Il 4 settembre prossimo la Chiesa vivrà un momento particolare di grazia con la canonizzazione della Beata Madre Teresa di Calcutta, nata in Albania

Il 4 settembre prossimo la Chiesa vivrà un momento particolare di grazia con la canonizzazione della Beata Madre Teresa di Calcutta, nata in Albania (Europa) e missionaria in India. Con la testimonianza di Madre Teresa, il Signore ha dato al mondo dei nostri tempi una grande Santa, che seppe mostrare la bellezza, la forza e l’attualità dell’amore di Dio per tutti, specialmente per i più poveri tra i poveri. La Presidenza del CCEE si associa alla gioia dei vescovi albanesi e di quanti si recheranno per la celebrazione della Canonizzazione.
Per l’occasione, il 1° settembre prossimo si svolgerà una Conferenza Stampa alle 11:00 presso la sede della Radio Vaticana a Roma (Piazza Pia 3) durante la quale interverranno rappresentanti della Conferenza Episcopale Albanese e delle Diocesi di Macedonia e di Bar (Montenegro), nonché l’Amministratore Apostolico del Kosovo.
Gli stessi vescovi organizzano, il 3 settembre alle 19:30, un concerto in onore di Madre Teresa nella Basilica di San Paolo Fuori le Mura, aperto a tutti.

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Ecumenismo / Il 31 ottobre prossimo Papa Francesco sarà a Lund, in Svezia

Il 31 ottobre prossimo Papa Francesco sarà a Lund, in Svezia, per una commemorazione che segnerà l’inizio del fitto calendario che su scala mondiale è stato predisposto per ricordare il 500° anniversario della Riforma. L’evento svedese è stato voluto dalla Federazione luterana mondiale (Flm) e dal Pontificio consiglio per l’Unità dei cristiani per “mettere in luce i 50 anni di costante dialogo ecumenico tra i cattolici e i luterani e i doni di questa collaborazione”, spiega una nota congiunta della Flm e del Pontificio Consiglio. Due saranno i momenti della commemorazione: nella storica cattedrale della città in cui nel 1947 è stata fondata la Flm, si svolgerà una celebrazione basata sulla guida liturgica “Preghiera comune” che si ispira al documento del 2013 “Dal conflitto alla comunione”, in cui per la prima volta cattolici e luterani hanno riletto insieme i 500 anni della Riforma. Un secondo momento, pensato per i giovani, sarà a Malmö: tre ore in cui saranno presentate “attività che si concentrano sull’impegno alla testimonianza comune e al servizio al mondo di cattolici e luterani”. La mattina del 1° novembre Papa Francesco celebrerà una messa per i cattolici svedesi. Il vescovo di Stoccolma, monsignor Anders Arborelius, carmelitano scalzo, tratteggia con il Sir le caratteristiche della sua comunità.

 Può farci un ritratto della Chiesa cattolica in Svezia, i suoi punti di forza e le sue difficoltà?
La Chiesa  cattolica in Svezia è una piccola minoranza, cui appartiene circa l’1,5% della popolazione totale, vale a dire 115mila fedeli registrati (nel paese ne vivono molti di più, ma non sono registrati ufficialmente). La maggior parte dei cattolici sono immigrati o discendenti d’immigrati, divisi in quattro maggiori gruppi: polacchi, croati, latino-americani e mediorientali. Di cattolici indigeni ce ne sono pochi, ma ogni anno ci sono conversioni, per la maggior parte di persone di cultura medio-alta.

La Chiesa qui è quindi veramente universale e multiculturale

e tuttavia c’è un senso di unità, anche se può essere difficile unire i gruppi. Molti preferiscono avere la messa nelle loro lingue o riti. D’altro canto grazie all’immigrazione la Chiesa cresce e si rendono necessari più templi. Di recente siamo riusciti ad acquistare delle chiese protestanti e ne usiamo regolarmente un centinaio, ospiti dei protestanti, in luoghi in cui noi non ne abbiamo. Contiamo poi su un certo numero di monasteri contemplativi: è una caratteristica della nostra situazione che ci sia questa apertura alla spiritualità.

