Reddito di cittadinanza: da due anni il testo in Parlamento. Che fine ha fatto?

Arriva un nuovo piano per la povertà del governo. Ma, che fine ha fatto nel frattempo la proposta di legge cavallo di battaglia del Movimento cinque stelle sul reddito di cittadinanza e per l’introduzione del salario minimo orario?

Il testo, primo punto del programma elettorale del Movimento, depositato il 29 ottobre 2013 e sottoscritto da tutto il gruppo cinquestelle di Palazzo Madama è stato assegnato alla commissione Lavoro del Senato il 23 giugno 2015. E il 7 gennaio 2015 è iniziato il suo percorso ed è stato deciso il relatore: la senatrice Annamaria Parente del Pd.

E’ stato poi formato un comitato ristretto. Si tratta di una procedura per tentare di arrivare a un’intesa per far procedere il provvedimento. L’ultima riunione del comitato ristretto si è tenuta il 28 gennaio scorso.

La commissione ha acquisito una serie di documenti e dati in materia. Ecco quella dell’Istat (LEGGI).

Il TESTO istituisce il reddito di cittadinanza finalizzato a contrastare la povertà, la disuguaglianza e l’esclusione sociale, a garantire il diritto al lavoro, la libera scelta del lavoro, nonché a favorire il diritto all’informazione, all’istruzione, alla formazione, alla cultura attraverso politiche finalizzate al sostegno economico e all’inserimento sociale di tutti i soggetti in pericolo di emarginazione nella società e nel mondo del lavoro.

Il punto sul provvedimento viene tenuto direttamente sul blog di Beppe Grillo. (LEGGI).
Anche Sel e la Minoranza Pd sono d’accordo sulla proposta di istituire un reddito minimo di cittadinanza.

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Vittima di pedofilia da parte di un sacerdote. “La Curia di Napoli del cardinale Sepe mi ha offerto 250 euro per risarcirmi”

“Avevo 13 anni. Il sacerdote mi ha detto se volevo andare a pranzo da lui e a me è sembrato un onore. Non avrei mai immaginato quello che è successo dopo”. Diego (nome di fantasia) adesso di anni ne ha 39 e da sei giorni ha iniziato lo sciopero della fame. La Curia di Napoli del Cardinal Crescenzio Sepe, racconta il Fatto Quotidiano, avrebbe stabilito per lui un risarcimento di soli 250 euro per la violenza subita da un sacerdote quando era ancora ragazzino e l’uomo ha deciso di protestare rifiutando di mangiare. Allo sciopero si sono uniti anche il suo avvocato Sergio Cavaliere e Francesco Zanardi, presidente della rete abuso.

Si legge sul Fatto Quotidiano:

Tutto comincia all’improvviso sei anni fa, quando Diego prova un dolore fortissimo al ventre. “Mi mancava il fiato, mi sentivo morire”, racconta. E Diego attraverso quella frattura vede un capitolo del suo passato che aveva completamente rimosso: “È riemersa la violenza. Avevo 13 anni, il mio professore di religione era don S., un sacerdote molto stimato. Io venivo da una famiglia religiosissima, mio padre quando andavamo in vacanza ci portava a visitare i santuari. Così quando il sacerdote mi ha detto se volevo andare a pranzo da lui a me è sembrato un onore. Non avrei mai immaginato quello che è successo dopo”. Il racconto ricorda quello di tanti altri bambini: il prete che si siede sul letto, che gli chiede di mettersi vicino a lui. Che poi lo bacia, gli fa violenza approfittando di quello stato di sottomissione e vergogna.

Quando tutto è riemerso in superficie e Diego ha scoperto che il sacerdote ancora insegnava si è recato da lui registrando una conversazione nella quale il prete non avrebbe negato le violenze. Sapendo che il fatto era ormai prescritto l’uomo, anziché recarsi in Tribunale, si è rivolto alla Chiesa e dalla Curia di Napoli, secondo il suo racconto, sarebbe arrivata solo una busta bianca, contenente 250 euro.

Diego va avanti per la sua strada e fa arrivare un messaggio al Vaticano. Il 26 marzo parte una lettera dalla Segreteria di Stato: “Sua Santità la ringrazia e invoca su di lei la protezione della Vergine Maria. Quanto è stato da lei cpomunicato è stato portato all’attenzione dell’autorità competente”.

Sono trascorsi due anni dal quel giorno e Diego ancora aspetta giustizia. Alle sue minacce di uccidersi se quel silenzio fosse continuato è stato risposto con una segnalazione alla Questura e gli è stato tolto il porto d’armi, di cui era in possesso in quanto guardia giurata. Il suo sciopero della fame continua.

Dio e Natura. La teologia laica ed ecologica

Teologo e scrittore, Vito Mancuso ha firmato diversi titoli di successo, in particolare “L’anima e il suo destino” (Raffaello Cortina, 2007), “Io e Dio. Una guida dei perplessi” (Garzanti, 2011), “Il principio passione.La forza che ci spinge ad amare”(Garzanti 2013), tre bestseller da oltre centomila copie con traduzioni in molte lingue. Il suo pensiero si distingue per le posizioni non sempre allineate con le gerarchie ecclesiastiche, sia in campo etico sia in campo strettamente dogmatico. Dal 2009 è editorialista del quotidiano La Repubblica. Da marzo 2013 è docente di “Storia delle dottrine Teologiche” presso l’Università degli Studi di Padova. Il suo ultimo libro è Dio e il suo destino (Garzanti Editore, novembre 2015), che sta presentando in tour in questi giorni in varie città italiane.

D) Mancuso, perché ha intitolato il suo libro “Dio e il suo destino”?

R) Un po’ perché mi sono ricollegato al mio libro precedenteL’anima e il suo destino, ma soprattutto perché penso che fino a quando il concetto di Dio non venga liberato da quello di Deus, ovvero l’archetipo occidentale del pensare il divino, il destino dell’esperienza religiosa oggi sia segnato. Penso che i concetti religiosi oggi, per poter tornare a toccare la vita pulsante della quotidianità, per tornare alla mente, alle mani e al cuore, debbano uscire dal recinto, diventare consolanti e avere intersezioni con più ambiti possibili per diventare interessanti.

D) Nel suo libro afferma che Dio dovrebbe essere antifascista: in che senso?

R) Ho ripreso la definizione “antifascista” da una battuta di Don Gallo, il quale mi disse che per lui alla fine non era così fondamentale capire tutta l’essenza di Dio, il significato della trinità, ma l’importante era che Dio fosse antifascista. Al di là della battuta, il senso di questa affermazione sta nell’intuizione più pura del divino: c’è una modalità di presentarlo e di viverlo che è fascista, è vissuto come qualcosa che vuole imporre se stesso. L’idea di Dio cristiano, all’interno della Bibbia ma anche in alcuni tratti del Vangelo, è fascista e qui sta il grande paradosso del Cristianesimo: il bene viene messo al centro della comunità, ma questo bene viene veicolato attraverso un Dio che è funzionale alla volontà di potenza per se stessa, a prescindere da ogni contesto. Per questo in Occidente questa idea di Dio non viene più considerata interessante per la propria vitalità. Secondo me invece la visione più matura è quella di Dio come bene, come amore, come relazione armoniosa, perché è più capace di entrare in contatto con la vita e di custodirla e preservarla.

