4 anni e 9 mesi a “Don Mercedes”

Quattro anni e 9 mesi di reclusione, con l’ interdizione per 5 anni dai pubblici uffici e il divieto di avvicinarsi a luoghi frequentati da minori. È la sentenza di condanna pronunciata dal gup di Cremona nei confronti di don Mauro Inzoli, il sacerdote di CL, chiamato «don Mercedes» per la sua passione per le auto di lusso. L’ accusa aveva chiesto una pena di 6 anni.

Otto gli episodi di violenza sessuale di cui il prete (amante del lusso tanto da essersi guadagnato il soprannome di Don Mercedes) doveva rispondere,mentre altri 15 sono caduti in prescrizione: le accuse nei suoi confronti erano gravissime. All’epoca dei fatti che risalgono al periodo tra il 2004 e il 2008, i minori che lo hanno portato in Tribunale avevano i più piccoli 12 e 13 anni, gli altri tra 14 e 16. Don Inzoli allora era rettore al liceo linguistico Shakespeare e parroco della chiesa della Santissima Trinità di Crema a cui faceva capo il gruppo Gioventù studentesca. Don Mercedes avrebbe abusato della sua autorità, sia nel suo ufficio dove teneva gli esercizi spirituali con i ragazzini, sia negli alberghi dei luoghi di villeggiatura dove Cl portava i giovani durante le vacanze estive. Secondo la procura, da parte di don Inzoli ci sarebbero stato verso i ragazzini baci, carezze, abbracci, pesanti palpeggiamenti. Era considerato un “idolo meritevole di venerazione” persino dai genitori delle vittime, che per questo motivo non avrebbero avuto la forza di reagire: tutti provavano una fortissima sottomissione psicologica davanti a lui.

Don Inzoli era stato sospeso dalla Congregazione per la Dottrina della Fede “in considerazione della gravità dei comportamenti e del conseguente scandalo provocato da abusi su minori”. E il 27 giugno 2014 Papa Francesco ha confermato il provvedimento: il prete è tenuto a condurre una “vita di preghiera e di umile riservatezza come segni di conversione e di penitenza”.

Don Inzoli aveva raggiunto un accordo con le cinque vittime, che all’ epoca dei fatti avevano un’ età compresa tra i 12 e 16 anni, risarcendole con 25.000 euro ognuna. Il religioso, che è stato condannato dalla Chiesa a condurre «una vita di preghiera e umile riservatezza» e ha ammesso le sue responsabilità, non era in aula. I suoi avvocati non hanno commentato il verdetto. Ha invece parlato il procuratore, Roberto di Martino: «Nonostante la Santa Sede – ha dichiarato il pm al quotidiano Libero – non si sia prodigata nel fornire gli atti necessari, sono contento perché si è arrivati all’accertamento della verità. Secondo me, gli episodi di abusi non contestati, perché prescritti o per i quali non vi erano gli estremi per procedere, sono addirittura un centinaio, ma il timore delle persone coinvolte a denunciare i fatti ne ha ritardato la scoperta».

Il Fatto Quotidiano

“Uccelli di rovo” in salsa pontina. Prete scappa con una donna sposata e con figli

Sembra una fiction, un telefilm sullo stile “Uccelli di rovo”. Invece non è finzione ma realtà. Un prete abbandona il suo ordine religioso per fuggire con una donna, madre di famiglia.
Il protagonista della vicenda è un sacerdote straniero della comunità di Santi Cosma e Damiano “scomparso nel nulla” insieme ad una parrocchiana sposata con con figli.
La notizia ha fatto subito scandalo: l’episodio si è verificato nelle scorse settimane, ma è venuto fuori solo nelle ultime ore.
Sembra che i due amanti, dopo aver fatto perdere le proprie tracce, siano fuggiti all’estero.

latinapress.it

‘La prima pietra’, il libro del prete gay che si è ribellato alla Chiesa

Nell’ottobre del 2015 il monsignor Krzysztof Charamsa, allora teologo e segretario aggiunto della Commissione Teologica Internazionale presso la Congregazione per la Dottrina della Fede, scosse il mondo cattolico facendo coming-out, rivendicando la propria omosessualità e rivelando di avere anche una felice relazione con un compagno a Barcellona.

A sei mesi di distanza ecco arrivare nelle librerie (30 giugno) il racconto di questa sua esperienza. Si intitola La prima pietra. Io, prete gay, e la mia ribellione all’ipocrisia della Chiesa, edito da Rizzoli.

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Copertina del libro La prima pietra – Credits: Rizzoli

Nelle oltre trecento pagine di questo volume, Charamsa spiega le motivazioni del suo gesto; del perché, nel pieno di una carriera ai massimi livelli vaticani, il teologo abbia deciso di ribellarsi alla Chiesa. Nonostante l’espulsione e la rottura dei contatti con i vertici cattolici “io sono prete più di prima”, dice l’ex sacerdote, “perché sono trasparente e felice. E sono in regola davanti a Dio, molto più di tanti altri che vivono di nascosto la propria sessualità”.

Il titolo del libro è programmatico. “La prima pietra”, una pietra angolare, la prima e più importante pietra che si posa costruendo un edificio (l’analogia con la famosa investitura di San Pietro non può essere casuale) deve essere scelta con cura, cercata in profondità. E Charamsa considera il proprio coming-out del 2015 la suapersonale prima pietra, fondamento di una nuova vitaorientata alla verità.

L’esperienza di Charamsa diventa motivo di riflessione, occasione per scuotere coscienze e aprire la strada, magari, a un importante ripensamento riguardo alle ipocrisie insite nella Chiesa cattolica, istituzione in cui Charamsa intende comunque ancora credere.

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La prima pietra. Io, prete gay, e la mia ribellione all’ipocrisia della Chiesa
di Krzysztof Charamsa
(Rizzoli)
334 pagine

panorama.it

Pedofilia, deputato Bordo (Si): “Io denunciai Don Inzoli. Nessuna collaborazione dal Vaticano”

“Feci partire l’inchiesta su Don Inzoli due anni fa, era il 28 giugno del 2014. Il tribunale ecclesiastico aveva dato una condanna interna per abusi su minori. Vedendo quella notizia mi chiesi come mai tutti restavano con le mani in mano e ho fatto un esposto in procura. Le vicende si sono perpetuate nell’arco di molti anni, da quell’esposto sono poi partite le indagini che hanno portato al processo che si è concluso ieri con la condanna a 4 anni e 9 mesi per abusi sui minori“. Così Franco Bordo, deputato di Sinistra Italia, a Radio Cusano Campus nel programma Ecg Regione. “Da parte del Vaticano – aggiunge – nel corso di questi anni non c’è stata alcuna collaborazione”. “L’anno scorso il pubblico ministero della procura di Cremona chiese gli atti dell’indagine interna – spiega Bordo – in cui si capiva bene che ci fu un’omissione di responsabilità da parte del sacerdote, ma quegli atti non sono mai arrivati alla magistratura. Il rammarico che esprimo io – conclude – è legato al fatto che con quegli atti si sarebbero ricostruiti molti più episodi”

Il Fatto Quotidiano

Afghanistan: attacco a polizia, 30 morti

(ANSA) – KABUL, 30 GIU – Un kamikaze si è fatto esplodere oggi a Kabul vicino ad un convoglio della polizia uccidendo 30 cadetti. L’attentato é stato realizzato da tre kamikaze contro altrettanti autobus in viaggio dalla provincia di Maidan Wardak a Kabul. Lo ha comunicato il capo del distretto di Paghman, Muhammad Musa.
Lo stesso Musa, che in precedenza aveva parlato di 40 vittime, ha rivisto il bilancio, precisando che quasi altri 60 cadetti sono rimasti feriti. Da parte sua il ministero dell’Interno afghano non ha fornito ancora un bilancio ufficiale dell’attacco, indicando di essere impegnato a raccogliere informazioni sull’accaduto.
L’attentato, ha reso noto Tolo Tv, è avvenuto nel villaggio di Qala-e-Haidar Khan, nell’area di Company, alle porte della capitale.

Morta ragazzina israeliana ferita

E’ morta la ragazzina israeliana di 13 anni (e non 15 come detto in un primo momento) colpita questa mattina nell’attacco palestinese di questa mattina a Kyriat Arba in Cisgiordania. Lo dicono le autorità.
L’assalitore – ucciso dopo l’attacco dalle forze di sicurezza – è stato identificato come Mohammad Tra’ayra (19 anni) del vicino villaggio di Bani Na’im. La ragazzina, a quanto sembra, è stata colpita mentre dormiva a casa sua. Nell’attacco è stato ferito anche un uomo di 30 anni.
“Mi aspetto che la leadership palestinese condanni chiaramente, senza equivoci questo orrendo omicidio e prenda immediati provvedimenti per fermare l’istigazione”, ha commentato il premier Benyamin Netanyahu al termine di una riunione di sicurezza assieme al ministro degli Esteri Avigdor Lieberman. “L’assassinio di una ragazzina nel suo letto – ha aggiunto – sottolinea la sete di sangue e l’inumanità dell’istigazione indotta nei terroristi che abbiamo di fronte”.

ansa

Isis, 250 miliziani uccisi in raid Usa

Raid aerei americani hanno ucciso ieri almeno 250 combattenti dell’Isis in un convoglio che si muoveva fuori da Falluja, in Iraq. Lo riporta la stampa Usa, sottolineando che negli attacchi sono stati distrutti 40 veicoli. I raid arrivano a 24 ore dall’attacco all’aeroporto di Istanbul, per il quale l’Isis e’ considerato il primo sospettato.

