Maturità, insegnante di religione benedice penne in liceo Aversa

(askanews) – Si è diffusa come un lampo, non senza suscitare qualche polemica, la notizia di un’insolita cerimonia tenutasi in un liceo di Aversa (Caserta) in segno di buon auspicio per gli studenti che tra poco meno di un mese affronteranno la maturità. Convocati ufficialmente dalla Dirigente scolastica Rosa Celardo, i maturandi sono stati chiamati a riunirsi nell’aula magna per la “benedizione delle penne” in vista degli esami. L’invito, pubblicato anche sul sito del Liceo (con indirizzo linguistico, di scienze umane, economico-sociale, scientifico e scientifico sportivo), era rivolto non solo agli alunni del quinto anno ma anche ai genitori e agli insegnanti. A tenere la cerimonia un giovane sacerdote e insegnante di religione, Don Giuseppe.

Perquisizioni a casa del parroco. Acquisiti documenti

Massa Carrara, 30 maggio 2016 – Con un decreto per acquisizione di documenti e alla presenza dell’avvocato dell’ex parroco, i carabinieri di Massa questa mattina hanno perquisito l’abitazione del prete della Lunigiana, sul quale la Procura di Massa Carrara ha aperto un fascicolo, con l’ipotesi del reato di truffa. L’ex parroco è stato accusato da alcuni parrocchiani di utilizzare per se stesso e a scopi privati i soldi chiesti costantemente per le offerte ai poveri. La Procura aprì l’inchiesta con l’ipotesi dell’appropriazione indebita e truffa. Dopo lo scandalo che ha coinvolto il sacerdote, la Curia di Massa Carrara ha deciso di sospendere dal suo incarico il parroco, che attualmente vive in un appartamento, di proprietà della stessa Curia, a Marina di Massa, senza esercitare le sue funzioni parrocchiali. I carabinieri questa mattina hanno sequestrato alcuni documenti cartacei e procederanno su mandato della Procura agli accertamenti.

lanazione.it

Nozze, sposa non vedente: cane guida porta le fedi

BORGO CHIESE (TRENTO) – Cerimonia di nozze nella chiesa di San Gregorio a Borgo Chiesa, in provincia di Trento: la sposa, Cinzia Marina, bellissima nel suo abito bianco, non vedente, accompagnata dal suo cane guida Unica, che ha portato le fedi nuziali. Emozionato anche lo sposo, Michele Engeler, originario di Caslano, in Svizzera. Il fedele pastore tedesco dopo l’offertorio, con assoluta disinvoltura spiega Aldo Pasquazzo sul Corriere delle Alpi, è salito sul presbiterio per portare le fedi e poi si è accovacciato dietro agli sposi. Pasquazzo ha seguito le nozze, ecco il suo racconto: Gli invitati da parte dello sposo, svizzeri, hanno fatto onore agli stereotipi e sono giunti con largo anticipo. Mentre la sposa, non vedente e originaria di Trento, ha rispettato altrettanto la tradizione, presentandosi con oltre mezzora di ritardo. (…) Emozione evidentissima anche per lo sposo, malgrado cercasse in ogni modo di ostentare sicurezza. A fare ala alla cerimonia, malgrado la provenienza di entrambi da fuori valle, anche parecchia gente del luogo, rispettosamente ai margini del porticato. La coppia, che andrà ad abitare in Ticino, ha chiesto e ottenuto di celebrare il matrimonio nella chiesa di San Gregorio, un tempo casa dei frati e che ora ospita l’associazione “Il Ponte sul Guado”. Il marito, che indossa gessato blu e che tiene tra le mani il bouquet, è di Caslano, in Svizzera e fa di nome Michele Engeler. La chiesa di via Brione, peraltro bene addobbata, è piena di gente. Tra gli astanti altri non vedenti, che non perdono occasione per essere vicini e far sentire il loro calore agli sposi. Sul presbiterio il padre priore Andrea Schoneller, indossa la sola stola di colore verde. All’omelia il cappuccino sottolinea i valori ed i principi della vita a due. Durante la cerimonia Michael Strom di Spiazzo Rendena e Maria Chiara Mosna di Trento con violino e violoncello eseguono prima l’Ave Maria di Gounod, poi altre musiche di Bach e infine l’Ave Maria di Schubert.

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Preti sposati in Vaticano pubblicato libro del prefetto dei Vescovi per dire no

L’analisi del cardinale Marc Ouellet pubblicata dalla Libreria Editrice Vaticana.

Per il Movimento dei sacerdoti lavoratori sposati, che commenta la notizia pubblicata sul sito web “farodiroma.it” (riportata in basso) il celibato obbligatorio per i preti è collegato in parte come causa scatenante alla pedofilia dei preti (ndr)

 

“Il prezzo pagato dalla Chiesa Cattolica per l’esplosione dello scandalo della pedofilia tra i membri del clero va ben oltre tutto quello che si sarebbe potuto prima immaginare. Non solo in termini finanziari – comunque di portata astronomica – ma in particolare per la caduta vertiginosa di credibilità dovuta alle rivelazioni dell’ampiezza e della durata dei misfatti commessi da un certo numero di preti su vittime innocenti.

È abbastanza condivisa l’opinione che una tappa decisiva nel raddrizzamento della situazione è stata percorsa. È stata intrapresa una lotta decisiva ad ogni livello, sostenuta dalla determinazione senza incrinature dei Pontefici Benedetto XVI e Francesco che comporta poco a poco un cambiamento di mentalità e di disciplina; d’altra parte, il coraggio, l’umiltà e il senso della giustizia manifestati da quelli che hanno dovuto affrontare direttamente questa crisi, in particolare negli Stati Uniti, trovano già una ricompensa in un certo recupero e in un rilancio delle vocazioni sacerdotali.

Ma ad ogni nuovo caso di un ministro della Chiesa denunciato per abuso di minore, sono in tanti quelli che chiedono la revisione della norma sul celibato sacerdotale. Perché lo si ritiene tra le cause scatenanti la patologia.

In realtà del celibato dei preti se ne discute da molti anni; i pontefici degli ultimi cinquant’anni sono stati tutti chiamati a pronunciarsi sull’argomento. Segno che la questione tocca ambiti e problematiche molto più ampie del solo scandalo pedofilia nella Chiesa. L’ultima occasione di confronto è stato il convegno internazionale organizzato dalla Università Gregoriana lo scorso 4-6 febbraio, dal tema: “Il celibato sacerdotale, un cammino di libertà”.

Arriva ora in libreria – per poter quindi continuare a riflettere – da parte della Libreria Editrice Vaticana, il testo della relazione che in quella occasione pronunciò il prefetto della Congregazione per i Vescovi, il cardinale Marc Ouellet, Celibato e legame nuziale di Cristo alla Chiesa (pagg. 64, € 4,00).

Va detto che il celibato del sacerdote è non solo sospettato d’ipocrisia e ridicolizzato, ma a volte persino disprezzato e denunciato come un vergognoso travestimento. Del resto in un mondo in cui prevalgono l’edonismo e il supermercato del sesso, la testimonianza dei preti celibi, come anche delle persone consacrate in generale, appare forse come un valore d’altri tempi, ma che oggi non ha più successo.

All’interno stesso della Chiesa, nonostante le ripetute affermazioni del valore del celibato sacerdotale, si manifestano pressioni crescenti perché ne sia abolito l’obbligo dal momento che urge dare risposta alle esigenze pastorali delle comunità. Molte sono private della celebrazione eucaristica a causa della mancanza di preti. D’altra parte, in certi ambienti, permane un risentimento nei confronti del Magistero della Chiesa che ha deciso di riservare definitivamente il ministero sacerdotale agli uomini. Di qui una resistenza passiva alla promozione delle vocazioni sacerdotali che assomiglia a una protesta più o meno silenziosa. Il clima generale di comunione favorevole al fiorire delle vocazioni ne risulta profondamente colpito e rimane preoccupante la minaccia di scivolare verso modelli ecclesiologici non cattolici.

Un insieme di fattori convergenti d’ordine storico, culturale, pastorale ed ecumenico costringe dunque ai nostri giorni la Chiesa a una rinnovata riflessione su come sia importante e appropriato conservare per il futuro l’obbligo del celibato per i preti. “Sacrificheremo delle comunità con carenza di preti – si chiede il card. Ouellet – per salvaguardare una disciplina ecclesiastica degna di rispetto, ma il cui valore non è essenziale al sacerdozio? La coscienza odierna della Chiesa d’esser fondata sull’Eucaristia non pone legittimamente la domanda di favorire l’accesso a quest’ultima piuttosto che tener ferma una legge sempre più contestata e difficile da applicare? Una possibilità di scelta non offrirebbe una soluzione alla scarsità di vocazioni? Nel punto in cui ci troviamo in un mondo di comunicazione rapida e globale, il modello della Chiesa cattolica orientale non potrebbe essere progressivamente esteso, pur salvaguardando la preferenza per le vocazioni al celibato?”.

La conclusione a cui giunge, dopo un’articolata discussione, il prefetto dei Vescovi è che “si potrebbe certamente concepire, anche per la Chiesa latina, che un’altra forma di vita, il matrimonio, sia associata al ministero pastorale”, ma “il discernimento finale su questa possibilità spetta all’autorità suprema della Chiesa che ha preferito sino ad ora, per serie ragioni, mantenere la fondatezza della legge del celibato ecclesiastico obbligatorio”.

 

Maturità: pochi giorni all’esame, è corsa a tesina sul web

C’è chi prende la tesina da portare all’esame orale di maturità piuttosto seriamente, c’è chi invece non farà a meno di un aiuto dal web. Circa il 56% infatti si rivolgerà a Internet anche solo per trovare un’idea originale da sviluppare, ma tra i cybernauti della tesina non manca chi ricorrerà al copia e incolla. E se gli spunti della rete non bastano, gli studenti sono disposti a mettere mano al portafogli. Lo evidenzia una ricerca di Skuola.net realizzata su 2 mila maturandi. Se il 44% degli intervistati dichiara di non avere intenzione di cercare un aiuto su internet, la maggioranza (il 56%) cederà alla tentazione, ma con alcune differenze. Infatti, di questi cybernauti della tesina, 2 su 3 dichiarano di voler prendere solo ispirazione da lavori già fatti per trovare le idee e i collegamenti, per poi lavorarci su in autonomia, mentre 1 su 4 circa adopererà una tesina già fatta come “scheletro”, per poi adattarla alle sue esigenze.

Uno su dieci, invece, confessa: si dedicherà senza remore al copia e incolla. Secondo i dati della web survey realizzato dal sito, i più ligi al dovere sono i ragazzi del liceo, che vanno ad affollare la percentuale di chi “fa da sé”, senza ricorrere al web. D’altro canto, al polo opposto, i ragazzi dei professionali sembrano maggiormente intenzionati al copia-copia dal web rispetto agli altri studenti. Tendenze divergenti anche per maschi e femmine. Le seconde, infatti, appaiono meno disposte a copiare o prendere spunto da lavori già fatti presenti in rete. Pur con queste differenze, una cosa è sicura: trovare una tesina (o un percorso, o un progetto) bella e pronta da portare alla maturità è un vantaggio non da poco per uno studente sotto esame.