D) Che cosa l’ha portata ad avvicinarsi alla religione così tanto da farsi ordinare sacerdote e poi ad allontanarsene per osservarla come teologo?

R) Ero molto giovane, frequentavo gli ultimi anni del liceo, e avevo deciso di ordinarmi sacerdote perché ero molto affascinato dall’idea della vita come amore, come relazione armoniosa. Ho ricordi bellissimi di quel periodo. A 23 anni fui ordinato sacerdote,dopo un anno però capii che, sebbene non avessi perso la mia vocazione dal punto di vista intellettuale, non potevo vivere senza l’espressione anche fisica dell’amore per una donna e che nel ruolo di sacerdote io ero soltanto un tramite per la voce del padrone, senza autonomia. Oggi penso che sia necessario laicizzare il pensiero religioso, ma non per depauperarlo, bensì al contrario per renderlo più efficace.

D) Ambiente e natura: quali definizione può dare come teologo e come credente?

R) L’ambiente è una particolare manifestazione della natura. La natura non si identifica con l’ambiente tout court. L’ambiente è l’ambito entro il quale io mi muovo. Ma io stesso sono natura. È necessario distinguere fra natura naturata e natura naturans.L’ambiente è la natura naturata, è ogni manifestazione concreta e visibile di tutto ciò che è costituito da materia e ha un corpo. Lanatura naturans è il principio naturante, il principio vitale,l’energia. La natura nel senso più potente. Non a caso il termine deriva dal participio futuro nascituro, ciò che deve sempre nascere. Non avremo mai nessun contatto con l’essenza divina, ma con la sua energia sì, proprio attraverso la natura, questa è la definizione del credente.

D) E qual è il suo rapporto con la natura?

R) Io sono aria, acqua, fuoco e terra. Non posso considerare la natura come qualcosa di esterno con cui io mi rapporto, perché io stesso sono natura. La natura si dice in me come materia, come aria, come calore. Noi siamo natura naturata ma anche natura naturans. Il mio è pertanto un rapporto di appartenenza e, parallelamente, di non appartenenza perché a volte la natura è matrigna.

D) Quanto l’impegno ambientale condivide con l’etica?

R) Non si può prescindere la responsabilità etica dall’impegno nella cura del pianeta, oggi questo è un concetto abbastanza condiviso.

D) Quanto la religione cattolica aiuta a costruire una coscienza ecologica secondo lei?

R) Tutto sommato poco. Ma adesso, dopo l’ultima enciclica del Papa, sembra che possa nascere una coscienza ecologica anche all’interno della Chiesa. La sensibilità all’ambiente non appartiene alla tradizione cattolica per tanti motivi. San Francesco è stato un’eccezione, mentre l’interesse del mondo cattolico verte principalmente sul fenomeno antropico. L’enciclica del Papa ha dichiarato invece che abbiamo bisogno di un’ecologia integrale, di un rispetto che non può prescindere dalle piante, dagli animali, dalla terra. Bisogna tendere a un approccio olistico, perché il fenomeno vita si manifesta come minerale, vegetale e animale!

Daniela Falchero – greennews.info

Nelle Marche mancano i sacerdoti. Le anziane fedeli gestiscono le preghiere in chiesa

La notizia sottoriportata  è stata ripresa e commentata dall’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati: “La situazione delle Marche (Cingoli) sarà presto diffusa in altre zone dell’Italia e del mondo. Papa FRancesco ascolti i nostri appelli e  riammetta i preti sposati al serizio delle parrocchie (ndr).

CINGOLI – Tre giorni, dal lunedì al mercoledì, in cattedrale senza funzioni religiose (provvedimento che dovrebbe scattare dopo la prima domenica di Quaresima, cioè il 14 febbraio) hanno dato la spinta ad alcuni fedeli a cercare di organizzarsi almeno per recitare il rosario andando in chiesa, anche senza prete. Stiamo parlando della Cattedrale di Santa Maria Assunta  nella centrale piazza Vittorio Emanuele II, una delle parrocchie che ha subito il maggior taglio di messe, passando dalle 15 settimanali a 5, tutte concentrate dal giovedì alla domenica. La decisione assunta dal vescovo Nazzareno Marconi per mancanza di sacerdoti, ha creato tanto malcontento e proteste soprattutto tra i residenti del centro storico e del quartiere San Giuseppe, tanto da far scattare l’autogestione.  le anziane fedeli da una vita frequentano questa chiesan ed è quindi da ammirare lo sforzo che stanno facendo, ma dovranno superare alcuni problemi e coinvolgere la stessa parrocchia. “Oltre alla fede, quello che ci spinge a fare questo tentativo – commentano alcune di loro – è anche il fatto di ritrovarci in chiesa per vederci e socializzare. Ci sono diversi anziani che escono solo per venire in chiesa. Certo se non ci accende il riscaldamento, difficilmente potremo stare lì al freddo, neanche per il tempo del rosario. Almeno che ci aprano la sacrestia. Lì staremo più calde”. (fonte: Corriere Adriatico)

 

Musei Capitolini: o della capitolazione culturale dell’Occidente

di Gloria Origgi, da ilfattoquotidiano.it/blog/goriggi/

La foto ANSA che ha fatto il giro del mondo di quegli scatoloni posti sulle statue dei musei capitolini è un indimenticabile pezzo di performance art, degno di un film di Woody Allen (la geometria contemporanea dei parallelepipedoni bianchi intorno ai nudi evoca il famoso Orgasmatic, l’apparecchio futurista per rapporti sessuali senza contatto nel celebre film di fantascienza Il Dormiglione e fa pensare alle atmosfere politiche del cialtronissimo stato di Bananas).

Una decisione che farà sicuramente ridere a crepapelle lo scrittore francese Michel Houellebecq, il quale ha dedicato il suo ultimo criticatissimo libro, Sottomissionenon all’Islam, come tutti hanno pensato condannandolo come islamofobo, ma a un’arguta caricatura iperrealista del nostro Occidente confuso, spaventato e istupidito, disposto a cedere su qualsiasi valore tranne quello del sacrosanto diritto di bombardare a destra e a manca, fare affari con i peggiori ladroni globali e depredare il mondo della cultura e della natura per vendere quattro magliette in più.

Il risultato è un oblio totale di noi stessi, di chi siamo, di dove andiamo e da dove veniamo, un oblio caratterizzato soprattutto da una sempre maggiore e rivendicata ignoranza che cancella la nostra storia, le nostre origini e il perché siamo qui e pensiamo e facciamo questo e quello. Perché il problema non è far studiare ai ragazzi la storia dell’arte greco-romana, ma di far capire ai ragazzi il senso di studiare quell’arte, perché era importante, cosa in effetti rappresentavaal di là di una sequenza di tette e culi che francamente, risponderebbe qualsiasi adolescente, sono abbondantemente disponibili anche su Internet.

