Primavera: il bel corpo!

bellezza.corpo

 

 

 

 

 

 

 

 

Quale omaggio primaverile,  invece di un mazzetto di primule, vi mando l’articolo che ho scritto per la rivista Il Margine, nel numero monografico dedicato  ad anniversario di Utopia di Sir Thomas More.  Il bel corpo non è ovviamente il corpo perfetto, che hanno solo le statue di marmo. Il bel corpo siamo noi quando stappiamo i nostri sensi e li lasciamo vibrare  liberi, all’aperto, in mezzo alle gemme di meli e ciliegi.
Vi anticipo la professione di fede finale: “Credo nella nudità della mia vita. Credo che il mio corpo potrà sfiorare l’Impalpabile nelle
carezze su un viso,  assaporare  il Desiderio in un piatto di spaghetti,
impregnarsi  di Vento con un mazzo di fiori, vedere  l’Infinito in una
sera di primavera, ascoltare l’Eternità nel grido di un povero.”
Buona resurrezione della carne
Giovanni (nome di battaglia Ambrogio

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Non è un luogo, è un corpo.  Detto in inglese, in onore di sir Thomas, l’Ubody. Dove il prefisso “u” non è la contrazione di “ou “ (non c’è) ma di “eu “(felice). Felice corpo, buon corpo, bel corpo.

Quel corpo che oggi invece si trascina stanco.  Il corpo dell’uomo occidentale è stanco per eccesso di emozioni, informazioni, sollecitazioni, attese.  

Subisce bombardamenti quotidiani e non ce la fa più,alza bandiera bianca, si esaurisce, si ammala. Un tempo i nostri avi dovevano fare i conti con la peste, oggi le patologie predominanti sono neuronali: il sole nero della depressione, i disturbi della personalità e dell’attenzione, l’iperattività, la nevrastenia paralizzante, la follia. Al centro del tourbillon ci sono i nostri sensi. In buona salute, ne abbiamo a disposizione cinque, ma nella pratica non li curiamo e affiniamo come si dovrebbe, quindi finiamo per vivere male. Cinquecento anni dopo, Raffaele Itlodeo non deve più andare lontano, la destinazione è letteralmente a portata di mano.  Raffaele (il suo nome è un programma: medico di Dio) può provare a descriverci la mappa dei sensi così come la sente senza troppa ansia di prestazione.

Senza neanche prendersi troppo sul serio. Resta pur sempre Itlodeo: un raccontatore di favole.

Chi mi ha toccato?
Aristotele nella sua scala dei sensi  lo mette al terzo posto,  ma al
mattino, al momento del risveglio, il tatto  è il primo che mettiamo in
attività. Deve essere stato così anche quand’eravamo nella pancia. E
dopo la nascita, abbiamo continuato. Attraverso il tatto abbiamo fatto esperienza della realtà: il freddo e il caldo, il familiare e
l’estraneo, lo sconforto e la consolazione. Con la pelle siamo
partiti per i nostri viaggi  interminabili  senza i quali non saremmo
quelli che siamo. Il tatto è un instancabile produttore e decodificatore di linguaggi, che seducono e respingono, interrompono e prolungano, accarezzano e isolano. Il tatto  ci permette di non andare a sbattere a sbattere gli uni contro gli altri e, al contrario, rende possibile l’incontro. Ci trasmette ciò che sta sulla pelle, ma anche tutto quello che può stare (e può starci tutto l’universo)  nella risonanza di un semplice tocco. Il tocco, infatti,  è concreto e puntuale ma nello stesso tempo è indelebile: la sua durata in noi può essere
incalcolabile. Per questo la domanda che un giorno Gesù ha posto, in
mezzo alla folla, continua a essere emblematica: “Chi mi ha toccato?” (Mc 5, 31). I discepoli avevano un bel tentare di dissuaderlo, rammentando che c’era una massa di gente ad assediarlo, ma invano, perché quello che Gesù affermava è che c’è modo e modo  di
toccare. Proprio così: c’è modo e modo di toccare. Al mattino è la
prima cosa da ricordare.