Un vantaggio per cui non pochi investirebbero la propria paghetta, se fosse necessario. E’ circa 1 su 4 dell’intero campione a confessare di essere disposto a comprare un lavoro già pronto dal web, mentre una netta minoranza, il 3%, dichiara di averne già messo nel carrello uno già fatto. Ma c’è chi arriva a soluzioni ben più raffinate. Perché acquistare una tesina già pronta, con il rischio di essere “beccati”, se si può pagare qualcuno – magari studenti universitari o professori – per farsene fare una originale e su misura? Uno su 5 circa dichiara che sarebbe disposto a mettere mano al portafogli per essere aiutato a finirla per tempo (13%) o perché qualcun altro la scriva al posto suo (6%). Un altro 4% dell’intero campione ha già pagato per farsi confezionare la tesina che porterà all’esame, interamente o solo in parte.

ansa

Terremoto 4.1 tra Umbria e Lazio

Una scossa di terremoto di magnitudo 4.1 è stata registrata in provincia di Terni, nella zona dell’orvietano al confine con il Lazio, dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia.
Il movimento tellurico è stato chiaramente avvertito dalla popolazione in una vasta area, inclusa la Toscana. Al momento i vigili del fuoco non segnalano danni particolari. Secondo i dati dell’Ingv, le località più vicine all’epicentro del terremoto sono Castel Giorgio, San Lorenzo Nuovo, Castel Viscardo e nel Lazio Bolsena, Grotte di Castro e Acquapendente. Numerose le telefonate giunte ai vigili del fuoco del comando provinciale di Terni per chiedere informazioni su quanto successo. La scossa è stata avvertita anche in provincia di Perugia, in particolare nell’area del lago Trasimeno dalla quale diverse persone hanno telefonato ai vigili del fuoco. Anche in questo caso per avere informazioni. Molte persone sono scese in strada a Orvieto e negli altri centri.

ansa

Verso il Business. Giubileo: oltre 8 mln pellegrini a Roma

(ANSA) – CITTA’ DEL VATICANO, 30 MAG – In poco meno di sei mesi dall’apertura della Porta Santa di San Pietro, sono oltre otto milioni i pellegrini giunti a Roma per il Giubileo straordinario della Misericordia voluto da papa Francesco. Nel suo ultimo aggiornamento, il sito ufficiale dell’Anno Santo, coordinato dal Pontificio Consiglio per la Nuova evangelizzazione, fornisce la cifra di 8.217.256 fedeli “partecipanti al Giubileo in Roma”, che conteggia i pellegrini di tutto il mondo che si sono registrati online e sono giunti nella Città eterna per gli eventi giubilari e per il passaggio della Porta Santa della Basilica vaticana.

Sui preti sposati Bergoglio schiavo della legge vaticana

La Chiesa non si chiuda in un sistema – una gabbia – di regole, ma lasci spazio alla «memoria» dei doni ricevuti da Dio, alla forza della «profezia» e della «speranza». È l’esortazione espressa da papa Francesco nell’omelia del 30 Maggio 2016 a Casa Santa Marta, come ha riportato Radio Vaticana.
Il commento del Movimento dei “sacerdoti lavoratori sposati” fondato nel 2003 da don Giuseppe Serrone.

“Parole, quelle pronunciate da Papa Francesco, che contraddicono i suoi comportamenti ad esempio sulla questione dei preti sposati e della loro riammissione al ministero attivo alla stregua dei sacerdoti anglicani accettati in servizio con mogli e figli. Sulla questione legate del celibato obbligatorio dei preti il Santo Padre, ha ancora una visione tradizionalista, ingabbiato nella Legge”.

A cura della Redazione Sacerdoti Lavoratori Sposati

sacerdotisposati@alice.it

 

Vescovo Ventimiglia, tende in seminario

“Con il sindaco di Ventimiglia stiamo lavorando per evitare qualsiasi soluzione forzosa e disordini. La situazione è ancora tutta in fieri, ma noi abbiamo già dato la disponibilità a montare una tendopoli in un terreno del seminario, attivando una collaborazione con la Croce Rossa per una cucina da campo e con la Protezione Civile per i servizi igienici”. Lo ha detto il vescovo di Ventimiglia, Antonio Suetta, annunciando l’impegno per risolvere l’emergenza migranti. Tra le altre soluzioni, c’è pure quella di realizzare una tendopoli in un terreno delle Ferrovie,sempre a Ventimiglia.
“Contiamo di trovare una soluzione entro le prossime quarantotto ore per rispondere a questa emergenza”, conclude il vescovo ricordando che oggi la Caritas ha accolto in seminario una trentina di migranti coinvolti nel naufragio avvenuto, giovedì scorso al largo delle coste siciliane.

ansa

Papa: mai pensato di smettere. Risponde a Youtubers di Scholas occurrentes

“Non ho mai pensato di smettere di fare il Papa né di lasciare per le troppe responsabilità, in realtà non pensavo neppure che mi avrebbero scelto ma da quel momento mi sono sentito in pace, per natura sono un po’ incosciente e quindi continuo”. Lo ha detto papa Francesco rispondendo alla domanda di uno dei trenta Youtubers che lo hanno interrogato nel convegno di Scholas occurrentes.

ansa

Gere e Clooney premiati davanti al Papa Per i due attori l’Ulivo della pace in Vaticano

George Clooney e Richard Gere presenti oggi in Vaticano alle conclusioni del convegno di Scholas Occurrentes sono stati premiati davanti a papa Francesco e a oltre 400 partecipanti con la medaglia dell’Ulivo della Pace.
Clooney, che aveva accanto la moglie Amal, ha voluto commentare il premio dicendo: “E’ stata un’esperienza meravigliosa ed è un programma meraviglioso quello che Scholas Occurrentes porta avanti, facendo sì che tante religioni diverse parlino di inclusione perchè sappiamo che l’odio e l’atteggiamento integralista si apprendono e vengono inculcati”. Scholas Occurrentes è un’organizzazione internazionale che promuove l’integrazione sociale e la cultura dell’incontro per la pace ed è presente in 82 paesi attraverso la sua rete composta da oltre 400.000 scuole e reti educative.

ansa

Dall’Egitto alla Turchia e anche in Vaticano attacco alla stampa libera

tratto da Avvenire che non cita il caso dei giornalisti Nuzzi e Fittipaldi (ndr)

Nel 2015, la libertà di stampa ha toccato il punto più infimo degli ultimi 12 anni. In ogni angolo del pianeta, forze politiche, criminali, terroristiche hanno tentato di zittire i mezzi di comunicazione per tutelare o accrescere il proprio potere. Solo il 13% della popolazione mondiale ha potuto godere di una ‘stampa libera’. E in questa espressione rientrano: una copertura delle notizie politiche accurata e plurale, condotta da giornalisti che lavorano in modo sereno, senza essere minacciati; e perché la stampa sia libera, è necessario che le pressioni sull’editoria, economiche e anche legali, non si facciano sentire e lo Stato si intrometta il meno possibile. Poi, vi è un 41% di popolazione mondiale che ha fruito di media ‘parzialmente liberi’ (anche l’Italia, sì). E infine, il 46% è stato circondato da organi di informazione ‘non liberi’. È questo l’affresco che Freedom of the press 2016, rapporto annuale elaborato da Freedom house, organizzazione indipendente per la difesa dei diritti umani, tratteggia su base globale, segnalando alcune situazioni più allarmanti per intensità o sorprendente accelerazione.

In particolare, nell’area Mena (Nord Africa e Medio Oriente), su 19 Paesi nessuno ha le caratteristiche per essere definito ‘libero’ dalla suddetta ricerca e solo 4 godono di una stampa ‘parzialmente libera’. I rimanenti sono del tutto ‘non liberi’. In questa cornice, però, al netto di Siria e Yemen, per ovvie ragioni difficile da catalogare, Egitto e Turchia sono stati protagonisti delle impennate anti-media più agguerrite. Per acrimonia verso i rappresentanti del quarto potere, l’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi ha il primato nei Paesi dell’ex Primavera araba: archiviato un 2015 feroce (citiamo, fra i numerosi casi, la condanna all’ergastolo ad Abdullah al-Farkharany e Samhi Mustafa, direttore e cofondatore del sito di informazione Rassd, rei di aver seguito i sit-in dei sostenitori di Morsi nell’estate del 2013), nel solo mese di aprile 2016, 30 giornalisti sono stati arrestati per impedire loro di raccontare le proteste contro la cessione delle isole di Tiran e Sanafir, nel Mar Rosso, all’Arabia saudita. Migliaia di persone – non solo sostenitori della Fratellanza musulmana – hanno sfidato la legge anti-protesta (in vigore dalla fine del 2013, ndr) per dire no alla svendita del territorio ai padrini wahhabiti. Il regime ha cercato di nascondere la rivolta, così come i numerosi scioperi indetti dai sindacati indipendenti da sei mesi a questa parte in tutto il Paese. Con l’incursione nella sede del Sindacato dei giornalisti, il primo maggio, si è assistito a un’escalation.

Due giornalisti del sito informativo Bawabet Yanair, che hanno seguito le manifestazioni, sono stati arrestati mentre si trovavano dentro alla sede sindacale, perquisita da un’ottantina di gendarmi. La stretta delle autorità sui giornalisti non risparmia i corrispondenti stranieri: il reporter francese Remy Pigaglio, corrispondente al Cairo da metà 2014 per il quotidiano cattolico La Croix e l’emittente radio Rtl, non è potuto entrare in Egitto al ritorno da una trasferta. Nessuna motivazione è stata addotta al suo arresto all’aeroporto del Cairo: passaporto e telefono gli sono stati sequestrati e restituiti il giorno successivo, dopo una notte trascorsa in cella. La diplomazia francese non ha potuto niente contro la misura di rimpatrio; i colleghi al Cairo, invece, denunciano «la crescente repressione dalle autorità esercitata sui media egiziani e stranieri». Nel frattempo, il regime ha affinato i propri strumenti di controllo: mentre riunioni a porte chiuse fra presidenza, editori e direttori di testata avvengono in modalità ormai routinaria, l’informazione su web è il grande osservato speciale. Nei mesi precedenti il voto parlamentare (un lungo processo elettorale che ha richiesto oltre 60 giorni, nell’autunno del 2015), la creazione di un Consiglio superiore per la cybersicurezza ha messo in evidenza il grado di allarme degli apparati statali nei confronti di internet, il mezzo di comunicazione che ha coadiuvato le Primavere.

Tipica degli altri media è, invece, l’autocensura degli operatori, inferta a se stessi per non incorrere in multe salate o, ancor peggio, in pene detentive senza ritorno. Cioè quelle previste dalla Legge antiterrorismo entrata in vigore nell’agosto del 2015 (ma già concepita a fine 2013), di ampia copertura e ambiguità linguistica: nel mirino c’è qualsiasi comportamento lesivo dell’unità dello Stato, della sua dignità, immagine, sicurezza, stabilità e altro ancora. Ecco dunque che la tragedia del volo EgyptAir A320 da Parigi a Il Cairo, precipitato al largo della costa egiziana, è l’ennesima occasione in cui verificare in quale terreno minato si muovano i giornalisti egiziani nello svolgere il loro lavoro: le informazioni pubblicate dai mezzi filo-governativi sono solo quelle autorizzate dagli Interni; siccome però non c’è ancora una versione ufficiale definitiva, gli stessi esperti del ministero ed investigatori, seppure assai parchi nelle loro dichiarazioni e spesso anonimi, sono continuamente smentiti dallo stesso ministero. Non solo Freedom of the press, ma anche Reporters without borders assegna a Il Cairo uno degli ultimi posti della classifica della libertà d’espressione, seguito da Riad, Sanaa, Tehran e Manama.

E’ tristemente famoso il blogger attivista per i diritti umani Saif Badawi, saudita, che sconta una pena di mille frustate per offesa all’islam (una modalità di punizione sempre più frequente anche in Bangladesh, in questa prima metà del 2016). I dati sull’Iran invece contrastano con la visione rosea che la stampa occidentale ha dato della recente affermazione dei moderati alle elezioni parlamentari. E riportano alla brusca realtà gli osservatori: ad aprile di quest’anno, 4 giornalisti sono stati condannati a pene detentive comprese fra i 5 e i 10 anni per «aver fatto propaganda contro lo Stato e attentato alla sicurezza nazionale». I mezzi di comunicazione ‘liberi di parlare’ sono quelli che veicolano le informazioni plasmate dai Guardiani della rivoluzione. O, come ribadiscono gli esuli, quelli editi all’estero. Ma è nella Turchia ‘quasi europea’ che si registra un precipitare della situazione: muovere una qualsiasi critica nei confronti del presidente Recep Tayyep Erdogan è sempre più rischioso, vista la facilità con cui giornalisti, blogger, utenti del web incorrono nell’accusa di diffamazione, ingiuria, attentato ai simboli della nazione.