E in effetti, nell’era della libera circolazione delle immagini, perché andare fino a Roma per vedere un bel paio di tette di qualche Venere capitolina, o viaggiare chilometri fino all’isola fenicia di Mozia, in provincia di Marsala in Sicilia, per vedere i glutei perfetti del giovinetto marmoreo nel museo Whithaker? Perché non farsi un giro di video porno su Internet? Ebbene, perché, ad avere studiato un po’ di cultura greco-romana, si sa che quelle statue celebravano il trionfo, la gloria e l’eccellenza morale, la famosa kalokagathia della cultura classica in cui il Bene, il Bello e il Vero trovavano l’espressione geometrica, astratta e perfetta nella forma del corpo umano, celebrato nei famosi riti di competizione sportiva.

L’eroismo umano passa per la perfezione fisica, che rappresenta la divinità che è in noi stessi. Il corpo atletico e perfetto dell’antichità classica è soprattutto maschile, mentre il nudo femminile è collegato a lungo, come in altre culture pre-classiche, alla fecondità e ai riti di fertilità. Fino a quando, circa a metà del IV secolo avanti Cristo, lo scultore Prassitele scolpì la famosa Afrodite Cnidia (di cui una copia romana è conservata ai Musei Vaticani e forse in questi giorni è visibile in bikiniper non offendere qualche capo di Stato), aprendo una nuova stagione per la rappresentazione del corpo femminile, liberato dalle forme esagerate legate ai riti di fertilità e anch’esso espressione razionale della perfezione geometrica dell’umano.

Ridurre questo bagaglio culturale all’equivalente dei giornalini porno è effettivamente un impoverimento dell’Occidente molto più che un trionfo dell’Oriente, il quale, affamato com’è in questo momento di rifarsi la reputazione sul mercato, sarebbe a mio avviso disposto a attraversare Roma in mutande per strappare qualche contratto per la vendita di mozzarelle a Tehran.

Per rispettare la nostra cultura e il nostro passato dobbiamo capirli. Per capirli dobbiamo studiarli e trasmetterne il senso alle nuove generazioni.

L’anniversario Buon compleanno auto: oggi compie 130 anni

Per la storia dell’automobile la data del 29 gennaio 1886 ha una forte valenza, in quanto coincide con il deposito, con il numero 37435, all’Ufficio Brevetti dell’Impero Germanico della “Patent Motorwagen”, la prima automobile mossa da un motore a scoppio. A progettare e realizzare questo “triciclo” denominato Velociped e capace di spostarsi su strada sfruttando la potenza di un motore a quattro tempi a combustione interna alimentato a benzina, è il 42enne ingegnere meccanico Karl Benz che lega così – esattamente 130 anni fa – il suo nome alla prima auto nella storia dei trasporti. Mai in precedenza su un veicolo erano stati impiegati congiuntamente un motore a scoppio, un carburatore, un’accensione elettrica, un sistema di raffreddamento ad acqua, un sistema di sterzatura (rudimentale, in quanto azionato da una leva) e un telaio tubolare.

I “padri” italiani. La nascita della Velociped di Benz è legata ad una serie di eventi egualmente creativi e determinati per il progresso della tecnologia. Nel 1853 due italiani – padre Eugenio Barsanti e l’ingegnerFelice Matteucci – depositano una memoria all’Accademia dei Georgofili di Firenze descrivendo il primo motore a scoppio della storia, più piccolo e pratico della macchina a vapore che già era servita (nel 1769) per muovere dei rudimentali autoveicoli. Questa rivoluzionaria invenzione viene brevettata nel 1857 in Inghilterra con il numero 1625.

Le sperimentazioni. Dagli sviluppi della scoperta di Barsanti e Matteucci, che per primi sfruttano uno scoppio di miscela gassosa per produrre movimento meccanico, e da un progetto del francese Alphonse Beau de Rochas datato 1861, nasce nel 1876 il primo motore a quattro tempi di Nikolaus August Otto. Gli fa seguito nel 1882 il propulsore dell’italiano Enrico Bernardi che lo brevetta con numero 14460 e inizia le sperimentazioni quasi in contemporanea con Benz. Nel 1883, è proprio l’ingegnere tedesco a fondare la Benz & Cie Rheinische Gasmotorenfabrik, l’azienda meccanica che tre anni più tardi concretizzerà in un vero veicolo i sogni di tanti progettisti visionari di qua e di là dalle Alpi e che,
attraverso diversi passaggi societari, nel 1926 darà origine alla Mercedes-Benz.

Il primo viaggio. In quel lontano 1886, il triciclo a motore di Karl Benz deve però aspettare ancora qualche mese prima di debuttare su strada e dare ufficialmente avvio all’era della mobilità individuale. Quando avviene, è un debutto in sordina, qualche decina di metri sulla Ringstrasse di Mannheim, la città dove aveva sede dell’azienda di Karl Benz, il 3 luglio 1886. Ma ci vorranno poi quasi due anni per il primo vero viaggio – una novantina di chilometri – percorsi il 5 agosto del 1888 da Berta, moglie di Benz, assieme ai figli, impresa che farà uscire dall’anonimato questa invenzione, suscitando grande interesse e decretando il successo del concetto stesso di automobile.

Avvenire

Ciechi e sordi, cinema per tutti

​«Che immagine stupenda», «che prova d’attore», «che dialogo interessante», «che grande colonna sonora». Commenti per molti assolutamente consueti, quando un film è piaciuto e si esce soddisfatti dalla sala. Ma non per tutti è così. Lo schermo per alcuni rimane sempre buio, dall’inizio alla fine. Per altri, il sonoro – voci, rumori, musiche – è qualcosa di sconosciuto. Non vedenti e persone affette da sordità: per loro il cinema può essere una barriera insormontabile, un mondo da cui sentirsi esclusi. Eppure, ci sono tentativi per rendere fruibile anche a loro l’esperienza e l’emozione di un film in sala.

Juliane Biasi Hendel, regista trentina, ne Il colore dell’erba – presentato in anteprima a Torino, in febbraio sarà anche proiettato a Trento, Milano, Bologna, Firenze e Roma – ha tentato l’impossibile: girare un film per i non vedenti, creando appositamente per loro dei particolari paesaggi sonori. «Volevo che il mondo descritto nel mio documentario, quello di due adolescenti, Giorgia e Giona – la prima cieca dalla nascita e la seconda, albanese, colpita dalla cecità a tre anni –, fosse accessibile a tutti gli spettatori e desideravo abbattere le barriere e le differenze, creando appositamente per i non vedenti paesaggi sonori forti». La storia è semplicissima: le due amiche tentano più volte, nello scorrere quotidiano delle loro giornate a Riva del Garda, di raggiungere da sole una gelateria in riva al lago, percorso che è loro proibito senza essere accompagnate.