I combattenti dell’Isis stavano fuggendo da un’offensiva lanciata sul terreno dall’esercito di Baghdad. Lo ha detto una fonte irachena alla Bbc. Sono stati bombardati mentre si stavano dirigendo verso zone ancora sotto il controllo dello Stato islamico, vicino al confine con la Siria, ha aggiunto la fonte. Il ministero della difesa di Baghdad ha anche diffuso un video e foto in cui si vedono le bombe cadere sugli obiettivi e una decina di camion bruciati. Domenica il governo iracheno ha annunciato di aver preso il pieno controllo di Falluja dopo un’offensiva durata cinque settimane.

ansa

Morte 10 donne nel Canale di Sicilia

ansa

Dieci donne sono morte nel naufragio di un gommone carico di migranti avvenuto questa mattina nel Canale di Sicilia, a circa 20 miglia dalle coste libiche. Secondo quanto si è appreso, la centrale operativa di Roma della Guardia Costiera, ricevuta una richiesta di soccorso, ha inviato la propria nave Diciotti. L’ equipaggio, giunto sul posto, ha trovato il gommone semiaffondato e molti naufraghi in acqua. Sono stati tratti in salvo 107 migranti, tra cui donne e bambini. Sono stati anche recuperati i cadaveri delle 10 donne che erano morte in mare. Il naufragio è avvenuto con condizioni meteorologiche pessime, mare forza 3, vento a 30 nodi e onde alte due metri. Nave Diciotti è ancora in zona alla ricerca di eventuali dispersi.

Violati diritti coppia gay, Strasburgo condanna Italia

La Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia a risarcire i “danni morali” provocati per aver rifiutato di rilasciare il permesso di soggiorno per ricongiungimento familiare ad un cittadino neozelandese che voleva vivere nel nostro paese col suo compagno italiano. In questo modo, per i giudici di Strasburgo, l’Italia ha violato il diritto della coppia a non essere discriminata. La sentenza prevede un risarcimento di 20.000 euro. Diventerà definitiva tra 3 mesi se le parti non ricorreranno in appello.

A ricorrere a Strasburgo nel 2009 sono stati Roberto Taddeucci e il suo compagno neozelandese Douglas McCall. I due uomini sono una coppia omosessuale sin dal 1999. Risiedevano in Nuova Zelanda, con lo statuto di coppia non sposata fino al dicembre 2003 quando decisero di trasferirsi in Italia a causa dello stato di salute di Taddeucci. McCall richiese un permesso di soggiorno per ricongiungimento familiare, che gli venne rifiutato. Nel ricorso la coppia ha sostenuto di essere stata vittima di una discriminazione basata sull’orientamento sessuale. E oggi i giudici di Strasburgo, per sei voti contro uno, hanno stabilito che sono stati, in effetti, vittime di una “discriminazione ingiustificata”. Nella sentenza la Corte di Strasburgo scrive che “la situazione di Taddeucci e McCall, una coppia omosessuale, non poteva essere equiparata a quella di una coppia non sposata eterosessuale”. I giudici osservano che “non potendosi sposare e nell’impossibilità di ottenere in quegli anni in Italia qualsiasi altro riconoscimento formale della loro unione, i due uomini non potevano essere classificati come sposi, e che l’interpretazione restrittiva della nozione di membro di famiglia era per le coppie omosessuali un ostacolo insormontabile nell’ottenere un permesso di soggiorno per ricongiungimento familiare”. Il ragionamento della Corte è stato quello di individuare una discriminazione dell’Italia nei confronti delle coppie gay per il fatto stesso di metterle sullo stesso piano di quelle eterosessuali, negando però tanto il diritto al matrimonio quanto quello del riconoscimento dello stato di convivenza. Così facendo lo Stato “ha violato il diritto di Taddeucci e McCall a non essere discriminati sulla base dell’orientamento sessuale nel godimento del loro diritto al rispetto della vita familiare”.

ansa

Sulla disciplina

Bene, oggi continuiamo a parlare dell’incontro che abbiamo fatto la scorsa settimana a Reggio Emilia quando siamo andati alla Fonderia, il Teatro Fonderia, ad assistere alla lezione spettacolo dei ballerini dell’Aterballetto. Valerio e Arturo erano i due coreografi, ricordate? A un certo punto una bambina di una scuola della città ha chiesto a tutti e quattro, i due balleini e i due coreografi, come facevano ad essere così bravi. Ecco, qualcuno si ricorda cosa hanno risposto?

«Hanno detto che erano bravi perché si erano allenati molto a fare quella danza». «Hanno detto che hanno iniziato a ballare a quattro anni e non hanno mai smesso fino ad ora. E anche oggi si allenano per sei ore al giorno». «Io ho visto che loro, soprattutto la ballerina, appena si fermava un attimo, appena smetteva un attimo di ballare e si sedeva per rispondere alle nostre domande, lei si metteva subito un golfino per tenere caldi i suoi muscoli. Anche se non c’era caldo. Perché forse aveva sudato e aveva paura di raffreddarsi». «Anche io ho notato che erano molto attenti al loro corpo, a come toccarsi, a dove mettere i piedi, a come li mettevano». «Anche perché lorop non avevano le scarpe a punta dei ballerini. Avevano i piedi scalzi. Allora dovevano essere ancora più attenti». «Mi ricordo che ha detto che nella danza moderna spesso si danza anche a piedi scalzi, non come con la danza dell’antichità che ci volevano sempre le scarpine rosa a punta».

Ma c’è qualcosa di particolare che hanno detto… «Hanno detto che loro si impegnano tanto a ballare”. “Hanno detto che è il loro lavoro, ballare. Cioè che li pagano per ballare. Bellissimo! Anche a me piacerebbe!». «Dicevano che per ballare bisogna avere un rapporto con il proprio corpo». «Poi che ci vuole molto medoto per ballare…»
Fuoco, fuochino… Non hanno detto proprio metodo… Ma disciplina. E hanno spiegato anche cosa è. Chi me lo sa dire?

«La disciplina? E’ come la Storia, la Grammatica, Scienze, Matematica. Sì, insomma, è una materia di scuola». «No, loro intendevano un’altra cosa. Dicevano disciplina per dire severità, cattiveria».

No, questo è quello che pensavate voi bambini. Ma loro, Valerio, se ricordo bene, ha spiegato bene cosa è. Ha detto proprio la definizione. Ha detto: La disciplina è una pratica con delle regole. Così si impara ad essere bravi. Mi spiegate cosa è una pratica con delle regole? Cosa voleva dire?

«Vuol dire che non basta che dici che sei bravo, devi e anche esserlo in pratica, cioè veramente». «La pratica sono gli esercizi che devi fare per diventare un bravo ballerino». «Per me la pratica è una cosa che devi fare, un allenamento per impratichirti». «La pratica sono le prove».

Ma pratica con delle regole cosa vuol dire?
«Vuol dire che non puoi allenarti come vuoi, ma devi rispettare delle regole». «E’ come i compiti, tu devi fare gli esercizi che tin dice di fare la maestra». «Per essere bravi a leggere e a scrivere bisogna allenarsi bene a leggere e a scrivere, tutti i giorni, come fanno i ballerini per ballare». «Anche per giocare a calcio, allora». «Mi è piaciuto quando lui la sollevava in aria». «La disciplina vuol dire ridere poco e non distrarsi». «Disciplina vuol dire che ci devi mettere molto impegno. Vuol dire che ci devi mettere molto sacrificio». «Disciplina vuol dire fare le cose a modo, con delle regole, non fare le cose a caso, altrimenti non impari niente e non diventi mai bravo».

ilmanifesto.info

Il Papa e i cambiamenti nella Chiesa. Verba Volant

La notizia rimbalza ovunque: il papa chiede scusa ai gay nel nome della Chiesa! Per i media nazionali, che riportano stralci del discorso di Bergoglio di ritorno dall’Armenia, si tratta dell’ennesima “svolta storica” del papa progressista. «Io ripeto il Catechismo: queste persone – dichiara Francesco – non vanno discriminate, devono essere rispettate e accompagnate pastoralmente. Si possono condannare, non per motivi ideologici, ma per motivi di comportamento politico, certe manifestazioni troppo offensive per gli altri. Ma queste cose non c’entrano, il problema è una persona che ha quella condizione, che ha buona volontà e che cerca Dio. Chi siamo noi per giudicare? Dobbiamo accompagnare bene, secondo quello che dice il Catechismo».

