Caccia aperta al pianeta 9, ai confini del Sistema Solare

Si fa sempre più animata la caccia al misterioso nono pianeta che potrebbe trovarsi ai confini del Sistema Solare: tra nuovi indizi, che sembrerebbero confermarne l’esistenza, e vecchie teorie, che lo vorrebbero responsabile perfino dell’estinzione dei dinosauri, il ‘pianeta X’ continua a far parlare di sé sui media di tutto il mondo, dividendo la comunità scientifica.

A riaccendere la curiosità è stato un tweet di Mike Brown, il ricercatore dell’Istituto Californiano di Tecnologia (Caltech) che lo scorso gennaio ha pubblicato i calcoli teorici che indicherebbero la presenza di un grande corpo celeste ai confini del Sistema solare, delle dimensioni di Nettuno e con una massa pari a 10 volte quella della Terra.
Nel suo tweet, Brown chiama a raccolta tutti i ‘fan del nono pianeta’ e annuncia la scoperta fatta da una collega canadese di un settimo oggetto celeste che si trova oltre Nettuno, nella fascia di Kuiper, e che avrebbe un’orbita anomala, proprio come i sei corpi al centro della ricerca pubblicata a gennaio.

Un nuovo indizio, dunque, che sembrerebbe confermare la presenza del pianeta X. Il condizionale però è d’obbligo, perché ancora non ci sono prove solide, come spiega Giovanni Valsecchi dell’Istituto di Astrofisica e Planetologia Spaziale dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (Iaps-Inaf). ”L’ipotesi del nono pianeta si basa su un numero esiguo di corpi celesti, sei o sette, di cui conosciamo poco: ricostruire la loro orbita con i dati che abbiamo oggi comporta un enorme margine di errore”. Per risolvere il mistero ”bisognerebbe osservare direttamente il nono pianeta – spiega Valsecchi – ma è come cercare un ago nel pagliaio: lento nel movimento e poco luminoso, si potrebbe confondere in mezzo ad un miliardo di stelle”.

Alla luce di queste considerazioni, sembra ancora più improbabile l’ipotesi avanzata da Daniel Whitmire dell’Università dell’Arkansas, che vorrebbe il nono pianeta responsabile delle estinzioni di massa sulla Terra. Dire che il pianeta è il ‘disturbatore’ che causa periodiche piogge di comete all’interno del Sistema solare è azzardato, sottolinea Valsecchi, ”anche perché la tempistica dedotta con grande incertezza dai crateri sulla Terra non coincide con la periodicità del pianeta”.

ansa

Vaticano apre inchiesta sull’attico di Bertone. L’Espresso mostra le lettere che lo inchiodano

fonte: articolo>>> http://espresso.repubblica.it/archivio/2016/03/31/news/vaticano-inchiesta-attico-bertone-espresso-mostra-le-lettere-che-lo-inchiodano-1.256129

Vaticano ha aperto un’inchiesta sull’attico di Tarcisio Bertone, e ha già iscritto nel registro degli indagati due persone: Giuseppe Profiti, ex presidente del Bambin Gesù e manager vicinissimo al cardinale, e l’ex tesoriere Massimo Spina. L’istruttoria penale è scaturita dalle rivelazioni del saggio “Avarizia”, pubblicato da chi scrive , e ora rischia di sconvolgere nuovamente gli assetti della curia romana: i giudici di papa Francesco ipotizzano infatti reati gravissimi («peculato, appropriazione e uso illecito di denaro», si legge nelle carte d’accusa) e hanno già trovato i riscontri documentali che dimostrano che i lavori di ristrutturazione dell’appartamento sono stati pagati dalla Fondazione dell’ospedale pediatrico “Bambin Gesù”.

Lavori costati in totale ben 422 mila euro (“Avarizia” sottostimava la cifra a 200 mila euro), che sono stati fatturati nel 2014 non alla società italiana che ha materialmente effettuato il restauro (La Castelli Re, fallita a luglio del 2015), ma a una holding britannica con sede a Londra, la LG Concractor Ltd. Controllata sempre da Gianantonio Bandera, titolare della Castelli Re e amico personale di Bertone.

I soldi destinati ai bambini malati sono stati, in pratica, utilizzati per la ristrutturazione, e poi girati a Londra. Oltre alle sette fatture pagate al costruttore attraverso i conti Ior e Apsa della Fondazione, però, i magistrati di papa Francesco hanno in mano anche lettere firmate che inchiodano l’ex segretario di Stato di Benedetto XVI alle sue responsabilità: Bertone, che ha finora sostenuto di essere all’oscuro di eventuali finanziamenti di terzi, è invece sempre stato a conoscenza che i soldi del restauro del suo appartamento venivano (anche?) dall’ente di beneficenza dell’ospedale vaticano.

“L’Espresso”, in un’inchiesta nel numero in edicola domani e già online su Espresso+ , è in grado di raccontare l’intera vicenda, e mostrare tutte le carte segrete. Tra cui la corrispondenza tra Profiti e Bertone. Dove si evince che il manager, in una lettera firmata del 7 novembre 2013, ha davvero offerto al cardinale di pagare (tramite la onlus dedicata ai bambini malati) i lavori dell’attico di residenza in cambio di ospitare «incontri istituzionali» nella casa, e che Bertone – il giorno dopo – lo ha ringraziato accettando l’offerta, allegandogli persino una lista di “desiderata”.

La lettera di Profiti, presidente della Fondazione Bambin Gesù, mandata a Bertone il 7 novembre 2013, in cui il manager si offre di pagare i lavori di ristrutturazione della casa del cardinale

«Egregio Professore, la ringrazio per la lettera del 7 novembre, che mi ha inviato a nome della Fondazione Bambino Gesù» scrive Bertone. «Al riguardo, come già riferito nelle vie più brevi, tengo a confermare che sarà mia cura fare in modo che la copertura economica occorrente alla realizzazione degli interventi proposti nella documentazione che allego, venga messa a disposizione della Fondazione a cura di terzi, affinché nulla resti a carico di codesta Istituzione». Il cardinale si era sempre difeso affermando che tutto era avvenuto a sua insaputa. «È una calunnia» s’era giustificato: «Ho pagato 300 mila euro, di tasca mia, secondo le fatture che mi aveva mandato il Governatorato, proprietario dell’immobile. I 200 mila euro versati dalla Fondazione? Io non ho visto nulla. Ed escludo in modo assoluto di aver mai dato indicazioni o autorizzato la Fondazione ad alcun pagamento». Ora sappiamo che, almeno sul punto, mentiva.

La lettera di risposta di Bertone a Profiti, mandata l’8 novembre 2013: il cardinale ringrazia e accetta l’offerta, allegando anche la documentazione con alcuni interventi da realizzare

Come detto, sul registro degli indagati del promotore di Giustizia sono finiti per ora in due: Profiti, da sempre manager di fiducia di Bertone e all’epoca dei fatti presidente sia del Bambin Gesù che della Fondazione, e l’ex tesoriere Spina. Il Vaticano considera entrambi «pubblici ufficiali» vaticani, e li accusa di concorso in peculato perché «si sono appropriati» si legge nel capo d’accusa «e comunque hanno utilizzato in modo illecito» fondi dell’ospedale «per pagare lavori di ristrutturazione edilizia di un immobile di terzi sito all’interno della Città del Vaticano, sul quale nessuna competenza e nessun interesse poteva vantare la predetta Fondazione».

Nel documento dei pm non viene citato il nome di Bertone, ma difficilmente la Santa Sede potrà evitare un suo coinvolgimento diretto nello scandalo. Se Bertone fosse incriminato non sarebbe comunque giudicato dal tribunale ordinario che sta indagando su Profiti e il tesoriere, ma dalla Corte di Cassazione della Città del Vaticano: secondo la giurisdizione d’Oltretevere è quello l’unico organo che ha il potere di aprire un’istruttoria sui peccati dei cardinali di Santa Romana Chiesa. Sarebbe il primo caso della storia.

tarcisio bertone

Ma la documentazione contabile in mano al promotore di giustizia apre anche nuovi, preoccupanti scenari: quelli di un doppio pagamento. Bertone ha infatti spiegato di possedere la documentazione che dimostrerebbe come sia stato anche lui a saldare il conto. Attraverso un pagamento di 300 mila euro. «Mentre avanzavano i lavori e alla Ragioneria arrivavano le fatture da pagare, fui invitato dal Governatorato, il proprietario dell’immobile, a saldare. E come risulta da una precisa documentazione, ho versato al Governatorato la somma», ha confermato in un’intervista.

Tralasciando la sorpresa di scoprire che un uomo di Chiesa ha un conto in banca capace di coprire spese per quasi mezzo milione di euro (tra lavori e successiva donazione), il pagamento a cui fa riferimento il prelato non è mai stato smentito dal Governatorato, un organismo presieduto dal cardinale Giuseppe Bertello. Dal momento che finora è certo che la Fondazione ha girato al costruttore Bandera 422mila euro per gli stessi lavori, delle due l’una: o Bertone mente di nuovo – ed è coperto dagli uffici del Governatorato – e in realtà non ha mai versato un euro, oppure il costruttore ha ottenuto per la medesima ristrutturazione non solo i denari della Fondazione, ma anche i 300 mila euro di Bertone fatturati dagli uffici della Santa Sede.

La lettera del costruttore Bandera, che chiede a Profiti l’autorizzazione per cedere il contratto di appalto a una holding londinese (sarà lei a fatturare alla Fondazione 422 mila euro), e la risposta affermativa del braccio destro di Bertone

Entrambe le versioni imbarazzano non poco il Vaticano. Che ha aperto – con coraggio – un vaso di Pandora in cui rischiano di finire altri, insospettabili protagonisti.

Prete vedovo tradizionalista contro la giusta causa dei preti sposati

Don Andrea Giordano, 57 anni, prete e geometra, segue ancora alcuni cantieri

La Stampa (edizione di Biella) pubblica online la storia di Andrea Giordano prete tradizionalista (vedovo e successivamente ordinato).

Don Andrea Giordano segue i cantieri ma tralascia i figli per il ministero e si fa paladino della difesa ad oltranza del celibato ecclesiastico. Per il movimento dei sacerdoti lavoratori sposati don Giordano riflette una mentalità teologica diffusa di chiusure verso la giusta riforma della Chiesa Cattolica che dovrà necessariamente aprirsi ai preti sposati.

Per i sacerdoti sposati della nostra associazione è possibile conciliare senza ostacoli le due vocazioni. L’ex vescovo di Piana degli Albanesi che ha bella sua diocesi preti celibi e preti sposati affermò qualche anno fa che i preti sposati sono i suoi preti migliori” (ndr).

————————-

“Io, sacerdote con tre figli, dico no ai preti sposati”
Biella, la vocazione di don Andrea dopo la morte della moglie: “Ai ragazzi ho spiegato: non andremo più in vacanza in Sardegna”

31/03/2016
DANIELE PASQUARELLI – La Stampa
BIELLA
Padre di tre figli, professione geometra e da 4 anni sacerdote «incardinato» nella diocesi di Biella. Una vocazione nata dopo la morte della moglie, nel ’99 per un tumore. «Ma la mia non è stata una scelta egoistica, un modo per superare o compensare la tragedia. Io non sono mai stato addolorato per la perdita di Anna. Ho ricevuto tanto. E tanto adesso devo dare».

Don Andrea Giordano, 57 anni, vive in un alloggio del quartiere Pavignano. Un prete lavoratore e genitore, più don Milani che Sant’Agostino. «Quanti siamo in Italia? Non molti credo. Ma in realtà non sono mai riuscito a saperlo». Veste sempre l’abito talare, anche nel suo studio di via Italia e nei cantieri che ancora segue: «Pochi e sempre meno, adesso una nuova stalla a Pollone». Uno dei suoi figli, Nicolò, 27 anni, gestisce il Magnino, tra i bar più conosciuti e frequentati dell’isola pedonale di via Italia. Pietro e Filippo, gemelli, 24 anni, ancora studiano all’università, Scienze Politiche e Filosofia. «Come l’hanno presa? Mi hanno solo raccomandato il rispetto della fedeltà. Poi la nostra famiglia è sempre stata vicina alla chiesa e con alcuni sacerdoti c’era uno stretto rapporto. Così quando il vescovo chiese loro cosa pensassero della mia scelta, risposero con una battuta: “In casa abbiamo sempre avuto a che fare con i preti. Uno in più non sarà un problema’’».

Tutto facile? Niente affatto. «Dopo la morte di Anna non ho voluto rinunciare al mio ruolo di padre. Ho detto ai miei figli: non andremo più in vacanza in Sardegna, imparate l’inglese a scuola perché non riusciremo a permetterci studi in Inghilterra. Però vi preparerò il pranzo e non andrete alle mensa, uscirò prima dallo studio e avremo più tempo per stare insieme». Se conciliare la vedovanza con la famiglia è stato difficile, ancora di più è stato rispondere alla vocazione. «Avevo qualcosa dentro da tempo – spiega -. Quando lo dissi all’allora vescovo Massimo Giustetti, mi rispose: persegui il tuo sogno. Nel 2000 sono entrato in seminario e ho seguito un percorso facilitato, studiavo la sera e nei fine settimana. Sono stati 12 anni durissimi, la fratellanza è una bella parola che molti dei miei confratelli non conoscono. Per certi versi, è stato un periodo di persecuzione, sono stato anche controllato perché credevano avessi rapporti con altre donne. Quando terminai gli esami, l’attuale vescovo Mana mi disse: “Siamo già così avanti? Non ci avrei scommesso 100 lire”».

Don Andrea si sente ancora «sposato»: «Vivo il tempo che mi separa dalla ricongiunzione con Anna». Ma non sostiene l’apertura della Chiesa ai preti sposati: «Non si può, la vita di un sacerdote deve essere libera da impegni che possano diventare un ostacolo al servizio quotidiano come seguire una parrocchia. Io stesso non posso farlo. Avendo tre figli, proposi di dare un aiuto ai parroci. Sono un geometra, potevo occuparmi anche degli aspetti più burocratici della diocesi. Invece come primo incarico venni spedito a fare l’amministratore della parrocchia di Campiglia che insiste su 3 comuni, ha 19 tra chiese e cappelle, un asilo e un cimitero».

L’esperienza in valle Cervo durò pochissimo. Oggi don Andrea celebra messa dal lunedì al mercoledì nella cappella della clinica Vialarda, il sabato e la domenica a Borriana, Ponderano e rimedia all’assenza dei parroci che lo chiamano. Ma soprattutto è diventato il prete di www.chiesacontrocorrente.it, un blog con 18 mila contatti quotidiani, una penna come la frusta di Gesù nel tempio e scritti che combattono il potere temporale di una chiesa, anche biellese «più vicina al denaro e alla bella vita che ai dettami del Vangelo». Una sorta di autogestione, perché da due anni non ha più rapporti «con loro», cioè il vescovo e i tre vicari. «Lo sa che a Milano ne hanno uno solo in più?».

Messico: denuncia sui sacerdoti di un’intera diocesi dalla doppia vita

stampa.estera

Dal Messico arriva la notizia della denuncia di  Apolonio Merino Hernandez.

Egli sarebbe stato sospeso dal ministero sacerdotale per aver rotto l’obbligo del calibato dei preti, ma afferma che il 95 per cento dei sacerdoti dell’arcidiocesi hanno una doppia vita.

Il sacerdote Hernandez  insiste sul fatto che l’Arcivescovo di Antequera, Jose Luis Chavez Botello, abbia utilizzato le sue  vicende personali utilizzati come forma di vendetta per i casi segnalati di abusi sui minori commessi dal sacerdote Silvestre Gerardo Hernández che si trova attualmente sotto processo nel carcere della regione Mixteca, per aver abusato sessualmente di 45 bambini e giovani indigeni.

