarchi assoluti. Non c’è aristocrazia. Non dello spirito, non del sangue, tantomeno della finanza.
Nel novembre 2016 papa Francesco ha incontrato per la terza volta dalla sua elezione i movimenti popolari del mondo. Il 5 novembre, nel discorso tenuto ai convenuti a Roma riuniti nell’Aula Nervi, ha chiesto loro di «continuare ad aprire strade e a lottare. Questo mi dà forza, questo ci dà forza». Poi ha toccato tre punti. Il primo, il terrore e i muri: «La paura viene alimentata, manipolata… Perché la paura, oltre ad essere un buon affare per i mercanti di armi e di morte, ci indebolisce, ci destabilizza, distrugge le nostre difese psicologiche e spirituali, ci anestetizza di fronte alla sofferenza degli altri e alla fine ci rende crudeli» Il secondo, l’Amore e i ponti.«Un progetto-ponte dei popoli di fronte al progetto-muro del denaro». E nel terzo ha affrontato il rapporto tra “popolo e democrazia?”, dibattuto nell’incontro: «Il divario tra i popoli e le nostre attuali forme di democrazia si allarga sempre più come conseguenza dell’enorme potere dei gruppi economici e mediatici che sembrano dominarle. I movimenti popolari, lo so, non sono partiti politici e lasciate che vi dica che, in gran parte, qui sta la vostra ricchezza, perché esprimete una forma diversa, dinamica e vitale di partecipazione sociale alla vita pubblica».

Il discorso si conclude con l’esame del rischio, per i movimenti, di farsi incasellare e farsi corrompere. E parafrasa Mujica, l’ex-presidente dell’Urugay, presente all’incontro: «Colui che sia affezionato al denaro, alla ricchezza, al potere personale per favore non si metta in un’organizzazione sociale o in un movimento popolare, perché farebbe molto danno a sé stesso, e al prossimo e sporcherebbe la nobile causa che ha intrapreso».

L’invito è all’austerità, morale e umana. E a mettersi al servizio. Un antidoto potente ai narcisismi leaderistici, utile a discernere, si spera, nella selva dei vari populismi.

ilmanifesto.info

La notte di Capodanno sarà più lunga di un secondo

Quella di Capodanno sarà una notte più lunga, alle 23:59:59 gli orologi di tutto il mondo faranno infatti un ‘tic’ in più prima di entrare nell’anno nuovo. Il ritardo è dovuto al secondo intercalare, un ‘trucco’ per sincronizzare gli orologi con la rotazione del pianeta. Ma in Italia, spiega l’Istituto Nazionale di Ricerca in Metrologia (Inrim), non ci saranno ritardi per il brindisi: per il fuso orario l’aggiunta del secondo sarà all’una del primo gennaio.

La rotazione ‘irregolare’ della Terra
Il tempo impiegato dalla Terra per fare una rotazione completa non è esattamente di 24 ore, ossia 86.400 secondi: può non essere sempre regolare a causa delle maree o di interazioni gravitazionali e generalmente è di una frazione di secondo in più. Uno scarto praticamente impercettibile, ma che si somma giorno dopo giorno fino a totalizzare un secondo nell’arco di nemmeno due anni.

Orologi atomici e rotazione terrestre
“Oggi il tempo si misura per mezzo degli orologi atomici custoditi negli istituti metrologici nazionali di tutto il mondo”, ha detto Patrizia Tavella, responsabile del Laboratorio dell’Inrim dedicato alla misura del tempo.Ma l’ora degli orologi atomici non equivale a quella basata sulla rotazione della Terra e “per mantenere in accordo la scala di tempo basata sulla rotazione terrestre con quella degli orologi atomici – ha proseguito – si aggiunge o si sottrae un secondo intero alla durata di un determinato giorno”. Il risultato finale è quello che viene chiamato Tempo Universale Coordinato (Utc), il fuso orario di Londra, e usato quotidianamente da tutti i dispositivi elettronici.

L’esigenza della sincronizzazione
A decidere se e quando introdurre nuovi secondi è l’International Earth Rotation and Reference Systems Service (Iers) di Parigi e la decisione è stata adottata per la prima volta il 30 giugno 1972. Il nuovo intervento è programmato per la mezzanotte Utc del primo gennaio 2017. Avere un controllo così dettagliato dell’orario non è dettato da semplice pignoleria, ma dalle necessità di una società fortemente legata alla sincronizzazione degli orologi, ad esempio per le transazioni bancarie o le telecomunicazioni.

Confusione in agguato
La scelta di aggiungere il secondo intercalare non avviene in modo regolare, ma viene presa solo quando serve, anche perchè questo intervento potrebbe comportare dei problemi. “Ad esempio – ha spiegato Tavella – ai sistemi operativi, ai sistemi satellitari globali di navigazione, o alle reti di telecomunicazioni, che a un certo punto, nello stesso momento, devono cambiare ora”. L’esperta ha rilevato che “non è sempre facile gestire tale operazione in automatico e c’è chi spalma il secondo su un minuto, chi lo aggiunge prima, chi dopo… Si rischia sempre di fare confusione”.

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I santi del 31 Dicembre 2016

San SILVESTRO I   Papa – Memoria Facoltativa
m. 335
(Papa dal 31/01/314 al 31/12/335) Silvestro è il primo Papa di una Chiesa non più minacciata dalle terribili persecuzioni dei primi secoli. Nell’anno 313, infa…
www.santiebeati.it/dettaglio/30600

San ZOTICO DI COSTANTINOPOLI
Sacerdote e organizzatore dell’orfanotrofio di Costantinopoli. Forse martire (?).
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San BARBAZIANO DI RAVENNA
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Santa MELANIA LA GIOVANE   Penitente
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Santa DONATA E COMPAGNE   Martire a Roma
Roma I secolo
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San GIOVANNI FRANCESCO REGIS   Sacerdote gesuita
Font-Couverte, Languedoc, Francia, 31 gennaio 1597 – La Louvesc, Dauphine, 31 dicembre 1640
Nacque a Font-Couverte, in Francia, il 31 gennaio 1597. Ancora ragazzo, Francesco Regis dimostrò subito grande amore per lo studio e per la religione, così venne intr…
www.santiebeati.it/dettaglio/66225

Santa CATERINA LABOURé   Vergine
Fain-les-Moutiers, Borgogna, 2 maggio 1806 – Parigi, 31 dicembre 1876
Caterina Labouré visse i suoi primi 24 anni in una famiglia numerosa (10 fratelli) nella fattoria dei genitori, presso Chatillon (Francia). Nel 1830 entrò tra le Figl…
www.santiebeati.it/dettaglio/79550

Santa COLOMBA DI SENS   Vergine e martire
† Sens, Gallia, III secolo
Titolare della Chiesa Cattedrale, santa Colomba proveniva da una famiglia pagana; dopo essere stata battezzata, si trasferì a Sens in Francia. Fu martirizzata per ordine dell’Imper…
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Santa PAOLINA   Vergine e martire
Venerata a Borgosesia.
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San MARIO DI LOSANNA   Vescovo
530 – Losanna, 31 dicembre 594
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Beato LEANDRO GóMEZ GIL   Religioso trappista, martire
Hontomín, Spagna, 13 marzo 1915 – Santander, Spagna, 31 dicembre 1936
Il 29 dicembre un converso a voti temporanei presso il Monastero trappista di Viaceli, Leandro Gómez Gil, fu scoperto dai miliziani in una casa privata: apparteneva al grupp…
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Beata GIUSEPPINA NICOLI   Suora vincenziana
Casatisma, 18 novembre 1863 – Cagliari, 31 dicembre 1924
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Beato LUIGI VIDAURRáZAGA GONZáLEZ   Sacerdote benedettino, martire
Bilbao, Spagna, 13 settembre 1901 – La Elipa, Spagna, 31 dicembre 1936
Padre Luis Vidaurrázaga González, monaco benedettino, era il membro più giovane della comunità monastica di Nostra Signora di Montserrat a Madrid allo s…
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Beato DOMENICO DE CUBELLS   Mercedario
Grande predicatore mercedario fu, il Beato Domenico de Cubells, il quale fece onore all’Ordine ed al convento di Santa Maria di El Puig (Spagna), dove visse e morì. Portò il vangel…
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Beato ALANO DI SOLMINIHAC   Vescovo
Belet (Francia), 25 novembre 1593 – Mercués (Francia), 31 dicembre 1659
Il beato francese Alano di Solminihac, canonico regolare di Sant’Agostino e vescovo di Cahors, tentò in ogni modo di cambiare i costumi del popolo con le visite pastorali e con amm…
www.santiebeati.it/dettaglio/92533

CHIESA ITALIANA A Bologna la Marcia della pace 2016: “Innamorarsi di un sogno”

Per la prima volta si svolgerà a Bologna, il 31 dicembre, la tradizionale Marcia nazionale della pace promossa da Pax Christi, Ufficio nazionale Cei per i problemi sociali e il lavoro, Caritas italiana, Azione cattolica italiana e arcidiocesi di Bologna. Una maniera alternativa di trascorrere il Capodanno, centrata quest’anno sui temi della nonviolenza e del disarmo. Ne parla mons. Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi.

“Venite a Bologna per continuare a nutrire il sogno della pace”: è l’appello che monsignor Giovanni Ricchiuti, vescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti e presidente di Pax Christi Italia, rivolge soprattutto a giovani e meno giovani, per vivere la notte di Capodanno in maniera veramente alternativa: si svolgerà stavolta a Bologna, per la prima volta, la 49ma edizione della Marcia della pace 2016, storicamente organizzata ogni 31 dicembre da Pax Christi, Ufficio nazionale Cei per i problemi sociali e il lavoro, Caritas italiana, Azione cattolica italiana e arcidiocesi di Bologna.Lo scorso anno si è tenuta a Molfetta, terra di don Tonino Bello, con la partecipazione di migliaia di persone. Quest’anno si spera di averne altrettante e di dare vita ad un evento speciale, con tanti ospiti importanti e la celebrazione eucaristica nella Basilica di San Francesco presieduta da monsignor Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna. Il tema è, come consueto, quello del Messaggio del Papa per la Giornata mondiale della pace 2017: “La nonviolenza: stile di una politica per la pace“.

news_marcia_pace_bologna_2016_line_mediumPer la prima volta a Bologna. Il disarmo totale per porre fine a guerre e conflitti, la nonviolenza come prassi di vita, nell’uso del linguaggio, sono i temi che faranno da filo conduttore all’edizione di quest’anno, che presenta diverse novità: “Per la prima volta si svolge a Bologna, un luogo significativo per le stragi che hanno segnato la storia dell’Italia – ricorda monsignor Ricchiuti -. Inoltre Bologna è una prestigiosa sede vescovile ed universitaria”. La marcia di quest’anno intende esprimere “un rinnovato entusiasmo da parte del popolo della pace, che vuole essere

spina nel fianco di un certo modo di fare politica ed affrontare i conflitti nel mondo”.

011008-033L’ipocrisia della guerra, tra armi e aiuti.  Il presidente di Pax Christi non teme, infatti, di fare riferimenti concreti alla situazione politica e sociale italiana: “Certo, non è facile svolgere questo compito in un Paese in cui il nostro premier, poche settimane fa, ha affermato che se gli altri Paesi vendono armi allora possiamo venderle anche noi. Ma è una grande ipocrisia mandare armi da una parte e aiuti umanitari dall’altra. Se siamo perseveranti e coerenti credo che il sogno prima o poi diventerà realtà”. La parola nonviolenza, ad esempio, “è stata sdoganata da Papa Francesco nel suo messaggio, perché il primo nonviolento è stato Gesù”. Proprio per questo, prosegue,

“definirsi cattolici ed accettare, sia pure come extrema ratio, di possedere ed usare un arma perché si ha paura dei furti, è un atteggiamento che contraddice pienamente il Vangelo”.

La strada giusta, a suo avviso, è “la difesa civile nonviolenta”: i metodi esistono e sono collaudati, altrimenti “si innesca la solita spirale perversa di rispondere alla violenza con la violenza”.