«Fin dall’inizio – prosegue la regista – la mia idea è stata quella di girare un film che parlasse da solo e non avesse bisogno di una audiodescrizione, proprio per far entrare nell’atmosfera di ciò che le ragazze vivono anche spettatori che, come loro, non ci vedono. È un documentario che abbiamo cercato di rendere proprio per questo il più sonoro possibile, per unire e far interagire tra loro vedenti e non vedenti, accomunati dalla percezione delle emozioni, per me un senso che racchiude tutti gli altri». È stata una scelta non semplice. «Alla proiezione torinese – confessa – non sono mancate critiche, perché i non vedenti si aspettavano qualcosa di diverso. Ma io volevo che il film fosse percepito direttamente e non descritto attraverso l’uso degli ausili tradizionali. Chi mi ha spronato nel portare a termine questo vero e proprio esperimento, insieme a tutta la produzione Indyca, è stato Mirco Mencacci, uno straordinario sound designer non vedente: i suoi paesaggi sonori danno una tonalità completamente diversa a questa esperienza, tanto è vero che uno spettatore vedente può entrare in sala, mettersi una benda sugli occhi e avere le stesse sensazioni di chi non ha il dono della vista ed è seduto vicino a lui».

Per questo Mencacci ha lavorato con entusiasmo e molta fatica. «Dovevo innanzitutto capire quello che era veramente il mondo sonoro che circondava le due giovani protagoniste – ricorda –. Mi sono recato sui luoghi delle riprese, in Trentino, per conoscerli dal vivo: la casa, la scuola di musica, la palestra, l’orto, il cortile, le strade, la montagna. Ho rivissuto le immagini che non potevo vedere attraverso i suoni, ho utilizzato un sistema di registrazione che ho messo a punto negli anni e dà la possibilità di essere immersi in un suono tridimensionale, ho registrato diverse ore di quei paesaggi sonori per poter ricostruire le ambientazioni sonore del film, con i vari momenti del giorno e le diverse stagioni. Successivamente, ho riprodotto i suoni più puntuali: lo strappo della cipolla, una macchina, il vento». Per lui il non vedere lo schermo non è un impedimento insormontabile. «In un film, se è ripreso e costruito in modo adeguato, come io ho tentato di fare, il non vedente probabilmente riesce ad avere una mappatura della realtà molto più precisa. Quindi quando si siederà in sala avrà una sensazione di maggiore chiarezza e consapevolezza proprio attraverso un mondo sonoro che lui abitualmente è già abituato ad ascoltare e che in quel caso gli sarà presente in modo assai più fedele».

Al rovescio, quel mondo non esiste per i sordi. Ma una lodevole iniziativa dell’Istituto Luce – Cinecittà alla casa del Cinema di Roma viene incontro anche a loro. “Cinema senza barriere” offre, infatti, per una domenica al mese da qui a primavera, quattro recentissimi titoli italiani – tra cuiChiamatemi Francesco di Daniele Luchetti, l’8 maggio – sottotitolati e con il servizio di interpretariato LIS. La collaborazione dell’Ente nazionale per la protezione dei sordi è stata determinante. «Per noi sordi vedere un film attualmente sugli schermi è quasi impossibile – precisa il presidente, Giuseppe Petrucci –, perché dobbiamo aspettare che venga sottotitolato e messo a disposizione in televisione o Dvd. Tentiamo di infrangere questa barriera. Purtroppo nel mondo italiano dei normodotati noi rimaniamo ancora invisibili, il cinema non ci viene incontro. In Italia manca il riconoscimento della lingua dei segni, mancano da parte del governo le disposizioni obbligatorie alla sottotitolazione, come accade altrove, e lo Stato non ha mai pensato a una apposita legge, così noi continuiamo a rimanere una fascia debole. Almeno questa volta posso dire ai miei amici: andiamo insieme al cinema».

avvenire

Brindisi, prete pedofilo condannato a 3 anni e 8 mesi per abusi su minori

Tre anni e otto mesi di reclusione per atti sessuali su minori. E’ la sentenza di condanna emessa nei confronti di Giampiero Peschiulli, il prete brindisino accusato di pedofilia. Il sacerdote 73enne, arrestato nel maggio dello scorso anno, si trova agli arresti domiciliari in una comunità di recupero per religiosi. La condanna chiesta dal pm, Giuseppe De Nozza, era stata di 3 anni e 4 mesi, aumentata di altri 4 dal gup Giuseppe Licci, dopo il processo con rito abbreviato.

Il comportamento del parroco era stato smascherato nell’autunno 2014 dal programma televisivo Le Iene che aveva denunciato gliabusi compiuti da Peschiulli nei confronti di due chierichettiche frequentavano la parrocchia di Santa Lucia. Abusi iniziati nel 2012 e perpetrati fino alla messa in onda del servizio. Oltre ai due episodi scoperti dall’inviato Giulio Golia, ne emersero poi altri per i quali però non fu possibile procedere perché più datati. L’eco che il servizio ebbe su quotidiani e social network diede impulso alle indagini dei carabinieri che portarono all’arresto del parroco nel maggio 2015. L’esigenza cautelare fu ritenuta necessaria per il pericolo di reiterazione del reato. A novembre 2014, peraltro, dopo il sequestro dei pc del prete, erano apparse scritte minatoriesui muri vicino alla chiesa in cui per anni Peschiulli aveva prestato la sua opera.

La difesa, sostenuta dall’avvocato Roberto Cavalera, aveva chiesto l’assoluzione di don Peschiulli o in subordine il riconoscimento dell’ipotesi di minore gravità, richieste non accolte dal giudice. L’arcivescovo di Brindisi monsignor Domenico Caliandro ha fatto sapere che il sacerdote è stato dimesso dallo stato clericale, con decreto della Santa Sede dello scorso 3 dicembre. Il monsignore ha poi rinnovato la sua vicinanza epreghiera “per coloro che sono stati lesi da chi avrebbe dovuto, invece, guidarli al bene e farli crescere nelle virtù”.

Il Fatto

La teologia dei sensi

MARIA TERESA PONTARA PEDERIVA
TRENTO

L’ultimo libro di José Tolentino Mendonça ci guida verso una spiritualità del tempo presente, una mistica rinnovata per l’uomo contemporaneo.

«Il cristiano del futuro o sarà un mistico o non sarà» diceva il teologo Karl Rahner. Un’impresa che appare ardua da realizzare in un mondo dove la fretta, quasi la rincorsa al tempo, sembra piuttosto una sorta di cappio al collo pronto ad afferrare l’uomo contemporaneo in una morsa letale.

Come potrebbero gli uomini del terzo millennio fermarsi in silenzio per coltivare quell’esercizio interiore, quell’intimo cammino che, almeno secondo l’accezione comune di mistica, richiederebbe l’allentamento, se non addirittura il totale abbandono o la rottura di ogni legame col mondo della quotidianità per accedere alla contemplazione del divino?