L’arcidiocesi di Antequera è una sede metropolitana della Chiesa cattolica appartenente alla regione ecclesiastica Pacífico-Sur. Nel 2012 contava 1.246.000 battezzati su 1.489.000 abitanti. È attualmente retta dall’arcivescovo José Luis Chávez Botello.

L’arcidiocesi comprende 326 comuni dello stato messicano di Oaxaca.

Sede arcivescovile la città di Oaxaca de Juárez, fino al 1821 chiamata Antequera, dove si trova la cattedrale dell’Assunzione di Maria Vergine.

Il territorio si estende su 33.648 km² ed è suddiviso in 122 parrocchie.

In sua difesa, Apolonio Hernandez Merino ha detto che nell’arcidiocesi (Oaxaca), i sacerdoti conducono una doppia vita per sostenere una concubina; hanno una famiglia ed esercitare il sacerdozio, quindi il fatto non è nuovo.

Egli dice che dei 124 sacerdoti assegnati in 112 parrocchie dell’arcidiocesi di Antequera, vanno contro la disciplina del celibato, mentre il resto (cinque per cento) hanno preferenze omosessuali.

In quella diocesi vi è una maggiore tolleranza per i preti che hanno partner dello stesso sesso.

Il sacerdote ha notato il paradosso che l’annuncio della sua sospensione è stato gestito dal portavoce dell’Arcidiocesi, José Guadalupe Barragan Oliva, che vive  con una donna, madre del suo primo figlio.

L’ex parroco considera ingiusto il processo di sospensione, ritenendo che sarebbe anche necessario applicare tale sanzione agli altri confratelli che si trovano nella stessa situazione.

Merino Hernandez rivela il caso del rappresentante legale dell’Arcidiocesi, il sacerdote Wilfrido Mayrén ( padre Uvi), che ha quattro figli, il risultato di due relazioni.

La notizia è sintomatica dei gravi problemi che la Chiesa vive in varie parti del mondo: “ora Papa Francesco metta mano alla riforma e riaccolga i preti sposati che hanno invece un percorso di trasparenza e non hanno avuto una doppia vita” (ndr).

segnalazione e traduzione a cura di sacerdotisposati@alice.it

La congiura contro sindaco Marino ha due nomi precisi che hanno agito con perfetta sintonia e totale determinazione: Renzi e papa Francesco

La campagna denigratoria contro Ignazio Marino è stata ben orchestrata e anche giornali nazionali si sono accodati.
Ma la congiura ha due nomi precisi che hanno agito con perfetta sintonia e totale determinazione: si tratta di Renzi e di papa Francesco.
“Il pontefice mi rimproverò aspramente per il registro delle coppie omosessuali e il PD mi chiese di sparire a Filadelfia”.
Avevo da una voce vaticana ben collocata e ben nascosta le notizie precise della grave e vergognosa complicità di papa Francesco. Qualcuno mi accusò di pura fantasia: ora le notizie emergono e la fine del mandato del sindaco Marino è stata determinata da una vile alleanza tra il papa e il premier.
Si tratta di una delle pagine più sconcertanti di questo pontificato. Sta a dire che il papa re c’è ancora, con buona pace di coloro che non sanno che osannare. Si vuole bene alla propria chiesa e ai suoi pastori quando si riconoscono volentieri gli aspetti positivi, ma anche quando con dolore si denunciano gli aspetti antievangelici.
don Franco Barbero

I due giornalisti Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi rischiano di finire dietro le sbarre per aver raccontato la verità

fonte: globalist.it

Il gruppo di inchiesta Spotlight del Boston Globe, reso celebre dall’omonimo film vincitore (tra gli altri premi) dell’Oscar 2016 e del Pulitzer del 2003, indagò sullo scandalo della pedofilia e delle molestie sessuali nella Chiesa della città dell’East Coast (e non solo). E, in tal modo, scoperchiò un vero e proprio sistema di sopraffazione e di potere criminale, fin lì insabbiato e coperto da mille complicità. Accade, ora, che due bravi giornalisti come Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi, “rei” di aver scritto “Avarizia” e “Via Crucis”(2015), rischiano seriamente il carcere. Due libri coerenti con la deontologia della professione: scavare sotto la coltre del fariseismo, cercare senza sosta la verità. Testi pieni di notizie documentate ed inquietanti: gli enormi buchi neri della gestione delle finanze della Chiesa, l’oscura faccenda degli introiti inerenti alle cause di santificazione divenute un cinico business, gli affari immobiliari con relativi scandali, i conti segreti dello Ior, gli alloggi principeschi dei signori cardinali, i privilegi smisurati e l’utilizzo per fini ultronei dei contributi dei fedeli. Al riguardo, Fittipaldi accende i riflettori sul caso dell’ospedale pediatrico di Roma Bambin Gesù, dalle cui casse rimpinguate dai credenti (dai cittadini, dunque) sono stati tratti 200.000 euro per ristrutturare l’appartamento di Tarcisio Bertone. Così il centro dermatologico Idi, finito nel (dis)onore della cronaca giudiziaria.

E poi, la curiosa sorte della commissione di inchiesta istituita proprio per fare luce sul disastro economico e incappata nella imprevedibile telenovela che ha visto protagonisti il coordinatore della struttura monsignor Vallejo Balda e Francesca Chaouqui, coppia perfetta per alimentare un bel gossip da telenovela. Nuzzi sottolinea le anomalie del caso. Proprio il sacerdote dell’Opus Dei è una delle fonti dei due volumi, sospetto che l’interessato ha tentato di capovolgere con l’accusa (già ritrattata) di violenza ai suoi danni.

Ed eccoci al procedimento giudiziario, un colpo al cuore sferrato ad ogni principio democratico. Infatti, nello stato pontificio è ancora in vigore il codice penale dell’allora ministro Zanardelli del 1889, recepito dai Patti Lateranensi del 1929. L’addebito mosso a Nuzzi e Fittipaldi è la “violazione del segreto di stato”, con la pena del carcere fino a otto anni, da scontare nella malaugurata ipotesi in Italia, sempre per le intese bilaterali tra le istituzioni italiane e quelle della Chiesa cattolica.

Il processo -dalle garanzie assai approssimative – riprenderà il prossimo 6 aprile, con l’interrogatorio di tre dei cinque imputati, cui seguiranno le testimonianze. Una storia clamorosa, che mette in questione la stessa sovranità nazionale. Che non vale solo quando, anche giustamente, si conduce un braccio di ferro con l’India per riavere i marò considerati da quel paese di propria spettanza giudiziale.

Ma allora perché finora non vi è stata alcuna iniziativa del governo, salvo una criptica dichiarazione del ministro Alfano? Non è stato convocato, a quanto risulta, neppure l’ambasciatore presso la Santa Sede. Quest’ultimo andrebbe ritirato, fino ad avvenuto chiarimento sul carattere delle accuse. E sì, perché la presunta violazione del segreto di stato si chiama libertà di espressione. Come è stato chiarito nell’efficace conferenza stampa con gli autori promossa mercoledì 16 marzo dai parlamentari Pippo Civati e Andrea Maestri.

È un incubo, che poco si addice all’illuminato magistero del Papa di Roma.

Gli inquirenti nei locali dell’arcivescovo Barbarin accusato di non aver denunciato, in passato, almeno un sacerdote pedofilo

da La Stampa

Gli inquirenti francesi muovono un nuovo, rumoroso passo nell’inchiesta sulle presunte omissioni di denunce di abusi su minori che coinvolge alcuni alti prelati, tra cui l’arcivescovo di Lione e primate delle Gallie, il cardinale Philippe Barbarin. La polizia ha condotto oggi una perquisizione nei locali dell’arcivescovado di Lione, residenza del card. Barbarin, finito nella bufera perché accusato di aver coperto in passato almeno un sacerdote responsabile negli anni ’80 di atti pedofili in serie su diversi boy scout.

«Nell’ambito delle indagini preliminari aperte dalla procura di Lione – si legge nel comunicato diffuso dalla diocesi transalpina -, la diocesi di Lione ha dovuto consegnare oggi agli investigatori venuti ad effettuare una perquisizione gli elementi di cui la giustizia intendeva disporre per fare luce su quegli avvenimenti dolorosi». Il card. Barbarin, ha spiegato sempre la diocesi, «ha espresso in numerose occasioni la sua volontà di collaborare in tutta trasparenza con la giustizia, di cui resta a disposizione con fiducia». «Egli rinnova la speranza – aggiunge la nota – che la giustizia possa agire nella serenità indispensabile per l’accertamento della verità e per la guarigione della sofferenza delle vittime».

L’inchiesta è stata aperta parallelamente alle indagini nei confronti di un sacerdote, padre Bernard Preynat, accusato di una lunga serie di violenze sessuali risalenti su giovanissimi scout oltre 25 anni fa. Le vittime hanno denunciato Preynat e i responsabili della diocesi colpevoli, a loro avviso, di non aver informato la giustizia pur essendo al corrente dei fatti.

Barbarin ha sempre respinto le accuse precisando che al momento dei fatti in questione non era ancora vescovo, rimandando in parte le contestazione ai suoi predecessori, e sostenendo che quando ebbe testimonianza diretta degli abusi di Preynat, oggi 71/enne, fu lui l’anno scorso a sospenderlo, prima ancora della denuncia delle vittime alla giustizia. Tra queste ultime, però, non manca chi chiede le dimissioni del porporato, che in una delle messe pre-pasquali della Settimana Santa ha anche chiesto «personalmente scusa» alle vittime dei preti pedofili. Interessando un prelato di così alto prestigio, tra l’altro uomo di fiducia dell’attuale Pontefice, il caso ha fatto molto rumore non solo in Francia, e anche le nuove perquisizioni di oggi intervengono ad agitare ulteriormente le acque.

È diventato persino un caso politico, dopo che il premier socialista francese Manuel Valls ha ammonito Barbarin, in un’intervista radiofonica, affinché «si assuma le sue responsabilità». «Se questo dibattito riguardasse il preside di una scuola – ha osservato Valls – che cosa avremmo detto? Saremmo stati implacabili, Un uomo di Chiesa, un cardinale, il primate delle Gallie ha un’influenza morale e intellettuale, esercita una responsabilità sulla nostra società: deve capire il dolore delle vittime». E al severo richiamo del premier ad «assumersi le sue responsabilità» e a «parlare e agire» il card. Barbarin, spalleggiato dai vescovi di Francia, ha dovuto subito reagire assicurando in una conferenza stampa: «Mai e poi mai ho coperto un qualsiasi atto di pedofilia».

I sacerdoti? Esperti in umanità sopratutto quelli sposati!

preti.papa

Parte del titolo è di Avvenire che presenta una ricerca sui sacerdoti. Non discutiamo la ricerca ma sottolineiamo che quello si afferma dei sacerdoti in generale è vissuto in tutte le dimensioni pienamente dai preti sposati (ndr).

I sacerdoti? Sono più organizzati, socievoli, disponibili, modesti ed estroversi di chi non è consacrato. Non solo. Hanno una stabilità emotiva di gran lunga superiore alla media dei laici, siano essi credenti o non credenti. Insomma, donarsi completamente al Signore dicendo il proprio “eccomi” è sinonimo di un benessere psicologico che fa quasi invidia. Niente a che vedere con immagini distorte (talora veicolate dai mezzi di comunicazione) che vogliono il prete come un uomo “meno uomo”, segnato da rinunce e privazioni.

A confermare che il presbitero è un “fratello” «esperto in umanità», secondo la celebre definizione di Paolo VI sulla Chiesa, è la scienza. O, per essere precisi, uno studio del Centro nazionale delle ricerche (Cnr) sulla personalità dei sacerdoti. «Per la prima volta sono stati analizzati i profili caratteriali dei preti confrontandoli con quelli dei fedeli ma anche con quelli di non credenti o agnostici », spiega l’ideatore e coordinatore del lavoro, Antonio Cerasa, docente di psicologia della comunicazione all’Università di Catanzaro. In tutto sono stati coinvolti 200 presbiteri italiani (in gran parte secolari ma anche regolari) insieme con 300 praticanti e 200 “indifferenti”. I risultati dell’indagine, curata dall’Istituto di bioimmagini e fisiologia molecolare del Cnr di Catanzaro, sono stati pubblicati sulla rivista internazionale Personality and Individual Differences.

Il gruppo di ricerca ha impiegato uno dei test più accreditati per la valutazione della personalità. Cinque sono stati i fattori presi in esame: la stabilità emotiva, l’estroversione, l’amicalità, l’apertura mentale e la coscienziosità. Cinque dimensioni in cui i sacerdoti spiccano. «La coscienziosità che indica affidabilità, puntualità, capacità di auto-organizzarsi, un tratto già considerato uno dei pilastri del profilo del credente, si conferma alto nei fedeli laici e risulta alto anche nei sacerdoti», afferma il ricercatore del Cnr. Per quanto riguarda l’amicalità – fattore con cui si intende la capacità di essere empatici, modesti, sensibili, altruisti e fiduciosi – «finora poco studiata nei ministri del culto in genere, è emerso che tutte le persone credenti hanno un elevato punteggio, ma risulta significativamente maggiore nei sacerdoti rispetto ai laici», sottolinea Cerasa.

Guardando all’affettività e all’estroversione, «si nota chiaramente nei sacerdoti la bassa impulsività e lo scarso desiderio di andare alla ricerca di nuove sensazioni», continua l’esperto. Infine, scandagliando l’apertura mentale, il Cnr ha scoperto che «sia i fedeli laici sia i sacerdoti mostrano una chiara tendenza ad approfondire ciò che è già conosciuto, piuttosto che a esplorare nuovi ambiti di conoscenza. E, per ciò che attiene ai valori, tendono ad affidarsi a un’autorità riconosciuta all’interno della comunità». Il fattore R, ossia religioso, tempra in maniera pressoché identica sia l’indole dei sacerdoti ordinati, sia quella dei religiosi. Non vengono alla luce sostanziali differenze nella personalità del clero secolare e in quella del clero regolare, tranne che per un elemento: chi appartiene a una congregazione ha una minore predisposizione ad auto-organizzarsi. E forse ciò si spiega con la vita comunitaria che in molti casi è parte del carisma di un ordine religioso.

Negli scorsi anni numerose ricerche, soprattutto nei Paesi anglosassoni, avevano dimostrano come la religiosità giochi un ruolo positivo sulla psicologia umana. Chi crede ha un’aspettativa di vita più lunga, minori disturbi depressivi e una ridotta dipendenza dal fumo e dall’alcol, avevano evidenziato molteplici indagini. «Recentemente – osserva Cerasa – alcuni ricercatori hanno ipotizzato che questa tendenza all’equilibrio psicofisico sia in parte legata anche all’attitudine caratteriale della persona. I primi studi eseguiti sui gruppi di credenti laici hanno confermato questa ipotesi, ma un’indagine diretta sui ministri della Chiesa non era stata compiuta». Ci ha pensato un pool di studiosi della Penisola a colmare il vuoto. «La nostra ricerca conferma alcune caratteristiche di coloro che vivono un’esperienza di fede – conclude il coordinatore – ma soprattutto rivela tratti peculiari dei sacerdoti che non erano mai stati portati alla luce prima. Nell’ambito ecclesiale qualcuno sostiene che le nostre conclusioni non siano una novità. In realtà abbiamo mostrato il volto più personale dei preti».

Avvenire

L’amore di un uomo e di una donna in tutte le tappe della vita, non può nascere al di fuori di questa partecipazione all’amore di Dio anche per i preti sposati?

“Avvenire” quotidiano della Conferenza Episcopale italiana ha pubblicato un  inedito Amore e desiderio, secondo l’arcivescovo di Cracovia Wojtyla nell’edizione online di oggi 30 Marzo 2016. Il Movimento dei sacerdoti lavoratori sposati apprezza i contenuti del testo e si chiede se valgono anche per l’amore dei preti sposati.