Quella che sembrerebbe una dichiarazione in netto contrasto con gli insegnamenti della Chiesa va però verificata all’interno del testo stesso che il pontefice cita, il Catechismo della Chiesa cattolica. Scopriamo così che Bergoglio, pur riportando correttamente i principi di rispetto e non discriminazione contenuti nel comma 2358 («Perciò [gli omosessuali] devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione»), dimentica di citare il comma che lo precede e quello che lo segue. La stessa svista, guarda caso, di tutti i giornalisti che hanno fatto delle scuse papali ai gay la notizia del giorno dopo la Brexit e gli Europei di calcio.

Per completezza di informazione, ecco per intero i tre commi della voce “Castità e omosessualità” del Catechismo (parte terza, sezione seconda, art. 6).

2357 – L’omosessualità designa le relazioni tra uomini o donne che provano un’attrattiva sessuale, esclusiva o predominante, verso persone del medesimo sesso. Si manifesta in forme molto varie lungo i secoli e nelle differenti culture. La sua genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile. Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, la Tradizione ha sempre dichiarato che «gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati». Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati.

2358 – Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione.

2359 – Le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un’amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana.

Le scuse ai gay hanno significato a una sola condizione: che vengano stralciate dal testo fondante dell’educazione cattolica queste parole antiscientifiche, antistoriche e discriminatorie. Perché altrimenti il messaggio – che sconfina dal recinto di Oltretevere e arriva direttamente sui banchi di scuola e nei corsi di catechismo – è sempre lo stesso: l’omoaffettività è una depravazione, e chi ne è colpito può essere accolto dalla Chiesa a patto che rinunci a manifestarla attraverso il ricorso alla castità. Nulla di nuovo sotto al bimillenario sole dell’omofobia, dunque. Checché ne dica il papa.

MicroMega

Charamsa, io gay sono prete più di prima

Non riesce a non dire “noi”, a non sentirsene ancora parte integrante quando la nomina. Eppure per la Chiesa cattolica, in cui ha trascorso gran parte della sua vita, Krzysztof Charamsa è un outsider che non può più avere un posto in Vaticano: “Mi hanno tagliato fuori: con le persone come me la Chiesa rompe i contatti in modo disumano. Ma io sono prete più di prima, perché sono trasparente e felice. E sono in regola davanti a Dio, molto più di tanti altri che vivono di nascosto la propria sessualità”. Il teologo polacco, ex monsignore ed ex ufficiale della Congregazione per la Dottrina della Fede, che nell’ottobre 2015 (poco prima dell’apertura del Sinodo sulla famiglia) fece il suo coming out dichiarando di essere omosessuale e di avere un compagno (con cui vive a Barcellona), racconta all’ANSA le difficoltà e le speranze di questi ultimi cruciali 9 mesi della sua vita. A Roma per promuovere La prima pietra (Rizzoli), il libro in uscita il 30/6 nel quale spiega i motivi della sua ribellione alla Chiesa

ansa

I lefebvriani non cercano l’accordo. Ma Papa Francesco gli concede di assolvere e non accoglie i preti sposati

Concedendo ai lefebvriani le piene facoltà di assolvere qualunque peccato conferite dallo scorso 8 dicembre a tutti i sacerdoti della Chiesa Cattolica, Papa Francesco ha spiazzato tutti, compresi gli stessi membri della Fraternita’ San Pio X.

Un comunicato del vescovo Bernard Fellay, superiore della Fraternità San Pio X: non ci interessa anzitutto un riconoscimento canonico, «al quale abbiamo diritto». Aspettano «un Papa che ritorni alla santa Tradizione».

Per il Movimento dei sacerdoti lavoratori sposati Papa Francesco dovrebbe lasciare al loro cammino i lefebvriani e orientarsi verso la riforma della Chiesa riaccogliendo nel ministero, nell’anno del Giubileo della Misericordia, i preti sposati.

Charamsa attacca Vaticano. E sul papa: «Si è sottomesso al sistema»

La Chiesa l’ha cacciato, ma lui non riesce a dimenticarla. Dice di essere «più prete di prima» e «in regola davanti a Dio, molto più di tanti altri che vivono di nascosto la propria sessualità».
La vita di Krzysztof Charamsa è cambiata drasticamente da quando, nell’ottobre 2015, ha deciso di rivelare alla vigilia del Sinodo sulla famiglia la sua omosessualità. Il teologo polacco, ex monsignore ed ex ufficiale della Congregazione per la Dottrina della Fede, ora vive a Barcellona con quel compagno di cui parlò per la prima volta nella famosa lettera aparte al papa.
«CHIESA INADEGUATA». A Roma per promuovere La prima pietra (Rizzoli), ha deciso di ripercorrere gli ultimi nove mesi. Nel libro, in uscita il 30 giugno, racconta la sua ribellione contro una Chiesa definita «peccatrice, ipocrita e inadeguata, mediocre, rugosa e violenta».
Charamsa afferma con serenità di non aver perso il sacramento del sacerdozio, ma solo di «essere stato sospeso dall’esercizio: ora sono disoccupato, e ho capito cosa vive sulla propria pelle chi non ha un impiego».
Perché ha deciso di rivelarsi al mondo, pur conoscendo le conseguenze? «C’era bisogno di un gesto di pubblica denuncia. Un’evoluzione ci sarà, ma io non posso aspettare 300 anni prima che la Chiesa cambi. Io voglio vivere la mia vita ed essere felice adesso. Questo libro è un manifesto passionale, l’espressione di sentimenti ed esperienze con i quali vorrei che il lettore si confrontasse».
«SACERDOZIO E SESSO NON SONO INCOMPATIBILI». La sostanza è che la Chiesa deve cambiare: «Denuncio l’omofobia e apro il dibattito sull’astinenza sessuale, che definirei più che altro astinenza dall’amore. Il sacerdozio è conciliabile con l’amore che si esprime anche con il sesso. Il celibato è una disciplina solo della Chiesa latina, introdotta intorno al X secolo. Ma non è precetto di Dio».

«Dal papa mi aspetttavo una risposta istituzionale»

Papa Francesco.

Non pretende che papa Francesco risponda alla sua lettera, il suo obiettivo era un altro: «Mi aspettavo la risposta istituzionale che aveva promesso, non a me ma alla comunità lgbt cattolica».
Quando ha fatto il suo coming out, molti l’hanno accusato di voler mettere in difficoltà il papa, al pari di quei cardinali che firmarono il documento di protesta sulle nuove regole del Sinodo.
«MAI COMPLOTTATO CONTRO IL PAPA». Ma lui respinge ogni addebito in tal senso:  «Non ho mai fatto parte di una macchinazione, mi sono anzi liberato da un paranoico sistema che operava contro il papa: nella Congregazione ogni giorno lavoravo contro il Santo Padre, perché erano le istruzioni dei superiori».
Che ci sia chi rema contro il papa non lo stupisce: «Lui fa paura a molti e subisce un terrorismo psicologico dal clero più ortodosso. Si era presentato come rivoluzionario, vicino alla realtà vera della gente, chiamava a casa la persone. Prego che continui a farlo, ma ora la sua azione si è affievolita».
Perché? «Forse si è sottomesso al sistema e ha rinunciato al suo carisma. È vero, un uomo solo non può cambiare la Chiesa, ma col Sinodo non ha fatto ciò che ha promesso: aperture minime, e il suo documento finale ha confermato lo status quo».
«LA CHIESA SI SERVE DI DIO, NON LO SERVE». Leggendo il suo libro, sembra che non ci sia nulla di buono nella Chiesa: «Dalla Chiesa ho ricevuto molto, prima di tutto la Fede, ma nel libro la identifico con un bagaglio di negazione, sofferenza e paranoia rivolto contro una parte dell’umanità», ha detto, «la Chiesa oggi si impossessa di Dio per servirsene, non per servirlo. Si parla ancora di valori non negoziabili che sono solo espressione di un regime. Non c’è dibattito, bisognerebbe parlare di minoranze sessuali, amore, sesso, orgasmi. E poi di scienza e medicina, di inizio e fine della vita. Tutte questioni in cui la Chiesa dovrebbe avere più rispetto per la coscienza di ognuno. Come con Copernico e con Darwin, c’è paura della scienza. Anche perché per discutere ci vuole umiltà, e la Chiesa non ne ha».