Ma siamo proprio sicuri che sia questa oggi l’unica strada per incamminarsi verso l’esperienza mistica? C’è la mistica antica – quella di sant’Agostino e dei Padri, ma anche quella dei secoli successivi – e la mistica inaugurata da un monaco trappista che nel pieno del cuore commerciale di Louisville, nel Kentucky, avvertiva nel 1958 la sua seconda conversione. Quasi abbracciando la folla che brulicava tra le vie del centro commerciale, Thomas Merton intuì che tutta quella famiglia umana altro non era che quella di cui il Figlio di Dio aveva voluto far parte duemila anni fa. Non occorre separazione, estraniamento per incontrare il Padre dei cieli: la mistica non è altro che un’esperienza quotidiana, solidale e inclusiva. Una conclusione che viene applicata oggi anche alla preghiera: la vita stessa è preghiera, tutte le preoccupazioni quotidiane sono preghiera, sarebbe impensabile lasciarle fuori dalla porta per andare a pregare.

Nasce da qui l’idea sviluppata da José Tolentino Mendonça, prete portoghese, classe 1965, teologo e poeta, vicerettore dell’università cattolica di Lisbona e consultore del Pontificio Consiglio della cultura, in un testo che si colloca a metà strada tra la spiritualità e la poesia.

Non si tratta di tesi nuove, ma tutto rientra nell’alveo della rivalutazione del corpo, o meglio, dell’abbandono di quella netta separazione tra anima e corpo che aveva caratterizzato la cultura occidentale – e pure secoli di cristianesimo – dalla filosofia greca in poi. Nulla nella Bibbia, fra Antico e Nuovo Testamento giustifica la divisione, anzi la concezione dell’uomo biblico prende di fatto le distanze da un eccesso di spiritualismo: il corpo è immagine e somiglianza di Dio, la «lingua materna di Dio», commenta Mendonça.

Ecco allora il suo percorso tanto originale, quanto affine alla sensibilità dell’uomo di oggi: riscoprire la mistica dei sensi e dell’istante, la mistica del corpo qui ora, del presente, l’unico momento che ci è dato di vivere. Senza polemica contro la mistica dell’anima, del rientrare in se stessi in una personale sfera intima, la proposta è quella di una spiritualità che intende i sensi come un cammino che conduce, quasi una porta che si spalanca, verso l’incontro con Dio. La sfida è quella di rimanere in sé, anima e corpo, e sperimentare con tutti i sensi la realtà delle persone e delle cose che ci sfiorano. «La sfida è gettarsi fra le braccia della vita e ascoltarvi battere il cuore di Dio. Senza fughe. Senza idealizzazioni. Le braccia della vita così com’è».

All’insegna dell’invocazione liturgica «Accende lumen sensibus» (illumina i sensi) il lettore viene condotto in un viaggio, che spesso ha i toni della poesia, alla ricerca della spiritualità del tempo presente. La comunicazione di oggi, veicolata da computer, TV, smartphone e social network utilizza esclusivamente due sensi, la vista e l’udito: ne deriva un’ipertrofia di questi e una regressione degli altri, complice anche il contesto socio-economico. Un esempio? Mentre si espande l’industria dei profumi, disimpariamo a percepire la fragranza di un fiore e solo i professionisti del gusto azzardano ad effettuare test alla cieca su cibi e bevande. Non siamo più capaci di camminare scalzi, chinarci nel sottobosco o in prato per raccogliere il canto della vita del creato vita che pulsa tra l’indifferenza dei più.

Torniamo ai sensi, è il monito dell’Autore e scopriremo così anche una nuova relazione col tempo e l’eternità. Una mistica ad occhi aperti che ci farà intuire, quasi assaporare, il «sacramento dell’istante»: «L’unico contatto tra le infinite possibilità dell’amore divino e l’esperienza mutevole e progressiva dell’umano».

O, come scriveva Thérèse de Lisieux, «La mia vita è solo un attimo, un’ora di passaggio … mio Dio, tu sai che per amarti sulla terra non ho che l’oggi».

José Tolentino Mendonça, “La mistica dell’istante. Tempo e promessa”, Vita e Pensiero Milano 2015, pp. 176 euro 15,00.

fonte: lastampa.it

A Febbraio grande convegno di tradizionalisti contro cambio normativa su celibato preti auspicato da Papa Francesco. I preti sposati chiedono chiarezza al Papa

A febbraio il convegno

Credit Foto – Zenit

Per l’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati il convegno che si sta preparando a Roma sul celibato dei preti è un tentativo dei tradizionalisti per bloccare la riforma della Chiesa e la riaccoglienza nel ministero sacerdotale dei preti sposati e delle loro famiglie (ndr).

«Il celibato sacerdotale conserva tutto il suo valore anche nel nostro tempo, caratterizzato da una profonda trasformazione di mentalità e di strutture». Parole che paiono scritte oggi, mentre ne è autore il beato Paolo VI, che le collocava prima dei tanti interrogativi posti a incipit all’enciclica Sacerdotalis Caelibatus (nn. 1-12). Parole che hanno ispirato il convegno internazionale che si svolgerà dal 4 al 6 febbraio 2016 presso la Sala Loyola della Pontificia Università Gregoriana. Intitolato “Il celibato sacerdotale, un cammino di libertà”, il convegno desidera indagare la promessa celibataria come valore, dispiegandone la sua positività come modo autenticamente umano di donarsi nella libertà e la sua legittimità per affermare ecclesialmente il proprio “sì” a Dio.

La prima giornata si aprirà con il saluto introduttivo del Rettore Magnifico della Gregoriana, il gesuita P. François-Xavier Dumortier, e con la presentazione del convegno, curata da mons. Tony Anatrella, psichiatra, sacerdote della diocesi di Parigi e docente al Collège des Bernardins. Seguirà la conferenza del Card. Marc Ouellet, Prefetto della Congregazione per i Vescovi, nonché membro della Compagnia dei sacerdoti di San Sulpizio, il cui carisma si è indirizzato alla formazione dei candidati al sacerdozio, alla direzione dei seminari e all’aggiornamento del clero.

Nella mattina di venerdì 5 febbraio il tema del convegno sarà affrontato secondo una prospettiva biblica dalla Dott.ssa Rosalba Manes (Facoltà di Missiologia e Teologia – Gregoriana), analizzando il dono del celibato come presentato nel Nuovo Testamento, e da una prospettiva storica da P. Joseph Carola, SJ (Facoltà di Teologia – Gregoriana), che presenterà l’appello alla tradizione nella difesa del celibato sacerdotale da parte del teologo Johann Adam Möhler.

Nel pomeriggio, si svolgeranno in parallelo quattro workshop divisi per gruppi linguistici (francese, inglese, italiano). Concluderà, nel secondo pomeriggio, la relazione di mons. Tony Anatrella sulle condizioni psicologiche di un celibato felice oggi.

L’ultima giornata, sabato 6 febbraio, ospiterà due interventi. Mons. Joël Mercier, Segretario della Congregazione per il Clero, offrirà una lettura dell’Enciclica “Sacerdotalis Caelibatus” del Beato Paolo VI, della quale ricorrerà il cinquantesimo anniversario il prossimo anno (1967-2017).