In Amore e responsabilità ho cercato di dimostrare almeno una cosa. Il pericolo di mescolare due definizioni sullo sfondo del pensiero, delle parole e prima di tutto delle azioni. Il pensiero, la parola e le azioni riguardanti l’amore. Soprattutto che c’è il rischio di mescolare l’amore come disposizione particolare, riferimento interpersonale o sfruttamento di una persona da parte di un’altra. Ho accettato addirittura questa contrapposizione come chiave per l’analisi dell’intero problema e mi è sembrato che spieghi questo problema in modo quanto mai concreto. Lo spiega fino in fondo, fino all’ultimo presupposto.

Mi sembra che in questo modo sia possibile notare l’adeguatezza delle norme dell’etica cattolica nell’ambito sessuale, matrimoniale e familiare. Tuttavia è chiaro che non si tratta qui soprattutto di definizioni. L’amore è prima di tutto una realtà interiore, interna alla persona. E contemporaneamente è una realtà interpersonale, da persona a persona, comunitaria. E in ogni dimensione, in questa dimensione interiore come in quella interpersonale o comunitaria, ha una propria particolarità evangelica. Ha ricevuto una certa luce. E se parliamo o di errori nel campo del pensiero, o di distorsioni nel campo della realizzazione, ci rifacciamo sempre a questa luce. Penso che così si debba comprendere per esempio l’importantissimo testo del Magistero conciliare che è il primo capitolo della seconda parte della costituzione Gaudium et spes. Il titolo stesso è significativo, parla di incoraggiamento alla dignità del matrimonio e della famiglia.

È una lettura della realtà dal punto di vista del patrimonio empirico per così dire, dell’osservazione della vita contemporanea nelle varie gamme, lettura che si riferisce a quella luce che giunge a noi dalla Rivelazione. Questo testo, proprio all’inizio, parla di tutte le distorsioni che questa grande realtà interpersonale, l’amore fra marito e moglie, l’amore familiare, ha subito e subisce, soprattutto ai nostri tempi. L’elenco di queste distorsioni probabilmente non è molto diverso da tutte le letture simili, da tutti gli elenchi che troviamo, per esempio in San Paolo nella sua Lettera ai Romani. Quindi direi che è necessario affermare, riguardo a questo tema, tutta la verità e che bisogna illuminare questo problema fino in fondo e sinceramente. E questo significa anche partire da tutte le mancanze, tutti gli errori, e tutte le distorsioni. Penso che di queste cose sia piena la vita nella coscienza umana e nell’azione dell’uomo e che ne sia piena anche questa nostra terra polacca, che ne sia piena l’intera cultura europea. Penso che solo così si spieghi la contestazione insistente dell’Enciclica Humanae vitae soprattutto in questo ambito.
bellezza.corpo
Ho esaminato a Roma un’enorme massa di documenti riguardanti questo testo. Ho letto le dichiarazioni dei vescovi e degli episcopati di tutto il mondo. Alcune erano molto brevi, dei telegrammi, delle annotazioni pastorali. C’erano anche delle dichiarazioni molto lunghe, lettere, confessioni, e anche annotazioni per la pastorale. Ho notato che proprio l’ambito della cultura europea, quello a cui siamo legati molto da vicino, a cui noi dell’Oriente aderiamo, a cui in pratica apparteniamo, è l’unico ambito in cui si critica la Humanae vitae. Per quanto riguarda la nostra comunità, seguendo il primo paragrafo della seconda parte di Gaudium et spes siamo testimoni del fatto che siamo arrivati a una distorsione della definizione e pratica dell’amore, e di una paternità e maternità responsabile.

E coloro che in passato hanno collaborato alle cause di questa situazione sono quelli che oggi suonano l’allarme con forza. Penso che sarebbe una cosa molto interessante e istruttiva se comparassimo le dichiarazioni degli stessi settimanali o quotidiani nelle edizioni di quindici anni fa e di oggi: allora si invocavano i contraccettivi e li si elevava al rango di imperativo sociale. Dopo quindici anni si richiede un aumento delle nascite. A chi venne detto che bisognava evitare di avere figli nel matrimonio oggi si dice invece che bisogna avere figli e averne in abbondanza. Ma è una cosa realizzabile? L’uomo è forse un meccanismo sul quale è così facile imprimere degli ordini a livello così profondo? Alla base di tutto questo non c’è forse un orribile errore nel campo stesso della visione dell’uomo? E con che faccia possiamo poi ancora parlare di umanesimo? Questo è quanto vorrei dire nella caratterizzazione del problema perché non vorrei andare avanti su questa strada. Desidero invece tornare sul tema dell’amore, dell’insegnamento sul tema dell’amore, che dovremmo porre alla base della preparazione al matrimonio, prima di tutto della gioventù universitaria.

Quando si tratta della verità sul tema dell’amore, che tutti dobbiamo riconoscere perché fa parte della nostra fede e dobbiamo proclamarla (predicarla) nella pastorale universitaria, essa deve essere autentica, cioè evangelica. Salva reverentia (Fatta salva l’attenzione) per tutte le implicazioni filosofiche di grande valore, che ci hanno sempre aiutato nella formulazione della nostra teologia dell’amore, tutte le formulazioni capitali dieros e agape che hanno un grande significato per la spiegazione della nostra scienza evangelica sull’amore, ma non arrivano a mettersi al suo posto. Essa è assolutamente specifica, assolutamente originale. Infatti l’insegnamento evangelico sull’amore viene riassunto prima di tutto nella Rivelazione, di cui fa parte. Penso che sia necessario introdurre almeno due pensieri sulla Rivelazione che sono come la premessa a quello che intendo dire. Il primo è l’idea di San Giovanni che afferma: «Dio è amore» (1Gv 4,8). Il secondo è un pensiero dalla Lettera ai Romani di Paolo che afferma: «L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» (Rm 5,5).

Perciò, parlando di amore cioè parlandone con la nostra voce, con le nostre labbra, e anche con tutto il nostro corpo, con la coscienza di una certa voce interiore del pensiero e del cuore, noi teologi dobbiamo sempre avere davanti agli occhi l’amore umano come reale partecipazione all’amore di Dio. Tutto il vero amore umano è reale partecipazione all’amore di Dio. Anche l’amore matrimoniale è partecipazione reale all’amore di Dio. L’amore di un uomo e di una donna in tutte le tappe della vita, cominciando dai cosiddetti teenagers, fino agli anniversari che definiamo come ‘nozze d’oro’, in cui gli sposi a volte vengono nelle nostre parrocchie per ricevere una nuova benedizione. Tutta la ricchezza umana di questo amore non può nascere al di fuori di questa partecipazione all’amore di Dio. Certamente, grazie a Lui, se così si può dire, essa si libera, si sprigiona.

Pedofilia: le vittime in piazza San Pietro incontrano Papa Francesco

Il primo maggio si svolge la XX Giornata per i bambini vittime della violenza, che – per iniziativa dell’associazione Meter Onlus di don Fortunato Di Noto – sarà celebrata in piazza San Pietro in occasione del Regina Coeli di Papa Francesco.
“Affidiamo al Signore tutti i piccoli che soffrono a causa di una cultura che non ama la vita e per essi preghiamo”, invocheranno insieme i fedeli e il Pontefice. “Invitiamo tutti – ha dichiarato don Di Noto – a unirsi alla Giornata, a stare con noi in piazza San Pietro, mi rivolgo ai romani, e a tutti coloro che hanno a cuore la vita dei bambini e che superano il clima dell’indifferenza che spesso sovrasta sulle situazioni drammatiche in cui versano i bambini”.

Il sacerdote siciliano ha sottolineato come: “i bambini sono abusati da chiunque, non c’è una categoria sociale specifica. Vengono devastati nella loro intimità ed i loro corpi sono oggetto di traffico e mercato”. Quindi: “Non possiamo tollerare questa assurda mercificazione che con Internet ha trovato canali di diffusione inimmaginabile e lucrativa. Uniamoci e agiamo insieme per il bene dei piccoli”, ha concluso.

avvenire

Il prete che dà la comunione in aeroporto a dipendenti e disperati

I disperati che frequentano Malpensa sono principalmente africani, romeni, libici: gran parte di loro trascorre le giornate in giro per il Varesotto a cercare lavoro, mentre la sera ritornano a dormire in aeroporto.

Per tutti loro don Ruggero Camagni, il cappellano dello scalo varesino, è più di un amico, un confidente. Da 10 anni celebra la Messa nella sua cappella di Malpensa affollata dai migranti di diverse etnie e religioni. Ma non si limite a questo ruolo.

“MI AIUTA LUI IN TUTTO”

«Vivo qui da cinque anni – racconta Mustapha, ghanese, diventato il “braccio destro” di don Ruggero -. Ho lasciato la mia famiglia, mamma e due fratelli, perché la situazione nel mio Paese è molto difficile: purtroppo, però, non sono ancora riuscito a trovare lavoro, e il mio permesso di soggiorno scade nel 2017.Don Ruggero mi aiuta in tutto: soldi, vestiti, cibo, medicine… Se ho bisogno di qualcosa, lui c’è».

UNO SPAZIO PER I MUSULMANI

Nella piccola cappella dello scalo, semplice e molto ben curata, balza all’occhio un foglio attaccato a una parete con la scritta «Est» e, poco distante, un tappetino collocato sul pavimento. È lo spazio di preghiera riservato ai musulmani, ricavato all’interno di un luogo di culto cattolico: simbolo del sentimento di apertura che contraddistingue don Ruggero. «A qualcuno non è piaciuta questa iniziativa – rivela il sacerdote – ma l’accoglienza si fa anche così».

I LUOGHI DELLA PREGHIERA

Una “scommessa” che prevarica anche i documenti ufficiali della Chiesa cattolica che invece non prevedono la preghiera nello stesso luogo di culto tra cristiani e non cristiani, come evidenzia il documento del 2002 “Pace nel mondo, dialogo fra i cristiani e fra le religioni” del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità tra i cristiani.

In esso si precisa che «i cristiani e i seguaci delle altre religioni possono pregare, ma non possono pregare insieme. Ogni sincretismo è escluso. Nondimeno essi condividono il senso ed il rispetto di Dio o del Divino ed il desiderio di Dio o del Divino; il rispetto per la vita, il desiderio della pace con Dio o con il Divino, tra gli uomini e nel cosmo; essi condividono molti valori morali».

“IL MIO PICCOLO MONDO”

«La situazione – racconta don Ruggero – è molto più tranquilla rispetto ad altri periodi: di episodi di criminalità ce ne sono sempre meno. Questo è un piccolo mondo, ed io cerco di fare il possibile. Prima o poi però spero che arrivi qualcuno ad aiutarmi, perché da solo è impossibile star dietro a tutto».

PAURA E PRECARIETA’

L’aeroporto di Malpensa è come una grande città: nell’arco di 24 ore vi lavorano circa 8 mila persone e vi transitano in media 50 mila viaggiatori. Ciò che più contraddistingue la popolazione dello scalo è «la fretta», spiega il cappellano, senza contare che i turni non favoriscono i rapporti tra le persone. Ma da alcuni anni si toccano con mano anche «la precarietà e l’incertezza» del posto di lavoro a causa della crisi economica, cui si aggiungono «la paura» e «l’individualismo».

“MOLTI MI CHIEDONO LA CONFESSIONE”

Quando era parroco, molto tempo lo spendeva «a organizzare e ad aspettare le persone – spiega -. Qui invece ho capito che devo andare io da loro». Per questo «almeno un pasto al giorno cerco di viverlo alla mensa aziendale». I suoi parrocchiani, infatti, sono anche i dipendenti e tutto il personale che lavora in aeroporto, come pure i viaggiatori di passaggio. «Quando chiedono i sacramenti, specie la Riconciliazione – dice il sacerdote – rivelano “storie di fede” che mi aiutano a sentire quanto è fantasiosa l’azione di Dio».

GUIDA SPIRITUALE

Oltre alla Messa e alle confessioni, don Ruggero risponde alle richieste di preparazione al Battesimo, Cresima, Matrimonio e opera come guida spirituale. «Le relazioni che vivo in aeroporto sono molto gratificanti – assicura – con l’unico rincrescimento di non poter arrivare a tutti e soddisfare le molte richieste».

alateia.org

Pr pedofilo a Roma, l’avvocato: «Vittima di abusi di preti quando era in orfanotrofio»

«Sono andato a portare 50 euro ad un fidanzatino mio che sò già due giorni che mi chiede 20… me mettono in galera guarda… non te dico quanti anni c’ha che te pja un colpo». Claudio Nucci, intercettato dalla polizia giudiziaria, sembra sapere bene che quel che sta facendo è illecito e pericoloso. Il pr romano arrestato a febbraio per prostituzione minorile e detenzione di materiale pedopornografico ha una «elevatissima capacità di delinquere», secondo il Gip Cinzia Parasporo che ha scritto l’ordinanza di custodia cautelare. Nucci, 56 anni, frequentatore e animatore della movida di Roma Nord – tra i suoi 4 mila contatti Fb anche il «collega» Marco Prato, arrestato per l’omicidio di Luca Varani al Collatino – è accusato di aver fatto sesso con tre minorenni adescati con soldi e regali. Altri episodi vengono verificati dagli inquirenti, che vogliono capire se nella vicenda siano coinvolti altri adulti che corrompevano minori.

Il pm Eugenio Albamonte ha chiesto per Nucci il giudizio immediato, segno che la procura ritiene di avere prove già sufficienti per andare a processo senza l’udienza preliminare. Nucci – che ha numerosi precedenti, tra cui anche uno per violenza sessuale – è accusato di aver chiesto ai tre adolescenti di inviargli foto e video in atteggiamenti sessuali espliciti. Dagli sms e dalle telefonate intercettati emerge secondo il Gip la consapevolezza dell’ «illiceità penale delle sue condotte e dei conseguenti rischi». Il giudice scrive di una «elevatissima capacità a delinquere» del pr, il quale «fornisce indirizzi fittizi, tanto che la sua effettiva abitazione è stata individuata a mezzo georeferenziazione e attività di intercettazione». L’arresto è stato motivato anche dal pericolo di fuga dell’indagato, che «ha contatti con persone benestanti alle quali avrebbe potuto rivolgersi per organizzare la fuga». Presente anche il pericolo di reiterazione del reato. «Ha avuto contatti recentissimi con minori nonchè con numerosi altri ragazzi di sesso maschile non identificati – si legge nell’ordinanza -, ma presumibilmente minorenni in relazione ai quali il pm riferisce essere necessarie ulteriori attività d’indagine».

Secondo il legale di Nucci, Gian Luca De Bonis, la causa del comportamento dell’uomo è da ricercarsi nel fatto che «ha subito violenza sessuale dai preti quando era in orfanotrofio» ed «è in cura da tempo per un forte disturbo bipolare e non si rende conto fino in fondo della profonda illiceità dei fatti che gli vengono contestati». «I casi che gli vengono addebitati sono 3 e non aumenteranno, non ci sono i 30 ragazzini coinvolti», riferisce l’avvocato, che vedrà Nucci in carcere domani, per la prima volta da quando la vicenda è stata pubblicata dal ‘Messaggerò. «Il profilo che è emerso non corrisponde a verità – aggiunge De Bonis -, per tutto il suo vissuto personale è lontano anni luce dal ritratto del pr spregiudicato e dedito al malaffare che viene descritto». Il legale, a fronte della richiesta di giudizio immediato fatta dal pm della procura di Roma, ha chiesto oggi il rito abbreviato per il suo assistito. «Nucci non faceva neanche il pr – dice ancora l’avvocato -, bensì l’intermediatore immobiliare. Conosceva tante persone perchè frequentava un certo ambiente». Quello delle feste e dei locali di Roma Nord, dai Parioli – teatro del caso delle prostitute minorenni nel 2014 – a Ponte Milvio, dove tra ‘public relation’ e ‘apericenè sembra poter accadere di tutto.