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Don Inzoli, quattro anni e nove mesi per violenza sessuale su minori, malgrado le coperture vaticane

Il procuratore capo di Cremona Roberto di Martino aveva chiesto sei anni di reclusione. Otto gli episodi di violenza sessuali contestati al prete ridotto allo stato laicale. Polemica sulla rogatoria negata alla procura

 Quattro anni e nove mesi per ‘don Mercedes’. E il divieto di recarsi in luoghi frequentati da minori. E’ la condanna, arrivata nel primo pomeriggio, inflitta a don Mauro Inzoli, sacerdote e capo spirituale di Comunione e Liberazione, accusato di abusi su minorenni con l’aggravante dell’abuso di autorità. La decisione del giudice Letizia Platè è avvenuta in sede di udienza preliminare essendo stato, don Inzoli, processato con rito abbreviato.

Il procuratore capo di Cremona Roberto di Martino aveva chiesto sei anni di reclusione. Otto gli episodi di violenza sessuali contestati al prete, sempre assente alle udienze durante il processo. Il sacerdote, difeso dai legali Nerio Diodà e Corrado Limentani (foro di Milano), aveva già risarcito cinque minori con la somma di 25 mila euro a testa. Gli abusi, secondo l’accusa, sono stati commessi tra il 2004 e il 2008 non solo nell’ufficio del religioso ma anche nei luoghi di villeggiatura durante le vacanze estive. Tra le persone offese figura un ragazzino che all’epoca dei fatti aveva solo 12 anni. Le altre vittime avevano tra i 13 e i 16 anni. L’aggravante dell’abuso di autorità si deve ai ruoli ricoperti da don Inzoli: a Crema, rettore del liceo linguistico Shakespeare e parroco della chiesa della Santissima Trinità.

Contro don Inzoli era già intervenuta la Santa sede, sotto Benedetto XVI, punendolo con la riduzione allo stato laicale. Francesco, in seguito, ammorbidì la sanzione e invitò il prete a condurre una vita di “preghiera e di umile riservatezza come segni di conversione e di penitenza”. Ma ‘don Mercedes’ si era recato, nel gennaio del 2015, al convegno sulla famiglia organizzato dalla Regione a Milano. In prima fila, in sala, Roberto Maroni; poco dietro don Inzoli, immortalato dai fotografi.

Duro il commento del procuratore di Martino nei confronti la Santa Sede per il diniego alla richiesta di rogatoria avanzata a suo tempo dalla procura. “Nonostante la Santa Sede non si sia prodigata nella consegna degli atti, sono contento che si sia giunti all’accertamento della verità. Se ci fosse stata più collaborazione, avremmo potuto sentire anche qualcun altro e in questo modo nelle testimonianze ci sarebbe stata una maggiore diversificazione”.

“La giustizia italiana ha fatto il suo corso”, ha commentato invece Franco Bordo, parlamentare di Sinistra Italiana, che due anni fa sollevò la questione con un esposto dal quale prese il via la vicenda giudiziaria. “Dopo anni di silenzi, omertà e coperture, nonostante la mancata collaborazione da parte del Vaticano, in questo caso si è riusciti a ricostruire i reati legati a circa 20 episodi accertati. Dopo questa sentenza rimangono la vicinanza al dolore delle vittime e tanta amarezza: se i fatti fossero stati denunciati da chi di dovere e con tempestività, alcune di esse non avrebbero subito quella terribile esperienza.

Il Fatto Quotidiano

 

Abusi sessuali su 5 ragazzi, condannato don Inzoli, ex capo di Comunione e liberazione

Condannato a 4 anni e 9 mesi di reclusione per abusi sessuali commessi su 5 ragazzi, che all’epoca dei fatti avevano tra i 12 e i 16 anni.

Questa è la sentenza emessa dal tribunale nei confronti di don Mauro Inzoli, l’ex parroco costretto a ritirarsi a vita privata dal Vaticano perché accusato di abusi su minori, per trent’anni a capo di Comunione e liberazione a Cremona.

Alle vittime, il sacerdote aveva già versato come risarcimento 25mila euro a testa.

Inoltre, per il prelato è stato disposto il divieto ad avvicinarsi a luoghi frequentati da minori.

Nel gennaio dello scorso anno, Don Inzoli era apparso seduto nelle prime file a un convegno sulla famiglia organizzato nella sede della Regione Lombardia, a Milano. E la sua presenza aveva suscitato non poche polemiche.

unionesarda.it

QUANDO MUORE LASCIA 1,4 MILIONI DI EURO E UNA CASA AL “SUO” PRETE

MESTRE – Don Armando Trevisiol si era rassegnato. Quel progetto della “Cittadella della solidarietà” per mettere assieme – tutte in un stesso edificio – le associazioni e le “agenzie” cattoliche impegnate sul fronte dei poveri, ma anche le sedi operative come il “Magazzino solidale” attualmente ospitato al Centro Don Vecchi di Carpenedo, si era arenato di fronte all’assenza di finanziatori e alla crisi finanziaria che sta vivendo la diocesi. Ma a rimettere in piedi il progetto ci ha pensato quella che l’anziano ex parroco di Carpenedo chiama giustamente la Provvidenza: una maxi-donazione da un milione e 400mila euro in contanti, più una casa da mettere in vendita per utilizzare anche questo ricavato, da parte di un benefattore mestrino recentemente scomparso. Ed ora la “Cittadella” è di nuovo un sogno che si può sognare.

leggo.it

Caccia agli untori. Il Vatileaks: scandalismo o pura verità? (video)

Confronto tra Gianluigi Nuzzi e Giuseppe Di Leo su Vatileaks nell’ambito del Caffeina Festival 2016, in programma dal 24 giugno al 4 luglio 2016.

Registrazione video del dibattito dal titolo “Caccia agli untori. Il Vatileaks: scandalismo o pura verità?”, registrato a Viterbo domenica 26 giugno 2016 alle 18:32.

Dibattito organizzato da Fondazione Caffeina Cultura.

Sono intervenuti: Giovanni Masotti (giornalista, Rai – Radiotelevisione Italiana), Gianluigi Nuzzi (giornalista e scrittore), Giuseppe Di Leo (giornalista, vaticanista di Radio Radicale).

Tra gli argomenti discussi: Andreotti, Benedetto Xvi, Beni Ecclesiastici, Beni Immobili, Bertone, Bilancio, Bisignani, Cattolicesimo, Cei, Chiesa, Cristianesimo, Dimissioni, Diritto, Economia, Eni, Finanza, Francesco, Giornali, Giornalismo, Giornalisti, Giovanni Paolo I, Informazione, Ior, Irpef, Italia, Letta, Mani Pulite, Marcinkus, Maxitangente, Mercato, Montedison, Nuzzi, Ortodossi, Panorama, Protestanti, Reddito, Riciclaggio, Storia, Territorio, Vaticano.

La registrazione video di questo dibatto ha una durata di 54 minuti.

Questo contenuto è disponibile anche nella sola versione audio.

da Radio Radicale

Inferno a Istanbul, bilancio si aggrava: 41 i morti

Si aggrava il bilancio dell’attacco di ieri sera all’aeroporto Ataturk di Istanbul: le vittime sono salite a 41, nove stranieri. Mentre sono oltre 100 i feriti. Almeno tre attentatori hanno sparato e si sono poi fatti esplodere tra la folla.

 kamikaze sarebbero stranieri. E sarebbe una donna la persona arrestata perché sospettata di far parte del commando. Secondo il premier turco Yildirim tutto porta all’Isis. Le autorità turche hanno dichiarato una giornata di lutto nazionale. Lo scalo di Ataturk è stato parzialmente riaperto, molti i ritardi. Non risultano per ora italiani tra i colpiti. Farnesina, proseguono verifiche. Il Papa: efferato attacco terroristico. Dio converta i cuori violenti e sostenga i nostri passi per la pace.

ansa

Parma, sciopero della messa contro don Franco accusato di tortura

Parte lo “sciopero della messa” nella caldissima Bassa parmense. L’Associazione Antigone si scaglia contro don Franco Reverberi, accusato di tortura. Una protesta che sembra uscita dalla penna di Guareschi, dura sferzante, molto umana.

Sorbolo è un piccolo paese in provincia di Parma con meno di 10 mila abitanti. Vicino a Sorbolo c’è Enzano di Sorbolo. In Strada del Fienile, la Parrocchia di Sant’Andrea Apostolo. Gli abitanti di Enzano di Sorbolo sono circa trecento, ricorda il comunicato di Antigone.

“A Sant’Andrea celebra messa don Franco Reverberi, ottuagenario sacerdote parmigiano, accusato dalle autorità argentine di aver preso parte alle torture perpetrate dai militari del regime di Videla. Uno dei prigionieri politici arbitrariamente portati nel centro di detenzione di Mendoza in Argentina nel 1976 racconta di un cappellano italiano vestito da militare. Un altro prigioniero ricorda anche lui come insieme ai militari c’era un prete che lo interrogava in italiano. Ogni tanto quel cappellano pare indossasse la divisa militare.

Dunque quel sacerdote pare fosse qualcosa di più, secondo i testimoni di quei tormenti, che non un semplice prete che diceva messa. Pare non fosse interessato a salvare le anime, ma a loro dire, era complice nel far soffrire i corpi.