Sapore è sapere
Facciamo la colazione sempre di corsa, e quindi il primo appuntamento col gusto fallisce. Anch’esso nel ranking dei sensi  è sempre stato considerato di serie inferiore. Invece è ormai assodato che ha svolto un ruolo chiave nell’evoluzione della specie umana. Il mondo non esiste per essere oggetto di contemplazione, esiste per essere mangiato, per essere trasformato in banchetto. Il crudo deve diventare cotto. La comparsa della cottura ha svolto un ruolo chiave nell’evoluzione della specie umana, ha permesso  ai nostri antenati di triplicare le dimensioni del cervello  e tale espansione ha reso possibili mirabilie, la pittura delle caverne, il componimento di sinfonie, l’invenzione di internet.  Utilizzare bene il  gusto vuol dire tornare a distinguere l’amaro, il dolce, il salto, l’aspro e l’umami  (la categoria più recente , si scrive così, non ha una traduzione, in giapponese significa saporito) e utilizzarli tutti quanti per una conoscenza più incisiva, non solamente mentale, cerebrale. Il latino testimonia un’intuizione  che sembra assente in molte lingue moderne. Le parole che indicano “sapere “ e “gustare” hanno la medesima radice:  sapere. Qualcosa è rimasto in italiano con  “sapere” e “sapore”. Mangiare e conoscere hanno la stessa origine. Conoscere qualcosa è gustarne il sapore, sentirne l’effetto sul corpo. Le cose non sono nulla in se stesse. Le cose chiedono di essere trasformate nella cucina del desiderio di esser gustate così bene fino al punto di provocare un radicale capovolgimento. Siamo mangiati dal cibo, è il cibo ad assimilarci. Siamo bevuti dal vino, è  il  vino che ci tiene nel suo bicchiere. Diveniamo ciò che mangiamo, ciò  beviamo.

Il profumo non manchi mai
Iniziamo la giornata addentrandoci in un  linguaggio invisibile. Questo linguaggio non occupa spazio, eppure pervade la realtà, si nasconde e si manifesta, non ha una forma ben precisa e tuttavia si propaga rapidamente. L’olfatto ci trasmette caratteristiche dell’ambiente  e dei movimenti intorno a noi.  L’olfatto è un magnifico centro interpretativo della realtà.  Ogni istante ha il suo odore. Ogni stagione.  Ogni luogo. Gli odori arrivano e impregnano  la memoria e gli affetti.  Quante volte, in modo imprevisto, una percezione olfattiva strappa dal fondo remoto del nostro inconscio un ricordo: la casa della nostra infanzia, un giocattolo, una spiaggia, una persona che abbiamo amato. E dal riconoscimento di un odore ci aspettiamo di più che da qualunque ricordo: ci aspettiamo niente di meno che il privilegio di esser consolati.  Nell’odore possiamo scorgere una sorta di narrazione. Il mio odore mi racconta. Non mente. Non conosce né frontiere né limiti di spazio.  Mi permette di spargermi, di aprirmi, di diluirmi in un’ubiquità che altrimenti mi sarebbe preclusa.  Quindi, prima di uscire da casa, conviene fare un’attenta verifica. “In ogni tempo le tue vesti siano bianche e il profumo non manchi mai sul tuo capo” così consiglia il saggio Qoelet. Succede questo di bello.
Quando una persona sparge sulla pelle qualche goccia di profumo, quello stesso profumo diventa soltanto suo. Diventa la sua fragranza. Il corpo rende ogni profumo unico, perché lo assorbe e lo riproduce in un modo che è soltanto suo.  Curiamo di più  il nostro profumo e seguiamo di più quello degli altri. Ciascuno di noi va alla ricerca della traccia che ha sentito prima di tutto con il naso.  Siamo segugi  che, attraverso accidentati paesaggi di montagna o  pascoli imprevedibili,  inseguono non senza un po’ di paura la memoria di quel profumo. Non sarà forse il profumo della donna a portarci alla donna? Non sarà forse il profumo di Dio a portarci a Dio?

Lo sguardo dell’artista
Scesi in strada in strada alziamo lo sguardo e quasi non ci accorgiamo
del miracolo che avviene. Tra i cinque sensi, la vista sembra godere di un privilegio:  come se non avesse bisogno di mediazioni, come se non dovesse essere educata. Invece l’occhio è strumento di altissima
definizione, non è semplicemente un senso, ma la sintesi di tanti altri
sensi: quello dell’intensità luminosa, quello del colore, quello della
profondità e della distanza.  Utilizzarlo al meglio è roba da artisti.
Artisti decisi a guardare la realtà e non gli specchi fasulli.
“Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del
reame?” è un ritratto del nostro modo di vedere, lo stesso della
matrigna della fiaba.  Cerchiamo gli specchi perché confermino la nostra illusione di potere o di autosufficienza. Ma a volte, come nella fiaba, anche lo specchio si ribella, perché è inutile insistere nella finzione, Biancaneve è più bella di te. L’artista rigetta gli specchi e osserva la realtà nella sua interezza. Niente occhio blasé, stanco e
superficiale. Niente occhio furbo, che nelle cose ogni cosa sa cogliere
solo l’aspetto mercantile e utilitarista.  Lo sguardo dell’artista non è un osservare qualunque; è vedere da fermo,  è  un rivedere più
minuzioso della prima volta, è un “secondo sguardo” che intende
riscattare tutte quelle occhiate superficiali che di solito dedichiamo
alle cose e agli altri. L’artista vede i dettagli e  la meravigliosa
semplicità delle cose. A destra  un germoglio, a sinistra un bimbo che
gioca,  sopra la testa due nuvole che si rincorrono nel cielo ventoso.
E’ difficile spiegare come ciò lo rallegri, e quanto gli basti.