Il Messaggero

Pedofilia: prete davanti a gup a luglio

Inizierà il 7 luglio, davanti al gup, l’udienza preliminare a carico di don Alberto Paolo Lesmo, sospeso nei giorni scorsi dall’incarico di parroco della chiesa di S. Marcellina e decano di Milano-Baggio, perché accusato, stando alle indagini della Procura di Milano, di avere avuto rapporti sessuali a pagamento con un adolescente tossicodipendente, che usava i soldi ricevuti per comprare cocaina. La vicenda è venuta a galla quattro giorni fa, il Venerdì Santo, con la comunicazione ufficiale della sospensione del religioso, 48 anni e accusato di prostituzione minorile, da parte della Curia di Milano e dell’arcivescovo Angelo Scola.
Stando alle indagini del pm, Lesmo avrebbe adescato il minorenne in una chat e avrebbe compiuto “atti sessuali” con il ragazzo, tra il 2009 e il 2011, quando l’adolescente aveva tra i 15 e i 17 anni, “in cambio di corrispettivi in denaro variabili da 150 a 250 euro per volta”. L’inchiesta era scattata dalla segnalazione di un ospedale nel quale il ragazzo venne visitato nel 2011.

ansa

Preti sposati: Papa francesco sostenuto da Kasper si sta preparando a deludere i tradizionalisti

papa.crima.messa

 

 

 

 

 

 

Per il cardinale Walter Kasper l’esortazione apostolica nella quale papa Francesco tirerà le somme del doppio sinodo sulla famiglia “sarà il primo passo di una riforma che farà voltar pagina alla Chiesa al termine di un periodo di 1700 anni”.

Il vaticanista tradizionalista Magister sostiene l’ala intransigente e pubblica sul suo blog “Settimo Cielo” le tesi  dell cardinale tedesco Gerhard L. Müller (riportate in basso):

____________________

Da “Informe sobre la esperanza”

di Gerhard L. Müller

“CHI SONO IO PER GIUDICARE?”

Proprio quelli che fino ad oggi non hanno mostrato alcun rispetto per la dottrina della Chiesa si servono di un frase isolata del Santo Padre, “Chi sono io per giudicare?”, tolta dal contesto, per presentare idee distorte sulla morale sessuale, avvalorandole con una presunta interpretazione del pensiero “autentico” del papa al riguardo.

La questione omosessuale che diede spunto alla domanda posta al Santo Padre è già presente nella Bibbia, tanto nell’Antico Testamento (cfr. Gen 19; Dt 23, 18s; Lev 18, 22; 20, 13; Sap 13-15) quanto nelle lettere paoline (cfr. Rom 1, 26s; 1 Cor 6, 9s), trattata come soggetto teologico, sia pure con i condizionamenti propri inerenti alla storicità della divina rivelazione.

Dalla Sacra Scrittura si ricava il disordine intrinseco degli atti omosessuali, poiché non procedono da una vera complementarietà affettiva e sessuale. Si tratta di una questione molto complessa, per le numerose implicazione che sono emerse con forza negli ultimi anni. In ogni caso, la concezione antropologica che si ricava dalla Bibbia comporta alcune ineludibili esigenze morali e nello stesso tempo uno scrupoloso rispetto per la persona omosessuale. Queste persone, chiamate alla castità ed alla perfezione cristiana attraverso la padronanza di sé e a volte con l’aiuto di un’amicizia disinteressata, vivono “una autentica prova. Perciò devono essere accolte con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione” (Catechismo della Chiesa cattolica, 2357-2359).

Tuttavia, oltre al problema suscitato della decontestualizzazione della citata frase di papa Francesco, pronunciata come segno di rispetto per la dignità della persona, mi sembra sia evidente che la Chiesa, con il suo magistero, ha la capacità di giudicare la moralità di certe situazioni. Questa è una verità indiscussa: Dio è il solo giudice che ci giudicherà alla fine dei tempi e il papa ed i vescovi hanno l’obbligo di presentare i criteri rivelati per questo giudizio finale che oggi già si anticipa nella nostra coscienza morale.

La Chiesa ha detto sempre “questo è vero, questo è falso” e nessuno può interpretare in modo soggettivista i comandamenti di Dio, le beatitudini, i concili, secondo i propri criteri, il proprio interesse o persino le proprie necessità, come se Dio fosse solo lo sfondo della sua autonomia. Il rapporto tra la coscienza personale e Dio è concreto e reale, illuminato dal magistero della Chiesa; la Chiesa possiede il diritto e l’obbligo di dichiarare che una dottrina è falsa, precisamente perché una tale dottrina devia la gente semplice dalla strada che porta a Dio.

A partire dalla rivoluzione francese, dai successivi regimi liberali e dai sistemi totalitari del secolo XX, l’obiettivo dei principali attacchi è sempre stato la visione cristiana dell’esistenza umana ed del suo destino.

Quando non si poté vincere la sua resistenza, si permise il mantenimento di alcuni dei suoi elementi, ma non del cristianesimo nella sua sostanza; il risultato fu che il cristianesimo cessò di essere il criterio di tutta la realtà e si incoraggiarono le suddette posizioni soggettiviste.

Queste hanno origine in una nuova antropologia non cristiana e relativista che prescinde del concetto di verità: l’uomo odierno si vede obbligato a vivere perennemente nel dubbio. Di più: l’affermazione che la Chiesa non può giudicare situazioni personali si basa su una falsa soteriologia, cioè che l’uomo è il suo proprio salvatore e redentore.

Nel sottomettere l’antropologia cristiana a questo riduzionismo brutale, l’ermeneutica della realtà che da ciò deriva adotta soltanto gli elementi che interessano o sono convenienti all’individuo: alcuni elementi delle parabole, certi gesti benevoli di Cristo o quei passaggi che lo presentano come un semplice profeta del sociale o un maestro in umanità.

E al contrario si censura il Signore della storia, il Figlio di Dio che invita alla conversione o il Figlio dell’Uomo che verrà a giudicare i vivi ed i morti. In realtà, questo cristianesimo semplicemente tollerato si svuota del suo messaggio e dimentica che il rapporto con Cristo, senza la conversione personale, è impossibile.

CHI PUÓ FARE LA COMUNIONE

Papa Francesco dice nella “Evangelii gaudium” (n. 47) che l’eucaristia “non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli”. Vale la pena analizzare questa frase con profondità, per non equivocarne il senso.

In primo luogo, bisogna notare che questa affermazione esprime il primato della grazia: la conversione non è un atto autonomo dell’uomo, ma è, in se stessa, un’azione della grazia. Tuttavia da ciò non si può dedurre che la conversione sia una risposta esterna di gratitudine per ciò che Dio ha fatto in me per conto suo, senza di me. Nemmeno posso concludere che chiunque possa accostarsi a ricevere l’eucaristia sebbene non sia in grazia e non abbia le dovute disposizioni, solo perché è un alimento per i deboli.

Prima di tutto dovremmo chiederci: che cos’è la conversione? Essa è un atto libero dell’uomo e, nello stesso tempo, è un atto motivato dalla grazia di Dio che previene sempre gli atti degli uomini. È per questo un atto integrale, incomprensibile se si separa l’azione di Dio dall’azione dell’uomo. […]

Nel sacramento della penitenza, per esempio, si osserva con tutta chiarezza la necessità di una risposta libera da parte del penitente, espressa nella sua contrizione del cuore, nel suo proposito di correggersi, nella sua confessione dei peccati, nel suo atto di penitenza. Per questo la teologia cattolica nega che Dio faccia tutto e che l’uomo sia puro recipiente delle grazie divine. La conversione è la nuova vita che ci è data per grazia e nello stesso tempo, anche, è un compito che ci è offerto come condizione per la perseveranza nella grazia. […]

Ci sono solo due sacramenti che costituiscono lo stato di grazia: il battesimo e il sacramento della riconciliazione. Quando uno ha perso la grazia santificante, necessita del sacramento della riconciliazione per ricuperare questo stato, non come merito proprio ma come regalo, come un dono che Dio gli offre nella forma sacramentale. L’accesso alla comunione eucaristica presuppone certamente la vita di grazia, presuppone la comunione nel corpo ecclesiale, presuppone anche una vita ordinata conforme al corpo ecclesiale per poter dire “Amen”. San Paolo insiste sul fatto che chi mangia il pane e beve il vino del Signore indegnamente, sarà reo del corpo e del sangue del Signore (1 Cor 11. 27).

Sant’Agostino afferma che “colui che ti creò senza di te non ti salverà senza di te” (Sermo 169). Dio chiede la mia collaborazione. Una collaborazione che è anche regalo suo, ma che implica la mia accoglienza di questo dono.

Se le cose stessero diversamente, potremmo cadere nella tentazione di concepire la vita cristiana nel modo delle realtà automatiche. Il perdono, per esempio, si convertirebbe in qualcosa di meccanico, quasi in una esigenza, non in una domanda che dipende anche da me, poiché io la devo realizzare. Io andrei, allora, alla comunione senza lo stato di grazia richiesto e senza accostarmi al sacramento della riconciliazione. Darei per scontato, senza nessuna prova di ciò a partire dalla Parola di Dio, che mi è concesso privatamente il perdono dei miei peccati tramite questa stessa comunione. Ma questo è un falso concetto di Dio, è tentare Dio. E porta con sé anche un concetto falso dell’uomo, col sottovalutare ciò che Dio può suscitare in lui.

PROTESTANTIZZAZIONE DELLA CHIESA

Strettamente parlando, noi cattolici non abbiamo alcun motivo per festeggiare il 31 ottobre 1517, cioè la data considerata l’inizio della Riforma che portò alla rottura della cristianità occidentale.

Se siamo convinti che la rivelazione divina si è conservata integra ed immutata attraverso la Scrittura e la Tradizione, nella dottrina della fede, nei sacramenti, nella costituzione gerarchica della Chiesa per diritto divino, fondata sul sacramento del sacro ordine, non possiamo accettare che esistano ragioni sufficienti per separarsi dalla Chiesa.

I membri delle comunità ecclesiali protestanti guardano a questo evento da un’ottica diversa, poiché pensano che sia il momento opportuno per celebrare la riscoperta della “parola pura di Dio”, che presumono sfigurata lungo la storia da tradizioni meramente umane. I riformatori protestanti arrivarono alla conclusione, cinquecento anni fa, che alcuni gerarchi della Chiesa non solo erano corrotti moralmente, ma avevano anche travisato il Vangelo e, di conseguenza, avevano bloccato il cammino di salvezza dei credenti verso Gesù Cristo. Per giustificare la separazione accusarono il papa, presunto capo di questo sistema, di essere l’Anticristo.

Come portare avanti, oggi, in modo realistico, il dialogo ecumenico con le comunità evangeliche? Il teologo Karl-Heinz Menke dice il vero quando asserisce che la relativizzazione della verità e l’adozione acritica delle ideologia moderne sono l’ostacolo principale verso l’unione nella verità.

In questo senso, una protestantizzazione della Chiesa cattolica a partire da una visione secolare senza riferimento alla trascendenza non soltanto non ci può riconciliare con i protestanti, ma nemmeno può consentire un incontro con il mistero di Cristo, poiché in Lui siamo depositari di una rivelazione sovrannaturale alla quale tutti noi dobbiamo la totale ubbidienza dell’intelletto e della volontà (cfr. “Dei Verbum”, 5).

Penso che i principi cattolici dell’ecumenismo, così come furono proposti e sviluppati dal decreto del Concilio Vaticano II, sono ancora pienamente validi (cfr. “Unitatis redintegratio”, 2-4). D’altra parte, il documento della congregazione per la dottrina della fede “Dominus Iesus”, dell’anno santo del 2000, incompreso da molti e ingiustamente rifiutato da altri, sono convinto che sia, senza alcun dubbio, la magna carta contro il relativismo cristologico ed ecclesiologico di questo momento di tanta confusione.

SACERDOZIO FEMMINILE

La domanda se il sacerdozio femminile sia una questione disciplinare che la Chiesa potrebbe semplicemente cambiare non tiene, poiché si tratta di una questione già decisa.

Papa Francesco è stato chiaro, come anche i suoi predecessori. Al riguardo, ricordo che san Giovanni Paolo II, al n. 4 dell’esortazione apostolica “Ordinatio sacerdotalis” del 1994, rafforzò con il plurale maiestatico (“declaramus”), nell’unico documento nel quale quel papa utilizzò questa forma verbale, che è dottrina definitiva insegnata infallibilmente dal magistero ordinario universale (can. 750 § 2 CIC) il fatto che la Chiesa non ha autorità per ammettere le donne al sacerdozio.

Compete al Magistero decidere se una questione è dogmatica o disciplinare; in questo caso, la Chiesa ha già deciso che questa proposta è dogmatica e che, essendo di diritto divino, non può essere cambiata e nemmeno rivista. La si potrebbe giustificare con molte ragioni, come la fedeltà all’esempio del Signore o il carattere normativo della prassi multisecolare della Chiesa, tuttavia non credo che questa materia debba essere discussa di nuovo a fondo, poiché i documenti che la trattano espongono a sufficienza i motivi per respingere questa possibilità.

Non voglio mancare di segnalare che c’è una essenziale uguaglianza tra l’uomo e la donna nel piano della natura ed anche nel rapporto con Dio tramite la grazia (cfr. Gal 3, 28). Ma il sacerdozio implica una simbolizzazione sacramentale del rapporto di Cristo, capo o sposo, con la Chiesa, corpo o sposa. Le donne possono avere, senza nessun problema, più incarichi nella Chiesa: al riguardo, colgo volentieri l’occasione di ringraziare pubblicamente il numeroso gruppo di donne laiche e religiose, alcune della quali con qualificati titoli universitari, che prestano la loro indispensabile collaborazione nella congregazione per la dottrina della fede.

D’altra parte non sarebbe serio avanzare proposte in merito partendo da semplici calcoli umani, dicendo per esempio che “se apriamo il sacerdozio alle donne superiamo il problema vocazionale” o “se accettiamo il sacerdozio femminile daremmo al mondo un’immagine più moderna”.

Credo che questo modo di porre il dibattito è molto superficiale, ideologico e soprattutto antiecclesiale, perché omette di dire che si tratta di una questione dogmatica già definita da chi ha il compito di farlo, e non di una materia meramente disciplinare.

CELIBATO SACERDOTALE

Il celibato sacerdotale, così contestato in certi ambienti ecclesiastici odierni, ha le sue radici nei Vangeli come consiglio evangelico, ma ha anche un rapporto intrinseco con il ministero del sacerdote.

Il sacerdote è più di un funzionario religioso al quale sia stata attribuita una missione indipendente dalla sua vita. La sua vita è in stretto rapporto con la sua missione evangelica e pertanto, nella riflessione paolina come anche nei Vangeli stessi, chiaramente il consiglio evangelico appare legato alla figura dei ministri scelti da Gesù. Gli apostoli, per seguire Cristo, hanno lasciato tutte le sicurezze umane dietro di loro e in particolare le rispettive spose. Al riguardo, san Paolo ci parla della sua esperienza personale in 1 Cor 7, 7, ove sembra considerare il celibato come un carisma particolare che ha ricevuto.

Attualmente, il vincolo tra celibato e sacerdozio in quanto dono peculiare di Dio attraverso il quale i ministri sacri possono unirsi più facilmente a Cristo con un cuore indiviso (can. 277 § 1 CIC; “Pastores dabo vobis”, 29), si trova in tutta la Chiesa universale, anche se in forma diverso. Nella Chiesa orientale, come sappiamo, riguarda solo il sacerdozio dei vescovi; ma il fatto stesso che per loro lo si esiga ci indica che tale Chiesa non lo concepisce come una disciplina esterna.