Quel cappellano potrebbe essere don Franco Reverberi, che tornata la democrazia decise di ristabilirsi nella sua Sorbolo. Don Franco Reverberi è ‘wanted’ per l’Interpol. L’accusa è “Imposicion de tormentos”. Imporre tormenti significa torturare. La richiesta di estradizione risalente al 2012 è stata giudicata prima dalla Corte d’Appello di Bologna e poi dalla Corte di Cassazione. La magistratura italiana ha alzato le braccia e ha messo nero su bianco che in assenza del crimine di tortura nel codice penale italiano non avrebbe potuto estradare il sacerdote Oltreoceano.

“La tortura è un crimine contro la dignità umana – dichiara Patrizio Gonnella, Presidente di Antigone – ma in Italia non è reato nonostante un trattato internazionale ratificato nel 1988 ci vincoli in modo cogente alla sua codificazione”. “Negli ultimi mesi Matteo Renzi, presidente del Consiglio, Andrea Orlando, ministro della Giustizia e Gennaro Migliore, sottosegretario alla Giustizia, hanno pubblicamente dichiarato che questa legge serva al nostro Paese ma l’Italia intanto – prosegue Gonnella – è il paradiso giudiziario dei torturatori nostrani e internazionali. È obbligo del governo la cooperazione giudiziaria con gli altri Paesi nonché il rispetto delle norme internazionali. Il Senato, dove langue la proposta di legge, è negligente e colpevole”.

“Sarebbe buona cosa se i cittadini di Enzano di Sorbolo si astenessero dall’andare a messa nella parrocchia di Sant’Andrea.

Non sappiamo se don Franco Reverberi sia colpevole o meno. Non è dato saperlo perché nel suo caso, come in tutti i casi di tortura, in Italia, non c’è spazio giudiziario per l’accertamento della verità. Per cui lo sciopero dalla messa dei fedeli della parrocchia di Sant’Andrea potrebbe forse essere un risarcimento simbolico alle vittime della tortura, visto che il risarcimento giudiziario non è possibile in Italia” conclude Gonnella.

parma.repubblica.it

Tra Francesco e Ratzinger spunta Martin Lutero

Lutero 500 anni dopo è più vivo e attivo che mai. Il Papa domenica, sull’aereo che lo portava a Roma dall’Armenia, ha parlato del monaco agostiniano in termini assolutamente inediti per un Pontefice. Lo ha definito «una medicina» per la Chiesa, ne ha salvato le buone intenzioni di riformatore. Forse, se (…)

(…) il frate agostiniano Martin Lutero avesse saputo che dopo 500 anni le sue maledizioni contro il papato, il sacerdozio e la messa avrebbero trovato una risposta benedicente e misericordiosa, si confermerebbe nell’idea di avere avuto ragione ad appendere le sue 95 tesi sulla porta della cattedrale di Wittenberg.

Dal sito ufficiale del Vaticano riportiamo le parole più importanti del Papa: «Io credo che le intenzioni di Martin Lutero non fossero sbagliate: era un riformatore. Forse alcuni metodi non erano giusti, ma in quel tempo la Chiesa non era proprio un modello da imitare: c’era corruzione nella Chiesa, c’era mondanità, c’era attaccamento ai soldi e al potere. E per questo lui ha protestato. Poi era intelligente, e ha fatto un passo avanti giustificando il perché faceva questo sulla dottrina della giustificazione: su questo punto tanto importante lui non aveva sbagliato. Lui ha fatto una medicina per la Chiesa».

Tutti d’accordo sull’inchino di Francesco a Lutero? I luterani, che ormai nel mondo sono pochissimi, almeno quelli praticanti, ovviamente sì. Si preparano ad accogliere Bergoglio in Svezia a fine ottobre per i solenni festeggiamenti del gesto rivoluzionario del fondatore. Tra i cardinali e giù giù tra i preti e tra i fedeli cattolici prevale certo la fiducia nel Papa, nella sua spinta all’incontro a qualunque prezzo, ma qualche sgomento trapela anche molto in alto. «Lutero allora aveva ragione? La misericordia è giusta, ma guardando la verità, non la sua edulcorazione». Questa le osservazioni che eminenze reverendissime, senza dare pubblico scandalo, senza appendere luteranamente le loro tesi sulle porte delle cattedrali, rivolgono esplicitamente o implicitamente al Papa argentino, dinanzi agli equivoci da illanguidimento del dogma e delle verità rivelate che suscita il Pontefice quando parla a braccio. Il male resta male, anche quando diventa occasione di bene. Non cambia dialetticamente natura, come vorrebbe certo modernismo teologico di matrice hegelian-marxista.

Così viene letta come un autorevole invito a tenere conto di tutti i fattori, anche della semina dell’errore, sempre da condannare, e su cui non transigere, il saggio in onore di Benedetto XVI che oggi – festa di san Pietro e Paolo – sarà presentato alla presenza del Papa regnante e del Papa emerito. Lo ha scritto, dentro un volume a più voci edito da Cantagalli, il prefetto della Dottrina della fede, il cardinale Gerhard L. Müller. Vi rievoca la lotta del giovane prete Ratzinger contro la negazione luterana del sacerdozio. Un caso la scelta del tema?

Intanto qualcuno ricorda che Lutero ha predicato anche parole non proprio medicinali, di cui dovrebbero chiedere scusa (non pervenuta) i luterani: «Quando la messa sarà distrutta, penso che avremo rovesciato con essa tutto il papismo. Il papismo infatti poggia sulla messa come su una roccia, tutto intero con i suoi monasteri, vescovadi, collegi, altari, ministeri e dottrine, in una parola con tutta la sua pancia. Tutto ciò crollerà necessariamente, quando sarà crollata la loro messa sacrilega e abominevole». Ancora: «Bisognerebbe arrestare il Papa, i cardinali e tutta la plebaglia che lo idolatra e lo santifica, arrestarli come bestemmiatori, e strappare loro la lingua fin dal fondo della gola e inchiodarli tutti in fila alla forca».

Renato Farina – Il Giornale

Vescovo chiama don Fortunato di Noto a dirigere Ufficio “Fragilità”

Annuncio la costituzione di un Ufficio diocesano dedicato al tema della “Fragilità” che verrà diretto da don Fortunato di Noto, cui ho dato il compito di studiare l’ultimo motu proprio del Papa “Come una madre amorevole” per costruire – a partire da lì – un possibile statuto del nuovo Ufficio.

Cito solo l’Incipit: “Come una madre amorevole la Chiesa ama tutti i suoi figli, ma cura e protegge con un affetto particolarissimo quelli più piccoli e indifesi: si tratta di un compito che Cristo stesso affida a tutta la Comunità cristiana nel suo insieme. Consapevole di ciò, la Chiesa dedica una cura vigilante alla protezione dei bambini e degli adulti vulnerabili. Tale compito di protezione e di cura spetta alla Chiesa tutta, ma è specialmente attraverso i suoi Pastori che esso deve essere esercitato. Pertanto i Vescovi diocesani, gli Eparchi e coloro che hanno la responsabilità di una Chiesa particolare, devono impiegare una particolare diligenza nel proteggere coloro che sono i più deboli tra le persone loro affidate”.
Vi auguro di vivere un’estate distensiva e anche laboriosa, nell’evangelizzazione soprattutto di quanti verranno da turisti sulle nostre spiagge e nelle nostre belle città. Il nostro sogno è che attraverso la nostra presenza e testimonianza di santità cristiana i nostri turisti si trasformino tutti in pellegrini, sulle vie della conversione e della carità cristiana.
Vi saluto di cuore, mentre formalizzo unitariamente le nuove nomine annunciate progressivamente in questi giorni. Una preghiera.
Noto, 29 giugno 2016
Solennità dei Santi Pietro e Paolo
+Antonio Staglianò, Vescovo Diocesi di Noto

in http://www.radiortm.it/

Wresinski, il prete che scoprì il «quarto mondo»

Se l’Economist ha accusato papa Francesco di essere nientemeno che leninista, viste le sue posizioni contro il neoliberismo, chissà che definizione spregiativa avrebbe usato per uno dei preti di Francia più impegnati nel cambiare e sovvertire le condizioni di vita dei poveri…
Joseph Wresinski è un nome che in Italia non dice moltissimo, mentre in Francia – e in decine di Paesi nel mondo dove è presente la sua creatura, il Movimento Atd Quarto Mondo – la sua fama è ancora viva oggi a distanza di 28 anni dalla morte (14 febbraio 1988). Soprattutto perché è a questo prete (non «di strada», ma «di miseria», si dovrebbe dire) che si deve l’intitolazione della Giornata mondiale di lotta alla miseria (17 ottobre), da lui inaugurata l’anno prima di morire al Trocadero, di fronte alla Torre Eiffel.