Cosa ci può dire della cooperazione ecumenica e interreligiosa? L’attività del Consiglio delle Chiese sembra molto intensa…
In Svezia viviamo una relazione molto armonica tra le Chiese a livello umano e personale. Naturalmente, ci sono difficoltà sul piano dogmatico ed etico, ma c’è una buona collaborazione sui temi sociali. La parte più feconda dell’ecumenismo è quella della spiritualità. Inoltre il Consiglio delle Chiese è molto unito nel suo sforzo in favore dei rifugiati. Il dialogo interreligioso è anche molto positivo, soprattutto con gli ebrei.

Come descriverebbe la società svedese? Quali sono i bisogni più grandi che lei coglie?
La Svezia è una società post-protestante e secolarizzata, ma lo è da così tanto tempo che le persone adesso stanno diventando sempre più interessate alle questioni legate alla religione. Il materialismo e l’edonismo sono molto forti e lo è anche l’atteggiamento individualista che ha generato molta solitudine e depressione.

Migliaia d’immigrati sono arrivati nel vostro Paese: com’è la situazione? C’è posto, denaro, lavoro, assistenza medica, scuole per tutti? La Svezia è attrezzata ad affrontare il difficile compito dell’integrazione?
Lo scorso anno sono arrivate circa 160mila persone in Svezia e ci sono state difficoltà ad accoglierle, ma abbiamo riscontrato anche molto sostegno da parte della società civile.La Svezia è un Paese ricco e personalmente io penso che abbiamo la possibilità di accoglierli tutti. Allo stesso tempo stanno rapidamente diffondendosi sentimenti anti-immigrati.

Che atteggiamento hanno gli svedesi rispetto alla prossima visita del Papa?
Le persone sono molto interessate, c’è tanta simpatia verso il Papa come persona. La sua visita avrà un significato ecumenico rilevante.

Quali attese ha lei verso questa occasione?
Spero sinceramente che la visita del Papa possa irrobustire la fede cristiana di molti in Svezia, a qualunque Chiesa appartengano. Egli viene per tutti, non solo per noi cattolici. Comunque potrà aiutare noi cattolici a crescere nell’unità e a renderci più consapevoli del nostro compito di diffondere il Vangelo con la parola e l’azione.

