Messa in suffragio di Mussolini con saluto fascista, indagini

La Digos della Questura di Catania ha acquisito un video, postato sul sito Meridionews, in cui è ripresa la messa celebrata ieri nella chiesa di Santa Caterina in suffragio per la morte di Benito Mussolini, come avviene ogni anno. La polizia di Stato presenterà una relazione alla Procura su eventuali ipotesi di reato.

Nel filmato si vedono diverse decine di persone alla conclusione della funzione scattare sugli attenti e rispondere tre volte “presente” ad incitazioni scandite ad alta voce da un uomo che indossa camicia e giacca nere: “Per il duce d’Italia Benito Mussolini”, “Per i caduti della Repubblica sociale”, “Per tutti i martiri fascisti”.

Lo scorso anno la messa è stata celebrata nella chiesa Santa Maria della Guardia e la facciata è stata imbrattata la notte precedente con simboli del comunismo, come falce e martello, disegnati con della vernice rossa. Ieri la funzione è stata celebrata da padre Salvatore Lo Cascio, ex cappello del carcere di Bicocca, che durante i tre saluti fascisti si vede sorride dietro a un laico che indossa una tunica bianca e che invece alza la mano. “Ridevo – spiega – per l’imbarazzo, a me queste cose non interessano”. “Non ho dato loro la parola – aggiunge – se la sono presa. Quando ho capito cosa stavano facendo me ne stavo andando, ma poi mi hanno invitato a restare. Ormai che potevo fare? Buttarli fuori? Ho pensato a papa Francesco quando dice che non siamo nessuno per giudicare”.

Dall’arcivescovado invitano alla prudenza: “Non ci si può approfittare di un luogo sacro per una manifestazione politica – osserva il vicario generale Salvatore Genchi – tanto più se è vietata dalla Costituzione. Stiamo pensando come essere più prudenti il prossimo anno, per capire se è il caso di accettare queste celebrazioni o rifiutarle”.

ansa

Vaticano, scandalo case: un buco di 700mila euro

CITTÀ DEL VATICANO Un patrimonio immobiliare vastissimo, composto da quasi trecento fabbricati di valore, appartamenti, palazzine, negozi, garage. Un patrimonio di qualità, accumulatosi lentamente nei secoli, grazie ai lasciti di generosi benefattori, convinti di aiutare i poveri e la Chiesa. Peccato che invece – all’insaputa di Papa Francesco – la gestione di questa considerevole eredità risulti trasandata, approssimativa e pasticciata al punto da risultare in passivo di 700 mila euro. C’è di più. Su quasi trecento appartamenti, tantissimi dei quali in vie centralissime, una ottantina sono di fatto non utilizzati da anima viva, quasi abbandonati, non a reddito. In pratica sfitti. Degli appartamenti occupati, invece, una buona percentuale è costituita da inquilini morosi che non pagano un centesimo da anni. In pratica, tolte tutte le tasse del caso, dall’Imu all’Ires (per un totale di oltre 800 mila euro) il tesoretto immobiliare della Basilica di San Pietro non solo non frutta nulla al Vaticano, ma non viene nemmeno messo a disposizione di chi ne ha bisogno. Così, mentre Papa Bergoglio incoraggia energicamente le parrocchie e gli ordini religiosi a fare di più per dare una mano ai profughi e ai senza tetto, mettendo a disposizione qualche appartamento vuoto, esiste una fetta del patrimonio d’Oltretevere che continua a sfuggire ad ogni tipo di controllo.

da IL Messaggero

Sardegna, prete lascia la tonaca per amore della catechista È successo a un giovane vice parroco sardo di 29 anni

pretisposati.news

“È bello come un dio greco”. Dicevano le devote della parrocchia di Sant’Ambrogio di Monserrato, un paesino della Sardegna, dove sta destando scandalo la scelta di don Davide Curreli di abbandonare la tonaca per amore.

Il prete di 29 anni, vice parroco della chiesa, si è innamorato della catechista che lo aiutava nella gestione dell’oratorio. La città assolve i due giovani mentre le famiglie dei due innamorati preferiscono non parlare così come il parroco don Marcello Lanero.

Angela Argiolas, assistente geriatrica che conosce bene il giovane vice parroco, all’Unione Sarda dice: “Sarebbe bene che la gente si facesse gli affari propri e lasciasse in pace don Davide che vuole semplicemente coronare il suo sogno d’amore. Me lo ricordo ancora con quanta grazia andava a portare l’ostia alle vecchiette e tutte lo guardavamo incantate non credendo che un uomo così bello potesse fare il prete invece che l’attore o fotomodello”.

Il Giornale

Riapre fabbrica ex Fiat Termini Imerese Tornano al lavoro 20 operai, Blutec trasforma sogno in realtà

(ANSA) – PALERMO, 28 APR – L’ultimo giorno in catena di montaggio, gli operai ex Fiat lo ricordano ancora: è stato il 24 novembre del 2011. Dopo cinque anni di cassa integrazione e proteste, lunedì riapre la fabbrica a Termini Imerese. Non c’è più Fiat, adesso in viale primo Maggio campeggia l’Insegna di Blutec, la società del gruppo Metec Stola, che conta di tornare a produrre auto ibride in Sicilia. E proprio, il 2 maggio, all’indomani della festa dei lavoratori, a Termini Imerese i primi 20 lavoratori ex Fiat – su un bacino di 700 – torneranno al lavoro. Si occuperanno di progettazione, un’attività propedeutica all’avvio del piano di Blutec per la produzione di componenti per auto, che ha avuto il via libera da Invitalia e vale 95 milioni di euro. Entro maggio altri 20 operai torneranno in fabbrica. E ancora altri 40 a giugno. Dopo anni di proteste, mobilitazioni e trattative, a Termini Imerese è tornata la speranza con il marchio “Blutec”.