Proprio in questi giorni ricorre il 60° anniversario del primo impegno di padre Wresinski contro la povertà: era il 14 luglio 1956 (non una data a caso scelse il sacerdote, nato nel 1917: la festa della République) quando entrò per la prima volta nella bidonville di Noisy-le-Grand in Piccardia, a nord-est di Parigi. Era un campo di senzatetto allestito dall’abbé Pierre nel 1954, all’indomani della «sollevazione della bontà» proclamata dal celebre sacerdote dei clochard. Un conglomerato di condizioni di vita così spaventose che perfino Madre Teresa, quando venne a visitarlo, se ne uscì con un sintomatico: «Qui è peggio dell’India».

Quasi un nuovo girone infernale per mancanza di igiene (Wresinski racconta quella volta in cui morì una persona e per mancanza di soldi il corpo rimase nella casupola della famiglia, rosicchiato dai topi fino a quando si trovò il modo di celebrare le esequie gratuitamente), per condizioni di sottoproletariato (si scontrò molte volte, il prete dei diseredati, con i sindacati che non volevano saperne di quelli di Noisy-le-Grand, considerati malvagi, nullafacenti, parassiti, disprezzati da tutti), per la mancanza di prospettive di miglioramento e di riscatto sociale.

Lui, Wresinski, la miseria la conosceva di persona, come ben evidenzia la nuova biografia a lui dedicata, L’uomo che dichiarò guerra alla miseria (Paoline, pp. 234, euro 22), firmata da Georges-Paul Cuny. Già, perché Wresinski era figlio di quelli che chiameremmo oggi “migranti economici”: padre polacco, madre spagnola, così poveri (e inadatto il genitore, poi fuggito per incapacità di mantenere la famiglia) da far conoscere ai figli la mancanza di tutto. E di far sperimentare al piccolo Joseph perfino il rachitismo per fame. «Joseph sarà marchiato a fuoco dall’esperienza della vergogna, che riempie del suo fiele fino a ingozzare con il suo avvilimento. La ricorderà così bene che a questo marchio d’infamia attribuirà prima di tutto l’orrore della miseria, la sua agonia morale, la sua distruzione dell’essere», scrive il biografo.
Il giovane Joseph si impegna fin da ragazzo nella Gioventù comunista, dopo esser stato allevato nella fede cattolica. Ma lascia ben presto quella via e si inserisce nella Joc, la Gioventù operaia cristiana: da quell’esperienza maturerà la sua vocazione di prete per gli ultimi: «Essere prete nel mondo d’oggi significa raggruppare tutti gli uomini attorno ai più poveri, inscrivere i più poveri nell’avvenire del mondo».

E dopo l’ordinazione sacerdotale (1946) e i primi anni di ministero, inquieto e insofferente verso le statiche pratiche pastorali di una Chiesa che non sentiva l’urto della scristianizzazione e restava “borghese” nel dire e nel fare, ecco il passo che gli cambia la vita: entra a Noisy-le-Grand e non vi uscirà più. Se non per coronare i suoi sogni: portare i più poveri all’Eliseo (ci riesce con il presidente Valéry Giscard d’Estaing, che fa visita a una famiglia in baracca), in Vaticano (numerosi gli incontri con Giovanni Paolo II, che lo appoggiò e lo elogiò molto) e all’Onu: la stima del segretario generale del tempo, Javier Pérez de Cuéllar, è attestata da queste parole: «Senza l’impegno personale di uomini come lei, i più poveri rimarranno degli sconosciuti, destinati all’umiliazione dell’assistenza».

Nel raccontare la vicenda di Wresinski, Cuny evidenzia due particolarità notevoli nell’approccio di questo prete sociale. Anzitutto, le motivazioni religiose del suo impegno anti-miseria: «Cristo è nato fuori città, in una stalla. È morto fuori città, sulla croce. Ricordatevelo sempre: è il destino dei poveri». Già da giovane vicario scandalizzava la sua gente con scelte che sicuramente papa Francesco troverebbe pienamente azzeccate: ripara la chiesa con uomini che fino al suo arrivo non vi erano ammessi; invita alle funzioni i più poveri del paese, gli operai stagionali ad accedere in prima fila, sugli inginocchiatoi riservati alle famiglie ricche. Risultato: «In sei mesi, avevo svuotato la mia chiesa».

Ma padre Wresinski aveva in animo qualcosa di peculiare, «evangelizzare gli inevangelizzabili – scrive Cuny –. Per Joseph sarà motivo di sofferenza il fatto che la Chiesa gli appaia distolta dai suoi doveri sotto la pressione dei ricchi e dei potenti». Tanto che è di Wresinski questa massima: «Se la Chiesa non evangelizza i poveri, nessun uomo è evangelizzato, nessun ricco, nessun potente». En passant, è da notare che moltissimi dei volontari che si accodano a Wresinski in questa sua lotta corpo a corpo con la miseria erano non credenti, personalità – anche altolocate, come Bernadette Cournuau, la segretaria di direzione di L’Oréal, il celebre marchio di cosmetici – che pur non credendo in Dio volevano credere al detto di Ireneo di Lione: «La gloria di Dio è l’uomo vivente».

In seconda battuta c’è un altro tratto speciale nell’atteggiamento sociale di Wresinski. Aveva un’attenzione alla qualità della vita dei miseri e dei poveri veramente singolare. Nel campo di Noisy, ad esempio, in un posto dove le persone non sempre avevano da mangiare, lui portò la scolarità dei bambini dal 50% al 90%. Anzi: inventò delle biblioteche di strada dove persone di buona volontà giravano per le catapecchie e i tuguri dei quartieri più fatiscenti con libri e fumetti, perché tutti trovassero nella cultura una fonte di elevazione; fondò pure università popolari per i poveri, perché è dal sapere che può partire il riscatto del povero, non solo da un tozzo di pane.
Fu inoltre protagonista di gesti d’anti-assistenzialismo clamorosi, come quando rovesciò per terra la minestra che veniva distribuita pubblicamente a Noisy. Quando si presentò al campo un’estetista chiedendo di fare la volontaria, e manifestando però il dubbio che le sue competenze non potessero servire in quel posto, Wresinski le ribattè: «Ogni uomo, anche il più squallido, nutre in sé un abbozzo e un segreto attraverso il quale entra in contatto con la bellezza». E fondò a Noisy un centro estetico, perché le donne povere potessero curare il loro aspetto.

Perché di una cosa padre Wresinski era convinto, che ai poveri si dovesse la giustizia della dignità: «La necessità non uccide i valori, spinge a certe distorsioni di cui si ha vergogna. Ecco l’inferno della miseria: “Vorremmo essere diversi ma non c’è modo. Eppure il nostro onore ci costringerebbe a rimetterci a nuovo”».
Avvenire

Istanbul, attacco kamikaze all’aeroporto È strage: decine di vittime, 60 feriti

Almeno 28 persone sono rimaste uccise e una sessantina ferite in un feroce attacco terroristico all’aeroporto Ataturk di Istanbul. Si tratterebbe di due attentatori, forse addirittura 3, che si sarebbero fatti esplodere prima di varcare i controlli del check in al terminal internazionale. Si sono udite diverse esplosioni e colpi di arma da fuoco. I feriti sono stati immediatamente portati via con i taxi, diventati ambulanze di emergenza. Tra i feriti almeno una decina è in gravi condizioni. Il primo bilancio delle vittime, fornito dal ministro della Giustizia Bekir Bozdag, parlava di 10 morti, ma poi il numero è aumentato.

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La distruzione è enorme, come si vede dai primi scatti di testimoni postati sui social network.

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Il premier turco Binali Yildirim ha deciso la creazione di un’unità di crisi. Anche alla Farnesina è stata attivata l’unità di crisi per le verifiche sul coinvolgimento di italiani.

La ricostruzione dell’attentato
Il ministro della Giustizia Bozdag ha spiegato che terroristi prima hanno aperto il fuoco sulla folla – le immagini televisive hanno mostrato un kalashnikov sul pavimento dello scalo – e poi si sono fatti saltare in aria mentre gli agenti di sicurezza intervenivano per neutralizzarli. Il commando potrebbe essere stato composto addirittura da 7 terroristi.

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Voli cancellati
Subito dopo l’attentato numerosi voli diretti a Istanbul sono stati cancellati o dirottati su altri scali, ma lo scalo in un primo momento non è stato chiuso.Solo successivamente è stato deciso che lo scalo sarà chiuso fino a mercoledì sera alle 20.

La solidarietà sul web
Sui social si è subito attivato l’hashtag #istanbulblast, per avere informazioni ed esprime solidarietà alla Turchia nuovamente sotto attacco.

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Quale matrice terroristica
Le autorità turche hanno proibito di diffondere immagini del luogo dell’attentato. Si tratta di un provvedimento usuale in questi casi. Il governo ha fatto sapere che i sospetti ricadono su una organizzazione terroristica, ma non ha spiegato quale. UNa fonte di polizia parla invece di Stato Islamico.