Nel 2015, le autorità turche, segnala Freedom house, hanno inquisito persino un medico che aveva messo in rete un’immagine ironica del presidente in versione Gollum (celebre ‘cattivo’ della saga ‘Il signore degli anelli’). Detto questo, la questione è assai seria: dai primi anni Duemila in poi, decine di giornalisti sono stati incarcerati in Turchia con svariate accuse: di base, crimini connessi con il terrorismo, curdo o islamista. L’ultima vittima di un meccanismo liberticida collaudato è Can Dundar, direttore del quotidiano Cumhuriyet, condannato a 5 anni e 10 mesi di reclusione per spionaggio, minaccia alla sicurezza dello Stato e sostegno a gruppi terroristici. La testata ha svelato in un’inchiesta la connivenza fra servizi turchi e Stato islamico. Sulla sfondo di questa vicenda ci sono centinaia di reporter che, nel tempo, sono stati convinti ad abbandonare il mestiere. Alle testate ‘irriducibili’, che hanno continuato ad essere critiche nei confronti dell’Akp, il partito di maggioranza Giustizia e sviluppo, dal 2003 sulla cresta dell’onda, sono state bloccate le rotative in modo più sottile: ridotte alla bancarotta, strozzate da multe per presunte evasioni fiscali colossali, sono state comprate da gruppi editoriali o industriali vicini alla presidenza e trasformate in megafoni del potere.

E tutto questo perché le elezioni sono libere, ha scritto recentemente l’editorialista di Hürriyet Daily News Mustafa Akyol: «Poiché (Erdogan e i suoi sostenitori) non possono controllare le urne, allora devono influenzare i principali canali di accesso alle menti degli elettori». La Turchia di oggi, conclude amaramente la nota penna, «è una democrazia illiberale».

 

Primate Vescovi Cattolici Irlanda non ha obiezioni sui preti sposati

Mons. Eamon Martin, arcivescovo di Armagh e Primate di tutta l’Irlanda, si è detto favorevole ai preti sposati in una dichiarazione riportata dalla stampa irlandese (quotidiano DerryNow) e diffusa in Italia  dal Movimento dei sacerdoti lavoratori sposati.

Il Vescovo Martin  dal 2013 nuovo arcivescovo coadiutore dell’arcidiocesi di Armagh, nell’Irlanda del Nord  ed ha 54 anni.

La nomina del nuovo coadiutore era arrivata dopo che nei confronti di Brady si erano ripetute le richieste di dimissioni per aver coperto casi di abusi sessuali di sacerdoti nei confronti di minori: coperture ammesse dallo stesso porporato. Il primate d’Irlanda aveva anche detto nel 2010, quando la vicenda era venuta alla luce, di provare “vergogna” per il fatto di essere stato presente agli incontri in cui bambini dovevano sottoscrivere impegni al silenzio sulle accuse contro il sacerdote Brendan Smyth (morto nel 1997), uno dei più noti pedofili d’Irlanda. Molte vittime avevano invocato le dimissioni di Brady.

segnalazione della redazione dei sacerdoti lavoratori sposati

Isis: schiave in vendita online al prezzo di 8.000 dollari

(ANSA) – NEW YORK, 29 MAG – Schiave in vendita su Facebook, con foto e prezzo, 8.000 dollari. E’ la nuova frontiera dell’Isis che ha fatto dell’uso dei social network uno dei suoi strumenti più potenti. Lo riporta il Washington Post.
“A coloro che pensano di acquistare una schiava, questa costa 8.000 dollari” si legge in un post datato 20 maggio su un account dal nome Almani, riconducibile a un cittadino di origini tedesche che sta combattendo per l’Isis in Siria. L’annuncio è accompagnato da una foto. Un secondo messaggio, sempre di Almani, riguarda una seconda schiava, anche lei in vendita per 8.000 dollari. Le foto sono state rimosse poco dopo la loro pubblicazione. Almani nel messaggio che accompagna le due foto invita i suoi amici su Facebook a “sposarsi” e trasferirsi nel territorio occupato dall’Isis fra Iraq e Siria. A chi gli chiede cosa fa valere le due schiave 8.000 dollari e se hanno particolari qualità, Almani replica che il prezzo e’ determinato dall’offerta e dalla domanda.

Seborga, lo strano caso di via Miranda 4b: agenzia immobiliare o chiesa ortodossa?

riviera24.it

Seborga. A vederla da fuori, percorrendo il carruggio del piccolo borgo, la vetrina di via Miranda, al civico 4b, ha tutto l’aspetto di un’agenzia immobiliare. Una porta vetrata, al piano terra di un edificio, sulla quale sono affisse proposte di vendita di case e appartamenti. Recapiti telefonici e biglietti da visita, completano il tutto.

Ma allo stesso indirizzo, via Miranda 4b, sembrerebbe esserci una chiesa. E, più specificatamente, una sede della Chiesa Ortodossa Italiana con la Cappella “Mons. Adeodato Mancini”. Questo, almeno, è ciò che risulta consultando il sito internet http://www.chiesaortodossaitaliana.org/, nel quale è anche specificato che la cappella in questione è seguita da “fr. Gianni Palmari e mons. Alexandrum Meluzzi”.
Custode della cappella è poi l’Ordine Templare Cavalleresco di San Valentino, di cui il Gran Priore è sempre il signor Palmari.

Non ne so assolutamente nulla”, dichiara in merito il Sindaco Enrico Ilariuzzi. Di certo sarà abituato alle “stranezze” del comune che amministra, tra principi che spuntano come funghi e ordini cavallereschi dai nomi più diversi. Ma una chiesa, diversa da quella cattolica, a Seborga ancora mancava.

E infatti, come precisato daGianni Palmari, titolare dell’agenzia “Habitat” – che ha sede proprio in via Miranda 4b – una chiesa ortodossa vera e propria non c’è ancora. “C’è una sede e non una chiesa per ora”, dichiara Palmari, “Ed è la sede del patriarcato della chiesa Assiro – Caldea ed è la sede dei cavalieri della Pietà del Pellicano. Ma non è una chiesa ortodossa. C’è la possibilità e probabilmente c’è l’intenzione di creare una chiesa ortodossa, ma questo non è di mia competenza”. A decidere sarà Alexandrum Meluzzi (al secolo Alessandro Meluzzi), noto psichiatra e criminologo italiano che, il 6 novembre 2015, dopo la morte di Mancini, è stato proclamato primate (arcivescovo) della chiesa ortodossa italiana col nome di Alessandro I.

Certo una chiesa ortodossa a Seborga sarebbe stato il sogno di Monsignor Adeodato Mancini. Lo dice chiaramente Palmari: “Era questa la sua volontà, il suo sogno: avere una sede a Seborga che riguarda la Pietà del Pellicano: uno dei 99 ordini dei cavalieri templari. Adeodato Mancini è mancato, ora al suo posto c’è Alexandrum Meluzzi”.

Nell’attesa di esser scelta come chiesa, l’agenzia immobiliare è anche la sede ufficiale dell’ordine Templare cavalleresco di San Valentino di cui, sempre Gianni Palmari, è gran priore.

articolo tratto da riviera24.it

Torino, rivoluzione in Curia: “Diaconato rosa? Il problema è accedere ai ruoli decisionali”

repubblica.it

Cultura / Il dio senza dogmi di Kieślowski

re i conti con dio che ci si creda o meno. E con la razionalità esasperata, i regimi totalitaristi dell’Est, il destino “cinico e baro” e l’occhio femminile. Passione Kieślowski – la rassegna cinematografica dedicata all’autore polacco a vent’anni dalla scomparsa, fino al 2 giugno al Palazzo delle Esposizioni di Roma – ripercorre i temi che gli sono stati cari. Anche assieme a testimoni come Tomasz Wasilewski, regista e connazionale, considerato il suo erede.

United States of love, il malinconico e feroce film di Wasilewski, Orso d’argento alla scorsa Berlinale, ambientato in Polonia nel primo anno dopo la liberazione del comunismo, è impregnato di una fede punitiva che rende gli individui infelici. Agatha (Julia Kijowska) è sposata con una figlia, ma è ossessionata dal sacerdote della sua parrocchia; Iza (Magdalena Cielecka) è respinta dal padre di una sua studentessa con cui ha avuto una relazione; Marzena (Marta Nieradkiewicz), sorella di Iza, è un’ex miss, le cui solitudine e ingenuità vengono manipolate da persone di cui si fida e che ha aiutato; Renata (Dorota Kolak), una vecchia insegnante in pensione, usa qualsiasi trucco per attirare l’attenzione di Marzena di cui si è invaghita.

Wasilewski ha girato un film con quattro personaggi femminili che si sfiorano senza intrecciarsi e che suggeriscono una connessione ai temi del doppio e della incomunicabilità tra gli individui sottesi ne La doppia vita di Veronica (1991), dove due identiche Irène Jacob convivono, a Parigi e a Cracovia, senza sapere nulla l’una dell’altra. L’altro riferimento kieślowskiano forte è al Decalogo (1988). «Kieślowski ha usato la religione per fare un ritratto del Paese, ma il dogma è solo una leva per indagare la natura umana – puntualizza Wasilewski -. Ogni episodio equivale a un comandamento, senza esprimere mai giudizio positivo o negativo sulle persone e sulla situazione. La sua ricerca non ha niente a che fare con il proselitismo. Il cattolicesimo in Polonia è stato ed è un elemento pervasivo e credo che abbia avuto un forte impatto sul maestro come sulla vita di ogni altro polacco».

E molto cinema polacco, anche ultimamente, ha riflettuto sul senso di colpa e sulle radici cristiane che hanno forgiato le vecchie generazioni, continuando ad alimentare le nuove, magari solo per sottrazione. In questo senso, è indimenticabile Ida di Pawel Pawlikowski che racconta la sofferta vocazione di una suora che si scopre ebrea; il film ha vinto l’Oscar come migliore film straniero nel2013. Nello stesso anno è passata in concorso a Berlino una pellicola coraggiosa e intelligente sulle pulsioni omosessuali di un sacerdote, In the name of di Malgoska Szumowska, che non è ancora approdato nelle nostre sale. In United states of love, che uscirà in Italia per Cinema di Valerio De Paolis, le citazioni esplicite dell’opera di Kieślowski sono indubbie, ma mai insistite. Vi è la morte di una ragazzina per la caduta accidentale in un buco di un lago ghiacciato, come era accaduto al piccolo protagonista del Decalogo 1, ispirato al primo comandamento Io sono il Signore tuo Dio. Non avrai altro dio all’infuori di me.

E il bianco e nero di United States of love è macchiato ogni tanto dall’azzurro di un maglione, dal fucsia delle cuffiette da piscina, dal verde della tonaca sacerdotale. Un omaggio alla Trilogia del coloreispirata alla bandiera francese e associata ai tre ideali della rivoluzione (blu-libertà, bianco-uguaglianza e rosso-fratellanza). «Assieme al direttore della fotografia Oleg Mutu che aveva firmato la fotografia di 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni di Cristian Mungiu (Palma d’oro a Cannes nel 2007 n.d.r.) – spiega Wasilewski-, ricordavamo l’epoca degli anni ’80 e ’90 come priva di colori. Avevamo la stessa sensazione anche se lui ha vissuto la cappa del regime in Moldavia. Per questo abbiamo deciso di rendere le facce per lo più bianche, il resto senza tinta, come la fine del mondo in qualsiasi posto».

Wasilewski è nato nel 1980 e aveva solo nove anni quando la dittatura crollò ma racconta quella stagione politica, che Kieślowski anticipò con Lavoratori 1971: Niente su di noi senza noi, riprendendo la repressione violenta dello sciopero di Danzica da parte della polizia. Il documentario venne requisito e usato dalla forze dell’ordine per identificare i partecipanti e punirli, rovesciando completamente l’intento di denuncia del suo autore. E il comunismo Kieślowski lo ha reso anche con i campi lunghissimi sui palazzoni squadrati dell’architettura sovietica, come fa Wasilewski. La sua macchina da presa è però spesso addosso ai protagonisti: «Come in quelli di Kieślowski, nel mio film non ci sono grandi trame o eventi epocali, l’importante è che lo spettatore provi le stesse emozioni dei personaggi».

ilsole24ore.com

Un’altra vittima de La Terra dei Fuochi: muore Don Marco, “il cantautore di Dio”

Il parroco aveva 36 anni ed è morto per un tumore. Celebre la sua partecipazione in TV al Talent show di Canale 5 condotto da Gerry Scotti

ilmeridianonews.it

Non ce l’ha fatta Don Marco Marigliano il parroco 36 enne che ha lottato fino alla fine contro un tumore. Una perdita incolmabile per i fedeli e la comunità di Grumo Nevano. I funerali si svolgeranno oggi 29 maggio alle ore 16 nella Chiesa della Madonna del Buon Consiglio. La salma arriverà in chiesa alle ore 10 per l’ultimo saluto dei fedeli e della intera comunità.