Trent’anni fa Italia si collegò a Internet, fece la storia

Trent’anni fa un gruppo di entusiasti pionieri collegò l’Italia a Internet, tra i primi paesi in Europa. Era il 30 aprile del 1986: il segnale partì dal Centro universitario per il calcolo elettronico del Cnr di Pisa (Cnuce) e arrivò alla stazione di Roaring Creek, in Pennsylvania. La notizia fu oscurata dal disastro di Chernobyl avvenuto pochi giorni prima, ma fu davvero l’inizio di una storia nuova e molto prima che Internet diventasse dominio di tutti, agli inizi degli anni Novanta. Un primato che il nostro paese ha perso.

“Non immaginavamo che da lì sarebbe partito un processo che ha portato tre miliardi di persone a collegarsi nel mondo e che quello fosse l’inizio della società dell’informazione”, spiega all’ANSA Stefano Trumpy, a quel tempo direttore del Cnuce e uno degli ‘evangelisti’ che portò il nostro paese a quel traguardo storico. Insieme a lui c’erano Luciano Lenzini, appassionato scienziato e ‘architetto’ del progetto; Antonio Blasco Bonito eMarco Sommani, cuore tecnico di quell’avventura.

Il progetto fu realizzato in sinergia tra Cnr-Cnuce, Italcable e Telespazio; per il collegamento fu usata la rete satellitare atlantica Satnet.

Dietro quel risultato c’era però un lungo lavoro di preparazione iniziato negli anni Settanta in concomitanza con lo sviluppo di Arpanet (la rete della difesa militare americana), la stretta collaborazione con alcuni padri di Internet come Robert Khan e Vinton Cerf e la lungimiranza dei ricercatori italiani: avevano intuito che grandi macchine di calcolo avrebbero avuto un’influenza straordinaria nella trasmissione di informazioni e contenuti.

“Ma non andò sempre tutto liscio, ci furono anche momenti di pessimismo cosmico alla Leopardi – racconta all’ANSA Luciano Lenzini -. Dopo il via libera del Cnr al progetto da 510 milioni dagli Stati Uniti ci fecero sapere che bisognava cambiare hardware: chiedevano di inserire il Butterfly gateway, che aveva oltre 200 processori a bordo. Era il 1984 e io decisi di gettare la spugna”. Dopo qualche giorno Lenzini comunica la decisione, a Washington, nel corso di una riunione del Board che gestiva la sperimentazione di Internet in Europa. “Accadde una cosa che nessuno si aspettava – continua -. Robert Khan parlò con Vinton Cerf e decisero di regalarci il Butterfly gateway. Facemmo i salti di gioia”.

Una decisione che testimoniava la stima per quell’appassionato gruppo di ricercatori di lungo corso. “Internet non è piovuto al Cnuce per caso, a Pisa c’era un gruppo di ricerca tra i più avanzati in Europa. Questa non è stata un’operazione tecnologica ma una grossa operazione culturale” sottolinea Luciano Lenzini che aggiunge: “Eravamo il quarto nodo europeo insieme a Gran Bretagna, Norvegia e Germania ora siamo quart’ultimi in Europa per diffusione e utilizzo della rete. La mia speranza è che con questo annuncio sulla banda larga si vada avanti”.

“Ci vuole una somma di sforzi per diffondere sensibilità e pratica dei temi che riguardano il digitale – osserva Stefano Trumpy -. Possiamo recuperare terreno ma c’è bisogno di uno sforzo a tutti i livelli, anche nelle scuole. In Italia bisogna mettere in piedi una gestione ‘multistakeholder’, cioè una sinergia tra governo, privati, settore tecnico e società civile. E’ stato promesso dal Ministero per lo sviluppo economico ma non si è ancora fatto, bisogna spingere su questo”.

Per ricordare il giorno in cui “l’Italia scoprì Internet”, come ha scritto qualche giorno fa Matteo Renzi, ci saranno in tutto il paese iniziative nelle scuole, nelle regioni e una celebrazione nella sede del Cnr di Pisa il 29 aprile. In occasione dell’Internet Day italiano, il premier lancerà dalla città toscana il primo bando sulla banda larga.

ansa

Terrorismo: 6 arresti per Jihad. Nel mirino l’ambasciata di Israele a Roma e il Vaticano

Sei arresti tra Lecco e Varese contro il terrorismo jihadista in un’operazione congiunta Ros-Digos. Tra questi una coppia, residente nella provincia di Lecco, che voleva partire per la jihad nei territori di guerra siro-iracheni, portando con sè i due figli di 2 e 4 anni, affidati ora ai nonni paterni. Arrestato anche un marocchino di 23 anni, fratello di un foreign fighter che sarebbe morto in Siria. Alcuni degli arrestati parlavano tra loro dipossibili attentati terroristici, con una “particolare attenzione a Roma”.