“Innamorarsi del sogno della pace”. L’invito ai giovani, che negli ultimi tempi scarseggiano all’interno di un movimento come Pax Christi che ha 60 anni di vita, è quello di “innamorarsi del sogno della pace, perché il presente e il futuro dipendono da come noi prendiamo in mano questo tempo, da impastare come fa la massaia con il pane”. Attualmente gli iscritti al movimento sono circa 500 in tutta Italia, con migliaia di simpatizzanti. La Marcia del 31 dicembre inizierà alle 14.30 con un raduno e la Festa della pace nei Giardini Margherita (palazzina Liberty Collamarini). Alle 16.45 si svolgerà un momento interreligioso con testimonianze a Piazza San Domenico, alle 18 il Te deum con altre testimonianze, alle 20.30 una tavola rotonda al Paladozza e alle 22.30 l’evento si chiuderà con la concelebrazione eucaristica nella Basilica di San Francesco presieduta dall’arcivescovo di Bologna Matteo Maria Zuppi, secondo il quale la nonviolenza “non è soltanto un buon sentimento, ma una scelta politica”. Tra i relatori mons. Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto; il vescovo emerito mons. Luigi Bettazzi; don Renato Sacco e don Fabio Corazzina di Pax Christi; Paolo Beccegato, vicedirettore di Caritas italiana; Angela Dogliotti, del Centro studi Sereno Regis di Torino; fratel Luca Daolio, della Piccola famiglia dell’Annunziata. Molto attese due testimonianze da zone di guerra, Siria e Israele/Palestina: Tamar Mikalli, di Aleppo e Hafez Huraini del coordinamento nonviolento dei pastori di At-Tuwani, nelle colline a sud di Hebron.

sir

Nella liturgia bizantina del tempo natalizio. La fede di Giuseppe

L’Osservatore Romano

(Manuel Nin) L’ufficiatura bizantina celebra san Giuseppe, lo sposo della Madre di Dio, la domenica precedente il Natale e in quella successiva. Diversi testi e la stessa icona della festa di Natale ne presentano la figura sotto diversi aspetti, ma in modo speciale come uomo della confessione di fede, che è quella della Chiesa.
Giuseppe è la figura umile e discreta in un angolo dell’icona, in atteggiamento pensieroso, quasi dubbioso di fronte ai due grandi misteri che lo sorpassano: la verginità di Maria e soprattutto la vera incarnazione del Verbo di Dio. E diventa modello di ognuno di noi che, guidati e ammaestrati dalla Chiesa, confessiamo la nostra fede, feriti tante volte dal dubbio, confermati dalla fiducia di Maria, figura a sua volta della Chiesa stessa. In molti testi di questi giorni prima e dopo il Natale, Maria diventa per Giuseppe e per ogni fedele, la guida, quasi la pedagoga che prende per mano e conduce alla fede. La figura di Giuseppe è presentata sempre come quella di un uomo aperto al mistero di Dio, e il suo dubbio e la sua professione di fede sono in rapporto alla vera incarnazione del Verbo di Dio: «Saliamo con la mente a Betlemme e con i pensieri dell’anima contempliamo la Vergine che si appresta a partorire nella grotta il Signore dell’universo e Dio nostro; Giuseppe, considerando la grandezza delle meraviglie di Dio, pensava di vedere un semplice uomo in questo bambino avvolto in fasce, ma dai fatti comprendeva che egli era il vero Dio, colui che elargisce alle anime nostre la grande misericordia».
Due testi ci richiamano alla festa dell’ingresso della Madre di Dio nel tempio: «Inneggiando alla Vergine che portava in seno il Verbo sempiterno, il giusto Giuseppe esclamava: Ti vedo divenuta tempio del Signore, perché tu porti colui che viene a salvare tutti i mortali e a rendere templi divini, nella sua misericordia, coloro che lo celebrano. Non affliggerti, Giuseppe, osservando il mio grembo: vedrai infatti colui che da me nascerà e ti rallegrerai, e come Dio lo adorerai».
Betlemme, il luogo della nascita di Cristo, diventa una chiesa, e la nascita stessa del Signore quasi una liturgia dove si congiungono in un’unica celebrazione la Natività di Cristo e la sua Pasqua. E di questa liturgia la mangiatoia è l’altare e allo stesso tempo la tomba di Cristo, e le fasce, chiamate «teofore», cioè “portatrici di Dio”, la testimonianza della sua risurrezione: «Su, Betlemme, prepara ciò che serve al parto; vieni Giuseppe a farti registrare con Maria; santissima è la mangiatoia, teofore le fasce: la vita, in esse avvolta, spezzerà le catene della morte, stringendo i mortali per renderli incorruttibili, o Cristo, Dio nostro».
Il dubbio di Giuseppe, che tante volte è quello dell’umanità intera, viene messo in primo piano, come nell’icona stessa: «Maria, che è questo fatto che io vedo in te? Non so che pensare nel mio stupore e la mia mente è sbigottita. In luogo di onore, mi hai portato vergogna; in luogo di letizia, tristezza; in luogo di lode, biasimo. Ti avevo ricevuta irreprensibile da parte dei sacerdoti, dal tempio del Signore: e ora cos’è ciò che vedo?». La risposta al dubbio di Giuseppe viene messa in bocca a Maria, cioè alla Chiesa: «Perché, vedendomi incinta, sei cupo e turbato, ignorando del tutto il tremendo mistero che mi riguarda? Deponi ormai ogni timore, e considera il prodigio: Dio, nella sua misericordia, discende sulla terra, nel mio grembo, e qui ha preso carne».
La risposta di fede di Giuseppe, e quella di ogni cristiano, poggia sulle profezie veterotestamentarie: «Di’ a noi Giuseppe, come conduci incinta a Betlemme la Vergine che hai presa dal santo dei santi. Ci risponde: Io ho esaminato i profeti, e, ricevuto il responso da un angelo, sono persuaso che, in modo inesplicabile, Maria genererà Dio: per adorarlo verranno magi dall’oriente e gli renderanno culto con doni preziosi».
E lo stesso Giuseppe, testimone della vera nascita del Verbo di Dio incarnato, ne diventa annunciatore anche ai profeti che l’hanno preceduto: «Annuncia, Giuseppe, i prodigi al padre di Dio, Davide: tu hai visto la Vergine incinta, insieme ai magi hai adorato, con i pastori hai glorificato, da un angelo hai avuto la rivelazione. Sei divenuto pari in onore a tutti gli angeli, i profeti e i martiri, o beato, e vero consorte dei sapienti apostoli: con loro dunque, sempre ti proclamiamo beato e veneriamo, o Giuseppe, la tua sacra memoria».
In un angolo dell’icona, nella discrezione, Giuseppe è anche potente intercessore: «La tua memoria invita alla letizia tutti i confini della terra, e li induce a lodare il Verbo che ti ha glorificato. Tu che stai con franchezza presso il Cristo, intercedi incessantemente per noi. Tu hai custodito la pura che custodiva integra la verginità, e dalla quale si è incarnato il Verbo Dio, conservandola vergine dopo la sua nascita ineffabile: insieme a lei, o teoforo Giuseppe, ricordati di noi».

Incenso, preghiere e spade: viaggio nelle religioni nascoste

Qual è il tuo Dio? In una cascina davanti alle risaie di Vercelli puoi pregare gli spiriti del Candomblé. Un culto misto, africano e brasiliano, che promette di mandare via fatiche e dolori, danzando e facendo l’umbanda: servizi magici per una vita migliore. Ci sono gli etiopi ortodossi che pregano in una chiesa di Milano in via Quintosole, gli indù di Pegognaga in provincia di Mantova. E gli ahmadi di Gavaseto, Bologna.

Sono considerati musulmani eretici. Loro seguono la massima del fondatore Mirza Ghulam Amhad: «Amore per tutti, odio per nessuno». Cercano costantemente il dialogo con chi prega in maniera differente da loro.

Sono almeno 836 i culti praticati in Italia, secondo i sociologi Massimo Introvigne e Pier Luigi Zoccatelli. Fedi storiche consolidate ed altre minoritarie, con pochissimi seguaci. Come gli occultisti del Sovrano Ordine della Via della Luce, che si trovano in mezzo ai campi nel Novarese e, armati di spade, celebrano il rito inventato da Aleister Crowley. Complessivamente i non cattolici in Italia sono oltre 4 milioni. Una galassia di storie, tradizioni e altre culture.

Nel tempio sikh

La cosa più bella è essere accolti in un mondo completamente diverso senza bisogno di alcun appuntamento, come succede, ad esempio, al tempio dei sikh di Novellara. Il più grande d’Italia. «Il mio nome è Iqbal Singh, 53 anni, vengo da Lambra, Punjab, India. Sono arrivato qui nel 1982. Il mio primo lavoro è stato portare in giro i manifesti pubblicitari del circo di Bari, poi ho fatto il contadino per molti anni». Il signor Singh oggi si occupa della lavorazione degli gnocchi nello stabilimento della Grande Pastai di Correggio: «Nella mia terra siamo tutti contadini. Ma qui ho imparato tanto altro e sono cresciuto, mi sono sposato e ho fatto studiare i miei figli. Il mio stipendio adesso è di 1600 euro al mese». È lui il custode del tempio di Novellara. Durante la festa di primavera arrivano qui oltre ventimila persone, mentre in una domenica qualunque, a partire dalle dieci di mattina, si radunano in media cinque mila fedeli di questa religione indiana.

 

(Novellara, Reggio Emilia. Qui sorge uno dei più grandi templi Sikh in Europa. La comunità sikh è molto integrata nel territorio e tanti lavorano nei vicini stabilimenti per la produzione del Parmigiano. I fedeli del culto sikh in Italia sono oltre 85 mila e pregano un Creatore, che si manifesta attraverso il Creato, raggiungibile con la preghiera e l’aiuto di una guida, o guru)

I copricapo arancioni

Il tempio è fra i capannoni industriali nel distretto del parmigiano. Moltissimi lavoratori sono di fede sikh. Una religione che il custode del tempio spiega in questo modo: «Abbiamo cinque simboli. La barba deve essere lunga, perché così ci ha creato dio e non sarebbe rispettoso tagliarla. Portiamo un pugnale sotto la camicia, teniamo questo braccialetto, una pietra custodita nel turbante e indossiamo delle mutande particolari». Chi vuole entrare, deve lasciare scarpe e calze all’ingresso, coprirsi il capo con un velo arancione. I sikh sono devoti del Guru Granth Sahib, i principi sacri sono: ricordare il Creatore in ogni momento, guadagnare lavorando onestamente, condividere il guadagno. Ognuno qui riceve un pasto al giorno senza dover pagare, in qualsiasi momento. «Abbiamo il riso per una persona come per mille», dice orgogliosamente il custode Iqbal Singh. Al piano superiore c’è la stanza della preghiera con i paramenti sacri esposti e la stanza, circondata da vetri blindati, per riporli «a riposare». Al piano di sotto una cucina e una gigantesca stanza con lunghi tappeti su cui sedersi a mangiare.

(Funo, Bologna. Festa del Raccolto della Celestial Church of Christ, religione fondata in Benin nel 1947. Questo culto fa parte del cosiddetto “cristianesimo Aladura” in cui si presta particolare enfasi a preghiera, profezie, visioni e sogni)

«Devo ringraziare l’Italia che mi ha accolto e dato da mangiare, non ho mai sentito razzismo contro di me», dice Singh. «Adesso sono un po’ preoccupato, però. C’è molta crisi anche qui in Emilia-Romagna. Negozi che chiudono, fabbriche che vanno a produrre altrove. Mio figlio è andato a cercare fortuna a Londra. Speriamo che l’Italia si tiri fuori da questa situazione. Il mio lavoro per adesso va bene. Appena finisco il turno al pastificio, vengo qui. Le nostre porte sono sempre aperte».

Il villaggio degli asceti

È l’Italia dei piccoli Comuni. Bisogna percorrere duecento chilometri in direzione Nord-Ovest, per arrivare a Chignolo d’Isola, nella zona di Bergamo. Un piccolo paese conosciuto soprattutto per una ragione tragica: a febbraio del 2011, in un campo incolto venne ritrovato il corpo senza vita di Yara Gambirasio. Ma proprio lì vicino, oltre i capannoni della zona industriale, c’è anche un villaggio unico in Europa. Quello degli Hare Krishna.

È così grande da essere una frazione del paese, con un codice d’avviamento postale e strade interne. Nelle villette disseminate sulla collina vivono 160 persone. Quasi tutte sono seguaci del culto di Sua Grazia Divina, Bhaktivedanta Swami Prabhupada, l’asceta induista originario del Bengala Occidentale che fondò il culto nel 1966 a New York. Pace, ferree regole alimentari e il mantra: Krishna Krishna Hare Hare, Hare Rama Hare Rama, Rama Rama Hare Hare.

(Chignolo d’Isola, Bergamo. La comunità Hare Krishna pratica una forma di induismo che considera Visnu, come Essere supremo. I membri di questo movimento religioso osservano una vita monastica, austera e disciplinata)

Il cancello è aperto. Alla fine della strada, dopo curve e salite, c’è il tempio. Lì, alle due di pomeriggio, incontriamo Antonio Cigarini da Reggio Emilia: «Facevo l’odontotecnico, avevo successo con le ragazze e un discreta disponibilità finanziaria, ma pur avendo ogni bene non riuscivo ad essere felice. Ero tormentato da domande a cui non ero in grado di rispondere. Perché qualcuno vive e qualcun altro muore? Morì mio padre, soffrendo molto. Era il 1989 quando decisi di cambiare vita. Continuavo a fare l’odontotecnico, ma andai ad abitare con i monaci Hare Krishna di Bologna». Adesso è monaco missionario anche lui, in Italia sono quattrocento. Si occupa dei nuovi arrivati, distribuisce libri religiosi per le strade che dal villaggio arrivano a Milano, pronuncia il rito quando è il suo turno.

La meditazione all’alba

Nell’edificio del tempio abitano in sedici. Vivono di carità. Anche il terreno è stato donato da un fedele. La domenica si ritrovano a pregare circa duecento persone. «Il nostro motto è: vita semplice, pensiero elevato». Sveglia alle 4. Prima funzione alle 4,30. Abluzioni, meditazione. «Da quando sono qui le mie giornate iniziano sempre con un sapore dolce», dice il signor Cigarini. Seguono quattro principi regolatori. Niente carne né pesce. Nessun intossicante: caffè, sigarette, alcol. Vietato il gioco d’azzardo in ogni sua forma, mentre il sesso è consentito solo all’interno del matrimonio per procreare. «Io e mia moglie, che non vogliamo figli, siamo sposati da 16 anni e non lo abbiamo mai fatto».