Dopo essersi specializzato nella Pastorale Giovanile all’UPS di Roma, don Marco ha iniziato la sua evangelizzazione ai giovani con l’arte del canto e della musica, lasciandosi così definire “Cantautore di Dio”. Già dall’età di 15 anni, Don Marco era attivamente impegnato in parrocchia: frequentava l’oratorio, suonava la chitarra, faceva animazione e guidava la corale e a 18 anni è entrato in seminario.

Ha vissuto esperienze come missionario a Lourdes, in Birmania, in Thailandia e in Romania. All’età di 26 anni è diventato prete ed ha iniziato la sua evangelizzazione ai giovani attraverso l’arte del canto, della musica e del ballo. Il suo sogno era quello di realizzare un progetto parrocchiale ben preciso: realizzare un centro pastorale e regalare ai ragazzi della parrocchia un oratorio dignitoso.

Nel 2011 era uscito il suo primo lavoro discografico dal titolo: “…e GUARDANDOTI TI AMAI”. Nel 2012 Don Marco Marigliano aveva partecipato al talent show di canale 5, “The winner is…” condotto da Gerry Scotti.

Fiore è il cinema italiano al presente indicativo. Senza nostalgie e senza paure. Il cinema italiano oggi

di Giona A. Nazzaro

Alì ha gli occhi azzurri è uno dei film italiani che hanno segnato un’inversione di tendenza nel cinema italiano e una rimodulazione del racconto d’impronta realista. La precisione con la quale il film coglie(va) la realtà della periferia e di Ostia in particolare, intuizione questa non compresa in tutte le sue articolazioni all’epoca, senza contare l’abilità di Giovannesi di rielaborare elementi del classico noir urbano (da Dassin in avanti per giungere a Caligari), facevano del film un’opera cruciale la cui importanza oggi risalta ancora di più.

Era dunque non senza una certa apprensione che si aspettava Claudio Giovannesi al varco di Fiore, film nei cui confronti si nutrivano molte speranze e che, la si consideri già una parziale conclusione, non sono assolutamente andate disattese.

Tutto quanto faceva la forza di Ali, torna nel nuovo film con una urgenza a dir poco urticante. La capacità di Giovannesi di interfacciarsi con i corpi e la realtà dei suoi personaggi e ambienti non solo si è conservata intatta, ma trova ulteriormente accenti di verità inediti. Elemento questo che dimostra come il regista abbia lavorato verso un maggiore controllo del suo fare cinema evitando però di chiudersi in un recinto autoreferenziale.

Nella vicenda di Daphne, una giovanissima rinchiusa in una carcere per una rapina e chi si innamora del coetaneo Josh (l’ottimo Joshua Algeri), vive non solo un’indignazione altissima ma soprattutto la comprensione cinematografica – di rara efficacia – di uno spazio urbano costretta entro i rituali della libertà segregata della detenzione.

Giovannesi, pur aderendo al corpo della sua protagonista, evita la ripresa feticcio del cinema realista degli ultimi: l’inquadratura di quinta, con la macchina piazzata saldamente dietro la nuca dell’interprete. Una scelta fondamentale. Giovannesi non segue i suoi protagonisti, non li pedina. Vive assieme a loro. Li accompagna. Ed è interessante osservare come l’utilizzo del piano sequenza permetta al film letteralmente di respirare. E ogni qual volta la pur essenziale, sobria sceneggiatura scritta in collaborazione dal regista con Antonella Lattanzi e Filippo Gravino, rischia di cedere a una narrazione consequenziale, l’affondo del piano sequenza permette al film di riprendersi i suoi ritmi, restituendo alla protagonista il suo spazio.

È come se Giovannesi si conquistasse del tempo sottratto al racconto, come Daphne si prende, ogni volta che può del tempo in più sottraendolo a quello del carcere. Un dettaglio, certo, nel corpo di una narrazione controllata magistralmente ma mai soffocata dalle regole del cinema “ben fatto”. Ogni volta che Daphne scatta, inizia a correre, il film è come si sollevasse da terra (si pensa per esempio alla corsa in controluce sulla spiaggia al crepuscolo). È tale la simbiosi fra la macchina da presa di Giovannesi e la sua protagonista da permettergli dei tocchi quasi impercettibili di tensione centrifuga che reggono da soli inquadrature le quali, stando ai manuali, sarebbero “troppo lunghe”.

Esemplare quando Daphne giunge col padre sulla spiaggia nel suo giorno di libertà. L’uomo si dirige verso una baracca; lei vorrebbe seguirlo ma il suo corpo la spinge verso un’apertura sulla sinistra dell’inquadratura. Un buco nel quale si intravede il mare. E questo fremito conferisce un sapore quasi vertiginoso a quella che, in altre mani, sarebbe risultata solo un’inquadratura di servizio. In un movimento solo accennato del corpo, in un’indecisione, pulsa un desiderio, un’urgenza che non necessita d’altro se non dello sguardo del regista che in quel momento condivide il medesimo spazio e la medesima tensione. Tutto Fiore è costellato di questi momenti nei quali vibra un fortissimo nervosismo insurrezionale. Come se Giovannesi avesse volutamente “bucato” il suo film per offrire alla sua protagonista altre vie di fuga.

Ed è un dettaglio importante questo; che segnala che Giovannesi non filma dalla parte dell’ordine costituito. Non filma dalla parte della Polizia. Giovannesi resta al di qua del campo. Dalla parte di quelli che scappano. Una scelta etica. Non retorica, perché fatta e dichiarata esclusivamente attraverso i gesti del cinema. Una scelta primaria. Non ideologica.

Pur aderendo a una tradizione di racconto realista, il film di Giovannesi ne rifiuta la retorica calandosi nell’immaginario dei corpi che lo popolano. A differenza del tradizionale cinema d’impegno che viaggia con le soluzioni in tasca, Fiore osa pensare a delle possibilità alternative. Basti pensare alla giubilante fuga finale, sberleffo opposto a tutte le razionalità e ai moderatismi pedagogici che non chiedono altro che l’ossequio al conformismo dominante. Fiore è un omaggio alla bellezza della disubbidienza. Daphne, la magnifica Daphne Scoccia, un autentico miracolo cinematografico, scovata da Giovannesi, regge il film con una presenza da diva d’altri tempi. Come toccata da una grazia ineffabile, incarna il sentire del film in una danza serrata e lievissima con lo sguardo del regista.

Fiore, pur perdendo alcune delle asperità del precedente Alì, apre il cinema di Claudio Giovannesi a delle possibilità inaudite. Nel malinconico blues urbano del film, stretto sotto al cielo di una Roma sempre più desolata, colto con una giustezza impressionante, Claudio Giovannesi si conferma autore in grado di porre in relazione il presente del nostro cinema con il suo sin troppo atteso rinnovamento.

MicroMega

Migranti: 700 morti in tre naufragi

Secondo l’agenzia dei rifugiati dell’Onu, l’Unhcr, sarebbero oltre 700 le vittime di tre naufragi nel Mediterraneo in questi ultimi giorni. La stima, secondo quanto riferisce l’Unhcr, è data dalle testimonianze dei sopravvissuti.

Secondo l’Unhcr mancano all’appello un centinaio di persone dopo il naufragio di una prima barca, mercoledì. A questi si aggiungono circa 500 altri profughi dispersi dopo un secondo naufragio giovedì. Sulla barca senza motore trainata da un altro barcone, c’erano circa 670 persone. Quando la barca senza motore si è capovolta 25 sono riusciti a raggiungere l’imbarcazione che li trainava, 79 sono stati salvati dai soccorritori che hanno anche recuperato 15 cadaveri. Infine, 45 altri corpi sono stati ritrovati venerdì dopo un terzo naufragio e ci sono numerosi dispersi.

Intanto è arrivata nel porto di Reggio Calabria la nave militare “Vega” con a bordo 629 migranti e 45 corpi recuperati in mare dopo l’ennesimo naufragio avvenuto al largo della Libia. I cadaveri raccolti in mare appartengono a 36 donne, sei uomini e tre minori con età che vanno da sei mesi a due anni. Tra i sopravvissuti ci sono 419 uomini, 138 donne e 72 minori di varia nazionalità (Pakistan, Libia, Senegal Eritrea, Nigeria, Siria, Marocco e Somalia).

Dei migranti arrivati in Calabria, 155 provengono dal barcone che si è rovesciato al largo delle coste della Libia. Alle operazioni di sbarco, coordinate dalla Prefettura di Reggio Calabria, partecipano i rappresentanti del Comune di Reggio, delle forze di polizia, dell’Azienda sanitaria e ospedaliera e del 118, le associazioni di volontariato e degli organismi umanitari. Le salme, che saranno portate in alcuni mezzi appositi messi a disposizione dalla Croce Rossa Italiana, sbarcheranno per ultime.

LA GIORNATA DI SABATO

Oltre 13mila disperati in salvo, 65 vittime accertate tra cui anche 3 neonati e centinaia di dispersi, uomini, donne e bambini finiti inesorabilmente in fondo al Mediterraneo. La settimana che si sta per chiudere conferma, purtroppo, quanto ormai da mesi vanno ripetendo gli esperti: sarà un’estate difficile e senza un intervento concreto dell’Europa sull’Africa non si riuscirà ad arginare il flusso immenso di migranti che dalla Libia – e nelle ultime settimane anche dall’Egitto – tentano di raggiungere le coste italiane. E si continueranno a contare i morti nel canale di Sicilia.

I numeri degli ultimi sei giorni sono impressionanti, non tanto in assoluto – i dati del 2016 sono allineati con quelli dello stesso periodo del 2015 ribadiscono al Viminale – quanto per l’intensità delle partenze: nell’ultima settimana sono salpati da Sabratha, Zuwara e dalle spiagge vicino Tripoli, a distanza di poche ore l’uno dall’altro, almeno una settantina di gommoni e una decina di barconi stracolmi. Vuol dire più di 15 al giorno, con un rallentamento nella giornata di oggi quando la centrale operativa della Guardia Costiera è dovuta intervenire solo su 4 richieste di soccorso. Significa chiaramente che il fantomatico governo di Sarraj non ha al momento alcuna autorità e non riesce minimamente a controllare i trafficanti di uomini. L’altro elemento che emerge da quanto avvenuto nell’ultima settimana nel Mediterraneo è che le imbarcazioni in partenza dalla Libia sono in condizioni sempre più disastrose e a stento riescono a raggiungere le acque internazionali, dove sono schierate le navi dell’Europa e dell’Italia. La conferma arriva purtroppo dai naufragi degli ultimi giorni: tre accertati e documentati dalle immagini della Marina Militare, con 65 vittime recuperate e centinaia di dispersi, un quarto che emerge dai racconti dei sopravvissuti. Sono stati infatti i migranti sbarcati questa mattina a Pozzallo dal rimorchiatore ‘Asso 29′ a raccontarlo agli operatori di Save the Children.