“Per questi nemici giuro, se riesco a mettere la mia famiglia in salvo, giuro sarò io il primo ad attaccarli (…) in questa Italia crociata, il primo ad attaccarla, giuro, giuro che l’attacco, nel Vaticano con la volontà di Dio”. E’ un audio inviato lo scorso 25 marzo da Abderrahim Moutaharrik a Mohamed Koraichi, arrestati entrambi nel blitz antiterrorismo. “L’unica richiesta che ti chiedo – dice Moutaharrik – è la famiglia, tu sai voglio almeno che i miei figli crescano un po’ nel paese del califfato dell’Islam”.

Mohamed Koraichi – partito dall’ Italia più di un anno fa con la moglie e i tre figli (uno di due anni) e che si troverebbe ora sul fronte iracheno-siriano a combattere con l’Isis – incitava in una serie di messaggi audio, inviati tramite WhatsApp, Moutaharrik, arrestato prima che partisse anche lui assieme alla moglie e ai due figli, a compiere un attentato a Roma. “Fratello mio – diceva Koraichi a Moutaharrik, anche campione di kickboxing – lì in quella Italia, quella è la capitale dei crociati, fratello mio è quella, è lì dove vanno a fare il pellegrinaggio, è da lì da dove prendono la forza e da lì vanno a conquistare i popoli, e da lì combattono l’islam, fino ad ora non è stata fatta nessuna operazione (attentato, ndt), sai che se fai un attentato è una cosa grande, Dio è grande, preghiamo Dio, fratello mio”. “Sì fratello, se Dio vuole – rispondeva Moutaharrik in un altro messaggio vocale – ci sarà solo del bene, se Dio vuole che loro pensano di essere in pace, invece giuro non sono in pace, anche se noi viviamo in mezzo a loro e giochiamo il nostro gioco come se fossimo come loro, però giuro che noi non siamo come loro”. E poi ancora: “Giuro se potessimo trovare il modo abbatteremo tutto questo paese e non sappiamo che questi infedeli per questa Italia, per questo Vaticano, per questi presidenti, questi presidenti infedele e loro che danno forza a tutto questo che sta succedendo ai paesi arabi e nei paesi islamici, però con la volontà di Dio, con la volontà di Dio, la maggior parte dei ragazzi qui hanno iniziato a muoversi, hanno iniziato”. Poi la richiesta da Moutaharrik di mettere prima in salvo la famiglia nei territori del Califfato e poi passare all’azione: “Però fratello è l’unica richiesta che ti chiedo, è la famiglia, tu sai voglio almeno che i miei figli crescano un po’ nel paese del califfato dell’islam, il paese dove c’è la legge islamica, questa è l’unica richiesta che voglio”.

Chi sono i 6 destinatari del provvedimento di arresto – Ecco i nomi dei destinatari dell’ordinanza: Mohamed Koraichi, nato in Marocco il 26 febbraio 1985 e residente a Bulciago (Lecco) e la moglie Alice Brignoli che ha cambiato nome in Aisha dopo la conversione all’Islam, nata a Erba il 13 dicembre 1977. La coppia è latitante e per inquirenti e investigatori si trova con i tre figli di 6, 4 e 2 anni nel territorio dell’organizzazione terroristica Stato Islamico. E’ invece stata arrestata a Baveno, in provincia di Verbania, Wafa Koraichi, nata in Marocco il 17 aprile 1992 e sorella di Mohamed. Sono stati fermati ancheAbderrahim Moutaharrik, cittadino italiano di origini marocchine, campione di pugilato in Svizzera, nato il 23 giugno 1988 e residente a Lecco, e sua moglie Salma Bencharki, anche lei nata in Marocco il 15 marzo 1990. Infine è finito in carcere Abderrahmane Khachia, nato in Marocco il 2 maggio 1993 e residente a Brunello (Varese). Il giovane è il fratello di Oussama Khachia, 30 anni, operaio, un foreign fighter cresciuto a Brunello ed espulso dall’Italia il 28 gennaio 2015 per alcuni post su Facebook a favore dell’Isis. In seguito fu allontanato anche dalla Svizzera e infine avrebbe raggiunto la Siria dove sarebbe morto dopo essersi unito al Califfato.

Agli atti dell’inchiesta anche la foto di 4 bambini che indossano una tuta e indicano con un indice il cielo in atteggiamento che simboleggia l’esaltazione del martirio. I bambini sono i tre figli della coppia di Bulciago che ora risulta essere nel Califfato. Il quarto è il figlio di Oussama Khachia, operaio 30enne che sarebbe morto in Siria, dopo essersi unito all’Isis.

Nella foto Abderrahim Moutaharrik, pugile di kickboxing

Sarebbe stato Moutaharrik a ricevere la richiesta da altri affiliati all’Isis di compiere un attentato in Italia. “Caro fratello Abderrahim, ti mando (…) il poema bomba (…) ascolta lo sceicco e colpisci”. E’ questo il contenuto di una registrazione mandata via WhatsApp a Moutaharrik. Il messaggio incita al martirio e a compiere attentatati nei Paesi in cui il destinatario si trova, quindi l’Italia.