La Turchia negli ultimi mesi è stata colpita da diversi attentati, tutti legati ai separatisti curdi o allo Stato Islamico.

Il più sanguinoso il 10 ottobre dell’anno scorso: almeno 102 le vittime in un doppio attentato suicida ad Ankara, la capitale,durante una
manifestazione pacifista organizzata dai sindacati. Il 12 gennaio 2016 un attentatore suicida provoca la morte di almeno 12 turisti vicino alla Moschea Blu di Istanbul.

Riesame per il parroco: il pm chiede conferma detenzione in carcere

La Procura di Brindisi si oppone alla scarcerazione dell’ex parroco del rione Bozzano, don Francesco Caramia, 42 anni, perché ritiene attuale il pericolo di reiterazione del reato per il prete arrestato con l’accusa di atti sessuali su un bimbo di nove anni che voleva fare il chierichetto, per servire la messa nella chiesa di San Giustino de’ Jacobis.

Le ragioni alla base del no al ritorno in libertà del prete, in carcere dal 15 giugno scorso, sono state illustrate nella mattinata di oggi dal sostituto procuratore Milto Stefano De Nozza, ai giudici del Tribunale del Riesame di Lecce, ai quali ha presentato ricorso il difensore del prete, Giancarlo Camassa. I giudici di garanzia si sono riservati la decisione.

Secondo il pm titolare del fascicolo d’inchiesta, non ci sono elementi tali da far ritenere mutato o quanto meno attenuato il quadro delle esigenze cautelari, descritto nella richiesta di custodia in carcere, poi  condivisa e firmata dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Brindisi, Maurizio Saso. Era e resta attuale, secondo il pm, il pericolo di  reiterazione del reato in considerazione del fatto che il sacerdote avrebbe mantenuto legami o comunque contatti con la comunità religiosa nonostante le dimissioni rassegnate nelle mani del vescovo.

In tal senso il pm e poi il gip nel provvedimento di arresto hanno evidenziato che don Francesco Caramia, originario di Mesagne, ha partecipato a una delle celebrazioni proprie della tradizione cattolica nella settimana di Pasqua: avrebbe anche confessato alcuni fedeli, nonostante un preciso divieto imposto dal vescovo dopo la notizia di indagini a suo carico diventate di dominio pubblico attorno alla metà dello scorso mese di dicembre, quando venne disposta una perquisizione nei locali della sacrestia e in quelli usati come studio dal parroco.

Le esigenze cautelari, per il pm restano attuali e si aggiungono ai gravi indizi di colpevolezza legati al racconto degli abusi resi dal ragazzino in sede di incidente probatorio. La parte ritenuta offesa oggi ha 16 anni e stando alla perizia disposta dal gip è in grado di rendere esame avendo una capacità cognitiva nella media: gli atti sessuali  sarebbero stati consumati in sacrestia anche due volte alla settimana, prima di servire la messa.

Il minore è stato ascoltato lo scorso 16 febbraio, in forma protetta e ha ricostruito come e quando ha conosciuto il parroco e dove sarebbero avvenuti gli incontri, confermando il contenuto della denuncia sporta dal pediatra del minore, in seguito al colloquio con la madre del ragazzino.
 

Pantani: Gip Rimini archivia inchiesta bis sulla morte

Il Gip di Rimini ha sciolto la riserva e ha disposto l’archiviazione dell’inchiesta bis sulla morte di Marco Pantani, trovato il 14 febbraio 2004 nella stanza del residence le Rose. Secondo quanto apprende l’ANSA l’ordinanza, accogliendo la richiesta del Procuratore Paolo Giovagnoli, e analizzando le questioni sollevate dall’avvocato della famiglia, Antonio De Rensis, ha concluso per l’assenza di piste da seguire per sostenere che sia stato un omicidio volontario. Resta poi Forlì, dove è pendente la richiesta di archiviazione per un’altra inchiesta sollecitata ancora una volta dalla famiglia: l’ipotesi è l’intervento della camorra sul Giro d’Italia del 1999. Ombra rimasta tale per le indagini, ma se ne discuterà in un’udienza davanti al Gip la prossima settimana. Il ‘caso Pantani’ sarà comunque un film e domani lo stesso avvocato De Rensis parteciperà, a Cesena, alla presentazione del progetto cinematografico. (ANSA).

Tredicenne nuda su whatsapp, un arresto

(ANSA) – TRENTO, 28 GIU – Un uomo di 30 anni napoletano è stato arrestato con l’accusa di produzione e divulgazione di materiale pedopornografico. Secondo l’accusa, formulata in seguito a indagini della polizia postale di Trento, come riporta il quotidiano ‘Trentino’, l’uomo, che si trova in carcere a Napoli, avrebbe adescato una ragazzina trentina di 13 anni sui social network, convincendola a inviargli delle foto nuda, che poi lui avrebbe divulgato su Internet.
L’uomo l’avrebbe spinta a inviargli le immagini con la promessa di un guadagno da 5.000 euro a settimana nella moda. Le immagini della ragazzina sarebbero poi finite su un gruppo whatsapp chiamato ‘tanta roba’, e da lì avrebbero iniziato a circolare in rete. Le richieste dell’uomo si sarebbero fatte via via più pressanti, al punto da chiedere alla tredicenne di mostrarsi in atteggiamenti succinti davanti alla webcam. La ragazzina si è però confidata con alcune coetanee, che hanno raccontato tutto ai genitori. Da qui è scattata la denuncia alla polizia.

 

Papa abbraccia Ratzinger per anniversario sacerdozio, gli incontri

Papa Francesco ha salutato e abbracciato nella Sala Clementina del Palazzo apostolico il Papa emerito Benedetto XVI che celebra il sessantacinquesimo anniversario dell’ordinazione sacerdotale.

Alla festa per Joseph Ratzinger in corso alla Sala Clementina in Vaticano, sono presenti i capi dicastero e pochi altri invitati. Uno spazio è dedicato alla musica, tanto cara a Ratzinger, con esibizioni del coro della Cappella Sistina. Oltre al Papa hanno portato i loro saluti il Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il card. Gerhard Mueller, e il decano del Collegio cardinalizio, il card. Angelo Sodano. Mueller ha poi consegnato al Papa emerito il volume che è stato realizzato per l’occasione e che contiene gli scritti di Ratzinger sul sacerdozio. Benedetto XVI, ricevuto il volume in dono, lo ha poi ridonato a sua volta a Papa Francesco.

La “dedizione” e la “fedeltà” che arriva dal luogo dove vive il Papa emerito Benedetto XVI “mi fanno tanto bene e danno forza a me e a tutta la Chiesa”: lo ha detto Papa Francesco rivolto a Joseph Ratzinger che oggi celebra il sessantacinquesimo anniversario del sacerdozio.

Il Papa emerito Benedetto XVI, che sta festeggiando nel Palazzo Apostolico l’anniversario di sacerdozio, ha ringraziato Papa Francesco “per la sua bontà, che dal primo momento dell’elezione mi colpisce interiormente ogni giorno della mia vita. Più che i giardini vaticani, con la loro bellezza, la sua bontà è il luogo dove abito e mi sento protetto”.

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Non son solo canzonette: ecco come monsignor Staglianò parla ai giovani

“Credo negli esseri umani, la buona novella pop”: questo il titolo del nuovo libro di monsignor Antonio Staglianò, vescovo della diocesi di Noto, edito dalla Rubbettino. Ricordiamo come monsignor Staglianò sia divenuto una popolarità, non solo sul web ma anche in televisione, quando in occasione di una cresima in una parrocchia di Scicli lanciò con grande intuizione un nuovo metodo comunicativo, “la cantillazione”, per andare direttamente al cuore dei giovani e non solo.
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“Da anni – dice monsignor Staglianò – , insisto nelle mie omelie sul concetto dell’umano dell’uomo che va perdendosi dentro la società dell’ipermercato. Dentro la legge narcisista del consumo si perde qualcosa di noi e si crea nella nostra esistenza un grande vuoto. Quando casualmente ascoltando la radio ho scoperto brani pop che ripetono questi concetti e in cui i giovani si immedesimano, grazie alla forza della musica, ho deciso di utilizzarli”.

30 Aprile 2016. Giubileo dei Giovani “Beati i Mericordiosi”

In effetti questo metodo si è dimostrato molto efficace e proprio in questo libro molto atteso e appena uscito Staglianò racconta la sua passione per la musica e per l’educazione dei ragazzi; la sua voglia di andare oltre l’ecclesiale per usare il linguaggio più universale, quello delle cosiddette “canzonette”, che ad una attenta lettura – come fa l’autore in questo libro – in realtà non sono da considerare in maniera superficiale, ma hanno testi che possono e sanno veicolare verità profonde che spesso non riusciamo a comunicare in altro modo.