A conclusione, la relazione del card. Pietro Parolin, Segretario di Stato, intitolata «Il prete ordinato “in persona Christi”». (Zenit)

Preti sposati non sono rappresentati da don Cereti che parla a titolo personale

L’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati, fondata nel 2003 da don Giuseppe Serrone interviene sulle dichiarazioni di Cereti in un’intervista del 24 Gennaio pubblicata dal quotidiano romano “Il Tempo”.
Roma, 24/01/2016 – 18:55 (informazione.it – comunicati stampa – varie) “Don Cereti”, che sta creando confusione sulla questione dei preti sposati, non ci rappresenta. Il nostro interlocutore privilegiato è Papa Francesco che ha recentemente espresso posizioni favorevoli alla probabile riammissione dei sacerdoti sposati nella Chiesa.

Preti sposati: censure silenzi e confusione

L’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati, fondata nel 2003 da don Giuseppe Serrone, interviene sulla questione dei preti sposati dopo che oggi 24 Gennaio 2016 il quotidiano romano “Il Tempo” ha dedicato uno speciale sul web con aalcuni articoli sul celibato dei preti.
Roma, 24/01/2016 – 19:00 (informazione.it – comunicati stampa – varie) Riportiamo in basso un articolo di Sandri pubblicato da Adista sulla questione.

“Il 19 febbraio scorso papa Francesco, nel ricevere il clero di Roma, ha lasciato che, chi voleva, intervenisse. Cogliendo l’occasione, don Giovanni Cereti (teologo, ecumenista, già docente in varie università pontificie), dopo aver sottolineato la carenza di clero che caratterizza molti Paesi, ha sollevato il problema dei preti latini che si sono sposati e che, secondo lui, sarebbe bene riammettere nel ministero, se essi lo desiderassero; del resto, aggiungeva, oltre alle Chiese ortodosse, anche Chiese cattoliche orientali hanno, con il clero celibe, quello uxorato. Il papa – hanno riferito l’indomani molti giornali – ha risposto, senza elaborare: «Il problema è presente nella mia agenda». Ed ha reso noto un particolare inedito: il 10 febbraio a Santa Marta con lui avevano concelebrato sette presbìteri che festeggiavano il 50° di sacerdozio; e, con loro, vi erano anche cinque preti sposati, anch’essi ordinati nel 1965.

“Il papa apre ai preti sposati”: con titoli come questo, il giorno dopo praticamente tutti i giornali italiani evidenziavano l’accaduto; ma in questo coro mancava Avvenire, “quotidiano di ispirazione cattolica” controllato dalla Conferenza episcopale italiana, il quale non perde il vizietto della censura su problemi ecclesiali considerati tabù (da esso, o da qualche porporato di riferimento, seppure non più ai vertici della Cei). Il giornale riservava un’intera pagina all’udienza, ma evitando, nei titoli e nei vari sommari, la questione del clero sposato. E, nel testo, così raccontava: «Rispondendo alle domande di dieci parroci romani, il papa si è anche soffermato sulla necessità del contatto con il popolo, e sollecitato da uno di loro sulla carenza dei preti e su quelli che, abbandonato il sacerdozio, vorrebbero poi ritornare, ha fatto anche un accenno a tale problematica esprimendo il suo dolore per queste persone». L’aggettivo cruciale, “sposati”, il giornale lo ignora; e così il ricordo del cinquantesimo dei dodici presbìteri.

Non sappiamo se a censurare sia stata già la giornalista che ha scritto il pezzo, Stefania Falasca, o il direttore Marco Tarquinio. Sappiamo però che l’evidentissima censura è sfuggita al castigatore dei giornali, già Rosso Malpelo, e ora semplicemente Gianni Gennari, che firma la rubrica “Lupus in pagina”. Ora, questo prete sposato (con rito concordatario, dopo aver ottenuta la dispensa papale dal celibato), fervidissimo sostenitore del clero sposato, ci verrà a dire che non si è accorto della “svista” del quotidiano sul quale da anni, nella sua rubrica, elenca puntigliosamente errori, censure, sviste, pressappochismi altrui.

Tanto più stupisce la censura di Avvenire, in quanto Gennari era uno dei cinque preti sposati presenti a Santa Marta. Come mai, nella sua rubrica, non ha bacchettato il suo stesso giornale? Chissà: forse ha protestato privatamente con Tarquinio; ma, se (se) così fosse, riterrà ciò sufficiente per sgravarsi la coscienza? E, ove il suo direttore gli avesse proibito di parlare della vicenda nella sua rubrica, non gli pare penoso continuare a collaborare con un giornale che censura un tema che pare costituire la sua mission ecclesiale? Perché, allora, non scrive a qualche importante giornale per denunciare la censura da lui subita?

Ricorderà, il Nostro, che don Abbondio, a quel famoso bivio dove lo attendono i bravi, chiede loro consiglio. E uno dei due, sornione, risponde: «Oh! suggerire a lei che sa di latino!». Anche Gennari, ora, è a un bivio; e lui, di latino, ne sa. Ma ci vorrebbe coraggio; purtroppo, però, come riconosceva il curato manzoniano, «il coraggio uno non se lo può dare». Non vogliamo pensare sia il caso di Gennari”.

Ecco l’unica parrocchia del mondo in un campo profughi

“Siamo due preti qui, e riuscire a servire tutti i fedeli è una sfida”, spiega Augustine Kharmuti, salesiano che opera nellaparrocchia di Santa Croce, la sola chiesa nel mondo collocata dentro un campo profughi, quello di Kakuma, nella Contea di Turkana, nel nord-ovest del Kenya.

Il campo ospita circa 182.000 rifugiatiprovenienti da Sud Sudan, Sudan,Uganda, Burundi, Rwanda, Repubblica Democratica del Congo ed Etiopia.

Don Augustine dirige il Don Bosco Technical Institute, che offre una formazione professionale ai rifugiati come carpentiere, elettricista, saldatore, sarto, stilista, meccanico di autoveicoli, segretaria, oltre a corsi di computer e di inglese. L’obiettivo è di farli crescere culturalmente e di metterli in condizione di trovare un lavoro e costruirsi un futuro.

“Formiamo dai 3.000 ai 3.200 studenti ogni anno e accogliamo da 500 a 600 fedeli ad ogni Messa” dice il missionario all’agenzia Fides. Sebbene i due padri abbiano l’aiuto di due catechisti e di tre suore, il recente afflusso di nuovi rifugiati specie dal Sud Sudan pone nuove sfide alla loro opera pastorale ed educativa ed hanno quindi chiesto un sostegno alla Chiesa e al governo per migliorare la qualità dell’istruzione e per formare un numero maggiore di studenti.