“Voglio picchiare (inteso come colpire e far esplodere, ndr) Israele a Roma“, diceva, intercettato lo scorso 6 febbraio, Abderrahim Moutaharrik parlando con Abderrahmane Khachia, anche lui finito in carcere. Moutaharrik fa riferimento “ad un suo disegno per compiere un attentato all’Ambasciata di Israele” chiarendo “di avere contattato un soggetto albanese per procurarsi le armi, non riuscendo nell’intento”.

Da alcune intercettazioni è emerso che Koraichi parlava con uno degli arrestati di attentati da compiere in Italia. Sui possibili attacchi c’era “un’attenzione particolare alla città di Roma”, hanno detto gli inquirenti perchè, da come ritengono gli arrestati, “per il Giubileo è sede di pellegrinaggio e dove i pellegrini trovano la forza di combattere gli islamici”. Dalle zone di guerra siriano-irachene sarebbe arrivata “la richiesta di effettuare attentati sul territorio italiano, una indicazione non generica ma specifica che ci risulta da messaggi che abbiamo intercettato”, ha spiegato il procuratore aggiunto di Milano Maurizio Romanelli.

L’uomo marocchino arrestato perchè voleva partire per unirsi all’Isis con la moglie e i due figli “è uno sportivo di qualità un pugile di kickboxing di alto livello in Italia e all’estero. Sarebbe stato lui – ha spiegato il procuratore – a ricevere la richiesta di compiere attentati in Italia da parte dell’uomo marocchino che era residente a Bulciago e che più di un anno fa è andato con la moglie e i tre figli nelle zone di guerra”.

La vicenda di Alice Aisha Brignoli e Mohamed Koraichi – i cui nomi sono finiti nell’elenco dei foreign fighters ‘italiani’ – è emersa a maggio del 2015 quando la madre della donna ne ha denunciato la scomparsa portando con se’ i tre figli, il più grande di sette anni e il più piccolo di solo un anno e mezzo. Aisha e suo marito Mohamed hanno iniziato il percorso di radicalizzazione nel 2009, in concomitanza con la nascita del primo figlio: lei ha iniziato ad indossare il velo e a studiare l’arabo, lui si e’ fatto crescere la barba e sempre più spesso si faceva vedere in giro con una tunica bianca. Con il passare del tempo i due hanno tagliato i ponti con le famiglie e a maggio dell’anno scorso sono partiti. Prima tappa la Turchia, da dove poi hanno raggiunto la Siria. Quando e’ entrata nell’appartamento della figlia a Bulciago, la madre di Aicha ha trovato solo un messaggio: “sono partita, non mi cercate, non torno”. Da allora gli investigatori hanno intercettato due telefonate, per dire che stava bene e di non preoccuparsi, e un ultimo messaggio verso la fine dell’anno.

L’operazione, coordinata dalla Procura distrettuale di Milano d’intesa con la Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, è scattata in diverse province della Lombardia e del Piemonte, ed è stata condotta congiuntamente dalle Digos di Lecco, Varese, Milano – supportate dal Servizio Centrale Antiterrorismo della Dcpp/Ucigos – e dal Ros dei Carabinieri, coadiuvato dai Comandi dell’Arma territoriali.

Alfano, arrestati avevano intenzioni molto brutte – Gli arrestati “avevano intenzioni molto brutte”, visto che “erano stati indotti a valutare l’ipotesi di compiere anche in Italia degli attentati o degli atti violenti”. Lo ha detto il ministro dell’Interno Angelino Alfano a ‘Mattino 5’. “In un contesto in cui il rischio zero non esiste, la prevenzione ha funzionato” ha ribadito il titolare del Viminale. “Noi siamo riusciti a fermarli prima” che realizzassero i loro progetti, “e questa è la prova che le cose stanno funzionando”.

Alfano ha poi ricordato che la coppia che voleva partire per la Siria è stata arrestata “in base ad una legge che abbiamo voluto” perché “noi i foreign fighters li arrestiamo”. Prima della legge, ha spiegato, “chi aveva intenzione di recarsi a combattere non poteva essere arrestato, solo se era un reclutatore poteva essere arrestato, ora invece finisce in carcere”. Alfano, infine, ha sottolineato la “bella azione di squadra” che ha consentito di arrivare agli arresti. Ci sono state indagini che sono state efficaci e coordinate dalla procura distrettuale di Milano”.