“Il problema fondamentale – osserva Staglianò – credo possa essere il seguente: questi testi hanno dignità letteraria o no? Possono essere messi alla stessa stregua della letteratura dei grandi? Le tragedie greche, oggi considerate unanimemente opere straordinarie di letteratura, erano alla fin fine ‘telenovelas pop’ dell’epoca. E allora? nella musica pop non si può trovare sapienza umana? E quando predichiamo il Vangelo non ci interessiamo all’umano dell’uomo? In verità, i testi delle ‘canzonette’, nella misura in cui intercettano dimensioni dell’umano dell’uomo, appartengono di diritto al Vangelo e alla sua predicazione”.

4 maggio, il vescovo parla ai giovani del Liceo di Rosolini

“Diventare santi – continua il vescovo – non significa diventare angeli, ma raggiungere quella statura alta di umanità che Gesù Cristo ci ha mostrato. I santi sono umani pienamente compiuti. Se posso spiegare questo concetto attraverso una canzone di Mengoni come ‘Esseri umani’ – conclude Staglianò – soprattutto di fronte a un’assemblea di giovani, non vedo perché non farlo”.

Avvenire

Paura e delirio in Vaticano: così Francesco sta rottamando i cardinali

C’è stato un tempo non lontano in cui un capo dicastero vaticano era davvero una potenza: quando parlava le agenzie di stampa correvano a raccoglierne le parole, accortamente centellinate, per poi rilanciarle rapidamente nell’orbe mediatico. Non di rado qual cardinale o quel vescovo, rappresentavano sui media italiani e a volte internazionali, la voce del Vaticano, si parlasse di unioni civili o cellule staminali, di rapporti ecumenici, ospedali, codici etici, migranti o segreti di Fatima. A volte era un po’ come se si fosse espresso il papa, a volte era “la Chiesa” che tuonava.

Divisi per materia, i pontifici consigli – ministeri di rango minore – e le congregazioni – i ministeri chiave – dettavano la linea vaticana sulle questioni più disparate. Ma quel tempo è finito, anche perché lo stesso Francesco ha spiegato che il Pontefice non deve dire per forza la sua su ogni questione e problema; basta tornare alle parole lapidarie pronunciate messe nero su bianco dal Pontefice, a pochi mesi dalla sua elezione, nell’Esortazione Evangeli gaudium: «Non credo neppure che si debba attendere dal magistero papale una parola definitiva o completa su tutte le questioni che riguardano la Chiesa e il mondo. Non è opportuno che il Papa sostituisca gli episcopati locali nel discernimento di tutte le problematiche che si prospettano nei loro territori. In questo senso, avverto la necessità di procedere in una salutare decentralizzazione». Da quando la “salutare decentralizzazione” – intesa come maggiore autonomia dei vescovi e delle chiese locali su una varietà sempre più ampia di questioni – è entrata nel vivo, nei palazzi romani d’Oltretevere è cominciata una sorta di lenta decadenza. Il porporato di Curia è come smarrito, non sa più bene cosa fare, che pesci prendere nel profluvio di interviste papali, omelie di Santa Marta, motu prorpio sempre di Francesco. Per il resto la scena è rubata da altri protagonisti, ma andiamo con ordine.

«Non credo neppure che si debba attendere dal magistero papale una parola definitiva o completa su tutte le questioni che riguardano la Chiesa e il mondo. Non è opportuno che il Papa sostituisca gli episcopati locali nel discernimento di tutte le problematiche che si prospettano nei loro territori. In questo senso, avverto la necessità di procedere in una salutare decentralizzazione»
Evangeli gaudium
La strategia di Francesco è stata a suo modo sottilmente perfida: ben sapendo di non potersi mettere contro un apparato antico e massiccio, capace di digerire qualsiasi rivoluzione, il Papa ha deciso di svuotarlo con la tecnica della goccia cinese, un giorno alla volta, un pezzo dopo l’altro. Su questa strada naturalmente ha incontrato consensi e dissensi, cardinali e monsignori che lo appoggiano e altri che non lo vedono di buon occhio, ma questa è la sorte di ogni riforma istituzionale che si rispetti.

Di fatto, però, le parole una volta ben pesate del cardinale Antonio Maria Vegliò sui migranti (che pure suscitavano le urla leghiste), i moniti del prefetto della dottrina della fede, cardinale Gerhard Muller, sulle coppie gay (capaci di scuotere i dibatti parlamentari), o della Pontificia accademia per la vita sull’ultima scoperta di laboratorio in materia di cellule staminali embrionali, non destano più la stessa attenzione. A volte il riflesso condizionato funziona ancora, ma sempre di meno. C’è poi chi ha continuato a coltivare il proprio orto, come il cardinale Gianfranco Ravasi, uomo-ponte – fino a qualche anno fa – fra il mondo della cultura altra e la Chiesa. Inventore del “cortile dei gentili”, cioè di uno spazio in cui laicità e fede potevano colloquiare cercando punti d’incontro, la sua iniziativa sembra essere diventata di colpo un po’ desueta, antica, quasi nostalgica mentre un centinaio di giuristi, magistrati leader di organizzazioni sociali irrompe in Vaticano per dibattere col papa su temi come la tratta degli esseri umani, il narcotraffico, il lavoro forzato, la prostituzione, valore riabilitativo della pena, e chi più ne ha più ne metta. Si tratta di ambiti diversi, certo, e tuttavia il contrasto fa una certa impressione,

Per non parlare dell’arcivescovo Zygmunt Zimowski, capo del pontificio consiglio degli operatori sanitari, una specie di ministero della sanità. Il dicastero nacque nel 1985 grazie al cardinale Fiorenzo Angelini, scomparso nel 2014, soprannominato “sua sanità”e considerato potentissimo negli ambienti sanitari e farmaceutici italiani, faceva parte della cerchia più stretta di amici di Giulio Andreotti. I numerosi scandali finanziari legati alle strutture ospedaliere cattoliche, hanno indotto intanto il Papa e il Segretario di Stato Pietro Parolin a dare vita a una speciale commissione vaticana che dovrà verificare lo stato di salute di tutte le strutture sanitarie rette dalla Chiesa nel mondo, a cominciare da quelle italiane. Quel che è certo è che il dicastero di Zimowski è destinato a scomparire e la sua fine chiuderà un’altra pagina della storia italiana del dopoguerra. Chi si difende meglio sembra essere per ora monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione, che di fatto coordina – in parte – le iniziative e i pellegrinaggi del Giubileo straordinario della misericordia.

La strategia di Francesco è stata a suo modo sottilmente perfida: ben sapendo di non potersi mettere contro un apparato antico e massiccio, capace di digerire qualsiasi rivoluzione, il Papa ha deciso di svuotarlo con la tecnica della goccia cinese, un giorno alla volta, un pezzo dopo l’altro. Su questa strada naturalmente ha incontrato consensi e dissensi
Si procede nel frattempo a vari accorpamenti che però devono essere gestiti con precisione chirurgica dal papa e dai suoi collaboratori, perché tagliare la burocrazia e gli enti doppioni significa ridurre il personale, e questa pure è la grande paura che percorre i sacri palazzi. Di fatto Francesco ha creato una sorta di consiglio di ministri – il C9 – all’interno del quale hanno trovato posto i cardinali che, con Bergoglio, devono progettare la nuova Curia romana. Così un po’ alla volta, sono sorti la Segreteria per l’economia (presieduto dal cardinale Georg Pell, australiano), il Consiglio per l’Economia (cardinale Reinhard Marx, tedesco), il Pontificio consiglio per la tutela dell’infanzia (cardinale Sean Patrick O’Malley, americano, qui si affronta lo scandalo pedofilia), la Segreteria per la comunicazione (il cui ruolo è quello di armonizzare e modernizzare i vari media vaticani; è guidata da monsignor Dario Edoardo Viganò).

Ancora, è appena nato un altro nuovo dicastero: «per i laici, la famiglia e la vita», che cancella due pontifici consigli (vita e famiglia, diretti rispettivamente dal cardinale Stanislaw Rylko e da monsignor Vincenzo Paglia) e riduce a un organo secondario la Pontificia accademia per la vita guidata tuttora da monsignor Ignacio Carrasco de Paula, dell’Opus Dei. Alle porte, infine, è la creazione di un altro super ministero, particolarmente importante nella visione di Francesco, e lo si capisce già dal nome : “Carità, Giustizia e Pace” (accorperà le attuali competenze di Giustizia e Pace, Cor Unum, Operatori Sanitari, Migranti e Itineranti). Per comprendere il senso dell’operazione si tenga presente, per esempio, che un organismo come Cor Unum, il cui compito è quello di coordinare varie iniziative ecclesiali di carità del mondo, è surclassato per esempio da un peso massimo della della solidarietà cattolica come “Caritas Internationalis”, oggi non a caso posta sotto la guida di un bergogliano doc il cardinale arcivescovo di Manila Luis Antonio Tagle, già dato fra i prossimi papabili.

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