(Oleggio, Novara. Alcuni membri di SOTVL, Sovrano Ordine del Tempio della Via della Luce, celebrano il Solstizio di Primavera. Quest’ordine pratica la dottrina magico mistica di Alister Crowley, la corrente 93)

Dice di aver trovato le risposte che cercava. Saluta tutti con nomi indiani, sorride ad ogni passo. Crede nell’eternità, nella reincarnazione che chiama legge del karma. Si dichiara felice: «Anche io ho dolori e acciacchi. Ma noi non siamo qui per il nostro corpo. Siamo persone normalissime che hanno deciso di dedicare la maggior parte del tempo alla spiritualità. Il nostro obiettivo, come quello di tutti i credenti, è tornare da Dio. Alla fine».

Il fotografo

Gianmarco Maraviglia fa parte dell’agenzia di fotogiornalismo Echo di cui è fondatore. Lavora su progetti a lungo termine dedicandosi a temi di carattere multiculturale. Da tempo la sua ricerca riguarda le religioni, i rituali e le cerimonie in tutto il mondo. Su queste pagine pubblichiamo la parte del suo progetto dedicato alle religioni straniere in Italia.

lastampa.it

La Giornata mondiale per la pace del 1° gennaio e l’alternativa strategica della nonviolenza. L’invito di Papa Francesco: la forza della violenza e delle armi è ingannevole

(a cura Redazione “Il sismografo”)

(Luis Badilla – Francesco Gagliano – ©copyright) “Facciamo della nonviolenza attiva il nostro stile di vita“: è l’invito che Papa Francesco affida nel consueto Messaggio pubblicato per celebrare la Giornata mondiale della Pace, il primo giorno di ogni anno. Quella del 1° gennaio 2017 segnerà la 50.ma edizione di questa iniziativa per la pace, nata in seno al Concilio Ecumenico Vaticano II e istituita mezzo secolo fa dal beato Paolo VI. Il Messaggio già nel suo titolo profila il suo programma: “La nonviolenza: stile di una politica per la pace”, uno stile, quindi, volto a spezzare la “spirale diabolica della violenza”. Il teologo e filosofo italiano Giulio Girardi, deceduto nel 2012, in uno dei ultimi libri si domandava:

“E’ attuale nei vari settori della società odierna (politica, economia, ecologia, religione, cultura, educazione) la ricerca di un’alternativa alla violenza, oppure è giocoforza riconoscere che la violenza, e quindi la morte, è l’ultima parola della storia? E’ attuale nell’epoca della globalizzazione neoliberale un progetto di alternativa economica imperniato su comunità e progetti locali?”
Papa Francesco conclude il suo Messaggio per la Giornata di dopodomani con questo “invito”, articolato in tre passaggi:
1) Limitare l’uso della forza
La costruzione della pace mediante la nonviolenza attiva è elemento necessario e coerente con i continui sforzi della Chiesa per limitare l’uso della forza attraverso le norme morali, mediante la sua partecipazione ai lavori delle istituzioni internazionali e grazie al contributo competente di tanti cristiani all’elaborazione della legislazione a tutti i livelli. Gesù stesso ci offre un “manuale” di questa strategia di costruzione della pace nel cosiddetto Discorso della montagna. Le otto Beatitudini (cfr Mt 5,3-10) tracciano il profilo della persona che possiamo definire beata, buona e autentica. Beati i miti – dice Gesù –, i misericordiosi, gli operatori di pace, i puri di cuore, coloro che hanno fame e sete di giustizia.
2) La solidarietà, stile di convivenza
Questo è anche un programma e una sfida per i leader politici e religiosi, per i responsabili delle istituzioni internazionali e i dirigenti delle imprese e dei media di tutto il mondo: applicare le Beatitudini nel modo in cui esercitano le proprie responsabilità. Una sfida a costruire la società, la comunità o l’impresa di cui sono responsabili con lo stile degli operatori di pace; a dare prova di misericordia rifiutando di scartare le persone, danneggiare l’ambiente e voler vincere ad ogni costo. Questo richiede la disponibilità «di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo». Operare in questo modo significa scegliere la solidarietà come stile per fare la storia e costruire l’amicizia sociale. La nonviolenza attiva è un modo per mostrare che davvero l’unità è più potente e più feconda del conflitto. Tutto nel mondo è intimamente connesso. Certo, può accadere che le differenze generino attriti: affrontiamoli in maniera costruttiva e nonviolenta, così che «le tensioni e gli opposti [possano] raggiungere una pluriforme unità che genera nuova vita», conservando «le preziose potenzialità delle polarità in contrasto».
3) Il servizio e il contributo della Chiesa
Assicuro che la Chiesa Cattolica accompagnerà ogni tentativo di costruzione della pace anche attraverso la nonviolenza attiva e creativa. Il 1° gennaio 2017 vede la luce il nuovo Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, che aiuterà la Chiesa a promuovere in modo sempre più efficace «i beni incommensurabili della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato» e della sollecitudine verso i migranti, «i bisognosi, gli ammalati e gli esclusi, gli emarginati e le vittime dei conflitti armati e delle catastrofi naturali, i carcerati, i disoccupati e le vittime di qualunque forma di schiavitù e di tortura». Ogni azione in questa direzione, per quanto modesta, contribuisce a costruire un mondo libero dalla violenza, primo passo verso la giustizia e la pace.
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Gandhi: “Non violenza e codardia si accompagnano male”
Sull’alternativa strategica nonviolenta Girardi aggiungeva questa importante riflessione di grande attualità: ” La nostra riflessione è consistita, in definitiva, nell’approfondire il senso della domanda, cioè del progetto alternativo di civiltà che essa ipotizza, nei suoi molteplici aspetti. Tale esplorazione ha reso più evidente la totale inattualità di Gandhi dal punto di vista della cultura oggi dominante: quella del neoliberalismo. Essa infatti non solo rappresenta una risposta radicalmente negativa agli interrogativi da lui sollevati, ma crea delle condizioni e dei condizionamenti tali, per cui le stesse domande sono soffocate, non possono più venire formulate, non hanno più senso. Soffocare le domande significa bloccare in partenza ogni ricerca intesa a rispondervi. Significa seppellire definitivamente la speranza. Riconoscere l’attualità di Gandhi significa invece rilanciare la sfida al fatalismo, scommettere sulla possibilità e sull’urgenza di una vittoria della forza del diritto, della verità, dell’amore. Si tratta di una prospettiva puramente ideale? Si e no. Si, perché questo progetto non corrisponde a nessuna realtà esistente. No, perché esso, se adottato, influisce realmente sul presente come un’ipotesi storica feconda, che stimola la creatività intellettuale e l’audacia operativa a rompere le barriere del sistema di morte. Ecco perché la risposta alla domanda sull’attualità di Gandhi è così impegnativa. Perché è inseparabile dalle scelte di fondo, etiche, politiche, economiche e religiose di ciascuno e ciascuna. Il significato più profondo e più inquietante dell’incontro con Gandhi è proprio questo: ci obbliga a verificare le nostre scelte e a domandarci se esistano ancora per noi delle ragioni di vivere, di lottare e sperare.”
Sulla resistenza passiva Gandhi diceva: “Non violenza e codardia si accompagnano male. Posso immaginare un uomo armato fino ai denti che sia, in cuor suo, un codardo. Il possesso di armi implica un elemento di paura, se non di vigliaccheria. La vera non-violenza è invece impossibile ove non si possegga un indomito coraggio”.
Violenza e mondo frantumato
Papa Francesco nel suo Messaggio osserva: “La violenza non è la cura per il nostro mondo frantumato. Rispondere alla violenza con la violenza conduce, nella migliore delle ipotesi, a migrazioni forzate e a immani sofferenze, poiché grandi quantità di risorse sono destinate a scopi militari e sottratte alle esigenze quotidiane dei giovani, delle famiglie in difficoltà, degli anziani, dei malati, della grande maggioranza degli abitanti del mondo. Nel peggiore dei casi, può portare alla morte, fisica e spirituale, di molti, se non addirittura di tutti.” Poi il Papa ricorda l’Angelus di Benedetto XVI del 18 febbraio 2007. “Essere veri discepoli di Gesù oggi significa aderire anche alla sua proposta di nonviolenza. Essa – come ha affermato il mio predecessore Benedetto XVI – «è realistica, perché tiene conto che nel mondo c’è troppa violenza, troppa ingiustizia, e dunque non si può superare questa situazione se non contrapponendo un di più di amore, un di più di bontà. Questo “di più” viene da Dio». Ed egli aggiungeva con grande forza: «La nonviolenza per i cristiani non è un mero comportamento tattico, bensì un modo di essere della persona, l’atteggiamento di chi è così convinto dell’amore di Dio e della sua potenza, che non ha paura di affrontare il male con le sole armi dell’amore e della verità. L’amore del nemico costituisce il nucleo della “rivoluzione cristiana”». Giustamente il vangelo dell’amate i vostri nemici (cfr Lc 6,27) viene considerato «la magna charta della nonviolenza cristiana»: esso non consiste «nell’arrendersi al male […] ma nel rispondere al male con il bene (cfr Rm 12,17-21), spezzando in tal modo la catena dell’ingiustizia».”
In mezzo alle armi, la legge tace (Cicerone)
La conclusione del Messaggio del Papa
Francesco nel suo Messaggio per la Giornata del 1° gennaio conclude con affermazioni forti e veritiere: “La nonviolenza è talvolta intesa nel senso di resa, disimpegno e passività, ma in realtà non è così. Quando Madre Teresa ricevette il premio Nobel per la Pace nel 1979, dichiarò chiaramente il suo messaggio di nonviolenza attiva: «Nella nostra famiglia non abbiamo bisogno di bombe e di armi, di distruggere per portare pace, ma solo di stare insieme, di amarci gli uni gli altri […] E potremo superare tutto il male che c’è nel mondo». Perché la forza delle armi è ingannevole. «Mentre i trafficanti di armi fanno il loro lavoro, ci sono i poveri operatori di pace che soltanto per aiutare una persona, un’altra, un’altra, un’altra, danno la vita»; per questi operatori di pace, Madre Teresa è «un simbolo, un’icona dei nostri tempi». Nello scorso mese di settembre ho avuto la grande gioia di proclamarla Santa. Ho elogiato la sua disponibilità verso tutti attraverso «l’accoglienza e la difesa della vita umana, quella non nata e quella abbandonata e scartata. […] Si è chinata sulle persone sfinite, lasciate morire ai margini delle strade, riconoscendo la dignità che Dio aveva loro dato; ha fatto sentire la sua voce ai potenti della terra, perché riconoscessero le loro colpe dinanzi ai crimini – dinanzi ai crimini! – della povertà creata da loro stessi». In risposta, la sua missione – e in questo rappresenta migliaia, anzi milioni di persone – è andare incontro alle vittime con generosità e dedizione, toccando e fasciando ogni corpo ferito, guarendo ogni vita spezzata.”

Preti sposati ancora no. Ma in Germania si ricorre ai laici per i funerali

“Sempre meno sacerdoti nella Chiesa cattolica e sempre più parrocchie prive di pastori in Germania. Accade così che i vescovi hanno iniziato a coinvolgere i fedeli laici nella celebrazione dei funerali.  Al via dunque i corsi per la preparazione teologica, liturgica e pastorale riservati ai fedeli che intendono occuparsi della vita delle comunità cattoliche. Per accedere a questo servizio è necessario essere persone conosciute in diocesi e che aver svolto attività pastorale e di volontariato attivo.

Per la verità, la somministrazione di alcuni Sacramenti nell’ambito dei bisogni delle comunità cattoliche, non è un’eccezione liturgica, ma una prassi ben contemplata dalla pastorale dei laici, confermata sia dalla Congregazione per il clero, sia dalla Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti.

I laici che prestano servizio in un settore così delicato e particolare come quello dei riti funebri, necessitano di una formazione teologica importante. In questo caso si tratta della settima Opera di Misericordia, l’inumazione dei defunti. E’ un compito affidato da Gesù alla comunità cristiana, affinché possa confortare coloro che vivono il momento del lutto e pregare per il defunto perché venga accolto da Dio nel Regno dei Cieli.

Ludger Weijers, uno dei sei partecipanti al corso organizzato dalla diocesi di Essen, ha raccontato i contenuti della formazione ricevuta, soffermandosi sugli aspetti liturgici e teologici, sulle tecniche omiletiche e sull’approccio psicologico e compassionevole nei confronti dei parenti dei defunti.

Il funerale celebrato da un volontario laico, che non deve intendersi come “consacrato-ministro del funerale”, manca però di celebrazione eucaristica e si limita all’addio al defunto, benedicendone la salma e accompagnandola verso la tomba.

Cambiano i tempi, diminuiscono i sacerdoti e la Chiesa si riorganizza… e chissà se un giorno, come cantava Lucio Dalla, anche preti potranno sposarsi, ma soltanto a una certa età”.

Per il movimento internazionale dei sacerdoti lavoratori italiani, che da anni senza riscontro ha offerto collaborazione a Papa Francesco e ai Vescovi, è arrivato il momento adatto per riaccogliere nel ministero i preti sposati che sono una grande risorsa per la Chiesa.

Le orge del prete, feste sadomaso con tre signore. E non solo

Il sospetto dello sfruttamento della prostituzione. E di altre signore coinvolte.