Gip, intercettazioni di elevatissimo allarme – Destano “estremo allarme” i continui e “ripetuti riferimenti all’Italia come luogo di prossimi ed imminenti attentati” e la “chiamata alle armi”, e cioè l’autorizzazione o l’accreditamento per essere arruolato tra le file dell’Isis. Lo scrive il gip Manuela Cannavale nell’ordinanza di custodia cautelare che oggi, con l’operazione coordinata dalla Procura di Milano, ha portato in carcere 4 persone con l’accusa di terrorismo internazionale. Il giudice, riferendosi ai vari dialoghi intercettati e ai cosiddetti ‘poemi-bomba’, sottolinea che “di elevatissimo allarme sono i ripetuti riferimenti all’Italia come luogo di prossimi ed imminenti attentati, atteso che in tale paese non è ancora stato fatto nulla, sebbene sia il paese dei crociati”. Inoltre per il magistrato altro “elemento di estremo allarme per la sicurezza dello Stato e, comunque, per la sicurezza internazionale, è costituito dalla ‘chiamata alle armi’ (autorizzazione/raccomandazione per essere arruolato), “tazkia” (…) di Abderrahim Moutaharrik e di Abderrahmane Khachia”, invitati “sia a raggiungere i territori dell’I.s., sia a porre in essere attentati in Italia”. Per il gip “l’assoluta determinazione” dei due presunti jihadisti “a compiere attentati emerge dallo stato d’animo eccitato, ed insieme onorato e gioioso” di Moutaharrik che con Khachia condivide la felicità per essere “stato destinatario del ‘poema bomba’ inviato da un personaggio di spicco dell’ organizzazione terroristica” uno “Sceicco o Principe”. “Si tratta di una esaltazione – annota ancora il gip – del valore del nuovo arruolato combattente e dell’incitazione allo stesso a commettere azioni terroristiche. Il “poema bomba”, come vedremo, è dotato di una potenza espressiva contenente tutta l’ energia sottesa alla determinazioni e ferme convinzioni di coloro che combattono in nome di dio. Il nome stesso rende perfettamente l’idea della sua forza esplosiva”.

ansa

Paraguay, dove si rifugiano i preti argentini accusati di abusi

Lo scrive in un’inchiesta il quotidiano paraguayano La Nación. Uno di questi (cinque) sacerdoti avrebbe continuato a impartire i sacramenti partecipando anche alla messa del Papa

Un’inchiesta alla “Spotlight” quella del quotidiano del Paraguay La Nación. Sulle tracce di sacerdoti argentini con accuse di abusi e pedofilia sulle spalle che si sarebbero rifugiati nel paese limitrofo continuando ad esercitare, almeno alcuni, il loro ministero alla luce del sole. Nella sua prima pagina il giornale di Asunción annuncia “almeno cinque casi” di presbiteri denunciati per abuso sessuale in Argentina “che sono stati nascosti in territorio paraguayano, protetti dalla Chiesa di questo paese”.

Il primo caso è quello di Carlos Richard Ibáñez Morino, indagato a seguito di denunce di abuso sessuale ad almeno dieci giovani nella cittadina di Bell Ville, nella provincia di Cordoba agli inizi degli anni 90. A metà del 1992 a suo carico – precisa il giornale paraguayano – c’erano un totale di dieci denuncianti, tutti per abuso sessuale, tutti giovani dei quartieri poveri che ricevevano denaro in cambio di relazioni sessuali con il religioso. Il quotidiano che ha sollevato il caso rivela anche che la magistratura paraguayana “ha respinto per due volte una richiesta di estradizione della giustizia argentina”. Solo nel novembre del 2004 la Corte Suprema avrebbe dato via libera all’estradizione, ma oramai troppo tardi per mettere il religioso sotto processo.

Il caso, il primo di cinque, imbarazza la Chiesa del Paraguay. Interpellato dalla squadra “La Nación Investiga” creata all’interno del giornale sulla scia dei più celebri colleghi del film premio Oscar 2016, l’arcivescovo di Asunción Edmundo Valenzuela ha dichiarato di aver appreso della presenza e dell’operato del sacerdote sospeso a divinis solo per essere stato interpellato dal vescovo della diocesi di provenienza, Cordoba appunto, che a sua volta era stato interpellato dai giornalisti di La Nacion che sono andati nella città argentina ad indagare. L’arcivescovo di Asunción ha spiegato la passata impunità di Ibáñez Morino come una ingenuità: “Nessuno ha avuto il coraggio di chiedergli i documenti, ci si è accontentati di una conoscenza superficiale, lo si è trattato come amico che viene ad aiutare” ha osservato il presule. Una volta scoperchiato il caso dal giornale del suo paese, monsignor Valenzuela ha dichiarato di aver convocato Ibáñez Morino per chiarimenti. A questo punto lo avrebbe messo con le spalle al muro contestandogli l’uso di documenti falsi, l’inganno consumato ai danni della Chiesa del Paraguay e gli avrebbe ingiunto di firmare una notifica di interdizione delle celebrazioni sul territorio dell’arcidiocesi. “Lui l’ha firmato e il documento è stato trasmesso alla Santa Sede” ha chiarito l’arcivescovo.

Il nunzio in Paraguay, l’italiano Eliseo Ariotti, ha invece ammesso in una conferenza stampa convocata dopo la deflagrazione della vicenda che “le autorità ecclesiali erano al corrente del caso Ibáñez da un anno e che è stato attivato il protocollo pertinente”. Il rappresentante pontificio ha anche precisato che “sono stati raccolti elementi per metterli a disposizione delle autorità… ma che non è mai stata presentata in Paraguay una denuncia (contro Ibáñez)”. Il nunzio Ariotti ha fatto poi il nome di altri due sacerdoti, Gustavo Ovelar e Francisco Bareiro Ovelar che avrebbero già ricevuto dalla Santa Sede la notificazione della riduzione allo stato laicale.