“Siamo partiti mercoledì notte da Sabratha, eravamo due pescherecci e un gommone – hanno spiegato -. Un primo peschereccio, con circa 500 a bordo, trainava un secondo senza motore, con altre centinaia di migranti”. Giovedì mattina la tragedia: “il peschereccio trainato ha cominciato ad imbarcare acqua e dopo un po’ è affondato. Alcuni si sono buttati in acqua ma solo in pochi sono riusciti ad aggrapparsi alla fune che legava i due pescherecci”. Lo scafista, un sudanese, è stato poi fermato a Pozzallo anche con l’accusa di aver provocato la morte di una donna come conseguenza di altro delitto: sarebbe stato lui ad ordinare di tagliare la fune che trainava il secondo peschereccio e che, con un “effetto fionda”, ha colpito e ucciso la vittima. Al disastro libico, si aggiunge un ulteriore problema: ormai sono riprese le partenze dall’Egitto, dove le organizzazioni criminali hanno mezzi e denaro. Al momento, dicono le informazioni d’intelligence, i profughi che scappano dalla Siria non hanno ancora intrapreso la rotta del Mediterraneo centrale, ma nulla esclude che nei mesi a venire, chiusa la via balcanica e bloccato il passaggio dalla Turchia alla Grecia, possano decidere di tentare la traversata. Andando così ad aggiungere alle migliaia di eritrei, somali ed etiopi che già utilizzano quella rotta, ritenuta la più pericolosa. Una situazione che rischia dunque di diventare esplosiva per l’Italia e portare al collasso l’intero sistema d’accoglienza, dove sono già ospitate 120mila persone e quasi 20mila minori non accompagnati. Ecco perché il ministro dell’interno Angelino Alfano è tornato a chiedere un maggior coinvolgimento dell’Europa e la necessità di un accordo rapido con la Libia.

“Tutte le vittime che stiamo raccogliendo in mare e che ancora raccoglieremo sono la prova di quanto ancora l’Europa sia lontana e indietro nel rapporto con i paesi dell’Africa – ha sottolineato – L’Ue deve arrivare ad un accordo rapido con la Libia, dove ormai c’è un governo, per riuscire ad arginare le partenze”. Ma serve anche un’intesa con i paesi africani, “per organizzare i rimpatri” e creare “campi profughi in Africa”.

ansa

In 10 anni i seminaristi sono calati del 14%. Crisi Chiesa: ora è tempo dei preti sposati

Il Movimento dei sacerdoti lavoratori sposati commenta i dati delle vocazione dell’Annuario Pontificio 2016 diffusi anche da un articolo di “pagina99” (ndr).

Pochi soldi e candidati. L’ultimo censimento mostra, in 10 anni, un calo del 14% dei seminaristi. Scoraggiati dalle scarse prospettive di carriera e dai bassi salari.

La querelle Bagnasco-unioni civili, esplosa il 19 maggio scorso per alcune dichiarazioni del presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei) in chiusura della 69esima Assemblea generale dei Vescovi,  ha sostanzialmente oscurato sui giornali il contenuto principale dell’ultimo annuale summit della Cei in Vaticano. Che non aveva all’ordine del giorno i diritti civili, ma i (tanti e crescenti) problemi del rinnovamento del clero.
L’Ufficio centrale di statistica della Chiesa cattolica, istituzione fortemente voluta da Papa VI mezzo secolo fa per dare un po’ di sistematicità e affidabilità alla contabilità dei fedeli d’Oltretevere, aveva pubblicato a marzo scorso l’Annuario Pontificio 2016 e – soprattutto – l’ultima edizione dell’Annuarium Statisticum Ecclesiae: due bussole imprescindibili per ogni vaticanista che si rispetti. Appena in tempo per la “Giornata Mondiale delle Vocazioni” celebrata con modestissimi riscontri mediatici poco più di un mese fa. I dati, aggiornati al 2014, fanno riflettere.
CALO LENTO MA COSTANTE. Un calo lento, ma costante. Per una professione molto sui generis, quella del pastore di anime cattolico, che non assicura né carriere luminose né ricche prebende: lo stipendio di un presbiterio, che per diventare tale affronta un duro percorso di formazione di livello universitario nei Seminari, ammonta a meno di mille euro mensili – senza scatti automatici di anzianità. Se è vero che quasi nessuno deve pagarsi il vitto e l’alloggio, non si può comunque definirlo un trattamento economico di grande appeal per un giovane laureato.  Nel 2014 sono stati ordinati in Italia 405 nuovi sacerdoti diocesani, contro i 454 di 10 anni prima, portando il numero totale dei preti in attività a quota 32.174: nel 2004 erano 33.684, il 4,7% in più. Niente di clamoroso, ma una emorragia costante: 41 mila nel ’78, 39 mila nell’86, 35 mila nel ’99. Con gli abbandoni (preti che lasciano il ministero) e i decessi (indice dell’invecchiamento della categoria) sostanzialmente stabili, rispettivamente intorno a quota 40 e 700.

I prelati costano alla Cei 562 milioni di euro lordi

In 10 anni i seminaristi sono calati del 14%.

In 10 anni i seminaristi sono calati del 14%.

Lo stipendio dei prelati viene calcolato con un sistema a punti che dipende dall’anzianità, dagli incarichi e dalle condizioni di servizio.
Il valore di ogni punto, fissato anno per anno dalla Cei, è per il 2016 – come per il 2015 – di 12,36 euro e la forchetta varia da un minimo di 80 a un massimo di 138 punti.
Così, un sacerdote appena ordinato guadagna 988,8 euro lordi al mese (860,66 netti), mentre un vescovo al limite del pensionamento può arrivare al massimo a 1.705,68 euro lordi (1.338,03 netti).
Il costo complessivo della categoria per le casse della Cei ammonta a 562 milioni di euro lordi, coperti solo parzialmente dai fondi dell’8×1000, che eroga 327 milioni di euro (fonte: Cei, 2016).
CALO DEL 14% DEI SEMINARISTI. L’ultimo censimento – 31 dicembre 2014 – registra in Italia 2.753 seminaristi (2.439 se non si contano Ordinariato Militare e Opus Dei), con un calo secco del 14% rispetto al 2004, quando gli aspiranti sacerdoti erano 3.145.
La distribuzione geografica segue sostanzialmente quella demografica, con Campania e Lombardia a guidare la classifica alla pari (627 seminaristi insieme) e la Basilicata a chiudere a quota 34.  Il dato è addirittura peggiore se si guarda a tutta Europa, dove la contrazione per lo stesso periodo sale al 17,5%.
Anche l’America (nord e sud, il dato non è scorporato) ha perso: il 7,9%.
Mentre Africa (che da sola conta quasi 29 mila seminaristi), Asia e Oceania crescono rispettivamente del 21, 14,6 e 7,2%.
I CATTOLICI NEL MONDO. L’Ufficio centrale di statistica fornisce anche set di dati molto interessanti sui trend di adesione alla religione cristiana cattolica. Tratteggiando un quadro internazionale in cui diminuiscono i preti, ma aumentano i fedeli.Nei 10 anni presi in esame (2004-2014) il numero di cattolici battezzati nel mondo è cresciuto a un ritmo superiore a quello della popolazione mondiale: 14,1% contro 10,8%. In termini assoluti, significa 1.272 milioni di cattolici. Assieme agli oltre 250 milioni di ortodossi, agli 80 milioni di anglicani e ai circa 350 milioni di aderenti alle altre confessioni protestanti, quella cristiana resta dunque saldamente la religione più diffusa al mondo con circa 2 miliardi di aderenti. Seguono ancora distanziati oltre un miliardo e 200 mila musulmani, che però – complice l’alta natalità – hanno dalla loro i trend di crescita più alti. Secondo le proiezioni recentemente diffuse dal Pew Research Center – il think thank Usa molto accreditato per l’impegno nelle ricerche sociali e demografiche – in Europa l’Islam supererà i 30 milioni di aderenti entro il 2030. Con l’Italia in prima fila, davanti a Spagna e Regno Unito per trend di crescita: da noi i musulmani dovrebbero passare dai circa 1,6 milioni censiti nel 2010 a quota 3,1 milioni per il 2030.

Questo articolo è un estratto del numero di pagina99 in edicola dal 28 maggio.

Zika, 125 scienziati: spostare Olimpiadi. L’Oms: nessun allarme

L’espansione del virus Zika obbliga a posticipare o cambiare sede alle olimpiadi di Rio. Questo l’appello lanciato da un team di 125 scienziati di tutto il mondo, che in un lettera inviata all’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), chiedono un intervento per cambiare la data dei giochi del Brasile. L’Oms ha risposto che al momento non ci sono gli estremi per prendere una decisione di questo tipo.

Sarebbe immorale permettere lo svolgimento delle Olimpiadi a queste condizioni, scrivono i 125 studiosi, tra scienziati, medici e bioeticisti più importanti al mondo, nel chiedere il rinvio dei Giochi olimpici o lo spostamento da Rio a un’altra destinazione. La trasmissione del virus Zika potrebbe comportare un rischio per i 500 mila turisti stranieri, in arrivo ad agosto in Brasile, e portare l’epidemia nei loro Paesi, si legge nella lettera inviata all’Oms, compresi quelli del terzo mondo dove la malattia potrebbe diventare ingestibile.

Preoccupazione, attenzione ma non allarmismo, spiegano dall’Oms. Per l’Organizzazione mondiale della sanità non esistono motivi validi per rinviare le Olimpiadi, che non avranno effetti significativi sulla diffusione internazionale del virus Zika. Insomma, i Giochi in sé non genereranno problemi per la salute pubblica mondiale ma, fanno sapere dall’agenzia dell’Onu, bisogna ridurre il rischio di trasmissione seguendo le misure di controllo e di prevenzione soprattutto per le donne incinte e i soggetti immunodepressi.

Sugli effettivi rischi per la salute pubblica mondiale provocati dalla trasmissione del virus Zika, in occasione delle Olimpiadi di Rio, l’epidemiologo dell’Istituto superiore di sanità di Roma, Giuseppe Rezza, allontana gli allarmismi.

R. – Innanzitutto, il mese di agosto è un mese a rischio per i Paesi a clima temperato, come per esempio i Paesi europei e gli Stati Uniti. In quel periodo, infatti, c’è una grande attività delle zanzare. Per quanto riguarda il Brasile, si tratta del periodo invernale. Nonostante sia un Paese a clima subtropicale, per cui le stagioni non sono come le nostre, non è comunque il periodo a maggiore intensità di attività delle zanzare. In quel periodo, Zika potrebbe essere anche meno attivo rispetto a ora. C’è un altro problema: non credo che il direttore dell’Oms, per quanto investito da diversi scienziati, possa addirittura costringere l’organizzazione dei Giochi o il governo brasiliano stesso a ripensarci. Il Brasile è un Paese affetto non solo da Zika, ma anche da altre malattie tropicali trasmesse dalle zanzare, come la “dengue” o la “chikungunya”, e non per questo si è mai chiesto di rinviare, per esempio, i Campionati mondiali di calcio piuttosto che le Olimpiadi. Io credo che più che altro bisognerebbe fare attenzione ad alcune cose. Chiaramente, le donne gravide dovrebbero evitare di andare in quella destinazione, non si dovrebbero intraprendere gravidanze durante il soggiorno in quella zona, per diminuire il rischio di trasmissione dell’infezione a donne gravide. Avere delle precauzioni nel momento in cui si ritorna, per evitare di trasmettere l’infezione e avviare una catena di trasmissione nei Paesi dai quali si è partiti. Io direi che ci vogliano delle misure di buon senso più che altro e che sia necessario evitare un allarmismo eccessivo.

D. – Al di là del caos mediatico, contano più le misure di prevenzione e di informazione…

R. – Io credo di sì, perché mi sembra veramente impossibile o quantomeno difficile, rinviare addirittura i Giochi olimpici per una situazione che merita sicuramente di essere posta sotto attenzione, ma che non è la prima volta che si presenta in un Paese subtropicale. Inoltre, Zika rappresenta un problema purtroppo grave soprattutto per le donne in gravidanza, ma non è invece una malattia così terribile, a parte pochi casi di complicazioni neurologiche, negli adulti sani. Nel resto della popolazione, anzi in tre quarti dei casi, decorre in maniera asintomatica. Lo sanno tutti che è un problema di una certa gravità, però sinceramente non credo che questo appello possa portare addirittura l’Oms a fare una battaglia per rinviare o spostare i Giochi olimpici, che ormai sono abbastanza prossimi.

Radio Vaticana

Preti sposati… molti Vescovi al Concilio pensavano di reintrodurli, non solo i diaconi permanenti

Misericordia di Papa Francesco non è per i preti sposati che con il movimento dei sacerdoti lavoratori sposati denunciano le chiusure del Vaticano. Il commento nasce dalla pubblicazione sul sito eb “farodiroma” della notizia sulla presenza a Roma in questi giorni dei Diaconi Permanenti di tutto il mondo (ndr).