Sui preti che sbagliano le abbiamo sentite tutte. La casistica è ricca e imprevedibile. Tanti quelli innamorati. Quelli in fuga con qualche donna (o uomo). Quelli diventati papà in abito talare. Quelli che l’abito talare l’hanno tolto per qualche ora, giusto il tempo (è accaduto a Lagonegro), di partecipare a un festino gay. Quelli che hanno stuprato delle suore. Quelli – chissà come – ricchissimi. Quella con la decapottabile e il Rolex. Qualcuno – è successo in Irpinia – sotto processo per usura. Quelli palesemente nazisti. E i sodali xenofobi e razzisti.

Una casistica ricca, dunque (abbiamo escluso la pedofilia, lì non c’è appello…). Del resto sono uomini. E come tutti gli uomini sbagliano. Anche in modo grave.

Ma don Andrea Contin, parroco di San Lazzaro, ne supera tanti. E per distacco.

La sua storia sta facendo discutere. E molto. Non solo a San Lazzaro e in provincia di Padova. Ma in tutto il Paese. Un po’ perché il sesso e i preti quando vanno a braccetto diventano notizia. Ma non è il suo caso, perché il sesso di don Andrea era non solo estremo, ma configurabile come un reato penale.

A oggi sono spuntate tre amanti. Due donne divorziate e una separata. Tutte tra i 40 e i 50 anni. Coetanee del sacerdote. Tutte e tre ignare una delle altre.

Il parroco le ha aiutate, accudite, accarezzate. E sedotte. Se la storia finiva qui non meritava neppure di essere raccontata. Ma quello che accade dopo la seduzione è sconcertante. E lo hanno rivelato tutte e tre le presunte (fino all’eventuale condanna del parroco resteranno presunte), vittime.

Al parroco piaceva il sesso violento. Schiaffi, calci, sputi. Con annesse attrezzature sadomaso e vibratori. Materiale che è stato rinvenuto tutto nella stanza del piacere, in canonica.

I vibratori conservati con cura, seguendo l’ordine di grandezza (dal più piccolo al più grande). Poi i collari, da sistemare sulle signore. E molti video. Filmini realizzati dallo stesso sacerdote e custoditi con cura maniacale in porta cd con copertine “insospettabili”: le immagini degli ultimi pontefici.

Ma non è tutto, naturalmente. Il buon don Andrea avrebbe anche costretto le signore ad intrattenersi con altri uomini. Vere orge sadomaso. Con gli “ospiti” che – secondo l’accusa – avrebbero pagato. Proprio per questo gli inquirenti hanno ipotizzato l’induzione e lo sfruttamento della prostituzione.Oltre alla violenza privata.

Con il denaro intascato in queste gang bang, il prete si sarebbe potuto permettere viaggi, auto, vacanze in centri benessere. Accompagnato sempre da qualcuna delle signore.

Per gli investigatori non è tutto. C’è il sospetto che il numero di donne coinvolte nei giochini sia molto più alto. Nel frattempo don Andrea si è rifugiato all’estero, in una comunità protetta. Questa volta niente vacanza, nessuna vasca idromassaggio. E soprattutto nessuna donna ad accompagnarlo.

ottopagine.it

I santi del 30 Dicembre 2016

 

SANTA FAMIGLIA DI GESù, MARIA E GIUSEPPE    – Festa
Nazareth, Palestina, I secolo
Il Natale ci ha già mostrato la Sacra Famiglia raccolta nella grotta di Betlemme, ma oggi siamo invitati a contemplarla nella casetta di Nazareth, dove Maria e Giuseppe sono…
www.santiebeati.it/dettaglio/22175

San RUGGERO DI CANNE   Vescovo
Canne, Barletta, seconda metà dell’XI secolo – Canne, 30 dicembre 1129
Mentre l’antica città pugliese di Canne, già risorta altre volte dalle rovine, stava vivendo un’ulteriore disfatta causata dal normanno Roberto il Guiscardo, il vesco…
www.santiebeati.it/dettaglio/83450

Sant’ EGVINO   Vescovo
m. 717
www.santiebeati.it/dettaglio/83460

San RANIERO   Vescovo
m. 1077
www.santiebeati.it/dettaglio/83470

San GIOCONDO DI AOSTA   Vescovo
Aosta, sec. VI
Terzo vescovo della diocesi di Aosta.
www.santiebeati.it/dettaglio/90639

San FELICE I   Papa
m. 274
(Papa dal 05/01/269 al 30/12/274)Romano. Gli si attribuisce la disposizione a celebrare le Messe sopra le tombe che custodivano le reliquie dei martiri cristiani.
www.santiebeati.it/dettaglio/55150

San LORENZO DA FRAZZANò   Monaco
Nacque probabilmente intorno al 1116, nella piccola borgata di Frazzanò. I suoi genitori morirono nel giro di un anno, lasciando orfano il figlio. Lorenzo venne così affidato alla …
www.santiebeati.it/dettaglio/91774

Santi FILETERO (FILOTERO) ED EUBIOTO   Martiri
www.santiebeati.it/dettaglio/93579

Sant’ AINA
www.santiebeati.it/dettaglio/94375

San SAVINO DI ASSISI   Vescovo
Sec. III-IV
www.santiebeati.it/dettaglio/83400

Sant’ ERMETE
www.santiebeati.it/dettaglio/83410

Sant’ ANISIO DI TESSALONICA   Vescovo
m. 406
Partecipò al Sinodo di Capua e, per la sua fedeltà alla dottrina della Chiesa, ricevette grandi lodi da Santo Ambrogio.
www.santiebeati.it/dettaglio/83420

San PERPETUO DI TOURS   Vescovo
www.santiebeati.it/dettaglio/83430

San GEREMARO   Abate di Flay
www.santiebeati.it/dettaglio/83440

Sant’ EUGENIO DI MILANO   Vescovo
www.santiebeati.it/dettaglio/90109

Beati BERNARDO DE REBOLLEDO E GIOVANNI DE LUNA   Martiri mercedari
† Marsiglia, Francia, 1422
I Beati: Bernardo de Rebolledo, insigne mercedario per la dottrina, la carità e lo zelo nel predicare il vangelo, e Giovanni de Luna, discendente dei conti di Morada, che nell’anno…
www.santiebeati.it/dettaglio/94830

Beata EUGENIA RAVASCO   Fondatrice
Milano, 4 gennaio 1845 – Genova, 30 dicembre 1900
Nacque a Milano il 4 gennaio 1845 in una famiglia nobile e agiata, di sani principi cristiani. Eugenia Ravasco rimase però, già da bambina, orfana dei genitori e affidata agli zii,…
www.santiebeati.it/dettaglio/91505

Beata MARGHERITA COLONNA   Vergine
Palestrina, 1255 – 30 dicembre 1284
www.santiebeati.it/dettaglio/92313

Beato GIOVANNI MARIA BOCCARDO   Parroco, fondatore
Moncalieri (Torino), 20 novembre 1848 – Pancalieri (Torino), 30 dicembre 1913
Nasce a Moncalieri (Torino) il 20 novembre 1848; primogenito di dieci figli. Giovanni Maria Boccardo frequenta il ginnasio dei padri Barnabiti della città e poi entra in Sem…
www.santiebeati.it/dettaglio/91297

Riccardo Orioles è un giornalista antimafia, vittima di un’ingiustizia…

“Riccardo Orioles è un giornalista antimafia, vittima di un’ingiustizia che oggi non gli permette di avere accesso a una pensione dignitosa per continuare le cure per le sue patologie cardiache e gli acciacchi dovuti all’età.

 

«La sua carriera vissuta da scrittore e giornalista con la “schiena dritta” non gli ha riconosciuto una pensione degna di questo nome», scrive il giornalista Luca Salici.

 

Il suo appello:

https://www.change.org/p/una-pensione-da-giornalista-per-riccardo-orioles?utm_source=action_alert_sign&utm_medium=email&utm_campaign=694235&alert_id=BmHIAnPWaY_KimEpxvZ57LlocjFFNz1VLWV7cYJU1vSSm2ol3f5hSnaCOfksUBjl%2F9QhdVDoiwz

 

Mi chiamo Luca Salici e sono un giornalista nato a Catania 34 anni fa. Vivo e lavoro a Roma da un decennio. Ho un bimbo di 9 mesi, una splendida moglie e oggi mi sento sereno, anche se per la nostra generazione contraddistinta da una profonda precarietà – economica e quindi esistenziale – subisco gli alti e bassi di un Paese che ogni tanto dimentica di offrire sostegno ai suoi cittadini.

Da tempo non sopporto un’ingiustizia ai danni di una persona che reputo un grandissimo professionista, un maestro di vita per tanti giovani, un uomo che tutto lo Stato e il popolo italiano dovrebbero riconoscere come un grande intellettuale e scrittore. Mi riferisco a Riccardo Orioles, 67 anni, giornalista e fondatore de “I Siciliani” insieme a Pippo Fava – direttore della testata, ucciso dalla mafia il 5 gennaio 1984 – e ad una serie di “carusi” (giovani) nati e cresciuti alle pendici dell’Etna. [la storia del giornale > http://bit.ly/pippofava].

Riccardo Orioles oggi vive a Milazzo, sua città natale, con una pensione di vecchiaia che non gli consente di continuare le cure per le sue patologie cardiache e gli acciacchi dovuti all’età. La sua carriera – vissuta da scrittore e giornalista con la “schiena dritta” come si suol dire tra quelli che pensano a lui ogni tanto e magari gli danno anche una pacca sulla spalla – purtroppo non gli ha riconosciuto una pensione degna di questo nome: Riccardo ha ottenuto contributi pensionistici solo per quattro anni di lavoro.

La verità è che la libertà ha un prezzo, e quella di Riccardo – forse una delle penne (ancora in vita fortunatamente) più importanti d’Italia – è costata a lui più di qualunque altro, come racconta benissimo il videodoc di Elena Mortelliti (http://bit.ly/videodoc-orioles). Certamente le scelte professionali di Riccardo Orioles sono state diverse da tutte quelle dei suoi colleghi. Ma nessuno credo possa ritenerle giuste o sbagliate. Riccardo dal 6 gennaio 1984 ad oggi lavora per formare nuove generazioni di giornalisti: da Nord a Sud dell’Italia centinaia di cronisti, direttori e redattori di varie testate hanno trovato in lui un maestro della professione, della deontologia, dell’inchiesta. Soprattutto antimafia.

In questi anni a poco sono serviti gli appelli all’Ordine dei Giornalisti e alla Federazione Nazionale della Stampa Italiana. Riccardo continua a non arrivare a fine mese, sebbene continui a “lavorare”, svolgendo un prezioso incarico di formazione e consulenza per tanti colleghi giornalisti. In un cassetto conserva solo quei quattro anni di lavoro retribuito e “in regola” che ha avuto nella vita: un giornale importantissimo per l’antimafia e il nostro Paese come “I Siciliani” – prima e dopo l’uccisione di Pippo Fava – non ha mai avuto la stabilità finanziaria ed economica sufficiente per regolarizzare le posizioni di tutti i redattori e collaboratori.

Per questo Vi chiedo di far accedere Riccardo Orioles alla “Legge Bacchelli”, norma che ha istituito un fondo a favore di cittadini illustri che versino in stato di particolare necessità. Sarebbe l’unico modo per far usufruire di un contributo vitalizio utile al suo sostentamento. Il giornalista milazzese gode di tutti i requisiti per accedere all’aiuto: la cittadinanza italiana, l’assenza di condanne penali irrevocabili, la chiara fama e meriti acquisiti nel campo delle scienze, delle lettere, delle arti, dell’economia, del lavoro, dello sport e nel disimpegno di pubblici uffici o di attività svolte. Come lo scrittore Riccardo Bacchelli, per il quale è stata approvata la legge n.440 dell’8 agosto 1985.

Mi piacerebbe che le Istituzioni riconoscessero in vita il valore di un intellettuale come Orioles, e non lo facciano ipocritamente solo dopo la sua morte.

 

Luca, de “i carusi” di Orioles

Rilettura antropologica e teologica della carne e dell’atto sessuale

A vent’anni dalla prima traduzione italiana, viene riproposta nella collanaReprint delle EDB quest’opera di Xavier Lacroix, che è stato professore di filosofia e teologia morale all’università cattolica di Lione. L’originale francese (Le corps de chair) risale al 1992: erano gli anni in cui la teologia morale veniva invitata da Giovanni Paolo II a dare forma a una teologia della corporeità a cui lo stesso pontefice aveva dedicato un notevole contributo con i celebri cicli di catechesi dell’inizio del suo pontificato. Nel contesto odierno questo sforzo non ha perso di attualità. Si pensi al dibattito dei due sinodi dedicati alla famiglia e alla proposta di Amoris laetitia, soprattutto nel capitolo IV in cui Francesco dà espressione alla figura di un amore che non sia astratto ma che vibri dell’intensità e della quotidianità del concreto.