Ma quello dell’argentino Ibáñez Morino, a cui ne seguiranno altri secondo il giornale paraguayano, non finisce di essere un caso sconcertante, giacché è comprovata la sua attività sacerdotale nell’impartire sacramenti – messe, matrimoni, battesimi – in una zona del Paraguay tra le città di Villa Elisa, Asunción e San Lorenzo, dove avrebbe celebrato nella stessa cattedrale. Ibáñez Morino – assicura il quotidiano La Nación – “è stato nell’area riservata ai sacerdoti nell’altare eretto a Ñu Guasu, nel luglio del 2015, durante la messa del Papa Francisco in Paraguay”. Tante le domande a cui l’equipe degli investigatori de La Nación dovrà dare una risposta, a partire dai titoli accademici che Ibáñez Morino avrebbe esibito nella sua pluriennale presenza in Paraguay, come quello di “laureato in Psicologia con Orientamento Educativo ottenuto nell’Università Nazionale di Asunción (UNA) ed altri 23 titoli accademici tra dottorati, post-laurea e specializzazioni che figurano nel suo curriculum. I misteri – e forse le complicità – si infittiscono se venisse confermata la notizia di “La Nación Investiga” che Ibáñez Morino fu arrestato nel mese di agosto del 1995 e detenuto nel carcere di Tacumbú dopo essere stato fermato a Ciudad del Este, alla frontiera argentino-paraguayana, in esecuzione di un ordine di cattura internazionale emesso dall’Interpol per il processo aperto nel tribunale di Cordoba, la città argentina di provenienza.

lastampa.it

Hotel Giubileo, così la Chiesa guadagna dal business esentasse dell’accoglienza a Roma

Milioni di pellegrini nella Capitale vengono ospitati in seminari, collegi e monasteri. Così gli ordini religiosi si buttano nel turismo di massa offrendo ventimila posti letto. Ma, come scoperto dai radicali, una casa per ferie su tre non paga l’Imu

Febbraio 2016. A Roma arrivano un milione di pellegrini insieme alle spoglie di Padre Pio. L’urna del santo nel suo cammino da San Giovanni Rotondo (in provincia di Foggia) alla Capitale è un grande evento del Giubileo della Misericordia: otto giorni per un programma fitto di messe, veglie ed esposizione delle spoglie del frate venerato per i suoi miracoli.

Una pacifica invasione da tutta Italia di un milione di fedeli desiderosi della Grande bellezza romana, ma anche di mangiare, bere e dormire.

A soddisfare gran parte di queste esigenze terrene ci ha pensato «la santa accoglienza». Un sistema di case per ferie, seminari, collegi, convitti ex conventi che fanno leva sulla sacralità di questi luoghi, l’ottima posizione (molti sono nel cuore della Capitale) e i prezzi concorrenziali.

Qualcuno ci aggiunge anche la missione umanitaria, come spiega dalla pagine web la residenza “Madri Pie” a pochi passi del colonnato di San Pietro: «La scelta di soggiornare da noi contribuirà alla crescita dei bambini peruviani, grazie ai progetti di adozione a distanza».

Un’offerta di cinquecento strutture ed oltre 20mila posti letto per il “Grand Hotel Giubileo”, intercettando una ricca fetta di turismo religioso made in Italy: quasi 5 miliardi di giro d’affari all’anno per alberghi, tour e visite guidate di chiese e monumenti. Così la Chiesa cattolica controlla ogni anno un traffico di 40 milioni di presenze.

TUTTI A ROMA
Per gestire i flussi di devoti desiderosi di unire fede e vacanze ogni Diocesi ha un ufficio pastorale per il turismo, tempo libero, sport e pellegrinaggi. Una concorrenza serrata con l’Opera Romana Pellegrinaggi che dal 1934 fornisce assistenza «a coloro che intendono mettersi in cammino per visitare i principali Santuari in Italia e all’estero».

Spalle larghe grazie alle convenzioni con 2.500 agenzie e una rete con migliaia di referenti sul territorio. L’Opera ha sede nella Città del Vaticano e gode di un regime di extraterritorialità che significa, in pratica, non dover presentare bilanci e sfuggire alle leggi italiane in materia fiscale.

A dirigerla è monsignor Liberio Andreatta, uno degli uomini più ricchi della chiesa: immobili, terreni, case coloniche e aziende agricole figurano nel suo patrimonio personale. Proprio lui è stato richiamato di corsa nel 2013 dopo la gestione catastrofica del suo predecessore che ha lasciato un buco di 3 milioni e 500 mila euro.

Epicentro del tour operator di Dio sono ovviamente la Capitale e il Vaticano. Uno sforzo di accoglienza promosso anche dal portale della Diocesi dove si trovano i banner per arrivare a Casa bonus pastor : 89 camere a ridosso delle mura vaticane con aria condizionata, wi-fi e tv satellitare. Nel cuore di Trastevere c’è invece la casa di Santa Francesca Romana ”, un palazzo medioevale con chiostro alberato e una cappella privata «per chi cerca l’essenza della spiritualità e sa cogliere il fascino dell’antichità».