Una massiccia presenza di diaconi permanenti, molti di loro con le famiglie, da tutto il mondo al grande evento giubilare che si concluderà domani 29 maggio in piazza San Pietro con la messa del Papa. Questo incontro mondiale dei diaconi permanenti (nel mondo sono 45 mila, a Roma, la diocesi di Francesco, 123), uomini che per vocazione e ministero sono strettamente legati alle opere di carità nella vita della comunità cristiana, sarà un’occasione preziosa per riflettere, pregare e confrontarsi sul ruolo e sul ministero che essi svolgono nella Chiesa e attraverso di esso manifestare al mondo che, come dice il Papa, “la misericordia è il fondamento stesso della vita della Chiesa”.

La speciale ricorrenza dei 50 anni della re-istituzione del Diaconato Permanente, avvenuta nel Concilio Vaticano II è occasione di riproporre l’importanza che questo ministero compie al servizio della liturgia e della carità. Il Giubileo dei Diaconi si apre oggi alle ore 16 con un incontro sul tema “Il Diacono, Immagine della misericordia per la promozione della nuova evangelizzazione” e sarà realizzato in contemporanea in diverse chiese in modo da dare la possibilità a tutti di seguire la conferenza ed il dibattito nella propria lingua.

Tale suddivisione prevede gli italiani nella chiesa di S. Maria in Vallicella e nella Basilica di Sant’Andrea della Valle, gli inglesi nella Basilica di S. Giovanni Battista dei Fiorentini e nella Basilica di S. Maria sopra Minerva dove verranno anche effettuare le traduzioni per i portoghesi e i tedeschi, gli spagnoli nella Basilica di S. Marco Evangelista al Campidoglio. Identica suddivisione linguistica verrà mantenuta nel pomeriggio del sabato, 28 maggio, quando è prevista la catechesi “Il Diacono: Chiamato a essere dispensatore della carità nella comunità cristiana”, nella mattinata invece, dalle 9 alle 14, è in programma il pellegrinaggio alla Porta Santa di San Pietro. L’indomani mattina l’evento giubilare si concluderà con la messa con il Santo Padre alle 10.30 in Piazza San Pietro.

Inoltre nelle tre giornate ci sarà la possibilità di partecipare all’Adorazione Eucaristica ed al sacramento della Riconciliazione nelle tre chiese giubilari (S. Salvatore in Lauro, S. Maria in Vallicella (Chiesa Nuova), S. Giovanni Battista dei Fiorentini), e tutti i diaconi saranno invitati a svolgere il loro personale pellegrinaggio alle chiese dedicate a San Lorenzo Martire, Primo Diacono (San Lorenzo in Piscibus, Basilica di San Lorenzo in Damaso, San Lorenzo in Lucina, San Lorenzo in Miranda, San Lorenzo in Fonte, San Lorenzo in Panisperna e la Basilica di San Lorenzo fuori le Mura).

farodiroma.it

Unì i poveri, divise la Chiesa: don Zeno “il prete visionario”

Nella sua espansione urbanistica, dopo l’abbattimento delle mura sulla scia di quanto avvenuto a Modena, Carpi ha inglobato le frazioni di Cibeno, Quartirolo, Due Ponti. Resistono invece ancora le frazioni di Budrione, Cortile, Gargallo, Migliarina, Santa Croce, San Marino, San Martino Secchia, e Fossoli.

Questa frazione ci conduce a uno dei periodi più tristi di Carpi, al campo di concentramento, uno dei pochi in Italia. Dal 1973 il Palazzo dei Pio ospita il Museo Monumento al Deportato, in un percorso che parte dal cortile delle stele e si sviluppa in ambienti, di grande impatto emotivo e di suggestione, caratterizzati da graffiti con opere di grandi artisti quali Longoni, Picasso, Guttuso, Cagli e Léger e con frasi incise sulle pareti tratte dalle Lettere dei condannati a morte della Resistenza europea. Nella sala dei Nomi sono graffiti i nomi di oltre 13.000 italiani morti nei campi di concentramento europei, e Bertold Brecht ce lo ricorda: E Voi, imparate che occorre vedere e non guardare in aria; occorre agire e non parlare. Questo mostro stava, una volta, per governare il mondo! I popoli lo spensero, ma ora non cantiamo vittoria troppo presto: il grembo da cui nacque è ancor fecondo. Don Zeno, il fondatore di Nomadelfia, un “visionario” nel senso buono del termine, nel 1947 occupò con la sua “Opera Piccoli Apostoli” proprio il campo di concentramento. Zeno Saltini era nato lì a Fossoli nel 1900, in una ricca famiglia di agricoltori e proprietari terrieri. Nella prima adolescenza abbandona gli studi, per dedicarsi al lavoro nei poderi di famiglia, a contatto con i problemi reali dei braccianti e degli operai.

Riprende gli studi e conseguita la maturità si iscrive a Giurisprudenza. Si dedica, per alcuni anni, a un’intensa attività di apostolato tra i giovani e diviene presidente diocesano della Gioventù cattolica. Riprende gli studi trascurati a lungo, si laurea alla Cattolica di Milano nel 1929 e decide di farsi prete. È ordinato sacerdote, dopo un solo anno di studi teologici, nel gennaio 1931. Inviato come cappellano a San Giacomo Roncole di Mirandola si distingue immediatamente per iniziative e stile pastorale insoliti. Qui fonda l’Opera Piccoli Apostoli, per accogliere e formare ragazzi in stato di abbandono o di miseria. Per essi esaurisce tutto il patrimonio ereditato, vivendo poi in ricorrenti difficoltà economiche. Ha noie con la polizia e le autorità politiche locali durante il Fascismo.

Nel 1941 è vescovo a Carpi il cappuccino Vigilio Federico Dalla Zuanna, già predicatore apostolico e ministro generale del suo Ordine, che condivide gli ideali e i fini dell’Opera di don Zeno. Alla destituzione di Mussolini, don Zeno è arrestato dai Carabinieri per aver diffuso un foglietto invitante i padri di famiglia a riunirsi intorno all’altare per ritrovare dignità e libertà. È rilasciato dopo poche ore, ma denunciato a piede libero al Tribunale militare di Modena. Dopo la firma dell’armistizio di Cassibile decide di varcare il fronte, con 25 giovani che vogliono sottrarsi all’alternativa di essere arruolati o deportati. Dopo la Liberazione, don Zeno promuove un movimento popolare politico con lo slogan: “Fate due mucchi”, ossia i ricchi da una parte e i poveri dall’altra. Con tutta la numerosa comunità di famiglie dell’Opera nel maggio 1947 don Zeno occupa l’ex campo di prigionia di Fossoli, per costruirvi una città chiamata Nomadelfia, cioè legge della fraternità, trasformando il luogo dell’odio e della ferocia nel luogo dell’amore, nel quale si vive a somiglianza delle comunità cristiane dei tempi apostolici. Arrivano bimbi abbandonati da ogni parte d’Italia e la popolazione di Nomadelfia, nel giro di alcuni anni, supera le mille unità. Nel maggio 1948, a Nomadelfia, padre David Maria Turoldo incontra don Zeno, e a Milano si costituisce un comitato pro Nomadelfia presieduto dalla contessa Maria Giovanna Albertoni Pirelli. Nel marzo 1949, nella Maremma grossetana, si forma una seconda Nomadelfia. Le parole e gli atteggiamenti di don Zeno si fanno molto polemici e provocatori nei confronti del Governo e della Democrazia cristiana. Nell’agosto 1950 don Zeno lancia un terzo movimento politico popolare, che si propone l’abolizione di ogni forma di sfruttamento dei lavoratori e la promozione di una democrazia diretta superando i partiti, movimento che però si esaurisce nel giro di pochi mesi per l’opposizione delle autorità politiche e religiose, il boicottaggio dei partiti, l’organizzazione improvvisata, l’insufficienza dei mezzi, la confusione degli obiettivi. La crisi di Nomadelfia si acuisce per le gravi difficoltà economiche, per le idee e i propositi, non condivisi o fraintesi, di don Zeno, per l’ostilità delle autorità governative, per l’opposizione delle autorità religiose. Su don Zeno si danno i giudizi più contrastanti: eroe della carità, crociato dell’utopia, prete esaltato, amministratore spericolato. Molti lo giudicano strano, ingenuo, arrischiato. Il Santo Ufficio, il 5 febbraio 1952, intima a don Zeno di lasciare Nomadelfia. Il prete ubbidisce. Il prefetto di Modena, con il favore delle autorità di Governo, decreta la liquidazione coatta amministrativa di Nomadelfia. Nel novembre 1952 il tribunale di Bologna assolve pienamente don Zeno e alcuni nomadelfi dall’accusa di truffa e millantato credito. Il Santo Ufficio vieta a don Zeno di ricostituire Nomadelfia e il vescovo di Carpi Dalla Zuanna è invitato a dimettersi. Il vescovo, travolto nella rovina di Nomadelfia, ubbidisce. Durante gli ultimi anni del pontificato di Pio XII matura un diverso atteggiamento delle autorità religiose nei confronti di don Zeno, e la “società dei nomadelfi” si trasforma di nuovo in Nomadelfia, insediata nella Maremma grossetana, dove don Zeno e i suoi si erano trasferiti. Nel gennaio 1962, a seguito di parere favorevole espresso dalle competenti congregazioni romane, Giovanni XXIII riammette all’esercizio del ministero sacerdotale don Zeno, che muore il 15 gennaio 1981.

Gazzetta di Modena

Savona, le operazioni immobiliari e la rete del cardinal Domenico Calcagno nelle inchieste dei pm

Il cardinale, uno degli uomini più potenti della Santa Sede, è indagato per malversazione per 4 operazioni immobiliari. Come presidente dell’Apsa (Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica) gestisce centinaia di milioni. Sono diversi gli affari su cui i magistrati stanno cercando di fare chiarezza. Operazioni in cui la Curia, attraverso l’ente sostentamento per il clero, aveva creato società

Una collezione di armi degna dell’ispettore Callaghan. E adesso un avviso di garanzia con l’accusa di malversazione in un inchiesta su operazioni immobiliari molto discusse. Ma a far discutere in Vaticano è soprattutto il nome del protagonista: Domenico Calcagno. Un cardinale. Uno degli uomini più potenti della Santa Sede, perché come presidente dell’Apsa (Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica) amministra centinaia di milioni. Il fascicolo che lo vede indagato – insieme con sacerdoti noti per il loro interesse per il mattone – scava nel passato del cardinale, negli anni in cui era vescovo di Savona. Sono diversi gli affari su cui i magistrati stanno cercando di fare chiarezza. Operazioni in cui la Curia, attraverso l’ente sostentamento per il clero, aveva creato società. Una anche con un imprenditore destinatario di una misurainterdittiva antimafia. I pm stanno cercando di ricostruire le operazioni immobiliari, ma anche la provenienza di denaro transitato attraverso le casse dell’ente sostentamento del clero. Una cassaforte che, utilizzando anche conti correnti stranieri in Vaticano, non è sempre facile “aprire”. Almeno quattro le operazioni su cui i magistrati si sono concentrati, finora.

Tutto doveva diventarecemento. Ci sono operazioni poi bloccate come la riconversione in villette dei cantieri navali Caviglia e la trasformazione in palazzo di un asilo, lascito di un benefattore. Ma soprattutto altre andate in porto: le ex colonieBergamasche di Celle Ligure diventate un residence di lusso. In questa operazione portata avanti dalla società Punta dell’Olmotroviamo l’Istituto diocesano per il sostentamento del clero, società poi fallite e il gruppo di Aldo Spinelli (ex patron del Genoa e oggi del Livorno, vicino in passato al centrosinistra di Claudio Burlando e Raffaella Paita, ma anche finanziatore della campagna elettorale di Giovanni Toti). E qui si apre anche il capitolo di fidi e fideiussioniconcessi dalla banca Carige. Ci sono i 9 milioni sottoscritti, secondo i magistrati, da don Pietro Tartarotti (all’epoca presidente dell’Istituto e oggi indagato) che non avrebbe avuto la delega per farlo. Ma anche il dossier di Bankitalia su Carige si occupa dell’operazione Celle a proposito dei fidi che sarebbero stati concessi con molta facilità. Si parlava di 50 milioni di euro.