Contro il dualismo moderno

Lacroix intende esplicitamente contrapporsi a un riduzionismo dualistico sempre più marcato nella modernità: quello secondo cui il corpo viene percepito come cosa, come oggetto, mentre lo spirito è inteso come intelletto capace di decifrare questo strumento. Riduzione biologista della carne e riduzione noetica dello spirituale, dunque. Lo scollamento antropologico non è sempre stato adeguatamente percepito dalla riflessione teologica, anch’essa del resto alle prese con dualismi analoghi. Per Lacroix la sorprendente verità dell’incarnazione di Dio e della risurrezione della carne inducono a una comprensione del corporeo e dello spirituale che sia all’altezza della rivelazione, nella scia di quanto il magistero ha elaborato da Gaudium et spes  (l’uomo, corpore et anima unus) a Familiaris consortio (la sessualità come manifestazione dell’intimo nucleo personale e della vocazione all’amore).

L’itinerario del volume

È Lacroix stesso a fornirci una breve mappa del suo itinerario: «Partiremo nella prima parte da un confronto con il punto di vista che qualificheremo come “relativista” per mettere in evidenza la profondità di ciò che è coinvolto e impegnato nell’esperienza della carne come tale. La seconda parte si articolerà attorno alla nozione di senso: è legittimo interpretare i gesti dell’unione come linguaggio e dare a quest’ultimo un valore normativo? È nella terza parte che la prospettiva diventerà esplicitamente ontologica e poi teologica, in vista di abbozzare un’antropologia fondamentale: che ne è del corpo come soggetto e del soggetto come corporeo? Il corpo è o non è una realtà teologale? Sul fondamento dell’attestazione della vocazione del corpo a entrare nel mistero dell’Alleanza, esamineremo, in una quarta parte, la domanda sul legame fra sessualità e matrimonio, la sua intuizione spirituale centrale, la sua storia, il suo significato per l’oggi» (pp. 24-25).

Il testo di Lacroix si può considerare a giusto titolo una delle espressioni più felici del tentativo personalista, tuttora in corso, di rilettura antropologica e teologica della carne e dell’atto sessuale: un vero e proprio classico.

Xavier Lacroix, Il corpo di carne. La dimensione etica, estetica e spirituale dell’amore, collana «Reprint», EDB, Bologna 2016, pp. 336, € 25,00.

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Evviva i dubbi di fede!

Quando mia sorella – cardiologa salutista – ha notato che, presi i voti perpetui, incominciavo a mettere su qualche chilo (un po’ come ogni neomarito o sposa nel primo anno di matrimonio, mi giustifico io), mi ha subito messo in allarme: «non vorrai mica diventare grasso! Sai quanti problemi di salute incontrerai?». Così, per il mio bene, mi ha consigliato di fare un po’ di moto, «alcune lunghe camminate, ad esempio», facendo bene attenzione al modus incedendi: «è necessario», mi ammoniva, «fare fatica. Altrimenti non serve a niente».

La fatica del credere

Mi capita spesso di parlare con dei giovani che esprimono una certa difficoltà nel cammino di fede perché, dicono, hanno dei dubbi di fede. Ma parlare dei dubbi di fede è un po’ come parlare della “fatica del cammino”: è una cosa ovvia e quasi scontata. Anzi, salutare. La fede procede per dubbi, perché è continua crescita e percorso rischioso. Come comunità di credenti, non scordiamoci qual è stato il nostro primo e fondamentale nome, prima ancora di essere chiamati cristiani: eravamo – e siamo! – quelli della Via. Gesù stesso propone la vita del credente come continuo cammino e sequela indicando se stesso come «la Via» da percorrere (cf. Gv 14,6).

Avere dei dubbi di fede, insomma, è conditio sine qua non della stessa vita di fede. Non c’è bisogno di scomodare san Vincenzo de Lérins e la teoria sulla crescita del dogma per vedere che anche le certezze più inossidabili che abbiamo crescono insieme a noi: devono anch’esse affrontare quella dimensione di perdita e conquista che segna ogni sviluppo, inevitabilmente disturbato dalla dialettica pressante tra continuità e discontinuità.

Quando si parla di dubbi di fede dei giovani, quindi, bisogna stare attenti a non cadere in un tranello. In realtà, non siamo chiamati a delucidare questioni oscure o poco chiare, o a colmare dei veri e propri vuoti di educazione catechistica. O meglio: questa è una dimensione importante, ma non è la sola e, nella mia esperienza, non è quella centrale.

La questione è, banalmente, che aver capito che fa bene fare del moto non significa averne voglia. I dubbi di fede coprono spesso un vuoto emotivo, prima ancora che intellettivo, un vuoto difficilmente identificabile e afferrabile.

A partire da un’emozione

La questione cruciale non sta nei dubbi di fede, che è bene che ci siano e sui quali è comunque importante lavorare, ma nel trovare il carburante per il cammino. Esso non si ricava solo da categorie intellettuali precise, da ragionamenti stringenti e razionali, ma dall’emotività profonda. Spesso noi preti citiamo la predica sulla perfetta letizia di san Francesco con un’interpretazione decisamente riduttiva: vi leggiamo «vincere se medesimo», questa è perfetta letizia. Di conseguenza, consideriamo che la maturità di una persona dipenda dalla capacità di elaborare, soppesare e guidare i propri sentimenti ed emozioni senza lasciarsi trascinare.

La stessa parola “emozioni” non ci dà molta sicurezza e la guardiamo con sospetto: dà poca solidità. Non abbiamo tutti i torti: la nostra pancia (e stavolta non parlo dei chili in più) è decisamente mutevole e cangiante. Forse, però, dovremmo continuare a leggere e concludere la frase dei fioretti di san Francesco: «vincere se medesimo e volentieri per lo amore di Cristo», questa è perfetta letizia. Alla base della fatica del cammino sta l’amore, il quale certamente non è solo un sentimento, ma non scordiamoci che è anche un sentimento. Di più: prima di tutto è un sentimento, una e-mozione, cioè un movimento profondo e in parte ineffabile, il solo capace di dare il la ad un cammino e a considerare la sua fatica come inevitabile e accettabile. In fondo, nella Bibbia, Dio, prima di spiegare, seduce.

Questo manca di più ai giovani: un’esperienza che trasmetta contenuti da cuore a cuore, accompagnata da una seria educazione dei sentimenti, un desiderio che brucia lento e paziente, come «un duro ceppo nel focolare» (Montale), certo, ma che continua a bruciare. Servono continuità e accoglienza, cordialità e stabilità, provocazione e affetto, prima ancora che chiarezza di idee e limpida teologia. Bisogna iniziare a camminare, provare, sperimentare, sentire che la fede può accogliere e illuminare, senza alcuno scandalo, l’intera gamma dei nostri sentimenti.

Allora potremmo scoprire che i dubbi di fede dei giovani che incontriamo sono una provvidenza per noi stessi, perché ci costringono a stare in contatto con una fonte di forza e di fiducia che non vive solo nella nostra testa, ma soprattutto nel nostro sentire più profondo. Evviva i dubbi di fede!

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Papa Francesco: una forza creativa per costruire la pace

«La violenza permette di raggiungere obiettivi di valore duraturo? Tutto quello che ottiene non è forse di scatenare rappresaglie e spirali di conflitti letali che recano benefici solo a pochi “signori della guerra”?». Alla fine di un anno lacerato e frantumato dalla violenza, il quarto messaggio di papa Francesco per la Giornata mondiale della pace, mette al centro una questione cruciale che non ha alternative: la “non violenza”.

E nel documento papale diviene per la prima volta parola unica, sintesi di una pratica «attiva e creativa», stile di vita e di un «programma politico» efficace per la pace. Nonviolenza quindi come urgenza e nuova mentalità riguardo l’uomo, i suoi doveri e i suoi destini. Non violenza praticata «come strategia di costruzione della pace», nella quale si giocano i rapporti interpersonali, sociali e internazionali. Impegno possibile e via praticabile che non è patrimonio esclusivo della Chiesa cattolica ma è proprio di molte tradizioni religiose. Quello che ha prodotto già risultati e avuto già i suoi esempi storici con i successi ottenuti dal Mahatma Gandhi nella liberazione dell’India, da Martin Luther King contro la discriminazione razziale fino a Madre Teresa di Calcutta, a Leymah Gbowee e migliaia di donne liberiane, che – come è ripreso nel messaggio – hanno organizzato incontri di preghiera e protesta non violenta ottenendo negoziati di alto livello per la conclusione della seconda guerra civile in Liberia.

Una strategia pragmatica infine che certamente per i cristiani – ricorda papa Francesco – ha un modello evangelico esplicito, in Cristo stesso che «ci offre un “manuale”» di questa strategia della pace nelle Beatitudini e dal quale i cristiani non possono esimersi. E che costituisce il perno della tradizione diplomatica esercitata dalla Santa Sede. È questo in estrema sintesi il nocciolo del messaggio papale che, come ha rilevato il cardinale Peter Turkson, presidente di Giustizia e Pace, parlando ai giornalisti, «costituisce un passaggio necessario, atto a scuotere, anche perché il messaggio viene distribuito nelle cancellerie di tutto il mondo, e spesso funziona anche da linea guida per il primo discorso papale dell’anno, quello con gli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede».

Le ragioni razionali della non violenza del resto sono di per sé evidenti, non solo per il Papa: «In ogni caso, questa violenza che si esercita “a pezzi”, in modi e a livelli diversi, provoca enormi sofferenze di cui siamo ben consapevoli». Quindi – afferma Papa Francesco nel messaggio – rispondere alla violenza con la violenza non è la cura. Perché «rispondere alla violenza con la violenza conduce nella migliore delle ipotesi, a migrazioni forzate e a immani sofferenze, poiché grandi quantità di risorse sono destinate a scopi militari e sottratte alle esigenze quotidiane dei giovani, delle famiglie in difficoltà, degli anziani, dei malati, della grande maggioranza degli abitanti del mondo. Nel peggiore dei casi, può portare alla morte, fisica e spirituale, di molti, se non addirittura di tutti».

La costruzione della pace mediante la non violenza attiva «è elemento necessario e coerente con i continui sforzi della Chiesa per limitare l’uso della forza attraverso le norme morali, mediante la sua partecipazione ai lavori delle istituzioni internazionali», ha rilevato il Papa invitando a «diventare persone che hanno bandito dal loro cuore, dalle loro parole e dai loro gesti la violenza». E ha assicurato «che la Chiesa cattolica accompagnerà ogni tentativo di costruzione della pace attraverso la nonviolenza». Questo è il tracciato che affonda le radici nella Gaudium et spes, nel quale la pace è frutto insieme della giustizia e dell’amore e dunque «edificio da costruire continuamente».

Da qui l’insistenza sull’educazione alla pace inculcata dal Concilio come «dovere gravissimo», «come estrema, urgente necessità» e condotta da Paolo VI con costanza intrepida, il quale, cinquant’anni fa, proprio indicendo la giornata mondiale per la pace, era stato chiarissimo nel fugare facili e false retoriche ed elencava i motivi per cui egli era chiamato a ripetere esortazioni, che sono ancora oggi di pressante attualità.E con queste papa Francesco ha aperto il suo messaggio: «È finalmente emerso chiarissimo che la pace è l’unica e vera linea dell’umano progresso (non le tensioni di ambiziosi nazionalismi, non le conquiste violente, non le repressioni apportatrici di falso ordine civile)».

Montini metteva in guardia dal «pericolo di credere che le controversie internazionali non siano risolvibili per le vie della ragione, cioè delle trattative fondate sul diritto, la giustizia, l’equità, ma solo per quelle delle forze deterrenti e micidiali». Il cardinale Turkson ha fatto notare che all’incontro Nato di Varsavia dello scorso luglio il segretario della Nato aveva allora detto che il dialogo non è una strategia. «Per noi è l’esatto contrario – ha affermato – è la vera strategia ed è possibile». In questo senso anche per l’arcivescovo Silvano Maria Tomasi, segretario delegato di Giustizia e Pace, che ha collocato il messaggio del Papa nel contesto internazionale, si tratta piuttosto di creare uno scarto con la teoria della «”guerra giusta”. Oggi puntando sulla nonviolenza focalizziamo l’impegno internazionale nel prevenire possibili scoppi di violenza, provvedendo a lavorare per una società più rispettosa dei diritti umani, aperta al dialogo e alle culture diverse».

avvenire

I santi del 29 Dicembre 2016

 