Nel suddetto menzionato ambiente di contestazione al celibato, è molto diffusa la seguente analogia. Alcuni anni fa sarebbe stato inimmaginabile che una donna potesse fare il soldato, mentre oggi, invece, gli eserciti moderni contano su un gran numero di donne soldato, pienamente atte a un compito considerato, tradizionalmente, come esclusivamente maschile. Non succederà lo stesso con il celibato? Non è un inveterato costume del passato che bisogna rivedere?

Tuttavia la sostanza dell’attività militare, a parte alcune questioni di tipo pratico, non esige che chi la esercita appartenga a un determinato sesso; mentre il sacerdozio è invece in intima connessione con il celibato.

Il Concilio Vaticano II e altri documenti magisteriali più recenti insegnano una tale conformità o adeguazione interna tra celibato e sacerdozio che la Chiesa di rito latino non sente di avere la facoltà di cambiare questa dottrina con una decisione arbitraria che romperebbe con lo sviluppo progressivo, durato secoli, della regolamentazione canonica, a partire dal momento in cui è stato riconosciuto questo vincolo interno, anteriormente alla suddetta legislazione. Noi non possiamo rompere unilateralmente con tutta una serie di dichiarazioni di papi e di concili, come neppure con la ferma e continua adesione della Chiesa cattolica all’immagine del sacerdote celibe.

La crisi del celibato nella Chiesa cattolica latina è stato un tema ricorrente in momenti specialmente difficili nella Chiesa. Per citare qualche esempio, possiamo ricordare i tempi della riforma protestante, quelli della rivoluzione francese e, più recentemente, gli anni della rivoluzione sessuale, nei decenni Sessanta e Settanta del secolo scorso. Ma se qualcosa possiamo imparare dallo studio della storia della Chiesa e delle sue istituzioni è che queste crisi hanno sempre mostrato e consolidato la bontà della dottrina del celibato.

Urbanistica La chiesa all’ombra del CAMPANILE

Nel paesaggio urbano il campanile è sicuro punto di orientamento. Spesso è anche indicatore del centro del borgo o della città, nel caso di una cattedrale. Ma il campanile non è solo un termine visivo, è anche profondamente simbolico nella sua capacità di accentrare valore topografico, religioso e civico. Su quale sia il contributo nella storia antica e recente della “Chiesa” e delle “chiese”, alla definizione del vivere comune e dei suoi spazi sono dedicati alcuni dei saggi contenuti nel volume Dio uomini e città (a cura di Alberto Bondolfi e Milena Mariani, pagine 152, euro 13,00), frutto del convegno organizzato nel 2014 dal Centro per le Scienze religiose della Fondazione Bruno Kessler di Trento. Siamo abituati a identificare la città medievale nella cattedrale. Il grande edificio raccorda in sé la funzione religiosa e l’identità civica. Ma qual era l’effettivo ruolo del vescovo, di cui la cattedrale è sede? E quali dinamiche genera all’interno del contesto urbano? Emanuele Curzel, docente di storia medievale presso l’Università di Trento, ricorda come già il cristianesimo delle origini, «assecondando la struttura sociale e amministrativa dell’Impero, era essenzialmente cittadino».

Il ruolo del vescovo si fortifica a partire dal IV secolo con il passaggio della fede cristiana a culto ufficiale dell’Impero: «Era inevitabile – scrive Curzel – che il capo della comunità cristiana divenisse uno dei personaggi più in vista delle aggregazioni urbane. La partecipazione dei vescovi alla vita civile fu prevista dalla legge, sia in ordine alla composizione delle vertenze sia in vista dell’affidamento di funzioni di controllo e di difesa della cittadinanza», specialmente dei più deboli. Un attributo, quello del defensor civitatis, che diviene centrale nell’elaborazione iconografica dei santi vescovi patroni così come è presentata nelle lunette dei portali delle cattedrali, punto di intersezione tra lo spazio chiuso sacro e lo spazio aperto urbano della piazza. Affiancati alle magistrature cittadine laiche, «i vescovi, spinti sia dal mandato evangelico sia dal tradizionale senso di responsabilità della classe dirigente romana nei confronti della vita pubblica, assumevano anche compiti di carattere sociale e politico; la crescita stessa del proprio patrimonio permise e in qualche misura costrinse le Chiese a divenire promotrici della costruzione di edifici aventi carattere non solo sacro, ma anche assistenziale e difensivo, soprattutto dal momento in cui la crisi dell’organizzazione statale romana divenne palese».

Il culto del patrono e la memoria delle origini cristiane diventano la ragione fondante delle collettività. Le reliquie dei protovescovi erano spesso tumulate in basiliche extra moenia. Queste vengono inglobate nella mura cittadine o i resti santi vengono traslati in nuove chiese intra moenia: «Gli edifici sacri e i loro annessi caratterizzavano il centro abitato e ne modificavano l’impianto rispetto alla città romana». È la base su cui si sviluppa la civiltà urbana medievale, entro la quale il vescovo acquista per volontà dell’imperatore anche un potere temporale, spesso in opposizione all’espansione di quello comitale, sempre più impronta- to a un modello signorile-padronale. Alle Chiese locali nel X secolo viene spesso delegata la gestione delle strutture difensive, della viabilità, dei mercati. «In questo modo – commenta Curzel – la città conquistava, sia pure sotto il controllo vescovile, l’autonomia giuridica rispetto al territorio circostante», ossia il “contado”, soggetto al potere dei conti. «L’acquisizione del potere temporale da parte dei vescovi», dunque, «non fu espansione illegittima o semplice supplenza, ma maturazione di un rapporto che già esisteva tra ruolo vescovile e città».

La frattura avviene soltanto con lo scontro papato-impero, in cui le città percepirono sempre più i vescovi «come capi di una “parte”, papale o imperiale, estranea alle dinamiche cittadine, e finirono per dotarsi di magistrature più direttamente rappresentative dello spazio pubblico locale». È però in questa fase, paradossalmente, che la cattedrale, insieme al palazzo del governo comunale, diventa il polo centrale cittadino. Se dunque la Chiesa ha avuto una funzione centrale nella definizione dell’identità urbanistica e politica della città, cosa ne è oggi, in una società ormai postcristiana? Quale la funzione e il volto del segno sacro in contesti e dinamiche di una dimensione urbana secolarizzata? Maria Antonietta Crippa, docente di storia dell’architettura presso il Politecnico di Milano, propone un’interpretazione degli edifici sacri nelle città, in particolar modo nelle periferie, luoghi di espansione tumultuosa e alienante guidata dai processi dell’industrializzazione.

chiesa2_50486050.jpg

Per la Crippa, infatti, è inevitabile interrogarsi «sulle ragioni profonde del contrasto tra modi di vita, nei recenti assetti abitativi, e ritmi di tempi e figure di spazi elaborati dal passato e, per frammenti, ancora presenti tra noi». C’è il rischio che uno spazio sacro inserito nel quartiere senza differenziarsene non riproduca che l’esistente, facendo ritrovare all’uomo solo la sua mediocrità. Serve dunque un «sussulto iniziatico », un processo di «defamilizzazione » che evochi «i caratteri strutturanti la spazialità di una chiesa, strettamente connessi al rito prima che agli individuali linguaggi espressivi». È un carattere chiaro alle prime comunità cristiane, che «avvertirono subito la necessità di segni di identificazione». Rispetto ad allora, però, la capacità simbolica e il senso del sacro si sono affievoliti, benché non del tutto scomparsi. «L’edificio della chiesa – scrive Crippa – localizza, in quanto segno e luogo, il rapporto tra Dio e il popolo che si sente convocato.

È anche luogo ove la coralità di popolo che si riconosce tale nell’unico Dio si rende evidente a ognuno dei suoi membri. È infine luogo con una forma concepita per far emergere, nel contesto urbano, il senso cristiano della vita, che ha il proprio vertice di comunicazione nella liturgia, in cui Dio si fa realmente presenza». Le migliaia di chiese parrocchiali costruite in Italia nella seconda metà del XX secolo «sono concepite con un ruolo di centralità urbana identificata più normalmente come centralità di quartiere ». Nell’insieme «si tratta di un patrimonio importante, meritevole di un’indagine che sappia coglierne la ricchezza formale, costruttiva e insediativa ». Le chiese parrocchiali degli ultimi settant’anni «non si propongono con la monumentalità di chiese cattedrali, sono anzi, nella stragrande maggioranza dei casi, costruzioni di modeste dimensioni, il cui valore di centralità urbana diventa fisicamente sempre più debole man mano che l’urbanizzazione le ingloba e gli edifici civili diventano più alti e imponenti.

Si sta aprendo, insomma, la necessità di una più puntuale attenzione alla qualità specifica del loro spazio interno, dell’alterità simbolica che esso non può non continuare a proporre se si vuole che l’edificio chiesa connoti peculiarità religiose. Anche la loro configurazione esterna esige di essere riesaminata, soprattutto se si vuole salvaguardare il valore di soglia che il loro ingressi, i sagrati e le piazze veicolano segnalando, al tempo stesso, una dimensione di dialogo tra la vita religiosa e la vita civile delle comunità, che è preziosa eredità dell’umanesimo cristiano».

Avvenire

Pierre Riches: “Devo la conversione a Wittgenstein. Mi spiegò che la ragione non è tutto”

Pierre Riches
Pierre Riches è una figura singolarissima e affascinante del mondo della teologia. Da qualche anno si è trasferito in Sabina, non lontano da Roma. La casa, dove vive, si affaccia sulla valle del Tevere. Sobria e accogliente. Qualche mese fa è andata a trovarlo Laurie Anderson. Hanno cenato assieme e ricordato Lou Reed, di cui Padre Pierre è stato amico. Una foto sul muro del salotto ne descrive la relazione in qualche modo paterna: Lou Reed lo abbraccia sorridente e felice. Sul tavolo vedo una fresca copia di Note di catechismo per ignoranti colti, ripubblicato da Gallucci, con una prefazione di Giorgio Manganelli. “Il titolo”, rammenta Riches, “me lo suggerì Elsa Morante”.

Oggi Padre Pierre è costretto a muoversi su una carrozzella. È una condizione che lo limita nei movimenti ma non lo affligge. Rifacendosi al titolo di un altro suo libro, è la leggerezza della croce a sostenerlo. Le sue origini sono quelle di un ebreo alessandrino, educato nei riti della tradizione. Sotto un cappello da baseball mi guarda con una punta di tenerezza. Gli chiedo quando decise di convertirsi al cattolicesimo: “Avevo 23 anni. Divenni cristiano perché il cristianesimo è molto appagante dal punto di vista intellettuale e totalmente liberatorio dal punto di vista esistenziale. Ho girato il mondo, insegnato in molte università, sono stato parroco a Roma, cappellano nell’aeroporto di Fiumicino. Ho conosciuto e frequentato molta gente. Non ho mai avuto sensi di colpa per la mia vita. E ho sempre pensato che la mia fede poggiasse su due cardini: l’amore come sprone ad agire e la comunione con Dio e il prossimo come scopo di vita”.

Lei è nato dove esattamente?
“Ad Alessandria d’Egitto. Era un mondo particolare che lasciai a 17 anni”.
Particolare perché?
“Città irreale, governata da oligarchie. Sorretta dai privilegi. La ricchezza più che esibita era vissuta. Su Alessandria confluivano miriadi di nazionalità: francesi, italiani, greci, ebrei e soprattutto inglesi. Un clamore di lingue risuonava nella mia testa di bambino”.
Lawrence Durrell ha forse scritto il più bel libro su Alessandria.
“Lei trova? Raccontava di una città decadente, sfinita nei languori ultimi. Ma non era affatto vero. Città di traffici esistenziali e culturali, semmai. Ricordo il poeta Kavafis, ormai vecchio. Mi teneva sulle ginocchia accarezzandomi la testa. E Georges Moustaki, dal sorriso bellissimo. Sua sorella si innamorò di me. Durante il periodo in cui vissi a Cambridge, E. M. Forster voleva che gli raccontassi di Alessandria. Mi invitava a prendere il tè. Gli parlavo dei labirinti mentali di quella città così diversa, da essere unica”.
Perché la lasciò?
“Mio padre era un mercante di cotone. Famiglia ricca. La buona borghesia alessandrina faceva studiare i suoi rampolli al Victoria College di Alessandria. Quando giunse il momento dell’università scelsi Cambridge, mi piaceva la filosofia”.
In che anno andò?
“Nel 1946. Cambridge, diversamente da Londra, non aveva subito gli stessi oltraggi della guerra”.
Vi insegnava Ludwig Wittgenstein.
“Ho seguito alcune sue lezioni. Potrei dire di essere stato uno degli ultimi allievi a conoscerlo”.
Che ricordo ne ha?
“Se mai ho incontrato un genio, questo era lui. Mi trovava esotico, forse per le mie origini egiziane, e mi trattava con simpatia. Era un uomo a volte aspro, di pochissime parole. Scontroso, anche con gli studenti. Di solito preferiva fare lezione nella sua camera. Noi sedevamo sul pavimento di legno o su qualche sedia disponibile. Al mormorio iniziale seguiva un silenzio surreale”.
Surreale perché?
“Si creava una strana corrente, come se tutti i presenti improvvisamente attendessero che iniziasse a parlare. A volte taceva per minuti”.
Negli ultimi tempi stava male.
“È vero, quando seppe di avere un cancro si recò in Norvegia, in un villaggio dove aveva trascorso un periodo felice. Forse era un modo per ritrovare un tempo perduto. Poi tornò a Cambridge. Morì in casa di un amico il 29 aprile del 1951. Ma sono episodi che appresi successivamente. Andai via da Cambridge alla fine del 1949. Ricordo una frase nelle Ricerche filosofiche: “La morte non è un evento della vita. La morte non si vive”. Un anno prima che lui morisse presi il battesimo e mi convertii. Penso che nella mia scelta cristiana contasse molto il fatto che Wittgenstein mi avesse in qualche modo insegnato che la ragione non è tutto”.
Dunque la fede.
“Per molti fede e ragione si oppongono; per un cristiano si completano”.
Si completano, ma postulano due verità diverse.
“Il punto è dove le due verità si incontrano. Voglio dire che la verità non è qualcosa che si conquista solo con la conoscenza, studiando e sperimentando; ma anche vivendo pienamente e amando pienamente”.
È il rapporto con la vita.
“Un cristianesimo maturo, assunto nella quotidianità, esige che ci sia una coerenza tra la propria fede e la propria vita”.
Cosa fece quando lasciò Cambridge?
“Ebbe inizio la mia maturazione spirituale. Fu nel 1950 che conobbi Iris Murdoch e diventammo amici. Anche lei aveva frequentato per un periodo le lezioni di Wittgenstein. Prese un insegnamento di filosofia a Oxford. Ricordo le bellissime discussioni tra noi”.
Si dice che lei sia stato il suo consigliere spirituale.
“Non era affatto una donna da consigliare. Ma che a volte abbia cercato dei suggerimenti, questo sì. Mi chiese un giorno cosa pensassi dell’esistenzialismo. Stava lavorando su Sartre. Risposi che il miglior esempio di esistenzialismo ce l’offriva la Bibbia con Giobbe “.
Giobbe dovette fare i conti con il silenzio di Dio.
“Un vecchio e saggio certosino mi disse una volta che il libro di Giobbe ci insegna che il silenzio di Dio, per chi si apre a Lui, è più consolante del parlare degli uomini. Grazie ad Iris conobbi a Londra Elias Canetti. Aveva un’intelligenza fluida, mobile come il Danubio da cui proveniva”.
So che ha conosciuto anche Hannah Arendt.
“Ci incontrammo a Chicago, durante un pranzo. Erano gli anni Sessanta. Diventammo amici. Fu anche lei una delle genialità del Novecento. Mi piaceva la sua versatilità. Era da poco tornata da Gerusalemme e i suoi reportage sul processo Eichmann fecero scalpore, provocando più di un malumore, soprattutto nella comunità ebraica americana. Personalmente ero d’accordo con la sua idea di “banalità del male”. Tutti pensai avremmo potuto diventare degli Eichmann”.
Non nasciamo con la garanzia di fare il bene.
“Perderemmo il senso della libertà”.
Ma il male non è la sconfitta di Dio?
“È quello che pensava Dostoevskij. Ma il punto è un altro. Gran parte dei nostri mali sono direttamente o indirettamente causati da noi. Frutto della nostra libertà usata dissennatamente”.
Distinguerebbe tra il male e la sofferenza?
“Il male provoca la sofferenza, ma non necessariamente è vero il contrario. La sofferenza del giusto è anche il passaggio alla luce attraverso la Croce, forse la sola via di salvezza, se si vuole conservare la libertà. Mi viene in mente un proverbio inglese: “È meglio avere amato e perduto, che non avere mai amato””.
Cosa c’entra con Dio?
“Forse Dio, essendo amore, ha preferito amare e perdere un po’ che non avere mai amato”.
È più persuasiva la filosofia o la teologia?
“La filosofia mette in gioco l’uomo. La teologia il rapporto con Dio. Nella teologia classica entrano tre elementi: la ragione, la volontà, la Grazia. Quest’ultima non bussa alle porte della filosofia. Paolo è l’uomo da cui ho imparato di più teologicamente. Le sue lettere sono di una intelligenza e profondità spirituali senza eguali”.
Lei è stato il segretario del Cardinal Tisserant.
“Mi sono occupato per lui e con lui dei problemi teologici. Fu un grande uomo. Modesto per quel che effetti-vamente era. Seguimmo le sorti del Concilio Vaticano II. Lo accompagnai anche al Conclave, dal quale uscì eletto Paolo VI. Ogni cardinale poteva farsi portare da una persona”.
Seguì Tisserant?
“Era abbastanza normale. Viaggiavo spessissimo con lui. Quando si aprì il conclave facemmo insieme il viaggio in auto. Di solito sedevamo dietro. Quel giorno Tisserant mi chiese di accomodarmi vicino all’autista. Ubbidii, senza capire perché. Al ritorno, quando andammo a riprenderlo con la macchina, mi predisposi per salire davanti. E lui disse: no, Padre Pierre, venga dietro, vicino a me, non sarò il cinquantunesimo Papa!”