Dio, Madre natura e responsabilità umana

Avvenire
(Leonardo Becchetti) In questi giorni di dolore e commozione abbiamo ascoltato riflessioni sul terremoto piuttosto contraddittorie. Da una parte c’ è chi ha affermato che non sono i terremoti che uccidono ma ciò che gli uomini hanno costruito nelle aree a rischio e che crolla a seguito del sisma. Da altre parti invece si è posto l’ accento sull’ ineluttabilità dell’ evento sismico e, conseguentemente, sull’ impossibilità di considerare ‘buoni’ un Dio o una Natura (matrigna) che li permettono.Con simpatia e stima per entrambe le visioni, senza dubbio la preferenza cade sulla prima, anche se questo non ha nulla a che fare con la commozione, la compassione e la solidarietà (e il non ergersi a giudici di singole responsabilità morali), che sono cifre fondamentali del nostro essere uomini e che siamo chiamati tutti a vivere in prima persona. L’ umanità può migliorare e progredire oltre che attraverso comportamenti consoni nel momento del lutto, anche imparando qualche lezione e assolvendo allo splendido compito che le è stato affidato di perfezionare la natura e la creazione. In questi giorni abbiamo sentito molto spesso chiamare in causa, a seconda dei credi e delle visioni del mondo, un Dio non buono o non onnipotente o la Natura matrigna. Ma per un terremoto di magnitudo 6, con il nostro livello di conoscenze tecnologiche e scientifiche non possiamo collocarci in nessuno di questi due casi. A Norcia (solo 14 km in linea d’ aria) le case erano state ricostruite con criteri antisismici e ci sono state solo alcune lesioni. In Giappone probabilmente con quella magnitudo non ci sarebbero state vittime o sarebbero state assai ridotte. Facciamo un altro esempio. Se una persona mette la mano sul fuoco nessuno si sognerebbe di dire che è colpa di un Dio cattivo o della natura matrigna. Sappiamo bene che il fuoco così com’ è è un dono (della natura o di Dio sempre a seconda delle visioni del mondo) che ha importanti usi e funzioni proprio per quelle stesse proprietà che, accostate ad una mano nuda che vi si pone sopra, creano la bruciatura e il danno. In moltissimi casi dunque la stessa proprietà naturale ha una funzione benefica per l’ uomo (o comunque una sua funzionalità ben precisa nell’ ordine naturale) ma può invece produrre dei danni gravi se gestita inappropriatamente (per responsabilità dell’ uomo e non di Dio o della natura). E la proprietà non si può attivare o disattivare a piacimento a seconda delle circostanze come un Eurostar che corre verso la meta non può dematerializzarsi se qualcuno si getta sui binari. So che è difficile per il nostro immaginario, ma con le conoscenze che ormai abbiamo, costruire una casa senza requisiti antisismici in una zona fortemente sismica equivale esattamente a mettere una mano sul fuoco. Gli scienziati con stupore e meraviglia scoprono continuamente nuove funzionalità ed armonie nel cosmo. Non abbiamo una conoscenza così chiara delle funzioni dei movimenti tellurici (o comunque non le ha chi scrive che non è esperto in materia) ma non è impossibile pensare che in futuro ne capiremo ancora meglio le funzionalità nell’ ambito dell’ ordine naturale. Si sta discutendo molto in questi giorni di come ricostruire e molti romanticamente sostengono che bisogna rifare tutto così com’ era nello stesso luogo. È verissimo, come è stato detto, che l’ ambiente e i paesaggi non sono solo oggetti ma spazi interiori ed elementi fondamentali della ricchezza del nostro esistere. Ma dicendo che ricostruiremo nello stesso luogo e nello stesso modo (speriamo proprio di no) dobbiamo essere pienamente consapevoli della responsabilità che ci assumiamo. Nessuno rimetterebbe la mano sul fuoco dopo essersi scottato e non si capisce dunque perché dovremmo rifare nel caso del terremoto due volte lo stesso errore. È stato detto da più parti (con sgomento e sincera commozione sia da credenti che da non credenti): «Dio dov’ è» e «adesso Dio da dove possiamo ripartire ?». È nota la storia per la quale un tale prega incessantemente il suo Dio perché gli faccia vincere la lotteria. Dopo l’ ennesima esortazione Dio sbotta e gli dice perché quel tale non si decide a comprare il biglietto. Alla domanda su dov’ è Dio e da dove ripartire immagino una risposta nello stesso stile: «Sono qui e sono anni che ti dico di non costruire case senza criteri antisismici in quei luoghi. Ripartiamo da qui ma stavolta ascoltami!»

Iraq Il genocidio ignorato degli yazidi. Torna alla luce una strage trattata come episodio pittoresco