San TOMMASO BECKET   Vescovo e martire – Memoria Facoltativa
Londra, Inghilterra, c. 1118 – Canterbury, Inghilterra, 29 dicembre 1170
Nato a Londra verso il 1117 e ordinato arcidiacono e collaboratore dell’arcivescovo di Canterbury, Teobaldo, Tommaso fu nominato cancelliere da Enrico II, con il quale fu sempre in…
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Beato JOSè APARICIO SANZ   Sacerdote e martire
Enguera, Spagna, 12 marzo 1893 – Picadero de Paterna, Spagna, 29 dicembre 1936
Eresse associazioni eucaristiche nelle parrocchie in cui esercitò il suo ministero, propagando la devozione delle Quaranta Ore. Fu giustiziato dai miliziani, durante la Guerra Civi…
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San TROFIMO DI ARLES   Vescovo
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San LIBOSO   Vescovo e Martire
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San MARTINIANO DI MILANO   Vescovo
V secolo
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San MARCELLO L’ACEMETA   Abate
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San DAVIDE   Re e profeta
Davide è il personaggio che dominò la storia di Israele dalla prima metà dal X sec. a.C. Abbattè il gigante Golia, ridiede fiducia alle tribù d&r…
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Sant’ EBRULFO (EBROLFO) DI OUCHE   Abate
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Santi BENEDETTA HYON KYONG-NYON E SEI COMPAGNI   Martiri
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Santa ELISABETTA CHONG CHONG-HYE   Vergine e martire
Majae, Corea del Sud, 1797 – Seul, Corea del Sud, 29 dicembre 1839
Elisabetta Chong Chong-hye fu vittima delle persecuzioni contro i cristiani in Corea del XVII secolo: dapprima indirettamente, quando i suoi familiari vennero privati dei loro beni…
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Beato GIOVANNI BATTISTA FERRERES BOLUDA   Sacerdote gesuita, martire
Ollería, Spagna, 27 novembre 1861 – Picadero de Paterna, Spagna, 29 dicembre 1936
Padre Juan Bautista Ferreres Boluda nacque a Olleira (Valencia) il 27 novembre 1861 ed entrò nella Compagnia di Gesù nel 1888, ove divenne sacerdote. Fu professore di Teologia Mora…
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Beato GUGLIELMO HOWARD   Visconte di Stafford, martire
30 novembre 1614 – 29 dicembre 1680
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Beato ENRICO (ENRIQUE) JUAN REQUENA   Sacerdote e martire
Aielo de Malferit, Spagna, 2 marzo 1907 – Picadero de Paterna, Spagna, 29 dicembre 1936
Enrique Juan Requena nacque a Aielo de Malferit, in Spagna, il 2 marzo 1907 e divenne sacerdote dell’arcidiocesi di Valencia. Allo scoppio della guerra civile e della feroce …
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Beato GIUSEPPE (JOSé) PERPINA NACHER   Giovane laico, martire
Sueca, Spagna, 22 febbraio 1911 – Picadero de Paterna, Spagna, 29 dicembre 1936
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Beato FRANCESCO RUIZ   Martire mercedario
Rioja, Spagna, 1546 – Santa Cruz de la Sierra, Perù, 1590
Nato a Rioja in Spagna nel 1546, il Beato Francesco Ruiz, entrò nel convento mercedario di Logrono dove preso il santo abito, andò poi nel 1569, missionario in Cile. Costruita la c…
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Beato GERARDO CAGNOLI   Francescano
Valenza, Alessandria, 1267 – Palermo, 29 dicembre 1342
Nato a Valenza Po, in Piemonte, verso il 1267, dopo la morte della madre, avvenuta nel 1290 (il padre era già morto), Gerardo Cagnoli abbandonò il mondo e visse da pe

Pedofilia, “Commissione del Vaticano scagionò religiosi con prove false”

La denuncia a ilfattoquotidiano.it di Gianni Bisoli, ex allievo dell’Istituto per bimbi sordomuti Antonio Provolo di Verona, dove sono stati denunciati numerosi casi di abusi fra gli anni Sessanta e Ottanta e per il quale è stato arrestato in Argentina il sacerdote Nicola Corradi. Una pagella smentisce le conclusione dell’indagine interna. E potrebbe mettere a rischio il processo di beatificazione del vescovo di Verona Carraro

Alla Commissione d’inchiesta istituita dal Vaticano per indagare sugli abusi nei confronti dei bambini sordomuti all’Istituto Antonio Provolo di Verona sarebbero stati prodotti “documenti falsi” per chiudere il caso. Lo denuncia a ilfattoquotidiano.it l’ex allievo del Provolo Gianni Bisoli, uno dei testimoni chiave che ha reso note le violenze commesse da numerosi sacerdoti e laici nella scuola religiosa tra gli anni ’60 e il 1984, facendo esplodere uno dei più gravi scandali di pedofilia in Italia. Diventato un caso internazionale dopo l’arresto in Argentina, lo scorso 26 novembre, del sacerdote veronese Nicola Corradi, inviato nelle sedi dell’istituto Provolo in Sudamerica negli anni ’60.

Nel 2009, in una dichiarazione sottoscritta insieme ad altri ex studenti, Bisoli aveva rivelato di aver subìto abusi sessuali anche da monsignor Giuseppe Carraro, vescovo di Verona dal 1958 al 1978: “Dall’età di 11 anni fino ai 13 anni sono stato più volte accompagnato nell’appartamento del vescovo di Verona, Mons. Giuseppe Carraro – scriveva Bisoli nella sua denuncia – dove il vescovo stesso mi ha sodomizzato e ha preteso altri giochi sessuali”.

Nonostante nella sentenza conclusiva venga attribuita una grande importanza alle date dichiarate da Bisoli per valutare la sua attendibilità, le carte in questione sono state prodotte nel corso dell’ultima audizione. Secondo la ricostruzione del legale dell’Associazione Sordi “Antonio Provolo”, che ha assistito gli ex allievi che hanno denunciato gli abusi, il presidente della Commissione ha mostrato a Bisoli “la fotocopia di un documento” proveniente dagli archivi dell’Istituto Provolo in cui era riportata la data di dimissione del 20 giugno 1963. “Bisoli rimase molto sorpreso e spiazzato da quella carta – racconta l’avvocato Paolo Tacchi Venturi – non seppe dare una spiegazione e non fu mai risentito sul punto”.

Il ritrovamento della pagella originale ora potrebbe cambiare il giudizio sulle dichiarazioni di Bisoli. Contattato da ilfattoquotidiano.it, il presidente della Commissione d’inchiesta del Vaticano, l’ex giudice del Tribunale di Verona Mario Sannite, commenta così i due documenti a confronto: “Posso pensare che sia come dice il signor Bisoli, cioè che questo documento sia falso. E d’altra parte lo vediamo un po’ tutti. È una grafia diversa da quella precedente. Sembra che sia cancellato e che sia stato riscritto questo ’20 giugno 1963’. C’è qualcosa che lascia immaginare che prima fosse scritta una data diversa”. Tuttavia Sannite difende l’operato della Commissione da lui presieduta: “Ci sono altri elementi che hanno portato a dichiarare l’inattendibilità di Bisoli e questo fatto non può quindi sconvolgere le conclusioni della Commissione, che sono da ritenere completamente scisse”.

Per l’Associazione Sordi “Antonio Provolo” quanto accaduto in Commissione è “gravissimo e questa prova rende pienamente attendibili le sue dichiarazioni – ha sottolineato il presidente,Giorgio Dalla Bernardina – mentre inficia indelebilmente l’operato della Commissione”. Tra i sacerdoti denunciati da Bisoli figurava anche don Corradi, arrestato dalla polizia argentina per pedofilia, ma la posizione del sacerdote non è mai stata esaminata dalla Commissione. Nel frattempo, l’ex vescovo di Verona Carraro (morto nel 1980) è stato dichiarato “servo di Dio” dalla Congregazione della cause dei santi il 17 luglio 2015 dopo il via libera di Papa Francesco.

Decisiva per riprendere il processo di beatificazione dell’alto prelato è stata proprio l’archiviazione delle accuse nei suoi confronti, grazie all’“attitudine alla mendacia” attribuita a Bisoli dalla Commissione. Ricevendo le conclusioni dell’inchiesta, il Vaticano aveva scritto: “Non ritenendo fondate le predette accuse, questa Congregazione [della dottrina della fede, ndr] invita codesto Dicastero [per le cause dei santi, ndr] a procedere al completamento della Positio in questione”.

Da anni i legali delle vittime e dei testimoni sentiti dalla Commissione chiedono alla Curia di Verona i verbali delle audizioni e gli atti del fascicolo senza riuscire ad ottenerli. Ma sul caso degli abusi la Curia veronese sembra rispettare la consegna del silenzio. “La Provvidenza ha fatto sì che attraverso un riesame accurato e competente si sia arrivati alla sua completa riabilitazione [di mons. Carraro, ndr]”, scrive il vescovo di Verona Giuseppe Zenti riferendosi al suo predecessore, in un documento del 2013 di cui ilfattoquotidiano.it è in grado di rivelare il contenuto. Poi un’indicazione precisa sul comportamento da tenere: “Ognuno sostiene l’altro nel momento della difficoltà e del pericolo – continua monsignor Zenti rivolgendosi ai suoi sacerdoti – evitando anzitutto ogni possibile pettegolezzo nel caso in cui si venga a conoscere qualche situazione di turbolenza. Quando anche uno solo è investito da uno tsunami, tutti dobbiamo soccorrerlo, impegnandoci tutti alla riservatezza”.

Il Fatto Quotidiano

Santi del 28 Dicembre 2016

Santi INNOCENTI   Martiri – Festa
sec. I
Gli innocenti che rendono testimonianza a Cristo non con le Parole, ma con il sangue, ci ricordano che il martirio è dono gratuito del Signore. Le vittime immolate dalla fer…
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San GASPARE DEL BUFALO   Sacerdote, Fondatore
Roma, 6 gennaio 1786 – 28 dicembre 1837
Nato a Roma il 6 gennaio 1786 fin da piccolissimo fu dedito alla preghiera e alla penitenza. Suo padre era cuoco del principe Altieri, sua madre si occupava della famiglia e gli as…
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San TEONA (TEONE) D’ALESSANDRIA   Vescovo
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Sant’ ANTONIO DI LERINS   Monaco
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Santa CATERINA VOLPICELLI   Vergine, Fondatrice
Napoli, 21 gennaio 1839 – 28 dicembre 1894
Nata a Napoli in una famiglia dell’alta borghesia, Caterina Volpicelli fu la prima zelatrice dell’Apostolato della Preghiera nella sua città. Colta e intelligent…
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Beata MATTIA NAZAREI (NAZZARENI)   Badessa clarissa
Matelica, Macerata, 1 marzo 1253 – 28 dicembre 1320
La beata Mattia dei nobili de Nazareni di Matelica, ricusato il matrimonio si ritirò in monastero e professò la regola di santa Chiara. Per la sua grande prudenza e p…
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Beato HRYHORIJ KHOMYSYN   Vescovo e martire ucraino
Hadynkivtsi, Ternopil, 25 marzo 1867 – Kiev, 28 dicembre 1945
Nacque il 25 marzo 1867 nel villaggio di Hadynkivtsi (regione di Ternopil, in Ucraina). Dopo gli studi compiuti presso il seminario di Lviv, il 18 novembre 1893, venne ordinato sac…
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Beato GREGORIO DA CHAORS   Mercedario
XV secolo
Maestro in Sacra Teologia, il Beato Gregorio da Cahors, di origine francese fu un mercedario di stimata notorietà. Inviato nel 1462 in terra d’Africa per redimere, liberò 184 schia…
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“Preti sposati possono essere impegnati nella cura pastorale”: rivelazioni di Papa Francesco al teologo Boff

Leonardo Boff, il notissimo esponente della teologia della liberazione, ha concesso un’intervista al giornale tedesco Kölner Stadt-Anzeiger. Boff, che ha 78 anni, ha parlato liberamente della Chiesa, e ha rivelato alcuni particolari dei suoi rapporti con il Pontefice, e di possibili future decisioni. La fonte della notizia è il blog del vaticanista Marco Tosatti che ha attinto a un articolo Maike Hickson per One Peter Five

Sulla teologia della liberazione, Boff dice che “Francesco è uno di noi”. In particolare per l’attenzione ai problemi ecologici, di cui Boff si è occupato. Il Pontefice ne ha letto i libri? “Più di questo. Mi ha chiesto del materiale per la Laudato Si’. Gli ho dato il mio consiglio e gli ho mandato cose che ho scritto…Comunque il Papa mi ha detto direttamente:  ‘Boff non mi mandi la carte direttamente’”.

Perché no? “Mi ha detto: ‘ Altrimenti i sottosegretari le intercetteranno e non le riceverò. Piuttosto mandi le cose all’ambasciatore argentino presso la Santa Sede con cui ho un buon contatto, e arriveranno sicure nelle mie mani’”. L’ambasciatore è un vecchio amico del Pontefice. “E poi, il giorno prima la pubblicazione dell’enciclica, il papa mi ha fatto chiamare per ringraziarmi dell’aiuto”.

In merito a un incontro personale, Boff ha parlato al Pontefice in relazione a Benedetto XVI, che da Prefetto della Fede ha avuto un ruolo importante nella sua condanna: “Ma l’altro è ancora vivo, dopo tutto!”. Al che dice Boff, “Lui non ha accettato questo. ‘Il Papa sono io’ ha risposto (in italiano nel testo, N.D.R.). E siamo stati invitati a venire”.

Alla domanda perché la visita non si è ancora realizzata, Boff ha risposto: “Avevo ricevuto un invito ed ero già atterrato a Roma. Ma proprio quel giorno, immediatamente prime dell’inizio del (secondo) Sinodo della Famiglia nel 2015, 13 cardinali, fra cui il cardinale tedesco Gerhard Müller, hanno messo in piedi una ribellione contro il papa con una lettera indirizzata a lui che fu pubblicata, o sorpresa, in un giornale. Il papa era irato e mi ha detto: ‘Boff, non ho tempo. Devo ristabilire la calma prima che il Sinodo cominci. Ci vedremo in un altro momento’”.

Boff ha poi detto, sul futuro: “Aspettate e vedete! Solo di recente il cardinale Walter Kasper, che è uno stretto confidente del papa, mi ha detto che presto ci sarà qualche grossa sorpresa”.