Ecco come si passa dal sacro al profano. Da Bolzano ad Agrigento si contano 300 mila santuari, collegi, convitti, monasteri, chiese, parrocchie, istituti religiosi, seminari, ospizi e orfanotrofi. Non si conosce il numero preciso di quelli abbandonati o caduti in disuso. A Roma, dove atterranno quasi 20 milioni di turisti all’anno, la conversione è partita per prima.

Il tema è sentito anche Oltretevere, tanto da spingere papa Francesco a prendere posizione: «I conventi vuoti non servono alla Chiesa per trasformarli in alberghi e guadagnare i soldi. Non sono nostri, sono per la carne di Cristo che sono i rifugiati» ha detto durante la visita del centro Astalli per i migranti a settembre 2013.

NIENTE IMU NELLE CASE PER FERIE
I gestori di questo immenso patrimomio preferiscono però i turisti mordi e fuggi rispetto a chi scappa dalla guerra e dalla fame. Il network più capillare è quello delle case per ferie: 297 diverse location dalla periferia al centro storico. Con un peccato originale, svelato dai radicali del consiglio Capitolino: 93 non sanno cosa sia l’imposta Imu, mentre altri 59, ossia il 24 per cento, la versano a intermittenza. Pagano regolarmente soltanto 94. Meno di quattro su dieci.

A scoprirlo è stato il consigliere comunale Riccardo Magi, presidente dei Radicali italiani, lo scorso agosto. Dopo un anno e mezzo di domande e carte bollate. «Sono quasi sempre alberghi a tutti gli effetti, che chiunque può prenotare su Internet», commenta Magi: «La legge prevede l’esenzione Imu se non c’è scopo di lucro, ma qui ci sono offerte che danno idea della modalità commerciale. Con il nostro dossier abbiamo svelato  un’evasione sistematica. Ed è eclatante».

Tra le case per ferie censite ci sono anche quelle con piscine e campi da tennis, come Villa Irlanda, di proprietà del Pontificio Collegio Irlandese, che ospita visitatori dalla sua fondazione nel 1628.

Nel rapporto del Campidoglio i numeri non tornano: il sito Internet ne riportava 297, ma agli uffici ne risultano appena 273. I proprietari sono invece 246. Dentro ci sono la casa accoglienza Piccole Ancelle di Cristo Re, Mysterium Christi, Nostra Signora dell’Atonement, il centro religioso Boemo Velehrad, le figlie della Croce, la family house e villa Fatima. E nella centralissima via della Scrofa ecco la Domus Internationalis Paulus VI.

Di tutte queste il 38 per cento non ha mai pagato l’Imu, mentre il 24 per cento lo ha versato a intermittenza. Meno di quattro su dieci versano regolarmente la tassa comunale Tasi. Un terzo (80 su 246) non l’ha mai pagata. Per la Tari, la tassa sui rifiuti, soltanto 208 esistono nella banca dati, 30 sono «privi di codice fiscale o partita Iva» e 91 non rientrano in nessun database.

Una stima degli introiti dell’Imu sugli immobili commerciali della Chiesa dovrebbe essere tra i 500 milioni e 1 miliardo di euro per tutta l’Italia. Ma come nel caso della città eterna vengono raccolte solo le briciole.

SOTTO IL TETTO DELLE SUORE
Basta un giro per capire come funziona. Nella centralissima piazza Farnese c’è il convento delle suore brigidiane. A guidare l’ordine dal 1979 ci pensa l’abbadessa madre Tekla Famiglietti, amica di Andreotti e mente dell’incontro di Fidel Castro con papa Raztinger. Irpina come lei è Mario Agnes, già presidente dell’Azione cattolica e fratello di Biagio, ex manager della Rai. In stretto contatto anche con il cardinale Crescenzio Sepe, ex prefetto di Propaganda Fide e arcivescovo di Napoli.

Le suore a Roma hanno tre strutture, altrettante tra Assisi, Napoli e Rieti. Tutte trasformate in albergo. Dormire in piazza Farnese, nelle stanze dove visse e morì nel 1373 Santa Brigida di Svezia, costa 150 euro a notte per una doppia. Più complicata la prenotazione: se si paga con la carta di credito c’è un sovrapprezzo, ma in conpenso per gli ospiti sono messi a disposizione i pass per partecipare alle udienze del Papa.

Suonando al grande portone verde, senza alcuna insegna ma con un citofono ottonato, una suora risponde gentile: «Mi spiace ma è tutto pieno fino a giugno». Proviamo a chiedere una stanza, una doppia, per la prima settimana di aprile, ma niente: quei giorni la struttura è tutta presa da un gruppo di pellegrini.

Altra magnifica piazza, altre suore, altra offerta. La casa generalizia della congregazione delle suore oblate del bambino Gesù è situata a ridosso della Basilica di Santa Maria Maggiore. Siamo in via Cavour, a poche centinaia di metri da Via dei Fori Imperiali, sul confine del rione Monti e alle spalle di una delle basiliche papali. Qui, nella struttura delle suore oblate, ecco la Domus Nova Bethlem : un hotel vero e proprio. Il periodo per cui proviamo a chiedere una doppia è lo stesso, la prima settimana di aprile. La sistemazione è di lusso. Quadri alle pareti, wi-fi in tutte le stanze, cassaforte, tv, tappezzerie curate. Sul tetto c’è un roof garden. Il prezzo è però molto competitivo, «ma già scontato», dice il portiere dietro il banco accoglienza: 125 euro a notte, colazione inclusa.