L’orecchio del cuore
Siamo in giro per il mondo e il mondo è totalmente sonoro. Di questo
paesaggio immenso, l’orecchio umano coglie soltanto una parte: la
frequenza inferiore a 20 hertz (gli infrasuoni) ci è preclusa, non siamo l’elefante che la percepisce facilmente  e senza dover appoggiare l’orecchio al suolo, poiché le sue zampe captano anche le onde sonore. La frequenza superiore ai 20.000 hertz (gli ultrasuoni) non l’avvertiamo, non siamo cani e gatti  che arrivano anche al doppio.
Ci piacerebbe  essere qualche volta la balenottera azzurra, i cui
segnali sonori possono essere captati a centinaia di chilometri di
distanza,  invece  siamo solo dei pesciolini che sfrecciano nell’acquario.  La diversità sonora ci avvolge con i suoi misteri. Le nostre orecchie iniziano a sentire i rumori del mondo esterno, il chiasso, le voci, la musica che ci consola. L’ascolto affina l’ascolto, anche se non diventeremo mai come quel Padre del deserto che riusciva a distinguere un ago che cadeva a sette metri. Più l’udito si fa fine, più siamo in sintonia con quanto  previsto dalla regola benedettina: “Tendi l’orecchio del tuo cuore”.  E’ con il cuore (il senso
dei sensi) che si ascolta. E aprendolo, che cosa si deve ascoltare?
Forse solo quello che scriveva Clarice Lispector (poetessa e  pittrice
ucraina–brasiliana):  “Ascoltami, ascolta il silenzio. Quello che ti
dico non è mai quello che ti dico, bensì qualcos’altro. Capta questa
cosa che mi sfugge e di cui tuttavia vivo, perché io da sola non
posso”.

Nudi verso il nudo Essere
A che serve l’Utopia? A camminare, diceva il poeta uruguayano Eduardo Galeano.  La presembianza di ciò che è ancora latente nel mondo  spinge il mondo ad andare avanti. A che serve l’Ubody, il bel corpo? A camminare ancora di più verso noi stessi. Nel nome dell’Utopia si sono promosse dispersioni e scappatoie di ogni tipo.  Ora, 500 anni dopo, nel nome dell’Ubody si va nella direzione opposta e si incoraggiano concentrazioni e immersioni nell’unico patrimonio a nostra disposizione. Il percorso di riattivazione dei cinque sensi ci porterà a sperimentare la nudità. Saremo nudi  e non proveremo la vergogna che attanagliò Adamo e Eva nella scena dell’inizio. L’esperienza utopica sarà un’esperienza di nudità.   Sotto due aspetti. Il primo: il corpo tornerà  pulsare e si accontenterà di questo, solo di questo, senza cercare premi, riconoscimenti di status e di soldo, senza adorare quegli idoli che “hanno bocca  e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono, hanno narici e non odorano, hanno mani e non palpano”(Salmo 115, 5-7).  Il secondo: il corpo cercherà il fondamento ultimo di queste vibrazioni e accetterà di non trovarlo dentro di sé.
L’Essenziale sta oltre, non si trova da nessuna parte, ma si fa
vivo in chi  stappa i suoi sensi. “Credo nella nudità della mia vita.
Credo che il mio corpo potrà sfiorare l’Impalpabile nelle carezze su
un viso,  assaporare  il Desiderio in un piatto di spaghetti,  impregnarsi  di Vento con un mazzo di fiori, vedere  l’Infinito in una sera di primavera, ascoltare l’Eternità nel grido di un povero.” Per ubodico che possa sembrare, è un bel credo che ci aiuta a sperare.

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Giovanni Ambrogio Colombo
Milano

 

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