Che tipo di sorpresa? “… la possibilità che i preti sposati possano essere impegnati nella cura pastorale. Questa è una richiesta esplicita dei vescovi brasiliani al papa, specialment dal suo amico, il cardinale Claudio Hummes. Ho sentito che il papa vuole soddisfare la sua richiesta – ora e per un periodo sperimentale in Brasile”.

Boff ha poi detto che una decisione in questo senso per lui non cambierebbe nulla: “Personalmente non n ho bisogno. Non cambierebbe nulla per me, perché faccio quello che ho sempre fatto: battezzo, presiedo alle esequie, e se mi capita di arrivare in una parrocchia senza prete, celebro la messa con la gente”.

“L’attività di Boff continuò dopo il 1992 come teologo della liberazione, scrittore, docente e conferenziere. Egli rimase inoltre impegnato nelle comunità cristiane di base brasiliane. Nel 1993 divenne docente di etica, filosofia della religione edecologia presso l’università statale di Rio de Janeiro (UERJ), dove è professore emerito dal 2001. Negli anni successivi si è occupato in maniera sempre più approfondita di politica, diventando un vero e proprio teorico marxista, ed è divenuto un esponente di spicco del cosiddetto movimento no-global (è stato sempre invitato in qualità di oratore alle riunioni di Porto Alegre). Boff è sempre stato vicino alle posizioni del movimentoSem Terra brasiliano. Nel 2001 gli fu conferito il premio “Right Livelihood Award”. Divenne sostenitore di Lula al momento della sua elezione a presidente del Brasile, ma se ne è successivamente distanziato accusandolo di moderatismo. Attualmente (2010) vive a Jardim Araras, una riserva ecologica a Petrópolis, assieme alla sua compagna Marcia Maria Monteiro de Miranda (attivista per i diritti umani ed ecologista) e ha sei bambini adottati”.

I santi del 27 Dicembre 2016

 

San GIOVANNI   Apostolo ed evangelista – Festa
Betsaida Iulia, I secolo – Efeso, 104 ca.
L’autore del quarto Vangelo e dell’Apocalisse, figlio di Zebedeo e fratello di Giacomo maggiore, venne considerato dal Sinedrio un «incolto». In realtà i suoi sc…
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Santi TEODORO E TEOFANE   Grapti
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Santa FABIOLA DI ROMA   Matrona romana
m. 399
Nel Sabato santo di un anno imprecisato Fabiola si presenta, vestita con tela di sacco, nella basilica di San Giovanni in Laterano, chiedendo di essere accolta nella Chiesa. Discen…
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Santa NICARETE (NICERAS) DI COSTANTINOPOLI   Vergine
Morta intorno al 504. Nata a Nicomedia, ma residente a Costantinopoli, dove divenne una leale amica e sostenitrice di san Giovanni Crisostomo condividendone le sofferenze e l’esil…
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Beato GIUSEPPE MARIA (JOSé MARIA) CORBIN FERRER   Giovane laico, martire
Valencia, Spagna, 26 dicembre 1914 – Nave-Prigione “Alfonso Pérez”, 27 dicembre 1936
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Beata SARA SALKAHAZI   Vergine e martire
Kassa-Kosice, Repubblica Slovacca, 11 maggio 1899 – Budapest, Ungheria, 27 dicembre 1944
Sara Salkahazi, religiosa professa dell’Istituto delle Suore dell’Assistenza, nacque l’11 maggio 1899 a Kassa-Kosice, in terra allora ungherese ed oggi in territo…
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Beato ALFREDO PARTE   Sacerdote scolopio, martire
Cirraluelo de Bricia, Spagna, 2 giugno 1899 – Santander, Spagna, 27 dicembre 1936
Nacque in Spagna a Cirraluelo de Bricia (Burgos) il 2 giugno 1899; entrò fra gli Scolopi vestendone l’abito il 1° agosto 1915 ed emettendo i voti religiosi il 13 agosto …
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Beato FRANCESCO SPOTO   Sacerdote e martire
Raffadali, Agrigento, 8 luglio 1924 – Erira, Congo, 27 dicembre 1964
Nato l’8 luglio 1924 a Raffadali in provincia di Agrigento, nel 1936, Francesco Spoto entra nel seminario dei padri Bocconisti a Palermo e il 22 Luglio 1951 viene ordinato sacerdot…
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Beato RAIMONDO DE BARELLIS   Mercedario
Nel convento di Sant’Eulalia in Lérida (Spagna), il Beato Raimondo de Barellis, fu un modello di vita religiosa dell’Ordine Mercedario. Dopo aver accumulato infiniti meriti, decoro…
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A Matera, la più grande rappresentazione della Natività al mondo

Fino al 7 gennaio a Matera si svolge la più grande rappresentazione della Natività al mondo. Nella suggestiva cornice dei Sassi, 400 volontari, dei quali 150 figuranti, danno vita a ‘Dies Natalis’, un evento straordinario costellato di giochi di luci, quadri plastici, degustazioni e mercatini natalizi. Ad arricchire il presepe, la presenza di migranti di altre nazionalità ed i costumi realizzati dalle detenute del carcere di Lecce. Federico Piana ne ha parlato con Claudio Paternò, curatore dell’iniziativa

R. – Per la partenza del presepe, abbiamo realizzato un video-mapping, che è una sorta di pre-show che introduce il visitatore ai temi narranti del presepe; quindi raccontiamo in questo momento fantastico di proiezione, sulla chiesa di San Pietro Caveoso di Matera, gli elementi che anticipano la grande narrazione del “Dies Natalis”; dopo di questo si entra, attraversando una porta: c’è sempre la presenza di un angelo che accompagna il visitatore in tutte le tappe del percorso. Attraverso cinque stazioni ci sono cinque momenti che, appunto, raccontano questa grande narrazione biblica dell’evento natalizio. Alla fine del percorso, poi, abbiamo voluto rendere un omaggio a San Francesco riproponendo il presepe classico, quello che siamo abituati a conoscere. Durante il percorso, invece, oltre a queste cinque stazioni, ci sono i nostri volontari figuranti in costume ed una voce narrante che accompagna e spiega i momenti salienti della narrazione biblica del Natale.

D. – Ci sono anche dei migranti in questo percorso…

R. – Sì. Non è una semplice rappresentazione: abbiamo riempito questo presepe di significati, di simboli. Tra questi ci sono i migranti, sempre presenti nelle preghiere di Papa Francesco. Abbiamo voluto che questo presepe fosse un presepe teso ad integrare, teso a dare messaggi positivi: quindi abbiamo non solo i tanti migranti che hanno voluto dare la propria disponibilità come volontari a partecipare a questo grande progetto, ma – ad esempio – mi piace ricordare anche che tanti costumi sono stati realizzati dalle detenute del carcere di Lecce. Per noi è un momento importante di inclusione, di messaggi positivi: il Natale non può essere semplicemente una festa, ma vuole essere anche un momento in cui i buoni propositi diventano azioni concrete.

D. – Sono previste poi delle degustazioni?

R. – Certamente! Appunto, ricordiamo che comunque è una festa, quindi durante il percorso l’Associazione dei cuochi della Basilicata offre una degustazione dei piatti tipici della nostra terra. E’ un momento non solo per interrompere il percorso, ma anche conviviale, un momento in cui si sente il clima della festa: non solo spettacolarità, non solo contenuti, pure momenti per vivere in maniera felice questo evento.

D. – Presenti inoltre percorsi per disabili sensoriali e ipovedenti: questo aiuta molto perché magari molte persone che non hanno la possibilità possono venire a Matera e “gustare” questo presepe importante…

R. – Sì: voglio ringraziare tutti i volontari e le associazioni che ci stanno dando una mano, che hanno dato la loro disponibilità a rendere possibile vivere questo momento di festa anche per quelle persone che hanno maggiori difficoltà a farlo. Nel caso specifico, il sasso caveoso in particolare è un ambiente bellissimo, straordinario ma non propriamente accessibile; queste associazioni di volontari rendono possibile anche a persone ipovedenti o non vedenti percorrere tutto il presepe e quindi “gustare” questo momento.

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Pace per il mondo sofferente. Così il Papa nel Messaggio natalizio

“Un bambino è nato per noi… E’ il Principe della pace. Accogliamolo”! In questo Santo Natale Papa Francesco, nel Messaggio natalizio con la Benedizione Urbi et Orbi dalla Loggia centrale della Basilica di San Pietro, ha rivolto stamani ai circa 40 mila pellegrini di tutto il mondo il suo pensiero a quei Paesi colpiti da conflitti e tensioni. Il Pontefice ha invocato il sollievo portato dal Bambino Gesù anche per tutti coloro che soffrono a causa del terrorismo, per i migranti, i rifugiati, i terremotati, per chi è in povertà, nella fame e per i bambini. E nel tweet odierno, lanciato sull’account ‘@Pontifex’, Francesco ribadisce: “Cristo è nato per noi, esultiamo nel giorno della nostra salvezza”.

radio vaticana

I santi del 26 Dicembre 2016

Santo STEFANO   Primo martire – Festa
† Gerusalemme, 33 o 34 ca
Primo martire cristiano, e proprio per questo viene celebrato subito dopo la nascita di Gesù. Fu arrestato nel periodo dopo la Pentecoste, e morì lapidato. In lui si …
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Santa VINCENZA MARIA LOPEZ Y VICUNA   Vergine, Fondatrice
Cascante, Navarra, 24 marzo 1847 – Madrid, 26 dicembre 1890
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San ZENONE DI MAIUMA   Vescovo
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Sant’ EUTIMIO DI SARDI   Vescovo e martire
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San DIONIGI (O DIONISIO)   Papa
m. 268
(Papa dal 22/07/259 al 26/12/268) Di patria ignota, fu testimone della tragica fine del sanguinario imperatore Valeriano. Provvide all’organizzazione della Chiesa, costituendo par…
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Sant’ EVARISTO DI COSTANTINOPOLI   Abate
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San ZOSIMO   Papa
Grecia, IV sec. – Roma, 26 dicembre 418
(Papa dal 18/03/417 al 26/12/418)Greco di nascita, il suo pur breve pontificato fu caratterizzato da gravi conflitti con i vescovi della Gallia e quelli africani.
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Beato ALESSANDRO SIRDANI   Sacerdote e martire
Boga, Albania, 1892 – Koplik, Scutari, 26 dicembre 1948
Aleksander Sirdani, nato a Boga nel nord dell’Albania, fu ordinato sacerdote nel 1916 ed esercitò il ministero in vari paesini sulle montagne di Scutari. Come molti sa…
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Beato PIETRO BOFFET   Martire mercedario
† 1452
Di origine francese, il Beato Pietro Boffet, ispirato alla grazia di Dio entrò nell’Ordine della Mercede dove per i suoi grandi progressi negli studi e nella pietà, acquistò buona …
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Beato GIOVANNI ORSINI   Vescovo
Rivalta, Torino, 1333 – Torino, 1411
Giovanni Orsini nacque nel 1333 da una nobile famiglia di Rivalta. A Torino intraprese gli studi ecclesiastici, diventando dottore in legge. Divenne canonico della Cattedrale di To…
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Beato SECONDO POLLO   Sacerdote e martire
Caresanablot, Vercelli, 2 gennaio 1908 – Dragali, Montenegro, 26 dicembre 1941
Cappellano militare durante la Seconda Guerra Mondiale. Morì colpito da un proiettile, mentre tentava di raccogliere un ferito. Nelle sue mani aveva il Santo rosario ed i Santi oli…
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Beate AGNESE PHILA, LUCIA KHAMBANG E 4 COMPAGNE   Protomartiri della Tailandia
m. Songkhon (Thailandia), 26 dicembre 1940
Filippo Siphong Onphitak, padre di famiglia, guida della comunità cristiana di Songkhon, allo scatenarsi della persecuzione contro i cristiani fu attirato con l’inganno vicino al f…
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Beato PAGANO DI LECCO   Domenicano
Lecco, XIII sec. – Valtellina (Como), 26 dicembre 1277
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Argentina, la «casetta di Dio» dove violentavano i bambini

Si riapre in Argentina lo scandalo della «casita de Dios». Era chiamata così la piccola cappella con il ritratto della Madonna, sul retro dell’istituto cattolico Antonio Provolo, nella provincia di Mendoza, su cui emergono, giorno dopo giorno, nuovi particolari da brivido. Le bambine e i bambini volevano urlare, disperati, cercando aiuto mentre i due preti cattolici abusavano di loro, ma nessuno poteva sentirli: in quella scuola erano tutti sordomuti e comunque l’edificio di calle Boedo a Luján de Cuyo era molto isolato. Eppure qualcuno si era accorto che qualcosa di strano avveniva là dentro, attraverso le fessure gli altri bambini guardavano i loro amichetti che venivano violentati, ripetutamente. Ma non potevano raccontarlo a nessuno.

Le testimonianze fra Italia e Argentina

Le testimonianze raccolte dal giudice inquirente Fabricio Sidoti sugli abusi compiuti tra il 2007 e il 2008 su bambini tra i 6 e i 12 anni sono di per sé agghiaccianti, ma la vicenda è ancor più inquietante perché secondo gli inquirenti — e le denunce delle vittime – il Vaticano conosceva le inclinazioni pedofile di almeno uno di quei preti criminali e non ha fatto nulla per fermarlo. Decine di studenti dell’Istituto Provolo di Verona, in Italia, erano stati abusati per anni e tra i loro aguzzini figurava uno dei religiosi arrestati in novembre in Argentina. «Il Vaticano sapeva almeno dal 2009, quando le vittime italiane raccontarono pubblicamente gli abusi subiti – ricorda l’agenzia Ap -. Nel 2014, scrissero direttamente a Papa Francesco accusando per nome 14 preti e religiosi laici dell’istituti, tra cui il reverendo Nicola Corradi». E’ lo stesso sacerdote, trasferito nelle sedi argentine del Provolo, denunciato ora da 24 ex studenti argentini. Assieme a lui, oggi 82 enne, sono finiti in novembre agli arresti il prete Horacio Corbacho, 56 anni, un ex allievo e due impiegati dell’istituto per «violenze sessuali aggravate e corruzione di minori».