Colonie, ma anche il parco dell’ex seminario. Tutto è stato riconvertito con operazioni mobiliari. Ecco allora nascere un maxi parcheggio. E qui, ricordano gli investigatori, si apre un’altra pista di indagine. Tutto nasce dall’esposto presentato da don Carlo Rebagliati che per anni fu economo della diocesi di Savona. Una vicenda seguita da Francesco Zanardi, presidente di Rete L’abuso che rappresenta le vittime dei reati di pedofilia. Il Fatto ha potuto leggere il carteggio riservato – depositato agli atti – in cui Rebagliati comunicava a Calcagno di voler lasciare il proprio incarico per il profondo disagio suscitato dalla gestione degli immobili della Curia. Ma c’è anche un messaggio (e un audio registrato) in cui Rebagliati sostiene di “aver timore di essere ucciso”. Il sacerdote morì poi nel 2013 in ospedale e la Procura aprì un’inchiesta (senza indagati e poi archiviata).

C’era qualcosa che tormentava don Rebagliati. Gli stessi vertici laici dell’Istituto sostentamento del clero scrissero missive preoccupate (il cronista ha potuto leggerle): “Voglio esprimere la miapreoccupazione per quanto emerso dai mezzi di comunicazione al riguardo di uno dei soci della Incisa S.r.l. (la società che gestì la realizzazione del parcheggio, ndr), Società che tu presiedi in quanto l’Istituto Diocesano per il Sostentamento del Clero della Diocesi Savona – Noli ne detiene la quota di maggioranza”, veniva scritto in una lettera inviata nel 2006 a don Tartarotti.

A che cosa si faceva riferimento? “C’è un meccanismo che andrebbe chiarito”, disse don Rebagliati al cronista poco prima di morire, “Vengono costituite società che fanno riferimento a un sacerdote. Tra i soci c’è l’Istituto Sostentamento clero che poi si sfila. E laproprietà passa ai privati”. In quel caso figurava anche la Scavo.ter della famiglia Fotia. Le cronache ricordano che nel 2011 due membri della famiglia furono coinvolti in un’inchiesta che vide l’arresto di un esponente di spicco del Pd savonese. All’epoca fu arrestato Pietro Fotia, originario di Africo (Reggio Calabria) di cui da tempo in città si discuteva molto per la sua vertiginosa ascesa nel settore dei movimenti terra, per i tanti appalti ricevuti dagli enti pubblici locali. In casa del fratello Donato – che poi ottenne l’archiviazione – pochi mesi prima gli investigatori calabresi avevano arrestato un commerciante indagato per associazione a delinquere (in questa inchiesta Donato Fotia non era indagato).

L’avvocato Giovanni Ricco, legale dei Fotia, spiega: “Pietro Fotia non è mai stato indagato per mafia. La ditta è stata destinataria di misure interdittive, ma tutte le misure cautelari patrimoniali sono sempre state rigettate. Nell’inchiesta che vide anche l’arresto di un esponente Pd, Pietro Fotia è a processo, mentre il fratello Donato ha ottenuto l’archiviazione”. Insomma, anche in Curia quell’alleanza aveva fatto molto discutere. Chissà, forse Calcagno, nel frattempo diventato cardinale, aveva sperato di lasciarsi tutto alle spalle quando nel 2011 era stato chiamato a Roma. Il papa all’epoca era Joseph Ratzinger e l’uomo forte della Curia l’ex cardinale di GenovaTarcisio Bertone.

Il suo nome fu presto chiamato una prima volta agli onori delle cronache. Emerse infatti che l’alto prelato aveva un passione: learmi. Nella sua personale collezione figuravano: fucile marca Breda modello Argus, moschetto mod 31 marca Schmidt, fucile Faet Carcano (simile a quello che avrebbe ammazzato Kennedy), fucile Nagant di fabbricazione russa, fucile turco Hatsan. Tutte armi acquistate in armeria. Ma non basta. Il cardinale Calcagno dichiarò di “detenere anche, con le relative munizioni”: carabina Berettacalibro 22 per uso sportivo, fucile sovrapposto calibro 12 marca Gamba, doppietta da caccia calibro 12, fucile sovrapposto a due canne calibro 12 marca Franchi, fucile calibro 12 marca Beretta, Revolver Smith & Wesson calibro 357 Magnum. Quella dell’ispettore Callaghan. Poi una carabina di precisione Remington 7400, un bestione che non sembra proprio da caccia e se beccasse una quaglia la ridurrebbe in briciole. Al cronista che allora gli chiese spiegazioni, Calcagno rispose: “Quella per le armi è una vecchia passione. Andavo al tiro a segno. Purtroppo da quando sono qui in Vaticano ho dovuto smettere”. Il porporato dichiarò anche di aver venduto armi ad altri appassionati. Anche sacerdoti.

Una curia, quella di Savona, dove non mancano gli appassionati di armi. Oltre che del mattone. Ma le polemiche e gli scandali sul mondo ecclesiastico ligure ormai non si contano più. Dalla tempesta della pedofilia e degli scandali sessuali che ha portato papa Francesco a commissariare la curia di Albenga. Ma nemmeno la Curia genovese, retta da Tarcisio Bertone e poi da Angelo Bagnasco, è stata risparmiata dalle polemiche. Prima lo scandalo Mensopoli che vide imprenditori considerati vicini all’ex segretario di Stato toccati dalle indagini. Poi la febbre dal mattone con l’imprenditoreGianantonio Bandera (mai indagato), proprio quello che ristrutturò l’attico di Bertone. Bandera è stato al centro di tante operazioni immobiliari, anche intorno al monte di Portofino. A volte a braccetto con società che fanno riferimento a Gabriele Volpi, magnate del petrolio nigeriano di origine ligure.

Infine il nodo Carige, la banca travolta dagli scandali nella sua passata gestione, dove nella fondazione hanno regnato per anni figure vicine all’Opus Dei e alla Curia. Addirittura il centrosinistra che governava la Regione arrivò a lasciare un posto nel cda della Fondazione a persone designate dal cardinal Bagnasco. Una Curia con molti interessi. Intanto il seminario si svuotava. Nell’ultimo anno non c’è stata neanche una vocazione.

Il Fatto Quotidiano

In mostra ai Musei Vaticani le Icone di Bielorussia

(ANSA) – ROMA – ”Icone in Bielorussia nel XVII-XXI secolo dalla collezione del Museo Nazionale d’Arte di Minsk”, è il titolo della mostra che dal 19 maggio e fino al 25 luglio prossimo sarà ospitata ai Musei Vaticani. L’esposizione, dedicata al Giubileo della Misericordia indetto da Papa Francesco e realizzata nell’anno della Cultura in Bielorussia, presenta 33 icone di epoca diversa, cattoliche e ortodosse.

Un’occasione per fare conoscere al pubblico i pezzi unici della liturgia bielorussa, ”espressione – come ha ricordato il card.

Giuseppe Bertello, presidente della Pontificia Commissione per lo Stao della città del Vaticano – di un popolo che manifesta la sua devozione”, ma anche un messaggio ”simbolo della convivenza pacifica di cattolici e ortodossi”, sottolinea la responsabile del dipartimento di Bizantologia del Museo nazionale di Minsk, Sysoeva Lubov che ha selezionato le opere in mostra.

Alcune delle opere in mostra a Roma, datanti del periodo che va dal XVII e il XVIII secolo, ”presentano una varietà di stili e tendenze nelle quali ricorrono elementi della tradizione bizantina, del Barocco e del classicismo”.

L’arte della pittura delle icone, giunge in Bielorussia grazie all’Impero bizantino e ai rapporti tra il principato di Polotsk, consentendo la creazione di un legame forte con il mondo artistico nella Rus’ di Kiev, dello Stato di Mosca e dei Paesi balcanici che si ritrova nelle icone del XV-XVIII secolo. Grazie alle icone, la Bielorussia ha potuto conservare lo spirito nazionale, la lingua, la cultura dello Stato in un periodo difficile di guerre di conquista e di divisioni territoriali. Le terre bielorusse erano infatti parte del Granducato di Lituania e, alla fine del XVI secolo, sono diventate parte integrante della Confederazione polacco-lituana, di religione cattolica. Tra i pezzi importanti esposti, le icone miracolose della Madonna di Zhirovchi e l’icona di Borun, venerate da cattolici come da ortodossi, così come le icone della Chiesa di Obrovo. A visitare la mostra, domani, sarà il presidente Aleksander Lukashenko, in arrivo oggi nella capitale dove incontrerà il presidente Sergio Mattarella e papa Francesco. (ANSA).

Vaticano incontro con Madri di Plaza de Mayo

I due argentini più popolari nel mondo, Jorge Mario Bergoglio, papa Francesco I, e la leader delle Madri di Plaza de Mayo, l’ottantottenne Hebe Pastor de Bonafini (nella foto), si sono stretti la mano ieri per la prima volta a Roma.

Si è trattato di un incontro privato, il pontefice ha ricevuto la più agguerrita avversaria della dittatura di Videla nel suo appartamentino di Casa Santa Marta, la residenza dove Bergoglio ha scelto di abitare in Vaticano, snobbando lo sfarzo cardinalizio della curia romana, le prebende papali e, in questo caso, i flash e le telecamere della sala stampa.

La stretta di mano tra i due ha dato moltissimo fastidio in Argentina, dove ha provocato reazioni urticanti in special modo tra i sostenitori del nuovo presidente Mauricio Macri e sulla stampa moderata del paese, che ha dato scarso risalto allo storico incontro e ha messo soprattutto in evidenza come la stessa Hebe Bonafini avesse salutato l’uscita del nome di Bergoglio dal conclave del 2007 con una fumata bianca come quello di un personaggio invischiato nelle sporche e sanguinolente malefatte del dittatore Videla, accusandolo in particolare di essere «rimasto in silenzio quando portavano via i nostri figli».

Poche settimane fa la stessa Bonafini ha rettificato in modo netto, sostenendo di essersi «sbagliata». Del resto non era la prima volta che riconosceva l’errore: già nel 2013 aveva scritto una lettera al santo padre, chiamandolo semplicemente «don Francesco», nella quale ammetteva di non conoscere prima «il suo lavoro pastorale» e nella quale poi si rallegrava «infinitamente» per l’impegno di Francesco nella battaglia volta a sradicare la povertà nel mondo e nel dare impulso al rinnovamento in Vaticano. Hebe Bonafini è rimasta invece – e lo è tutt’ora – una fiera oppositrice del presidente Macri, che con la sua solita prosa che non va per il sottile, definisce semplicemente «un fascista».

Così, pochi giorni fa, alla vigilia dell’incontro con il papa, è stata bollata dal capogabinetto della Casa Rosada, Marcos Pena, come «aggressiva» e «offensiva». Il quotidiano più letto in Argentina, che è anche il più importante dell’intera America Latina, il Clarìn, ha rimarcato come papa Bergoglio abbia aperto le porte della sua casa a lei dopo aver riservato tutt’altro trattamento alla sua principale rivale, Margarita Barrientos, sessantaquattrenne, alla guida di una associazione scissionista delle Madri di Plaza de Mayo, definita dal sottotitolo «linea fundadora».

La Barrientos tre anni fa aveva chiesto di essere ricevuta dal pontefice argentino, ma l’udienza le era stata negata, per altro senza dare alcuna spiegazione. Entrambe, sia la Bonafini sia la Barrientos, sono state negli anni accusate dalla magistratura di essersi arricchite utilizzando il nome delle madri che reclamavano la verità sui figli desaparecidos, entrambe però sono state alla fine prosciolte dalle accuse. Non è dunque questa la ragione della diversità di trattamento.

Per trovare una spiegazione il Clarìn ieri ha scomodato Loris Zanatta, ordinario a Bologna di storia delle relazioni internazionali, che tra l’altro ha una collaborazione con il giornale argentino di linea ancora più moderata, La Naciòn, ed è autore di un discusso saggio sulla rivista bimestrale del Mulino diretta da Michele Salvati nel quale sostiene che papa Bergoglio è peronista, avendo aderito alle idee populiste di Peròn e Evita in età giovanile e quindi segnerà il suo pontificato da un «antiliberismo viscerale».