Quel “no” detto a Francesco dal rabbino capo di Roma

L’ha detto durante l’incontro col papa in sinagoga. Ed è il rifiuto di “discutere di teologia” con la Chiesa cattolica. Per il timore degli ebrei di veder offuscato ciò che li differenzia dai cristiani?

di Sandro Magister – fonte: http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1351213

ROMA, 23 gennaio 2016 – In campo cattolico quasi nessuno l’ha notato e fatto notare. Ma in campo ebraico sì. Ed è quel “no” secco che il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni ha detto a papa Francesco in visita alla sinagoga, domenica 17 gennaio:

“Non accogliamo il papa per discutere di teologia. Ogni sistema è autonomo, la fede non è oggetto di scambio e di trattativa politica”.

Un “no” preventivo. Perché subito dopo ha preso la parola Francesco. E nel suo discorso il papa è tornato invano a proporre agli ebrei un comune approfondimento teologico del rapporto tra l’ebraismo e la Chiesa. Quella proposta che il rabbino Di Segni aveva già rifiutato.

Francesco ha motivato la sua offerta di dialogo teologico citando due documenti.

Il primo è stato la dichiarazione “Nostra aetate” del Concilio Vaticano II, che – ha detto – “ha definito teologicamente per la prima volta in maniera esplicita le relazioni della Chiesa cattolica con l’ebraismo”, senza naturalmente risolvere tutte le questioni ma “fornendo un importantissimo stimolo per ulteriori, necessarie riflessioni”.

Il secondo è stato il documento pubblicato il 15 dicembre 2015 dalla commissione vaticana per i rapporti religiosi con l’ebraismo, che – ha detto il papa – “affronta le questioni teologiche emerse negli ultimi decenni trascorsi dalla promulgazione di ‘Nostra aetate'”.

E così Francesco ha proseguito:

“La dimensione teologica del dialogo ebraico-cattolico merita di essere sempre più approfondita, e desidero incoraggiare tutti coloro che sono impegnati in questo dialogo a continuare in tal senso, con discernimento e perseveranza. Infatti, proprio da un punto di vista teologico appare chiaramente l’inscindibile legame che unisce cristiani ed ebrei. I cristiani, per comprendere sé stessi, non possono non fare riferimento alle radici ebraiche, e la Chiesa, pur professando la salvezza attraverso la fede in Cristo, riconosce l’irrevocabilità dell’Antica Alleanza e l’amore costante e fedele di Dio per Israele”.

Dicendo ciò, papa Jorge Mario Bergoglio si è espresso in piena continuità con i predecessori, soprattutto con Benedetto XVI, il quale ha sì rifiutato di fare delle fedi un oggetto di dialogo tra il cristianesimo e le altre religioni, ma ha sempre riconosciuto tra cristianesimo ed ebraismo un rapporto unico, specialissimo, che rende non solo possibile ma doveroso un dialogo comune anche teologico.

Joseph Ratzinger aveva toccato le vette della sua riflessione teologica sul rapporto tra le fedi ebraica e cristiana nella prefazione al documento della pontificia commissione biblica del 24 maggio 2001 su “Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana” e soprattutto nei tre volumi del suo “Gesù di Nazaret”, in pagine riconosciute ancora nei giorni scorsi come “insuperabili” da un esponente ebreo di prima grandezza quale Sergio Yitzhak Minerbi, fra i maggiori studiosi dei rapporti tra ebrei e cattolici.

Ebbene, il documento vaticano del 15 dicembre scorso non solo si attesta a questi livelli, ma si spinge persino oltre, anche grazie al fatto di non proporsi come “un documento magisteriale o un insegnamento dottrinale della Chiesa” ma semplicemente come “un punto di partenza per un ulteriore approfondimento teologico, teso ad arricchire e ad intensificare la dimensione teologica del dialogo ebraico-cattolico”.

Sono soprattutto due, in questo documento, i punti che hanno trovato in campo ebraico un’accoglienza positiva.

Il primo è là dove esso dà per definitivamente “delegittimata la teologia della sostituzione, che vede contrapposte due entità separate, una Chiesa dei gentili ed una Sinagoga respinta e sostituita da tale Chiesa”. E questo a motivo della “irrevocabilità” della promessa di Dio al popolo di Israele.

Il secondo è là dove esclude da parte della Chiesa una “missione istituzionale rivolta specificamente agli ebrei”, per convertirli.

Così si esprime, in proposito, il paragrafo 40 del documento:

“È facile capire che la cosiddetta ‘missione rivolta agli ebrei’ è una questione molto spinosa e sensibile per gli ebrei, poiché, ai loro occhi, riguarda l’esistenza stessa del popolo ebraico. Anche per i cristiani è un tema delicato, poiché considerano di fondamentale importanza il ruolo salvifico universale di Gesù Cristo e la conseguente missione universale della Chiesa. La Chiesa deve dunque comprendere l’evangelizzazione rivolta agli ebrei, che credono nell’unico Dio, in maniera diversa rispetto a quella diretta a coloro che appartengono ad altre religioni o hanno altre visioni del mondo. Ciò significa concretamente che la Chiesa cattolica non conduce né incoraggia alcuna missione istituzionale rivolta specificamente agli ebrei. Fermo restando questo rifiuto – per principio – di una missione istituzionale diretta agli ebrei, i cristiani sono chiamati a rendere testimonianza della loro fede in Gesù Cristo anche davanti agli ebrei; devono farlo però con umiltà e sensibilità, riconoscendo che gli ebrei sono portatori della Parola di Dio e tenendo presente la grande tragedia della Shoah”.

*

Ma allora, se questa è la qualità di dialogo teologico che papa Francesco ha offerto ancora una volta agli ebrei, perché il rabbino Di Segni ha detto “no”?

Un’interessante traccia di risposta è in ciò che ha scritto l’ebrea Anna Foa, docente di storia moderna all’Università “La Sapienza” di Roma, sul giornale dell’ebraismo italiano “Pagine Ebraiche”, a commento della visita del papa alla sinagoga.

Il suo commento è stato riprodotto integralmente su “L’Osservatore Romano” del 18-19 gennaio 2016.

Anna Foa ha sì riconosciuto come “messaggio forte” proveniente dalla visita del papa alla sinagoga “il riunirsi insieme di ebrei e cristiani nel momento in cui i cristiani sono oggetto delle persecuzioni più sanguinose e l’antisemitismo riemerge sempre più visibile, sia nei proclami del Daesh sia nella quotidianità della vita degli ebrei, in diaspora come in Israele”. Un richiamo forte, quindi, “al fatto che le religioni possono e debbono essere motori di pace e non di guerra”.

Ma poi ha così proseguito:

“Un altro tema, più sommesso rispetto a questi grandi temi che toccano il destino del mondo ma altrettanto importante, riguarda i rapporti tra ebrei e cristiani.

“Al 17 gennaio si è arrivati con grandi progressi nel dialogo, progressi sanciti da molte voci autorevoli nel corso delle celebrazioni del cinquantenario della ‘Nostra aetate’ e in particolare dal documento emanato il 10 dicembre 2015 dalla commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo, […] con le sue affermazioni tanto innovative. Ed è a questo documento che il papa si è richiamato oggi in sinagoga. Un’apertura teologica, un invito forte a tutti coloro che sono impegnati nel dialogo ad indagare infine anche la sua dimensione teologica.