La commissione d’inchiesta

Gli ex allievi dell’istituto veronese, che oggi hanno tra i 55 e i 65 anni, hanno convissuto per tutta la vita con il ricordo di quanto subito, fra gli anni Cinquanta e la prima metà degli anni Ottanta. Finché, sette anni fa, dopo un tentativo di negoziato fallito con la diocesi di Verona, decisero di denunciare pubblicamente 12 preti e 3 laici. Il Vaticano istituì una commissioni di inchiesta che ha comminato a cinque sacerdoti la pena più lieve, l’ammonizione canonica. Su don Corradi, che nel frattempo si era trasferito in Argentina, nulla. Fino all’esplosione dello scandalo in Argentina. Per la stampa locale, il sacerdote sarebbe stato trasferito all’epoca dai superiori nel Paese sudamericano proprio per allontanarlo dalle voci che lo circondavano in Italia.

Le lettere a Francesco

Lo scandalo sfiora anche Papa Francesco che, tra il 1998 e il 2013, era vescovo di Buenos Aires e apparentemente ignorò le lettere inviata dalle vittime italiane. Soltanto lo scorso febbraio monsignor Angelo Becciu, sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato, ha confermato che il Vaticano ha ricevuto le due missive delle presunte vittime di Verona e di aver girato la loro proposta di una commissione indipendente d’inchiesta alla Conferenza episcopale italiana. «Dal Papa in giù…. tutta la gerarchia della Chiesa cattolica sapeva», ha detto all’Ap una delle vittime argentine, parlando con la lingua dei segni.

Il giudice Sidoti

A Luján le bambine e i bambini venivano sedati, con la complicità di un ospite disabile e del giardiniere dell’istituto, e quindi violentati per via vaginale (le bambine) e rettale, costretti a sesso orale e «carezze» in ogni parte del corpo. Alcune testimonianze, riportate dall’Ap, sono talmente dure che preferiamo non riportarle: erano trattati come o addirittura peggio di bambole di gomma. Il giudice Sidoti è sicuro che altre vittime romperanno presto il muro del silenzio. Il Vaticano, per ora, ha rifiutato di commentare. Al contrario dei fatti di Verona, caduti in prescrizione, i presunti abusi in Argentina sono ancora perseguibili per legge e potrebbero portare a condanne fino a 50 anni di carcere.

corriere.it

Morto il vescovo Karl Golser, il “nemico dei preti pedofili”

 

BOLZANO – E’ morto nella notte di Natale il vescovo emerito della Diocesi Bolzano-Bressanone Karl Golser. Lo ha annunciato il vescovo Ivo Muser durante la Messa di Natale nel Duomo di Bolzano.

LA TRISTE NOTIZIA – “Siamo rattristati dalla perdita ma in noi è viva la speranza natalizia-pasquale che adesso, dopo anni di sofferenza, il vescovo Karl sia nella luce, sia da Cristo che è la nostra pace”, ha affermato il vescovo Ivo Muser ringraziando anche tutte le persone che negli ultimi anni sono state accanto a mons. Golser sia umanamente che spiritualmente che dal punto di vista medico.

CAMPANE A LUTTO – Dopo il messaggio di mons. Muser, la campana grande del Duomo di Bolzano e di Bressanone hanno annunciato la morte del vescovo Karl Golser.

LA LOTTA ALLA PEDOFILIA – Karl Golser aveva conquistato le prime pagine dei giornali nel 2010, in piena lotta alla pedofilia guidata all’epoca da papa Benedetto XVI: diversi furono i servizi dedicati alla sua iniziativa di dar vita a una sorta di sportello per chi ha subito abusi sessuali da parte dei preti. “Un prete ti ha molestato, hai subito abusi? Mandaci una email”. L’iniziativa, senza precedenti in Italia, fu voluta proprio da Karl Golser nominà addirittura un “responsabile diocesano per presunte molestie”.

fonte today

 

Funivia bloccata a Cervinia a causa del vento, tutti in salvo

Sono tutti in salvo i 153 sciatori rimasti bloccati oggi pomeriggio sulla telecabina Plan Maison-Cime Bianche di Cervinia. Le operazioni di recupero si sono concluse alle 23.15; erano iniziate circa sette ore prima e si sono svolte senza imprevisti. Tutti gli sciatori sono in buone condizioni fisiche e sono stati riaccompagnati a valle dalle guide del Soccorso alpino e della Guardia di finanza.

Le operazioni di soccorso dei passeggeri della telecabina di Cervinia bloccata per il vento sono durate oltre sette ore. Sono state riportate a terra 153 persone che si trovavano sulle cabine e che risultano generalmente in buone condizioni fisiche. “E’ importante sottolineare che il 12 dicembre scorso è stato approvato dal Comitato regionale di Protezione civile il Piano di intervento per le emergenze sugli impianti a fune – spiega il Capo della protezione civile della Valle d’Aosta, Silvano Meroi – e questo evento ci ha messo nelle condizioni di applicare le procedure e di verificarne l’effettiva validità e operatività”.

ansa

Aereo militare russo in viaggio per Siria cade in mar Nero 93 a bordo

E’ precipitato nel mar Nero l’aereo militare russo trimotore Tu-154 con 93 persone a bordo, scomparso all’alba subito dopo il decollo dalla città di Sochi e in viaggio verso la base russa di Latakia, in Siria. E’ stato lo stesso ministero della Difesa russo a comunicare il ritrovamento, da parte dei soccorritori, di frammenti del velivolo nelle acque del mare. A bordo anche i 64 membri del Coro dell’Esercito russo, erede del celebre Coro dell’Armata rossa. Tutti erano in viaggio verso la Siria per tenere un concerto in occasione del nuovo anno per le truppe russe dislocate nel paese mediorientale.

La lista include 8 membri dell’equipaggio, 8 militari, 64 membri del Coro, due responsabili civili, un membro di un’organizzazione umanitaria internazionale e 9 giornalisti. Si tratta degli inviati dei canali Ntv, Channel One e Zvezda.

“Escludo totalmente la tesi dell’attentato. L’aereo apparteneva al ministero della Difesa russo ed è precipitato nello spazio aereo russo. Una simile tesi è impossibile“, ha detto il capo del commissione Difesa del Senato russo, Viktor Ozerov, secondo cui l’incidente aereo potrebbe essere stato causato da un guasto tecnico o da un errore dell’equipaggio. Lo riportano i media russi.

Il ministero ha inoltre reso noto che il pilota, Roman Volkov, era esperto ed aveva più di 3000 ore di volo al suo attivo. L’aereo, un Tupolev Tu-154, aveva 33 anni. Secondo il vicepresidente della commissione parlamentare sulla politica economica, Serghiei Kalachnikov, questo non vuol dire che il velivolo non funzionasse bene. “Trentatré anni è un tempo lungo, ma non critico”, ha dichiarato citato dai media russi.

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L’omelia di Papa Francesco nella Notte di Natale

Il Papa ha presieduto nella Basilica di San Pietro la Messa della Notte di Natale. Pubblichiamo di seguito il testo dell’omelia:

«È apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini» (Tt 2,11). Le parole dell’apostolo Paolo rivelano il mistero di questa notte santa: è apparsa la grazia di Dio, il suo regalo gratuito; nel Bambino che ci è donato si fa concreto l’amore di Dio per noi.

È una notte di gloria, quella gloria proclamata dagli angeli a Betlemme e anche da noi oggi in tutto il mondo. È una notte di gioia, perché da oggi e per sempre Dio, l’Eterno, l’Infinito, è Dio con noi: non è lontano, non dobbiamo cercarlo nelle orbite celesti o in qualche mistica idea; è vicino, si è fatto uomo e non si staccherà mai dalla nostra umanità, che ha fatto sua. È una notte di luce: quella luce, profetizzata da Isaia (cfr 9,1), che avrebbe illuminato chi cammina in terra tenebrosa, è apparsa e ha avvolto i pastori di Betlemme (cfr Lc 2,9).

I pastori scoprono semplicemente che «un bambino è nato per noi» (Is 9,5) e comprendono che tutta questa gloria, tutta questa gioia, tutta questa luce si concentrano in un punto solo, in quel segno che l’angelo ha loro indicato: «Troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia» (Lc 2,12). Questo è il segno di sempre per trovare Gesù. Non solo allora, ma anche oggi. Se vogliamo festeggiare il vero Natale, contempliamo questo segno: la semplicità fragile di un piccolo neonato, la mitezza del suo essere adagiato, il tenero affetto delle fasce che lo avvolgono. Lì sta Dio.

Con questo segno il Vangelo ci svela un paradosso: parla dell’imperatore, del governatore, dei grandi di quel tempo, ma Dio non si fa presente lì; non appare nella sala nobile di un palazzo regale, ma nella povertà di una stalla; non nei fasti dell’apparenza, ma nella semplicità della vita; non nel potere, ma in una piccolezza che sorprende. E per incontrarlo bisogna andare lì, dove Egli sta: occorre chinarsi, abbassarsi, farsi piccoli. Il Bambino che nasce ci interpella: ci chiama a lasciare le illusioni dell’effimero per andare all’essenziale, a rinunciare alle nostre insaziabili pretese, ad abbandonare l’insoddisfazione perenne e la tristezza per qualche cosa che sempre ci mancherà. Ci farà bene lasciare queste cose per ritrovare nella semplicità di Dio-bambino la pace, la gioia, il senso della vita.

Lasciamoci interpellare dal Bambino nella mangiatoia, ma lasciamoci interpellare anche dai bambini che, oggi, non sono adagiati in una culla e accarezzati dall’affetto di una madre e di un padre, ma giacciono nelle squallide “mangiatoie di dignità”: nel rifugio sotterraneo per scampare ai bombardamenti, sul marciapiede di una grande città, sul fondo di un barcone sovraccarico di migranti. Lasciamoci interpellare dai bambini che non vengono lasciati nascere, da quelli che piangono perché nessuno sazia la loro fame, da quelli che non tengono in mano giocattoli, ma armi.

Il mistero del Natale, che è luce e gioia, interpella e scuote, perché è nello stesso tempo un mistero di speranza e di tristezza. Porta con sé un sapore di tristezza, in quanto l’amore non è accolto, la vita viene scartata. Così accadde a Giuseppe e Maria, che trovarono le porte chiuse e posero Gesù in una mangiatoia, «perché per loro non c’era posto nell’alloggio» (v. 7). Gesù nacque rifiutato da alcuni e nell’indifferenza dei più. Anche oggi ci può essere la stessa indifferenza, quando Natale diventa una festa dove i protagonisti siamo noi, anziché Lui; quando le luci del commercio gettano nell’ombra la luce di Dio; quando ci affanniamo per i regali e restiamo insensibili a chi è emarginato.

Ma il Natale ha soprattutto un sapore di speranza perché, nonostante le nostre tenebre, la luce di Dio risplende. La sua luce gentile non fa paura; Dio, innamorato di noi, ci attira con la sua tenerezza, nascendo povero e fragile in mezzo a noi, come uno di noi. Nasce a Betlemme, che significa “casa del pane”. Sembra così volerci dire che nasce come pane per noi; viene alla vita per darci la sua vita; viene nel nostro mondo per portarci il suo amore. Non viene a divorare e a comandare, ma a nutrire e servire. Così c’è un filo diretto che collega la mangiatoia e la croce, dove Gesù sarà pane spezzato: è il filo diretto dell’amore che si dona e ci salva, che dà luce alla nostra vita, pace ai nostri cuori.

L’hanno capito, in quella notte, i pastori, che erano tra gli emarginati di allora. Ma nessuno è emarginato agli occhi di Dio e proprio loro furono gli invitati di Natale. Chi era sicuro di sé, autosufficiente, stava a casa tra le sue cose; i pastori invece «andarono, senza indugio» (cfr Lc 2,16). Anche noi lasciamoci interpellare e convocare stanotte da Gesù, andiamo a Lui con fiducia, a partire da quello in cui ci sentiamo emarginati, a partire dai nostri limiti. Lasciamoci toccare dalla tenerezza che salva. Avviciniamoci a Dio che si fa vicino, fermiamoci a guardare il presepe, immaginiamo la nascita di Gesù: la luce e la pace, la somma povertà e il rifiuto. Entriamo nel vero Natale con i pastori, portiamo a Gesù quello che siamo, le nostre emarginazioni, le nostre ferite non guarite. Così, in Gesù, assaporeremo lo spirito vero del Natale: la bellezza di essere amati da Dio. Con Maria e Giuseppe stiamo davanti alla mangiatoia, a Gesù che nasce come pane per la mia vita. Contemplando il suo amore umile e infinito, diciamogli grazie: grazie, perché hai fatto tutto questo per me.