Lei ha una vita incredibile.

“Diciamo che ho avuto una vita”.
Dove ha insegnato?
“Un po’ ovunque: a Yale, ad Harvard. Poi in Africa, sono stato un paio d’anni in Uganda. Credo di aver conosciuto abbastanza bene quel continente. Poi in Pakistan e in Giappone. Il cardinal Colombo mi aveva ribattezzato “l’ebreo errante””.
Cosa pensa delle religioni orientali?
“Buddismo e taoismo sono esperienze molto importanti. Se affidate a dei ciarlatani diventano solo mode fastidiose. Trovo che il Tao, cioè la Via, ha diversi punti in comune con il cristianesimo. Ne parlavo a volte con Giorgio Manganelli. Il “Tao-të-ching” era una delle discussioni ricorrenti”.
Mi risulta che è stato anche parroco.
“Sì, in una piccola parrocchia di campagna a Boccea. Chiesi espressamente a Tisserant di mandarmi in quel posto. Lo stesso Tisserant, mi spinse, qualche anno dopo, ad accettare un insegnamento alla Loyola University di Roma, propostomi da Raimon Panikkar”.
Pier Vittorio Tondelli l’ha inserita nel suo romanzo “Rimini” come Padre Anselme. “È un prete”, scrive Tondelli. “Mi ha beccato quando uscì il mio primo romanzo otto anni fa. È sempre in giro per il mondo all’inseguimento delle sue anime. Mi diverto con lui. Gli voglio molto bene”. Si riconosce?
“Uno scrittore ha la libertà di inventare, altrimenti che scrittore sarebbe? Conobbi Tondelli a Venezia a una mostra di Luigi Ontani. Un uomo di talento, tormentato ma autentico”.
Ha avuto un ruolo nella tardiva conversione di Tondelli?
“Non credo di essere stato così influente. Le decisioni di quel tipo arrivano da una profondità che neppure immaginiamo. Posso dire che la sua morte fu per me un dolore fortissimo. Fui io a celebrarne il funerale, in un giorno in cui pioveva a dirotto”.
Esistono delle lettere che vi siete scambiate?
“C’è un carteggio con lui, come pure con Iris Murdoch. Ma sono blindati”.
Le manca l’America?
“È un po’ che non vado. Ma i figli dei miei ex allievi vengono a trovarmi”.
Mi colpiva la copertina di un suo libro – “La leggerezza della croce” – dove si vede una croce disegnata da William Burroughs.
“Ah, sì! L’ho conosciuto bene. Mi chiamava “il prete”. Quando disegnò per me quella croce era il periodo in cui sparava alle tele dei quadri”.
Sparò anche alla moglie.
“Fu per errore. Dio abbia pietà”.
Fra le tracce del suo periodo americano vedo anche un foto che la ritrae con Lou Reed e un ritratto fotografico che le fece Robert Mapplethorpe. Due icone della cultura contemporanea.
“Lou Reed lo conobbi a New York, non ricordo più in quale galleria. Era affascinato dal fatto che un ebreo si fosse fatto prete. Lo divenni per la precisione a 32 anni. Ogni tanto mi mandava i biglietti per i suoi concerti. Quanto a Mapplethorpe, la foto che lei ha visto, la scattò quando già stava male”.
È una miniera di ricordi.
“Non li ho allontanati. Forse un po’ di cose le ho dimenticate. Vista la mia età è un processo fisiologico. Ma non ho nostalgia dei ricordi. Non è possibile rivivere i momenti del passato. Lasciano delle tracce utili per la vita che continua. Credo nella vita eterna. Sono molto curioso di andare a vedere cosa c’è al di là”.
La sua fede ha mai tentennato?
“Mai. La fede è un dono che ho ricevuto in abbondanza”.
Parlavamo prima del male.
“Si può combattere ed equilibrare con il bene”.
Anche oggi, con tutto quello che ci sta accadendo?
“Soprattutto oggi. Il Cristo ci porta due grandi speranze: una per questa terra e una dopo la morte. Ci insegna come dobbiamo vivere e agire. Mi torna in mente “il discorso della Montagna”, lo si trova sia in

Matteo che in Luca. Ci spiega che è solo amando che possiamo vivere bene e ci dice che amare vuol dire dare e perciò anche rinunciare. Solo così possiamo rompere la catena degli egoismi e delle paure”.

repubblica.it

Viaggio tra le proprietà immobiliari della Chiesa: un patrimonio da 4 miliardi l’anno

Il Vaticano è uno dei più grandi proprietari immobiliari italiani, con un patrimonio di almeno 115mila unità che equivale al 20% dell’intero patrimonio immobiliare italiano. Propaganda Fide, Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, vanta da sola 957 beni tra terreni e fabbricati, in aree spesso di pregio come piazza di Spagna, via Margutta, via del Babuino o via del Governo Vecchio a Roma. Ed intorno a queste proprietà ruota un giro d’affari di oltre 4 miliardi di euro l’anno legato al turismo religioso, grazie all’impiego  di questi immobili come bed & breakfast ad esempio.

Di seguito l’elenco delle entità che fanno capo alla Santa Sede e le relative proprietà.

Propaganda Fide possiede 957 beni tra terreni e immobili a Roma in via di San Teodoro, via di San Giovanni in Laterano, via Boncompagni, via delle Mura Aurelie, piazza Mignanelli, via Margutta, piazza di Spagna, via Bocca di Leone, via del Babuino, via della Conciliazione via dei Corridori, via dell’Orso, via dei Coronari, via della Vite, via del Governo Vecchio.

La Sacra Congregazione per l’evangelizzazione ha 80 terreni e immobili tra via Venti Settembre, piazza Trasimeno, via della Conciliazione, via Monte Acero, via del Governo Vecchio.

Il Vicariato di Roma è titolare di 191 beni tra terreni e immobili in via del Colosseo, via di Santa Croce in Gerusalemme, via di Fara Sabina, via Flaminia, piazza di S. Eurosia.

Ottantadue sono le sedi dell’Apsa, l’Amministrazione del patrimonio della Sede apostolica, e sono distribuite tra largo dell’Amba Aradam, via dei Valeri, via Francesco Cornaro, via Cecilio Stazio, via del Casale Giuliani, via Anastasio II, largo Brancaccio, via del Monte Oppio, via Britannia, via Annibal Caro, Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica della Città del Vaticano, 63 beni tra: via Aurelia, via Nicolò V e via della Stazione di San Pietro. L’amministrazione dei beni della Santa Sede ha 2 proprietà a Gastel Gandolfo e Nettuno.

Alla Caritas Italiana fanno capo 79 immobili tra piazza di San Pancrazio, via Prenestina, via Palombini.

All’Almo Collegio Capranica sono intestati 22 immobili: 4 in via del Collegio Capranica, 1 in piazza Capranica, 3 in via Lucio Apuleio, 10 in piazza di Monte Citorio, 2 in via Tacito e 2 in via della Pisana. L’Almo Collegio Borromeo di Pavia ne ha 1 in via Muggia a Roma.

L’Arciconfraternita venerabile Santissimo Sacramento San Pietro in Vaticano possiede 18 immobili tra Borgo Pio, Borgo Vittorio e via Garibaldi.

Le Arcipreture hanno centinaia di terreni: 180 quella di Mazzano Romano 180 (5 immobili); 128 quella di Magliano Romano; 48 quella di Affile; 17 quella di Campagnano; 15 quella dell’isola Farnese; 9 ciascuna quelle di Castel San Pietro e di Monterotondo; 6 quella di Albano Laziale; 5 quelle di Frascati, di Castel Madama e di Genzano; 4 quelle di Morlupo e di Bellagra; 2 quelle di Colonna, del Sacramento di Cervara in Roma e di Monte Compatri; 1 quelle di Canterano e Guadagnolo.

Decine di immobili fanno capo a diverse Ancelle: le Ancelle francescane del Buon Pastore ne hanno 54 tra via Siculiana, via della Cava Aurelia e via Gaetano Mazzoni; quelle di Santa Teresa di Gesù Bambino 7 tra via Emilio Albertario, via Adriano, via Siculiana; quelle dell’Immacolata Bambina 2 in via Mongrando; quelle della Visitazione 2 in Santa Marinella; quelle dell’Incarnazione 1 in via Cogoleto

L’Arcidiocesi di Buenos Aires ha 4 immobili in piazza Buenos Aires, via Arna, via Tagliamento e viale Regina Margherita. Ss Giovanni Battista ed Evangelista ne ha 3 a Nettura, l’Agidae (Associazione gestori istituti dipendenti autorità ecclesiastica) 3 in via Vincenzo Bellini 10. L’Arciconfraternita di Santa Maria della pietà per i carcerati in Roma, infine, uno.

Potrebbe interessarti:http://www.romatoday.it

MORTA MADRE ANGELICA, LA POTENTE SUORA A CAPO DI UN IMPERO DEI MEDIA NEGLI USA

Fondatrice di un impero televisivo, che nel solo 2013 ha fatturato ben 46 milioni di dollari, si è spenta il giorno di Pasqua madre Angelica, volto televisivo notissimo negli Usa grazie alla sua trasmissione “Madre Angelica Live” trasmessa dal canale tv Eternal Word Television network da lei fondato nel 1981. Nata nel 1923 come Rita Rizzo a Canton, Ohio, madre Angelica entrò nelle clarisse del monastero di Cleveland a 21 anni. Con soli 200 dollari in tasca la vulcanica suora, nel 1981, cominciò a trasmettere un talk show televisivo a tema religioso dal garage del monastero di Birmingham nel quale viveva. Anno dopo anno lo show ha preso piede e la piccola trasmissione è diventata un potente network tv anche con la benedizione del Vaticano. Oggi Eternal Word Television Network è la più grande rete di media religiosi al mondo. Dispone di 11 reti televisive con 258 milioni di spettatori connessi tramite tv, radio internet, un quotidiano e un’agenzia stampa.

– See more at: http://www.rainews.it

Mancano i sacerdoti: liturgia celebrata da laici e donne. Si offrono i preti sposati

Rita Wismann con i chierichetti durante la liturgia pasquale a Suhr (RSI)

Pasqua senza il prete

Mancano i sacerdoti: liturgia celebrata da laici e donne in alcune parrocchie della Svizzera interna

La carenza di sacerdoti mette in difficoltà molte comunità cattoliche elvetiche che non riescono a garantire anche le funzioni religiose principali, come la liturgia pasquale. Per far fronte alla mancanza di preti in alcune località le chiese restano chiuse e i fedeli devono spostarsi. La diocesi di Basilea ha invece concesso il diritto di celebrazione anche ai laici e alle donne. Con il placet del vescovo possono celebrare anche tutti i sacramenti ad eccezione dell’eucaristia e della confessione.

 

E ai Vescovi della Svizzera italiana già dal 2012 aveva offerto la collaborazione per la celebrazione della S. Messa e del Sacramento della Riconciliazione, il Movimento dei sacerdoti lavoratori sposati, fondato nel 2003 da don Giuseppe Serrone e formato da preti sposati che sono ancora dentro la Chiesa Cattolica con un regolare percorso di dimissioni, dispensa dagli obblighi del celibato e matrimonio religioso.

Pediatri e medici di base, l’assistenza sarà 16 ore al giorno

Assistenza medica sul territorio garantita 16 ore su 24 e servizio notturno affidato al 118. E’ questa una delle novità previste dal documento integrativo dell’atto d’indirizzo per il rinnovo delle convenzioni con medici e pediatri di famiglia, licenziato dalla Commissione Salute delle Regioni. Obiettivo del documento, la “revisione e riorganizzazione dei processi assistenziali e di accesso alle prestazioni mediante il coordinamento dell’attività dei medici convenzionati e degli altri professionisti sanitari”.

L’atto di indirizzo, deliberato nel 2014 e ora integrato, si basa sulla revisione e riorganizzazione dell’assistenza e dell’accesso alle prestazioni mediante il coordinamento dell’attività dei medici convenzionati e degli altri professionisti sanitari. Prevede a questo scopo la creazione di Aggregazioni funzionali territoriali (Aft), articolate su un bacino di utenza massima di 30mila abitanti ma “senza incrementi di costo”, con lo scopo di garantire continuità dell’assistenza e, in ultima analisi, alleggerire il carico degli ospedali.