La sorpresa è però che gli albergatori dicono di non temere la concorrenza del santo network. «Con l’Opera pellegrinaggi c’è un accordo», spiega a “l’Espresso” Giuseppe Roscioli di Federalberghi: «Uno scambio visibilità che dovrebbe pareggiare un po’ i conti. Anche se sappiamo che è una battaglia troppo grande per noi», è la frase che scappa rispetto alla versione ufficiale.

In una città dove si contano quattromila alberghetti abusivi, stanze affittate in nero ed offerte esentasse con 18 mila annunci sulla piattaforma Airbnb per affittare case private, i problemi sono ben altri.

espresso.repubblica

Conflitti in Vaticano a suon di comunicati stampa

La Santa Sede cerca di smorzare i toni della polemica interna sul contratto con la società di revisione PricewaterhouseCoopers sospeso nei giorni scorsi ma conferma l’esistenza di problemi in alcune clausole dell’accordo.

Con un comunicato diffuso martedì 26 aprile dalla Sala Stampa viene ribadito che sono necessari «approfondimenti» sulla «modalità di esecuzione del contratto». Ma si assicura anche che non esiste alcuna «volontà di uno o più enti di bloccare le riforme in corso» e che l’impegno per un’adeguata revisione economico-finanziaria resta «prioritario». La nota vaticana, pubblicata a distanza di alcuni giorni dall’esplodere della polemica, dà l’idea di un testo ponderato a lungo e discusso ai massimi livelli. Un testo nel quale vengono di fatto smentite alcune affermazioni del comunicato diffuso venerdì 23 aprile dalla Segreteria per l’Economia guidata dal cardinale George Pell.

«In merito al contratto con la società di revisione PricewaterhouseCoopers (PwC) – spiega il comunicato vaticano – si ritiene opportuno offrire le seguenti precisazioni. La sospensione delle attività di revisionenon è dovuta a considerazioni circa l’integrità o la qualità del lavoro avviato dalla PwC, tanto meno alla volontà di uno o più enti della Santa Sede di bloccare le riforme in corso».

«Sono emersi, però, elementi – continua la nota – che riguardano il significato e la portata di alcune clausole del contratto e le sue modalità di esecuzione. Tali elementi verranno sottoposti ai necessari approfondimenti. La decisione di procedere in questo modo è stata presa dopo appropriate consultazioni tra le istanze competenti e con esperti in materia. Si auspica che tale fase di riflessione e di studio possa svolgersi in un clima di serenità e di collaborazione. L’impegno di una adeguata attività di revisione economico-finanziaria per la Santa Sede e per lo Stato della Città del Vaticano rimane prioritario».

Tra le righe del testo si possono leggere alcuni riferimenti impliciti. Quello alle consultazioni tra le «istanze competenti», a proposito della sospensione del contratto, lascia intendere che il Segretario di Stato Pietro Parolin e il Sostituto Angelo Becciu non hanno agito di loro iniziativa. Precisazione persino ovvia: è difficile immaginare, infatti, che la Segreteria di Stato abbia sospeso l’esecuzione di un contratto milionario sottoscritto dal cardinale Prefetto per l’economia senza il consenso del Papa e senza averlo informato. Da notare poi il passaggio nel quale si auspica che il lavoro di approfondimento sul contratto si svolga in un clima collaborativo: invito che pare rivolto soprattutto all’interno della Santa Sede.

L’assicurare che non ci sono enti vaticani intenzionati a bloccare le riforme vuole smentire l’interpretazione secondo la quale la sospensione del contratto sarebbe dovuta alla lotta tra i fautori della trasparenza (Pell e la Segreteria per l’Economia), e quelli che la temono preferendo l’opacità (in generale, la Curia italiana).

È dunque significativo che la Santa Sede precisi che non c’è alcuna intenzione di evitare un’«adeguata revisione» dei suoi conti e dei suoi bilanci. Nel ribadire l’esistenza di problemi nell’accordo con PwC, il Vaticano ammette implicitamente che non tutte le istituzioni coinvolte sono state informate a dovere sul contratto e le sue clausole. E di fatto conferma l’esistenza di problemi nelle modalità operative adottate, in questo caso, dalla Segreteria per l’Economia.

È indubbio che in Vaticano vi siano state e vi siano tuttora resistenze interne al processo di trasparenza economico-finanziaria. Ma non è detto che ogni obiezione o discussione sui metodi per ottenerla sia da considerare una «resistenza» e abbia il secondo fine di perpetuare un sistema poco trasparente. I soggetti coinvolti nella vicenda sono i cardinali Pell, Parolin e Reinhard Marx, cioè il Prefetto per l’Economia, il Segretario di Stato e il presidente del Consiglio per l’Economia. Tutti stretti collaboratori di Papa Francesco, tutti chiamati a far parte del C9, il consiglio dei cardinali che lavorano alle riforme. C’è infine da chiedersi perché questo problema sia stato affrontato non attraverso il confronto diretto e collaborativo tra i protagonisti, ma a suon di comunicati stampa, come mai si era visto fare in precedenza

La Stampa