Il Foglio
(Adriano Sofri) Ieri un aggiornato rapporto sulle fosse comuni di vittime dell’ Isis in territorio siriano e iracheno faceva ammontare a 72 i siti delle sepolture di massa, e fino a 15 mila i corpi che vi si possono trovare. (Convenzionalmente, si chiamano “mass graves”, o fosse comuni, i luoghi in cui siano stati seppelliti almeno quattro corpi). A gennaio scorso, nel territorio finalmente liberato – benché non per intero – di Sinjar erano state ritrovate oltre 35 fosse comuni, sulla scorta di testimonianze degli scampati o del caso.Là le vittime sono pressoché tutte yazide, appartenenti alla minoranza più superstiziosamente odiata e perseguitata dall’ Isis, che presso Mosul e nella provincia di Ninive contava fra le 4 e le 500 mila persone. Uomini e ragazzi vennero sterminati, a volte dopo aver resistito a un’ intimazione a convertirsi. Donne e bambine rese schiave e asservite agli sfoghi sessuali e padronali dei miliziani neri, e scambiate brutalmente sul mercato. A lungo, nonostanti le evidenze travolgenti e le proteste di fratelli e soprattutto sorelle che vivevano nel Kurdistan iracheno, lo stermi nio degli yazidi venne trattato come un episodio pittoresco: un popolo di adoratori dell’ angelo pavone, dai santi segreti, senza scritture o quasi, un capitolo improvviso dell’ entomologia genocida. Perfino la tragica denominazione di “popolo dei 72 genocidi” prendeva un’ aria buffa. I loro santuari erano rasi al suolo furiosamente e si imparava a riconoscerne le eleganti guglie a cono scanalate nelle fotografie che seguivano la distruzione. La prima volta che andammo a Lalish, la cittadella santa yazida, io e Pietro Del Re, che scrivevamo per Repubblica, ci accorgemmo che Lalish era intatta, mentre i giornali di tutto il mondo ne avevano annunziato la distruzione: non bastò a fare notizia. Io feci una piccola campagna di qualche mese scrivendo “ezida” invece che “yazida”, nella speranza di restituire quella dizione più esatta, invano. Era come ricominciare da tre. Dopo di allora, chi ha voluto ha saputo. Bambine yazide hanno raccontato al mondo le violenze che avevano subìto. Baba Sheikh, che chiamiamo “il papa yazida”, ebbe il coraggio di ammonire i suoi a non considerare più una vergogna che le loro bambine e donne fossero state vIolentate.
Il racconto inascoltato del genocidio degli yazidi e la scoperta dele fosse comuni del’ Isis
Una rete di coraggio e generosità fu intessuta per riscattare le rapite alla prigionia e all’ umiliazione. Ragazze yazide hanno parlato alla tribuna delle Nazioni Unite scuo tendo l’ uditorio. Alcune sono arrivate al Parlamento romano a raccontare la loro storia e della loro gente, accompagnate dal medico e galantuomo già dell’ Unicef poi di se stesso che si chiama Marzio Babille: non mi pare che sui giornali la cosa sia trapelata. Nemmeno l’ incontro fra Baba Sheikh e il Papa romano, ormai due anni fa, avesse superato le righe di agenzia. Sono persone miti e ammirevoli per dignità, gli ezidi. Condivi dono un tratto patriarcale cui non sfugge alcuna delle culture di quel crogiolo di genti, ma hanno una cordialità aperta che rende grato il visitatore, almeno quanto certi santuari indiani. Nei mesi scorsi siamo tornati qui più volte sulla inconcepibile ottusità istituzionale che non ha ancora fatto investire la Corte penale internazionale, e le sue risorse materieli e umane, dell’ indagine per genocidio. I cui preliminari erano già istituiti al tempo di Carla Del Ponte. Intanto si moltiplicano le scoperte dell’ archeologia funeraria che è il coronamento dell’ umanesimo contemporaneo. Sono passati poco meno di due anni da quando per la prima volta ascoltai a Dohuk il racconto terribile e intrepido della bambine e della ragazze che erano scappate dai loro aguzzini jihadisti. A ridosso di quel racconto incontrai in un ufficetto due modesti magistrati della città di Dohuk, provincia estrema del Kurdistan gremita di profughi. I due avevano costituito una Commissione d’ inchiesta per il crimine di genocidio. Si chiamavano, e si chiamano, Sail Khider Khalaf, procuratore, e Ayman Mostafa, giudice. “Vogliamo impedire che il tempo confonda le tracce. Raccogliamo le testimonianze, sugli stupri, i suicidi, gli ammazzati e scomparsi, la compravendita di esseri umani. Cataloghiamo le fosse comuni man mano che si riconquista il Sinjar. Abbiamo un testimone che fu costretto a seppellire 64 persone. Un altro ha raccontato di averne dovute coprire 70 col suo bulldozer. Intendiamo portare le prove al Tribunale penale dell’ Aia, e riportare da noi la giustizia. Lavoriamo anche coi video dell’ Is, e coi selfie che gli uomini di Daesh si fanno sopra le vittime, e li ritroviamo sui loro cadaveri. Manchiamo di risorse e competenze: per la mappatura satellitare, le indagini genetiche, com’ è avvenuto in Argentina, a Srebrenica… Voi avete periti, e strumenti adeguati, sappiano che li aspettiamo. Abbiamo a malapena un ufficio. Non abbiamo un team forense. Ma noi proveremo la volontà genocida, e il mondo dovrà riconoscerla”. Ho ripubblicato il resoconto di quell’ incontro non so quante altre volte, da allora. Le fosse comuni non sono una così gran notizia. Non si riesce nemmeno a mettersi d’ accordo su come chiamarli, ezidi, o yazidi o yezidi, vivi o morti.

«I migranti capri espiatori per tutti i problemi socio economici»

e guerre e i conflitti continuano a costringere migliaia di famiglie ad abbandonare le proprie case ogni giorno, il Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec) fa appello a tutte le persone di buona volontà per indurli a sostenere la Campagna #WithRefugees dell’Unhcr, firmando la petizione che sarà consegnare alla sede delle Nazioni Unite, prima che si svolga la riunione dell’Assemblea Generale il prossimo 19 settembre.