Riuniranno medici di cure primarie, pediatri di libera scelta e specialisti ambulatoriali e forniranno assistenza dalle 8 alle 20 nei giorni feriali, piu’ altre 4 ore fino alle 24 che saranno garantire dai medici definiti ”a rapporto orario’ , ovvero h16, mentre inizialmente doveva essere sull’arco di tutte le 24 ore. L’emergenza-urgenza subentrerà per coprire gli altri orari. Dopo una lunga gestazione si è ora quindi più vicini al traguardo: “questo significherà – spiega Massimo Cozza, segretario Fp Cgil Medici – la possibilità di riaprire finalmente dopo anni di blocco, le trattative tra Sisac e sindacati per il rinnovo degli accordi, che potranno ridefinire ruoli e funzioni dei medici convenzionati, anche per quanto riguarda gli aspetti economici”. Fermo è stato il no del Sindacato Medici Italiani. Secondo il segretario Pina Onotri l’h16 è “un sistema mai sperimentato”, che “produrrà uso improprio del 118 in ore notturne, intasamento del pronto soccorso, tagli alla guardia medica, con perdita di posti di lavoro”.

ansa

​I giornali tra carta e digitale scavalcando il «paywall»

Il Corriere della Sera è stato coraggioso a introdurre sul suo sito, per primo tra i grandi giornali generalisti italiani, il cosiddetto paywall: da fine gennaio si possono leggere gratis fino a venti articoli su corriere.it, mentre per leggerne di più occorre abbonarsi. In un mercato “normale” non ci sarebbe nulla di coraggioso nel chiedere di essere pagati in cambio del prodotto del proprio lavoro, ma nell’informazione su Internet – un po’ per abitudine e un po’ per le caratteristiche specifiche dell’economia digitale – pagare per leggere le notizie è considerata un’anomalia. Quindi ci vuole coraggio per aspettarsi che qualcuno sia disposto ad aprire il portafoglio per leggere le notizie su un sito preciso quando può trovare ovunque, gratuitamente, grosso modo le stesse informazioni (sapendo, nel frattempo, che limitare il numero di lettori significa anche rinunciare a certi incassi dagli inserzionisti pubblicitari). Se però tutti quelli che fanno informazione che potremmo definire “di qualità” prendessero coraggio e imitassero il Corriere adottando la linea del paywallallora il lettore non avrebbe scampo: per informarsi in maniera non superficiale sarebbe costretto a pagare.
Ad oggi non ha nemmeno senso cimentarsi in previsioni: la “rimediazione” del giornalismo scritto dalla stampa al digitale è così rapida e variegata che le sue possibili evoluzioni restano del tutto imprevedibili. Quello che sappiamo, perché a febbraio lo ha comunicato la stessa Rcs, è che nel primo mese di paywall il sito corriere.it ha avuto 26mila nuovi abbonati (tra i quali un numero imprecisato di lettori che avevano un altro tipo di abbonamento digitale e lo hanno convertito, con un piccolo sovrapprezzo, in uno nuovo).
Mentre l’industria dell’informazione aspetta di vedere i risultati che otterrà la cavia corriere.it per capire se ha senso o meno seguire il suo esempio, non si può fare finta di non vedere quello che ogni navigatore un po’ sgamato ormai sa, e che in realtà sanno diversi milioni di italiani, dato che ne hanno già scritto molti siti: il paywall di corriere.it è un muro pieno di buchi. Basta non accettare i cookies o navigare nella modalità “in incognito” per ingannare il sistema in maniera del tutto legale e ripristinare ripetutamente il conteggio dei venti articoli gratuiti. Insomma: non pagare è così semplice che – anche questo non lo diciamo per primi – viene il dubbio che tutte queste scorciatoie siano state lasciate volutamente aperte per non rinunciare del tutto a parecchie migliaia di lettori tanto scaltri quanto indisposti a pagare. Ci vuole coraggio anche a non farsi abbindolare.
Avvenire

Al cinema “Come saltano i pesci” Film coraggio su fede, famiglia e una bimba down

Matteo è un ragazzo di 26 anni con una vita perfetta: un sogno nel cassetto, due genitori, Italo e Mariella, che lo amano profondamente e una sorellina, Giulia, affetta da sindrome di down che vede in lui il suo eroe. Tutto si sgretola quando riceve una telefonata. Il suo mondo era costruito attorno ad una terribile bugia. Da qui inizia un’avvicente avventura umana alla ricerca della verità, che tocca con delicatezza i temi della famiglia, della fede e del perdono, nel nuovo film di Alessandro Valori Come saltano i pesci, in sala dal 31 marzo.
Una piccola e coraggiosa produzione indipendente targata Multivideo e Linfa, che mette a confronto adolescenti e adulti, con un cast di tutto rispetto. Accanto ai giovani protagonisti Simone Riccioni, (Universitari – molto più che amici), Brenno Placido e Marianna Di Martino, sorprende per bravura un inedito Biagio Izzo per la prima volta in un ruolo drammatico, quello di un padre fallito, accanito giocatore. Mentre Giorgio Colangeli e Maria Amelia Monti sono due genitori credenti, in conflitto con le loro coscienze appesantite da un’ombra lontana. E se le colpe dei padri ricadono sui figli, spetterà proprio a loro, ai giovani, trovare la forza per fare chiarezza ed arrivare a perdonare.

«Per noi la famiglia è il mattone su cui si fonda la società – spiega il regista Valori –. È il posto dove uno deve trovare amore e rispetto. E dove a dominare non deve essere il rancore, ma il perdono». Un concetto niente affatto vago in questo film, bensì dichiaratamente cristiano. Incarnato nel protagonista Matteo, che davanti a un magnifico tramonto tra i colli marchigiani non ha paura di dialogare a voce alta con Dio, anzi con Gesù, «che poi Dio e Gesù son la stessa cosa» cerca di spiegare alla sua allibita compagna di viaggio, incalzandola sulla sua vaghezza spirituale: «O ci credi o non ci credi, chiamalo come ti pare ma quello è. Adesso invece prendiamo la fede, la tagliamo e ce la ricuciamo come ci pare a noi…». Parole che non si sentono spesso nel cinema italiano e che rispecchiano le convinzioni dello stesso protagonista Simone Riccioni (che è anche cosceneggiatore e produttore del film), nato e cresciuto in Uganda fino ai 10 anni, figlio di un anestesista rianimatore e di una professoressa di matematica, in missione in Africa per conto dell’associazione dell’AVSI, come volontari laici.

«La fede fa parte della vita – aggiunge il regista –, tutti noi, credenti e non ci interroghiamo sul nostro destino. C’è un mondo fatto di credenti che il cinema non racconta mai. La religiosità è un valore enorme, negarlo sarebbe miope». A fare da chiave di volta in una storia in cui si intrecciano destini sconosciuti e fanno capolino tematiche come la droga, l’azzardo, il tradimento, è la tenerissima figura di Giulia, la sorellina down interpretata con spigliato divertimento da Maria Pia Rosini. Cresciuta nei laboratori teatrali dell’Anffas di Macerata, sarà lei con la sua schiettezza a sciogliere i nodi principali della storia. Una storia che propone un autentico “salto” a pié pari nella speranza nel futuro. Un film appassionante da cui è già stato tratto l’omonimo romanzo (firmato da Jonathan Arpeti e dal poliedrico Riccioni, in libreria per da Leone editore) in cui si approfondiscono i caratteri e i vissuti dei protagonisti. Con la preziosa postfazione di monsignor Giovanni D’Ercole.

Avvenire

il sogno di una chiesa diversa

di Aldo Maria Valli

in “www.aldomariavalli.it” del 3 marzo 2016

Umiltà, povertà, spirito evangelico. I richiami di Francesco in questo senso sono continui. E li rivolge prevalentemente ai chierici, spesso ai vescovi. Se lo fa, vuol dire che la Chiesa, specie nei suoi vertici gerarchici, è malata. Malata di superbia, sfarzo, ricchezza, mancanza di spirito evangelico. Ma siamo sicuri che i richiami bastino?

Don Vinicio Albanesi, nel libro Il sogno di una Chiesa diversa. Un canonista di periferia scrive al Papa (Áncora, 112 pagine, 14 euro), sostiene che l’umiltà e la povertà, anche quando vengono applicate e realizzate, non bastano più. Occorre la riforma del sistema.

Non solo le persone devono ispirarsi al Vangelo, ma anche l’organizzazione. L’appello a un comportamento evangelico non può avvenire continuamente in opposizione alla struttura. Occorre rivedere in senso evangelico lo schema strutturale dell’organizzazione della Chiesa.

Don Vinicio, responsabile della Comunità di Capodarco, che conta quattordici comunità residenziali sparse in dieci regioni, parla da prete di strada, abituato al confronto duro con la realtà. Ma parla anche da canonista (è docente di diritto canonico e vicario giudiziale del Tribunale ecclesiastico delle Marche): una doppia prospettiva che gli consente di dare giudizi accorati ma mai generici.

Prendiamo il problema del distacco tra apparato ecclesiastico e fede delle persone. I due mondi, denuncia don Vinicio, sono distanti. L’apparato è lontano, estraneo, diffidente, se non oppositivo, rispetto a quanto le persone vivono ogni giorno. Ma, anche qui, i richiami alla buona volontà dei singoli non sono sufficienti. Il problema va affrontato mettendo mano alla struttura. Il diritto della Chiesa trasuda di clericalismo, maschilismo e autoritarismo. I contenuti della legge ecclesiastica sembrano preoccuparsi solo della vita del clero. I laici sono presi in considerazione in modo marginale e quasi come sudditi.

Nel Codice di diritto canonico c’è un’attenzione ossessiva alla questione della potestà: chi comanda e come. Di qui l’autoritarismo. Il papa Francesco fa sentire la sua voce contro carrierismo e arrivismo, e fa bene. Ma il problema è strutturale. E accanto all’autoritarismo c’è il burocraticismo. L’attenzione è tutta per la norma, non per la persona. La coscienza non è coinvolta. Lo spirito evangelico sembra una cosa estranea.

La comunione non ha luoghi in cui esprimersi, e così la collegialità episcopale. Lo schema è autoritario e gerarchico. E chi pone il problema viene guardato come pericoloso contestatore che pretende di portare la democrazia nella Chiesa. La Chiesa, si risponde, non è realtà politica! E così si chiude ogni possibilità di discussione.

La verità, sostiene don Vinicio, è che il sistema, così com’è, è fatto per garantire l’uniformità, non la libertà e l’unità.

E vogliamo parlare della commistione tra sacro e profano? Le domande di don Vinicio sono pressanti. Perché il papa deve essere capo di Stato? Che cosa c’entra il ruolo politico con il Vangelo? Perché la Santa Sede deve avere ambasciatori, i nunzi, come uno Stato? Perché la Chiesa cattolica deve stipulare concordati con il potere politico, entrando in una logica di do ut des che inevitabilmente la lega ai potentati? Si dice che questi meccanismi garantiscono la libertà. Ne siamo certi? Non garantiscono forse qualcosa d’altro: entrate economiche, privilegi, compromessi?

Tutto da rivedere anche il quadro per ciò che concerne la gestione di denaro e ricchezze. La storia ci dice che gli appelli all’onestà e alla trasparenza, per quanto nobili, sono ininfluenti. Il problema, ancora una volta, sta nelle strutture. Solo la riduzione drastica delle funzioni civili (pensiamo alle nunziature) ed ecclesiali (le varie curie) può permettere una riduzione dei costi e un allontanamento

reale della Chiesa dalla ricchezza e dalle tentazioni. Non si possono condannare, giustamente, le speculazioni finanziarie e nello stesso tempo mantenere un sistema che ne ha bisogno per alimentare se stesso.

Quale Chiesa vogliamo? Questa è la vera domanda. Secondo don Vinicio, già autore di un altro libro istruttivo e coraggioso come I tre mali della Chiesa in Italia, oggi, a ogni livello, la Chiesa appare ed è un apparato che ha molto a che fare con le norme, con le leggi, e poco o nulla con lo Spirito. Abbiamo una visione di Chiesa distorta. Diciamo Chiesa e pensiamo a una piramide, a un sistema gerarchico, dominato dall’ossessione della potestà: la Chiesa come struttura che gestisce e amministra il potere. E il Vangelo dov’è?

Bisogna avere il coraggio di introdurre la riflessione sulla natura della Chiesa. Se lo si fa, ci si accorge che gran parte delle strutture non hanno nulla a che fare con Gesù e il suo Vangelo. Sono realizzazioni umane, incrostazioni storiche, meccanismi mutuati dalla società civile e politica.

In quanto società umana la Chiesa ha certamente bisogno anche di regole. Ma oggi la regola prevale sullo Spirito e sembra allontanare la persona e le comunità da Dio. Le regole nella Chiesa hanno senso solo se favoriscono l’incontro con Dio. C’è bisogno di un grande lavoro di semplificazione, e c’è bisogno di mettere al primo posto non lo strumento (la norma), ma il fine (l’avvicinamento a Dio).

Il modello di Chiesa andrebbe ripensato completamente. Da gerarchico, normativo e chiuso dovrebbe diventare spirituale, leggero, aperto. Senza questo ripensamento anche le più nobili esortazioni di un papa come Francesco sono destinate a incidere solo superficialmente.

Una Chiesa ossessionata dalla questione della potestà e delle funzioni è una Chiesa debole, che in fondo ha paura. E’ la paura che la spinge a dotarsi di questa struttura pesante e clericale.

Da dovei può venire il cambiamento? Non dai soli appelli, ma da un ripensamento profondo dell’idea di Chiesa. E dall’apertura ai laici. Oggi il laico è guardato in fondo con sospetto dalla struttura clericale. Bene che vada, lo si considera uno strumento utile per svolgere alcune funzioni di servizio. E’ un collaboratore, un subordinato. Non è una risorsa, non lo è pienamente. Anche del laico, in fondo, si ha paura. Ci si fida solo dei laici clericalizzati. Non si capisce che una maggiore presenza dei laici, e un loro maggiore coinvolgimento, garantirebbe al chierico, a tutti i livelli, di limitare il rischio della chiusura e del clericalismo. E’ il laico che apre al mondo. E’ il laico che porta il mondo nella Chiesa, che mette a confronto i mondi, che permette di fare i conti con la realtà.

La questione del ruolo dei laici porta con sé quella del sacerdozio comune. Nonostante il Concilio Vaticano II, oggi pensiamo alla Chiesa come gerarchia (la piramide) e non come comunità di battezzati uguali. Ha voglia il papa Francesco di ricordare che nella Chiesa non ci sono differenze! In realtà tutta l’organizzazione privilegia la differenza a scapito dell’uguaglianza. Abbiamo una radicata visione di Chiesa che ignora totalmente il fatto che ogni battezzato, in quanto tale, partecipa alla triplice funzione di insegnare, santificare e governare.

Pasqua di Risurrezione

Dal Vangelo secondo Giovanni (20,1-9)
Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo, e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti.

Per meditare
Questo racconto dà inizio alla presentazione del giorno di Pasqua. Esso mette in scena la visita al sepolcro da parte di Maria Maddalena, poi la visita da parte di Pietro con l’altro discepolo, infine la fede del discepolo amato.
Questo inizio enuncia le circostanze di tempo e di luogo; è il primo giorno della settimana, quello che sarà poi per i cristiani il giorno del Signore, la domenica; questa notizia rispecchia la tradizione riferita dai Sinottici. La notazione del buio può avere forse un valore simbolico: le tenebre sono anche interiori per Maria Maddalena che non è ancora illuminata da una fede perfetta. Il sepolcro è descritto per l’assenza della pietra.
La notizia che la donna riporta a Pietro e al discepolo amato indica una interpretazione: il corpo è assente perché è stato portato via. Tale messaggio costituisce un invito oggettivo per i discepoli a recarsi al sepolcro.
La descrizione molto vivace contiene dei particolari che hanno significato: vi è una duplice precedenza reciproca dei due discepoli fra loro, il discepolo amato arriva per primo al sepolcro, Pietro arriva dopo, ma entra per primo. La precedenza del discepolo amato nella corsa si aggiunge ad altre sue precedenze: egli introduce Pietro presso i sommi sacerdoti (Gv 18 16), egli è l’unico discepolo presso la croce (Gv 19, 26-27), egli per primo riconoscerà Gesù risorto sul lago (Gv 21, 8). La precedenza di Pietro nell’entrare nel sepolcro è invece un riconoscimento nel quale è simboleggiato un ufficio. Lui sarà il capo degli apostoli anche dopo la Pentecoste.
Vi è poi la descrizione dell’interno del sepolcro, che non era stato notato da Maria Maddalena: il modo come sono trovati i panni, le bende e il sudario sono il segno che il corpo del Signore non può essere stato trafugato.
Il significato di tutto questo primo racconto pasquale sta in questa frase: «Vide e credette». Il messaggio comunicato è la fede del discepolo nella risurrezione di Gesù connessa con la visione del sepolcro vuoto e delle bende e dei panni ripiegati. In tale modo l’evangelista annuncia il Cristo risuscitato e glorioso. Noi crediamo su questa testimonianza della fede dei primi discepoli, che ne hanno avuto l’esperienza.