Nell’intervista, Zanatta, conclude avanzando il sospetto che il papa incontrando «un personaggio discusso e discutibile» come la Bonfini «voglia riconciliare non tanto gli argentini quanto piuttosto i peronisti», legandosi in questo modo a chi non solo è ostile a Macri ma considera illegittimo il suo avvento al potere spodestando Cristina Kirchner nel dicembre di tre anni fa. Comunque tutta un’altra storia rispetto a quella del pastorale abbraccio a chi lo ha diffamato.

ilmanifesto.info

La comunicazione tra i giovani e la comunità cristiana è sostanzialmente interrotta; anzi, in crisi è la comunicazione

La comunicazione tra i giovani e la comunità cristiana è sostanzialmente interrotta; anzi, in crisi è la comunicazione intergenerazionale e questo riguarda tutti gli aspetti della vita, compreso quello religioso. Non è una novità, ed è un fatto che non si può considerare a cuor leggero: se le generazioni non riescono a comunicare, significa che i giovani crescono in una solitudine che li costringe a reinventarsi il senso della vita e le forme del vivere insieme; che gli adulti hanno un patrimonio che non riescono a trasmettere, una ricchezza che non possono consegnare, un’eredità destinata a rimanere senza destinatario.

Le storie religiose dei giovani intervistati nell’ambito della ricerca realizzata dall’Istituto Toniolo sul rapporto tra le giovani generazioni e la fede (raccolta nel volume Dio a modo mio) narrano di percorsi tradizionali, che in genere si sono interrotti dopo la celebrazione dei sacramenti: famiglie che hanno avviato i figli alla Messa domenicale, che li hanno mandati a catechismo, che li hanno indirizzati talvolta verso esperienze associative. Percorsi che non hanno portato a un’adesione di fede secondo i canoni tradizionali, ma che più spesso hanno fatto nascere insofferenza e distanza. È la storia di tanti ragazzi che conosciamo e che, giunti a celebrare il pieno inserimento nella comunità e l’avvio della fase matura della loro esperienza spirituale, hanno tagliato i ponti con la Chiesa e con le forme canoniche del credere.

Qualcuno potrebbe obiettare che la pastorale propone percorsi educativi dopo la Cresima, ma essi riescono a coinvolgere solo chi è già dentro un’esperienza di vita cristiana, e non la maggioranza che vi si è allontanato. A questo punto non ci si può non domandare che cosa non ha funzionato, a meno che ci si accontenti di coltivare il gruppetto piuttosto esiguo dei giovani che mantengono i contatti con l’ambiente ecclesiale, magari perché coinvolti come animatore o collaboratori delle varie attività pastorali.

Nel ricordo che i giovani hanno del loro cammino di formazione cristiana vi sono attività troppo simili a quelle della scuola e che hanno proposto ai ragazzi obblighi, riti, precetti… Ne hanno ricavato il senso angusto della costrizione e non l’apertura gioiosa alla vita. È facile che la realtà sia diversa, ma questo è ciò che è rimasto nella memoria dei giovani. D’altra parte, la conoscenza di molti itinerari di formazione cristiana dice che essa è tendenzialmente deduttiva, volta a comunicare verità immutabili mettendo tra parentesi le domande delle persone.

È il modello secondo cui sono stati formati gli adulti di oggi, cresciuti in un mondo diverso dall’attuale; riproponendolo, essi accrescono il senso di estraneità dei giovani dalla comunità cristiana e dalle sue proposte. E i giovani si sottraggono, si ritirano semplicemente nel loro mondo, senza conflitto e senza opposizione, ma portando con sé interrogativi esistenziali cruciali che non sanno a chi rivolgere. L’educazione alla fede avviene in un’età in cui le grandi domande della vita non si sono ancora poste; quando arrivano, non ci sono più legami con interlocutori e contesti in cui affrontarle. Così i percorsi esistenziali proseguono nella solitudine; quando arrivano i momenti della crisi, quando la vita chiede di prendere posizione davanti alle sue sfide, allora ciascuno pesca nel proprio patrimonio religioso ciò che gli serve, con un’operazione selettiva che, alla lunga, configura esperienze religiose soggettive, emotive, estemporanee.

L’ascolto del mondo giovanile dice un desiderio di dialogo e di confronto, che interpella la comunità cristiana. I giovani non chiederebbero una vita cristiana radicalmente diversa da quella ufficiale, ma prassi ecclesiali vive, in grado di agganciare la loro ricerca di fede a un contesto comunitario significativo; chiedono relazioni, testimoni credibili, esperienze e contesti che permettano una reinterpretazione aggiornata delle forme dell’essere cristiani oggi. In papa Francesco i giovani vedono uno di questi testimoni, di cui fortemente avvertono il fascino, tanto da farne un riferimento importante, il più significativo dopo quello delle figure familiari e degli amici.

I giovani, con la libertà che hanno nei confronti di ogni istituzione e di ogni autorità, mettono il dito su piaghe vive nell’attuale contesto ecclesiale. E non tanto gli scandali degli ultimi tempi, che si condannano da soli, ma le prassi pastorali che sono percepite come inadeguate e che generano estraneità: l’anonimato delle assemblee ecclesiali, la mancanza di spirito comunitario, i precetti dati senza che se ne comprenda il senso, i linguaggi antiquati e lontani dalla sensibilità attuale. Si tratta di aspetti che fanno problema anche a tanti adulti, senza che questi giungano a consumare una lontananza formale che tuttavia, interiormente, c’è già. I giovani, con il loro senso di estraneità dalla comunità cristiana, mostrano il bisogno di una Chiesa più autentica e più evangelica: in fondo danno espressione a un’istanza che è di tanti. Loro lo dicono staccandosi, perché non hanno avuto modo di convincersi che vale la pena giocarsi per cambiare le cose; perché non hanno trovato negli adulti degli alleati credibili per dar vita alla Chiesa del futuro.

La generazione giovanile di oggi, non estranea né ostile alla dimensione religiosa della vita, rischia di incamminarsi sulla strada di un’esperienza di fede emotiva e soggettiva se la Chiesa non saprà mostrare il valore insostituibile di una comunità che custodisce una Memoria, che dà un riferimento oggettivo alla ricerca, che apre al futuro, che mostra con la vita la bellezza di un’esistenza interpretata nella luce del Vangelo. E potrà farlo solo con mitezza, con misericordia, con gratuità, uscendo e andando incontro, allargando le braccia per accogliere. Nei comportamenti quotidiani, si tratta di sostenere una ricerca che è un processo aperto, senza approdi definitivi. I giovani di oggi non accettano la fede per l’autorità della proposta dei loro genitori o del prete della parrocchia o perché così fanno altri: cercano ragioni personali per credere e questo li pone sulla strada di una ricerca faticosa, tanto più difficile quanto più solitaria. Il loro atteggiamento costituisce una grande risorsa educativa, premessa di una fede personale, convinta; ma è al tempo stesso un percorso rischioso, che non si può fare in solitudine.

La sfida di ogni cammino educativo è sostenere il processo di personalizzazione della fede come dialogo tra tradizioni vive e la coscienza personale, con le sue domande e le sue crisi. Questo chiede figure di educatori disposti a rinunciare al ruolo di maestro per assumere quello più esigente di testimone, disposti ad accompagnare, capaci di interagire e sostenere un processo che non ha come approdo un nuovo modello formativo, ma la capacità di stare dentro una ricerca sempre aperta. C ompiti severi e urgenti questi, per la Chiesa che non può fare a meno dei giovani, pena il rassegnarsi al suo stesso invecchiamento. Se avrà il coraggio di mettersi veramente in cammino con tutti i giovani, potrà diventare una Chiesa migliore, veramente missionaria ed evangelica.

Avvenire

Le famiglie italiane pagano per tutti. Paradossale ma vero il carico è addirittura aumentato

Avvenire

Paradossale ma vero: nel 2015, nonostante una generale flessione della pressione fiscale, per le famiglie italiane il carico è addirittura aumentato. Questo il dato più significativo che emerge dal rapporto “Reddito, consumi e carico fiscale delle famiglie”, presentato oggi a Roma dalla Fondazione nazionale dei commercialisti e dal Forum delle associazioni familiari. Entrambe le organizzazioni hanno firmato un protocollo di intesa volto ad analizzare e a trovare possibili soluzioni per la crescente difficoltà economica.

Dallo studio emerge un significativo peggioramento della condizione economica delle famiglie come conseguenza della crisi: il numero dei nuclei familiari in condizioni di povertà assoluta tra il 2011 e il 2014 è aumentato del 36%, mentre la spesa media mensile è scesa del 6%. In calo anche il reddito lordo disponibile: -8,8% rispetto al 2008 a fronte di un amumento del carico fiscale (+0,3% rispetto al 2014). I dati mostrano in maniera inequivocabile come ad essere più colpite siano le famiglie numerose, in particolare quelle con tre o più figli. Va evidenziato come nel periodo 2010-2013 il calo del reddito familiare netto si sia concentrato nelle famiglie con 4 e più componenti (-3,4% quelle con 4 componenti e -7,5% quelle con più di 4 componenti) ovvero nelle coppie con almeno un minore (-2%). La stessa osservazione si ricava dall’aumento delle famiglie in condizioni di povertà assoluta che, nel periodo 2011-2014, colpisce in maniera significativa i nuclei con 4 componenti o più (+3,1% quelle con 4 componenti e +7,1% quelle con più di 4 componenti), e le coppie con tre e più figli (+9,3%).

Leggendo questi dati appare evidente come la crisi economica abbia inciso in maniera significativa sulla struttura familiare italiana.Nel periodo 2011-2014 le famiglie con un solo componente (7,6 milioni di famiglie) sono aumentate (+5,8%), mentre le coppie con figli (8,7 milioni di famiglie) sono risultate in calo (-0,9%). A sorprendere è soprattutto l’aumento del carico fiscale che si registra proprio nell’anno in cui la pressione fiscale, a livello generale, si è ridotta. Le famiglie sono dunque l’unica eccezione. Il rapporto tra imposte correnti pagate e reddito disponibile lordo delle stesse ha raggiunto il livello più alto degli ultimi venti anni nel 2015: le famiglie italiane stanno vivendo una situazione di particolare disagio perché è su di loro che si è scaricato il peso maggiore della crisi economica internazionale.

Festival biblico. Fede e cultura dove la pace è a rischio

Fino al 29 maggio prosegue a Vicenza la dodicesima edizione di una rassegna dove si fondono cultura e spiritualità e dove le Scritture risuonano attraverso diversi linguaggi. Un laboratorio che si rivolge a tutti: adulti e bambini, credenti e non credenti, per favorire l’incontro con la Parola viva e interpellante. Il tema giubilare è declinato a partire dall’esperienza di fede vissuta nei contesti geografici ed esistenziali più disparati, soprattutto laddove è maggiormente messa a rischio la testimonianza evangelica e proprio per questo si rivela più preziosa. Il direttore artistico Leopoldo Sandonà ci illustra il programma di quella che è tradizionalmente la tappa clou dell’intero Festival, aperta con la Lectio magistralis di Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Festival fin dalle origini caratterizzato da un progetto culturale diffuso in tutto il territorio del Triveneto.

Tra gli appuntamenti del Festival segnaliamo, nella giornata conclusiva, quello sulle Maras dell’America centrale, che avrò il piacere di moderare. “Sono ex gang giovanili, che – come spiega la giornalista di Avvenire Lucia Capuzzi, tra gli ospiti – in contesti di democrazia fragile, povertà diffusa e disuguaglianze atroci hanno compiuto un salto definitivo verso la criminalità organizzata. Sono cresciute, hanno dilagato e hanno assunto il controllo di intere aree, dove impongono la loro legge”. Sono queste Maras ad esportare la droga venduta in Europa, attraverso la ‘ndrangheta, la più potente mafia europea in grado di fissare il prezzo dello stupefacente. E così tantissimi cittadini, specialmente i più giovani, sono costretti a partire per non piegarsi a questa logica di violenza. Ad intervenire nel dibattito, sulla violenza e la giustizia dalle Americhe alle nostre metropoli, ci sarà anche l’antropologo Paolo Grassi, con i contributi del missionario Giancarlo Munaretto e dell’educatore Jaime Vacarodas. 

radio vaticana