«Tutte le persone del mondo sono invitate ad alzare la voce, al fine di garantire che ogni bambino rifugiato possa ricevere un’istruzione; che ogni famiglia di rifugiati possa avere un posto sicuro per vivere e che ogni rifugiato possa lavorare e o almeno imparare nuove competenze per poter dare un contributo positivo alla comunità che lo ospita o nel quale risiede», si legge nel comunicato del Cec. Il fenomeno migratorio è una realtà che «ha bisogno di essere gestito, piuttosto che un problema da risolvere», ha rilevato per parte sua il segretario generale del Cec, Rev. Olav Fykse Tveit in un video messaggio che aprirà la riunione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per i rifugiati e le migrazioni, prevista a New York in settembre. «Il Cec, inoltre, si impegna a sostenere attivamente la campagna #WithRefugees dell’Unhcr, invitando i leader mondiali a trovare soluzioni per la protezione dei rifugiati, sulla base di un spirito di responsabilità condivisa, valori condivisi e interessi comuni», recita il messaggio di Tveit che conclude: «purtroppo rifugiati e migranti sono diventati facili capri espiatori per tutti i problemi socio-economici nazionali e internazionali e inoltre si assiste ad un abuso sempre più diffuso a codificare, in materia di immigrazione, fanatismi xenofobi e pregiudizi».

Foto: CEC

riforma.it

Mille migranti sbarcano a Taranto

(ANSA) – TARANTO, 31 AGO – La nave norvegese Siem Pilot ha attraccato al porto di Taranto per lo sbarco di 1078 migranti di varie nazionalità, di cui 869 uomini, 126 donne e 83 minori (59 non accompagnati). In molti sono di provenienza sub sahariana, altri giungono dalla Siria e dalla Palestina. Sono stati salvati nel Mediterraneo mentre si trovavano su gommoni alla deriva partiti dalla Libia. Le operazioni di accoglienza sono coordinate dalla prefettura. Una parte dei migranti sarà ospitata nel locale ‘hotspot’, gli altri saranno smistati in centri di accoglienza di altre località.

Emicrania cronica, colpevoli trovati nel tessuto grasso

Sono ‘nascosti’ nei tessuti adiposi i principali responsabili dell’emicrania cronica, una delle forme più invalidanti del mal di testa, che colpisce fino al 3-4% della popolazione adulta. Uno studio condotto all’ospedale Molinette di Torino da un gruppo di ricerca della I Clinica Neurologica universitaria, coordinato dai professori Lorenzo Pinessi e Innocenzo Rainero, accusa le adipochine, molecole di natura proteica secrete dal tessuto adiposo. Lo studio è stato pubblicato su ‘Cephalalgia’, considerata la più importante rivista scientifica internazionale sulla cefalea.

I ricercatori hanno scoperto che negli emicranici cronici aumentano notevolmente i livelli delle concentrazioni plasmatiche di due adipochine (adiponectina e resistina) che, al pari delle altre molecole della stessa classe, possono regolare l’attività del sistema immunitario, il peso corporeo, i processi infiammatori e la resistenza all’insulina.

La ricerca apre quindi la strada – sostengono gli autori – a nuove strategie terapeutiche: “il controllo delle alterazioni metaboliche, tramite specifici farmaci e con uno stile di vita corretto, attività fisica regolare, èerdota di peso e controllo dello stress, possono migliorare in modo significativo il dolore cronico e le disabilità correlate”. (ANSA).

Terremoto: inchiesta sulla scuola crollata, blitz della Finanza in Enti e ditte. Morto uno dei feriti

Entra nel vivo l’inchiesta sui crolli nel terremoto che ha devastato il Centro Italia. La Guardia di finanza sta effettuando una serie di acquisizioni di documenti in diversi Enti pubblici e nelle sedi delle ditte che hanno effettuato i lavori di ristrutturazione della scuola di Amatrice, crollata dopo il sisma del 24 agosto. Gli uomini del Nucleo anticorruzione e dei Nuclei di polizia tributaria delle Fiamme gialle stanno operando a Rieti, Torino e Bari presso le sedi della Regione, della Provincia e del Genio civile oltre che nelle sedi delle ditte.