+ Nazzareno vescovo

(Testo tratto da: Nazzareno Marconi, Verso la Pasqua 2016)

Religione a scuola e insegnanti laici

Egregio Direttore, ho letto con grande interesse l’articolo: “Giovani lontano dalla Chiesa: bisogna volergli bene”, di mercoledì 23 marzo. L’intervento di Mons. Cairati in occasione delle feste “più importanti per un cristiano”, quelle pasquali.

Mi permetto di fare qualche osservazione su alcuni passaggi dell’articolo, senza aver avuto la possibilità di leggere l’intervento completo.

Colpisce il riferimento alla presenza delle parrocchie nelle scuole superiori e l’auspicio che l’insegnamento della religione cattolica sia affidato ai preti.

«E’ importante quindi la presenza delle parrocchie nelle scuole superiori, ad esempio con l’insegnamento da parte dei preti nell’ora di religione. Soprattutto parlando di temi etici, si fa fatica ad integrare le visioni della Chiesa e dell’uomo. E’ fondamentale quindi argomentare».

È oggi pensabile che si possa recuperare il mondo giovanile “occupando” lo spazio pubblico della scuola con la presenza del clero?

Dalla fine del Concilio Vaticano II si è molto parlato, e tanto si è fatto, per la formazione dei laici, così da creare in quasi tutte le diocesi italiane gli Istituti Superiori di Scienze Religiose.

La presenza di molti laici, come insegnati di religione nella scuola, ha contribuito a recuperare la dimensione culturale del cristianesimo, a farlo riscoprire come anima del processo di sviluppo dell’Occidente e non solo (penso all’opera delle Missioni). Non ultimo, grazie a molti insegnanti laici che, oltre al sapere teologico, hanno preparazione in molte altre discipline del sapere, gli studenti hanno potuto usufruire di percorsi interdisciplinari per la loro formazione. Mi sembra, forse mi sbaglio, che si voglia “rioccupare” uno spazio, per riattivare un processo di catechesi, più che di formazione culturale. Il sospetto mi viene quando viene detto: «Soprattutto parlando di temi etici, si fa fatica ad integrare le visioni della Chiesa e dell’uomo». Forse il punto è proprio questo: la presentazione dell’antropologia cristiana è prerogativa del clero, o il cristiano, in quanto portatore di uno statuto epistemologico che ha nel Vangelo la sua intelligenza, è in grado, da solo, di presentare e proporre un valore di senso, che ha (certamente) nella Chiesa il suo indirizzo? L’autenticità del Messaggio è peculiarità di alcuni o non è forse espressione di una condivisione che, nella diversità dei compiti (non mi sfugge il tema della ministerialità, ma non è questo il luogo per tale discussione), trova la sua forma più completa e adatta per ogni situazione? Si è molto parlato di complementarietà dei ruoli e ancora siamo a rivendicare l’esclusività dei compiti. Quello educativo appunto!

Prima di passare a questo secondo aspetto, mi soffermo per un istante sull’espressione:«E’ fondamentale quindi argomentare». Non voglio essere polemico, semplicemente riaffermare come sia specifico dell’uomo formato, la capacità argomentativa. Non è prerogativa specifica di alcuni l’intelligenza argomentativa su temi etici o teologici. Se così fosse verrebbero messi in discussione gli anni di studio dei laici negli ISSR e del loro continuo aggiornamento in istituzioni universitarie.

E sono alla seconda parola che vorrei richiamare: educazione. Lo faccio a proposito di un altro passaggio dell’intervento di Mons. Cairati: «Il problema è che la famiglia non educa più alla fede, non presenta modelli cristiani attraenti». Mi sembrano i soliti modi di dire, che da tante parti si sentono.

Verrebbe anche qui da domandarsi: l’educazione alla fede non è forse responsabilità di chi è chiamato a guidare la comunità cristiana? La coltivazione e l’irrobustimento di quel seme che viene consegnato nell’atto battesimale, non è forse compito educativo della comunità cristiana e di chi la guida?

Se interpreto bene: come fa la famiglia a presentare modelli cristiani attraenti” se non ci sono luoghi dove poterli incontrare e conoscere? Condivido quando si parla di «Chiesa in uscita» (espressione oggi molto in voga) e di ricerca di «luoghi esemplari che si propongano come modelli da imitare per uscire dalla tradizione». Ma dovremmo ancora domandarci: non è compito del cristiano laico quello di essere lievito in un terreno argilloso che sembra sordo a proposte di valore, di buon senso (di senso buono) e di fede?

Il tentativo di “occupare” ancora gli spazi pubblici da parte del clero (vedi il riferimento alla presenza del prete nei Manieri del Palio), mi pare un controsenso e un modo per ricadere dentro quella tradizione dalla quale si dice di voler uscire.

Ringrazio per l’attenzione.

Cordiali saluti,

Un cristiano qualunque

 legnanonews.com

Prete di una città con le chiese che si svuotano contrario ai preti sposati in Italia

Don Michele Tartaglia, contrario al lavoro dei preti sposati che si sono dimessi nella Chiesa

Si tratta di don Michele Tartaglia della Cattedrale di Campobasso: «Non siamo più un punto di riferimento così scontato e l’esigenza spirituale è diventata un po’ fai da te» ha affermata in un’intervista a primonumero.it. Don Michele ha 46 anni, da cinque è sacerdote in una delle chiese più centrali della città. In Cattedrale c’è un vivace e attivo gruppo scout, si fa catechismo e in tanti seguono lì la messa per comodità (è a due passi da corso Vittorio Emanuele) anche se non vivono nella zona.
Don Michele  ha, come molti per la verità, un profilo facebook, possiede un cellulare di ultima generazione che squilla di continuo, ha diversi incarichi per conto della Curia, viaggia «ma per lavoro» e insegna Sacre scritture all’università di Chieti. «Oggi i preti fanno molte attività, bisogna essere multitasking» dice sorridendo don Michele convinto che la nuova missione della chiesa sia quella di rintercettare i bisogni.
Ha idee originali don Michele anche rispetto «a quei ‘fondamentalisti’ del Family day» e ai preti sposati: «Sì, sono favorevole, ma non in Italia perché non c’è ancora questa necessità, Ci sono paesi, in Africa o in Sudamerica, dove i sacerdoti sono pochissimi e lì un ragionamento andrebbe aperto ma non tanto sul far sposare i preti, ma sul far fare i preti a quelli sposati, che è cosa ben diversa».

Il movimento dei sacerdoti lavoratori sposati aveva lanciato anche alla diocesi  di  Campobasso un’offerta di collaborazione per le chiese chiuse; offerta, come al solito, disattesa dal Vescovo Diocesano.

Ora, “dopo le dichiarazioni di un giovane prete come don Michele, siamo profondamente delusi… Ancora chiusure per i preti sposati e la campagna di riammissione nella Chiesa”.

Accusato di pedofilia Jesús Delgado, segretario e postulatore della causa di beatificazione di Romero. Lo sconcerto della Chiesa

ALVER METALLI
L’accusa è di quelle più infamanti nel XXI secolo: pedofilia; l’accusato è uno che non ci si aspetterebbe mai, un insospettabile, e non solo questo, è un rispettato e ben noto chierico protagonista di una fase eroica della vita della Chiesa latinoamericana, nientemeno che il segretario dell’oggi beato Romero, Jesús Delgado, suo biografo numero uno e grande promotore del processo che a maggio ha portato sugli altari il vescovo martire. La Chiesa salvadoregna, in gran silenzio, ha investigato una denuncia di abuso sessuale a suo carico e ha risolto di sospenderlo «da tutte le funzioni sacerdotali, pastorali e amministrative». Un provvedimento rapido e ultimativo, quasi un’ammissione di responsabilità a nome dell’accusato, che non per questo suona come meno sconcertante. L’annuncio pubblico l’ha dato mercoledì 25 un amico di Jesús Delgado, il cancelliere dell’arcivescovado di San Salvador, Rafael Urrutia, a nome dell’arcivescovo Escobar Alas. Urrutia si sta occupando della seconda fase del processo Romero, quello che dovrà farlo proclamare santo. Inoltre ha istruito la causa di Rutilio Grande che è già a buon punto, forse a un passo dagli altari.È stato nominato vicepostulatore diocesano del processo «con ordinanza a Roma il 16 giugno di quest’anno» e aveva espresso poco tempo fa la convinzione che sarebbe proceduta speditamente con risultati in tempi relativamente brevi. «Credo che anche a Roma la storia di Romero abbia lasciato un segno» disse a Terre d’America poco dopo la nomina. E dopo Rutilio «tutti gli altri» aggiunse, facendo riferimento a «una sola causa per tutti», seminaristi, sacerdoti, catechisti assassinati prima e dopo Romero, circa 500 quelli di cui si stanno istruendo specifici dossier.

Torniamo a Secundino de Jesús Delgado Acevedo, questo il nome per intero, e a quanto si è saputo nelle 48 ore trascorse dal momento dello shoccante annuncio. Delgado fino a mercoledì era vicario generale dell’arcidiocesi di San Salvador, dunque ricopriva la terza carica gerarchica dopo l’arcivescovo Escobar Alas e il vescovo ausiliare Gregorio Rosa Chávez. Delgado è stato in prima fila il 30 ottobre a Roma, quando una delegazione di vescovi, religiosi e laici salvadoregni si è recata in Vaticano per ringraziare il Papa per la beatificazione di Romero e ha perorato la causa di una pronta canonizzazione, mettendo nelle mani della Congregazione per le Cause dei Santi dei materiali relativi a possibili miracoli del Vescovo Martire. E anche in questo Delgado era parte in causa.

Da Urrutia si è saputo che la denuncia contro Delgado è stata presentata alla «Segreteria per l’inclusione sociale» di San Salvador, una struttura di tutela dei diritti dei minori, e da questa portata a conoscenza della Chiesa locale prima della visita della delegazione di salvadoregni a Roma. «In quel momento ha inizio l’investigazione, se esiste una denuncia ben fondata» ha precisato il cancelliere. Una cosa che richiede comunque del tempo e che ha portato l’arcivescovado «alla decisione di realizzare il viaggio a Roma per poi procedere con l’indagine» al ritorno. Tale adempimento, secondo Urrutia, spiegherebbe la presenza di Delgado nella comitiva pur pesando su di lui l’infamante sospetto. Vanda Pignato, che della Secretaria de Inclusión Social di San Salvador è direttrice, nonché moglie dell’ex-presidente Mauricio Funes, in una dichiarazione di queste ore ha lasciato intravvedere un possibile sviluppo in quello che a tutti gli effetti è diventato un caso di risonanza mondiale. «Non faremo mai il nome della donna e neppure divulgheremo il racconto che ci ha fatto, che è confidenziale» ha aggiunto. «Perché ci sono altre vittime sicuramente e se i mezzi di comunicazione vogliono sapere della vittima… le altre vittime avranno paura di presentare una denuncia». Non è chiaro se il riferimento ad altre vittime si riferisca a Delgado o alla reticenza che in generale sopravviene in una denunciante quando il proprio nome rischia di diventare pubblico.

La grande domanda se la pone oggi Carlos Colorado sul sito SuperMartyrio di cui è direttore. Cosa significa la vicenda Delgado per la causa di canonizzazione del beato Romero ancora in corso? Che ripercussioni potrà avere? E, soprattutto, ce ne possono essere di obiettive? A poco vale, come taluni già stanno facendo, minimizzare il ruolo di Delgado come collaboratore di Romero e insinuare una sorta di appropriazione indebita di una funzione che in realtà non aveva nelle proporzioni attribuitegli. Lo stesso beato Romero si riferisce nel suo «Diario» a «padre Jesús Delgado che mi accompagna come segretario alla conferenza episcopale di Puebla (26 gennaio 1979)».

È poi noto che Romero lo propose, inutilmente, all’episcopato, per cercare di cambiare un equilibrio che gli era sfavorevole all’interno della Conferenza episcopale di El Salvador.

Di due cose, invece, va preso atto. La prima: la sospensione di Delgado «da tutte le funzioni sacerdotali, pastorali e amministrative» disposta mercoledì include anche «la sua partecipazione alla commissione postulatrice davanti al Vaticano delle cause di monsignor Óscar Arnulfo Romero e di padre Rutilio Grande». Quindi da questo momento Delgado non avrà più voce in capitolo nel cammino del beato Romero verso gli altari.

La seconda, e più decisiva. La donna che lo accusa di averla violata ha oggi 42 anni. All’epoca dell’abuso ne aveva 9. Fatti alcuni rapidi conti se ne desume che «el romance» come sono soliti designare queste situazioni i confratelli di abito, è iniziato nel 1982, due anni dopo l’assassinio di Romero. Dunque la sua reputazione è intatta, nessuna ombra di complicità lo può sfiorare. Ma anche così la notizia è di quelle che stringono le viscere di un credente in una morsa. Urrutia ha rivelato che la denunciante non ha reclamato indennizzi di sorta e ha sollecitato, come riparazione, che Delgado lasci il ministero e gli chieda perdono. «Abbiamo parlato con lui (Delgado) e lui è disposto a riunirsi con la vittima per chiederle perdono».

Per la legge salvadoregna il risvolto penale di un abuso commesso 33 anni fa (se riconosciuto o comprovato) è caduto in prescrizione. Per la Chiesa no.

Terre d’America

Nella musica classica La forza delle lacrime

musica
di Chiara Bertoglio | 25 marzo 2016 – vinonuovo.it
Nella Passione secondo Matteo di Bach è un violino a dire che laddove la supplica dell’essere umano sembra senza speranza, la Grazia divina la completa, la incornicia e le dà compimento

Clicca qui per vedere il video

 

Johann Sebastian Bach: “Erbarme Dich” dalla Passione secondo Matteo

L’aria che proponiamo a coronamento del nostro itinerario di Quaresima nell’anno della Misericordia è una delle più incantevoli creazioni di Bach ed uno dei momenti più indimenticabili della Passione secondo Matteo. Il suo testo verbale è scarno, essenziale: è un’invocazione di pietà rivolta alla misericordia di Dio, cui il credente si appella non per i propri meriti, ma solo per la forza delle proprie lacrime. La compassione che la contemplazione della Passione suscita nel fedele è l’appiglio cui egli si aggrappa per suscitare, a sua volta, la compassione del suo Dio. L’aria esprime i sentimenti di Pietro dopo che ha rinnegato il Signore, e segue immediatamente la proclamazione, in recitativo, del testo evangelico in cui si narra del suo pianto amaro. I protagonisti musicali dell’aria sono due, il contralto e il violino solista, accompagnati dagli archi dell’Orchestra I. Il timbro di questi ultimi era stato sempre associato, nella Passione secondo Matteo, alla voce di Cristo, della quale aveva sempre costituito una sorta di aureola musicale. Il violino intesse attorno alla voce delle ghirlande di note e di “sospiri”, secondo il classico topos della musica barocca; entrambi i solisti ripetutamente presentano un frammento melodico che in Bach rappresenta la preghiera ed il desiderio. L’agilità e l’estensione del violino, che abbracciano e trascendono quelle della voce umana, sembrano suggerire che laddove la supplica dell’essere umano sembra senza speranza, la Grazia divina la completa, la incornicia e le dà compimento.