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Concilio pan-ortodosso

“Vale la pena indire un Concilio, le cui decisioni sono state già prese in antecedenza e che non sembra lasciare molto spazio a una discussione libera? Questa domanda non è ben posta. La cosa più importante, invece, è il fatto stesso che il Concilio abbia luogo”. Lo scrive il gesuita Edward G. Farruggia sul numero in uscita de “La Civiltà Cattolica”, ripercorrendo il lungo cammino che ha portato verso il “santo e grande Sinodo” pan-ortodosso, che si terrà a Creta dal 19 al 26 giugno prossimi. A proposito della terminologia utilizzata – “santo e grande Sinodo della Chiesa ortodossa” – il gesuita ne ricorda la storia, che affonda le radici nel primo Concilio ecumenico (Nicea 325), che si autodefinì “santo e grande Concilio”. “Questo – osserva – ci fa capire che gli ortodossi, consapevoli della rottura tra Oriente e Occidente, hanno fatto uso di una dicitura che deriva dai Concili ecumenici, senza però avere la pretesa che i loro Concili fossero ‘ecumenici’ nel senso pieno della parola”, dal momento che, “per gli ortodossi, la qualifica di ‘ecumenico’ implica la ricezione di un Concilio da parte dei fedeli, e quindi non viene data a esso prima di tale ricezione”. Circa i punti in programma, p. Farruggia evidenzia “l’aggiornamento delle regole del digiuno per i tempi moderni”, dal momento che ora “il sacrificio richiesto è notevole”, e quelli che “riguardano la posizione dell’ortodossia verso i non-ortodossi”, ovvero gli ultimi due punti del programma (“La Chiesa ortodossa e il movimento ecumenico, compreso un dibattito sulla presenza della Chiesa ortodossa nel Consiglio mondiale delle Chiese”; “Il contributo delle Chiese ortodosse autocefale alla pace, giustizia e libertà”). Questi, osserva il gesuita, “rivelano il desiderio dell’ortodossia attuale di uscire da qualsiasi ghetto e di formulare una Dichiarazione simile alla ‘Gaudium et spes’ del Vaticano II”.

sir

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Movimento Internazionale Sacerdoti Sposati Per informazioni scrivi a ufficio.press@yahoo.it

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