La procura di Rieti ha disposto il sequestro del server del Comune di Amatrice, insieme a tutta la documentazione disponibile nell’archivio e negli uffici tecnici dello stesso municipio. Al momento il sistema informatico di cui era dotato il Comune è sotto le macerie, così come tutta la documentazione amministrativa e tecnica che gli inquirenti puntano ad acquisire nell’ambito dell’inchiesta coordinata dal procuratore capo Giuseppe Saieva. Nelle prossime ore la procura reatina potrebbe incaricare i vigili del fuoco di avviare le ricerche tra le macerie del municipio, già sotto sequestro e piantonate giorno e notte.

Morto un altro dei feriti – E’ deceduto in rianimazione a Pescara, Filippo Sanna, il giovane di 23 anni, originario di Nuoro, che viveva ad Amatrice con la famiglia: era rimasto per alcune ore, sotto le macerie della sua casa. Filippo viveva con i genitori e la sorella, rimasta ferita anche lei, seppur in condizioni meno gravi.

Si scava ad Amatrice – E’ stata recuperata l’ultima vittima ufficiale dell’hotel Roma di Amatrice: i vigili del fuoco, dopo un difficile lavoro durato tutta la notte. Il corpo era incastrato tra i calcinacci sotto una trave di cemento armato, dieci metri più in basso di quella che era la posizione originale della stanza dove si trovava al momento della scossa. Non si concludono le ricerche nell’hotel: ci sono ancora una decina di stanze dell’albergo che non sono state raggiunte. Dalla lista degli ospiti, recuperata dai vigili del fuoco sotto le macerie nei giorni scorsi, e dalle informazioni raccolte, non dovrebbero esserci altre persone all’interno dell’albergo, ma si continuerà a scavare fin quando ogni centimetro di macerie sarà stato controllato.

La terra trema ancora – Un terremoto di magnitudo 3,8 è stato registrato alle 13:26 nella provincia di Macerata dalla rete sismica dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv). I comuni più vicini sono Castelsantangelo sul Nera, Norcia e Preci. Sono oltre 3000 le repliche del terremoto. Dalla prima scossa di magnitudo 6 delle ore 3,36 del 24 agosto, la Rete Sismica Nazionale dell’Ingv ha localizzato 3001 eventi: 133 quelli di magnitudo compresa tra 3.0 e 4.0, 12 di magnitudo compresa tra 4.0 e 5.0 e uno di magnitudo maggiore di 5.0.

Ieri strazianti funerali ad Amatrice – “Il terremoto non uccide. Uccidono le opere dell’uomo!”, così il vescovo di Rieti, monsignor Domenico Pompili, nell’omelia della messa funebre. Presenti Mattarella e Renzi.

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Terremoto, strazianti funerali ad Amatrice. Il vescovo: ‘Non uccide il sisma ma l’uomo’

“Il terremoto non uccide. Uccidono le opere dell’uomo!”, così il vescovo di Rieti, monsignor Domenico Pompili, nell’omelia della messa funebre ad Amatrice. La ricostruzione – ha proseguito – non dev’essere “una ‘querelle politica’ o una forma di sciacallaggio di varia natura, ma quel che deve: far rivivere una bellezza di cui siamo custodi”.

“Questa gente è morta perché amava questa terra e noi vogliamo restare qui”, ha detto il sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi, al termine dei funerali. Una frase accolta da un forte applauso da parte della folla che gremisce la tensostruttura. Il sindaco ha quindi abbracciato forte e a lungo il vescovo di Rieti, mons. Domenico Pompili, che ha celebrato il rito.

“Disertare questi luoghi sarebbe ucciderli una seconda volta – spiega mons. Domenico Pompili -. Come si ricava da un messaggio in forma poetica che mi è giunto oltre alle preghiere: ‘Di Geremia, il profeta, rimbomba la voce: ‘Rachele piange i suoi figli e rifiuta di essere consolata, perché non sono più’. Non ti abbandoneremo uomo dell’Appennino: l’ombra della tua casa tornerà a giocare sulla natia terra. Dell’alba ancor ti stupirai'”.

Ci sono voluti otto minuti, al vescovo per leggere i nomi di tutte le vittime del terremoto. Un lungo elenco, salutato al termine con un forte applauso, che ha dato l’inizio ai funerali ad Amatrice, per le vittime del terremoto che ha devastato il centro Italia.

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