“Un discorso, questo teologico, rinviato invece esplicitamente dal mondo ebraico, in nome dell’invito a pratiche, azioni, progetti comuni, come Rav Di Segni ha tenuto a sottolineare. Rinviato, forse, non dismesso.

“Non credo che sia una trasformazione di poco conto il fatto che la Chiesa abbia rinunciato del tutto alla tradizione secolare di missione agli ebrei come non necessaria nel contesto della salvezza e abbia detto parole chiare ed indiscutibili sulla ‘vexata quaestio’ della teologia della sostituzione, secondo cui l’elezione divina degli ebrei sarebbe stata sostituita da quella dei cristiani.

“E non credo neanche che ci siano esitazioni da parte ebraica a riconoscere come, dopo tanti inviti a pronunciarsi senza esitazioni ed ambiguità su questi punti, questo pronunciamento sia infine arrivato. La visita di oggi, ha detto Rav Di Segni, significa che la Chiesa non intende tornare indietro sul percorso di riconciliazione.

“Da parte ebraica, tuttavia, la risposta non è chiara e molte riserve emergono attraverso la cautela delle parole.

“Sono riserve dovute soltanto al fatto che il discorso teologico appare incomprensibile ai più? O non ci sono invece, nei riconoscimenti della novità del passo compiuto dalla Chiesa, anche timori e remore? Timori che, una volta che la Chiesa ha rinunciato alla conversione, il riavvicinamento tra ebrei e cristiani porti all’annacquamento delle differenze dottrinali?

“In un articolo pubblicato pochi giorni fa sul ‘L’Osservatore Romano’, il direttore di ‘Pagine Ebraiche’ Guido Vitale ha ricordato una sua intervista nel lontano 1986 al rabbino Elio Toaff, in occasione della visita in sinagoga di Giovanni Paolo II.

“In quell’occasione Toaff aveva parlato proprio di questi timori: ‘Una rivoluzione radicale, una rinuncia alla tentazione di emarginare il popolo ebraico, un gesto che farà nascere rapporti nuovi fra due fedi che hanno le stesse, comuni radici storiche. Nasce un nuovo rapporto, su un piede di parità e di collaborazione. E se alcuni ebrei possono temere forse il pericolo di una certa attività missionaria da parte della Chiesa, diciamo si tratta di un rischio che, se mai esistesse, crediamo di essere in grado di poter scongiurare’.

Anna Foa non ha detto di più. Ma la questione l’ha posta. Dentro il mondo ebraico più che in quello cristiano.

In ogni caso, il “no” detto a papa Francesco dal rabbino Di Segni non è di tutti gli ebrei e non è per sempre. E nemmeno ne sono già state enunciate tutte le ragioni.

Dopo l’incontro in sinagoga, lo stesso Di Segni ha fatto una prima esplicitazione del suo pensiero in un’intervista al vaticanista Andrea Gagliarducci su ACI Stampa del 21 gennaio:

“Io ho sempre sostenuto la necessità di una riflessione ebraica anche dal punto di vista teologico sui nostri rapporti con il cristianesimo. Ma i modi in cui queste riflessioni si sviluppano nell’ebraismo sono differenti dal modo in cui si sviluppano in un organismo, come la Chiesa, che ha un grande apparato dottrinale, una gerarchia e un capo che può organizzare queste cose. Da noi i modi e i tempi sono differenti. Certo, è importante stare attenti a quello che gli altri dicono, ma la teologia è un campo interno ad ogni religione. Ogni fede e soprattutto questi temi non sono oggetto di discussione politica, quindi bisogna lasciare tempi e spazi all’evoluzione delle proprie riflessioni”.

La discussione che certamente si svilupperà sarà tutta da seguire.

Renzi vuole un principato. “C’è un blocco di potere affaristico-finanziario con propaggini piduistiche”

intervista a Alessandro Pace di Giacomo Russo Spena

Il Parlamento ha dato il suo via libera, la parola spetta ai cittadini. Ma attenzione a parlare di “svolte autoritarie” nella riforma costituzionale di Renzi-Boschi, piuttosto Alessandro Pace – professore emerito di diritto costituzionale nell’Università La Sapienza di Roma e presidente del Comitato per il No al referendum – intravvede “un blocco di potere affaristico-finanziario con propaggini piduistiche che, grazie ad una legislazione elettorale drogata, potrebbe reggere per anni con il favore di una minoranza di elettori”. Il comitato è formato tra gli altri da Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelsky, Gaetano Azzariti e altri illustri giuristi. Poche risorse economiche e media ostili però, per Pace, la battaglia va comunque combattuta “per la nostra dignità d’uomo, come diceva Calamandrei, e per dare testimonianza della nostra fede nei principi nei quali crediamo: libertà, eguaglianza, pluralismo, democrazia. E per poter tramandare questi valori ai nostri figli e nipoti”.

Professore Pace, la riforma voluta dal governo Renzi si compone di due capitoli che costituiscono due facce dello stesso progetto: la revisione della Costituzione e la riforma elettorale. Quali sono i punti più controversi che Lei critica? Il concentramento di potere nella mani del premier? Il monocameralismo?

I punti controversi sono molti. Innanzitutto il ddl Renzi-Boschi nega l’elettività diretta del Senato, ancorché gli venga contraddittoriamente ribadita la spettanza della funzione legislativa e di revisione costituzionale; privilegia la governabilità sulla rappresentatività; elimina i contro-poteri esterni alla Camera senza compensarli con contropoteri interni; riduce il potere d’iniziativa legislativa del Parlamento a vantaggio di quella del Governo; prevede almeno sette/otto tipi diversi di votazione delle leggi ordinarie con conseguenze pregiudizievoli per la funzionalità delle Camere; sottodimensiona la composizione del Senato (100 contro 630) rendendo irrilevante il voto dei senatori nelle riunioni del Parlamento in seduta comune relative alla elezione del Presidente della Repubblica e dei componenti del CSM (mentre per quanto riguarda i giudici della Corte costituzionale ne attribuisce irrazionalmente tre ai 630 deputati e addirittura due ai 100 senatori); pregiudica il corretto adempimento sia delle funzioni dei senatori, divenute part-time, sia quelle ad esse connesse, dei consiglieri regionali e dei sindaci; prevede degli inutili senatori pro-tempore di nomina presidenziale, ancorché il Senato non svolga più quelle alte funzioni che giustificavano la presenza di senatori a vita eletti dal Capo dello Stato. Inoltre ciò che preoccupa di più è il combinato disposto della riforma costituzionale e dell’Italicum (che è il bisdel Porcellum), in conseguenza del quale il Premier-segretario conseguirebbe uno smisurato accumulo di poteri.

La riforma mette veramente a rischio il nostro impianto democratico? Rischiamo una torsione autoritaria o sono le solite boutade?

Se per involuzione autoritaria del sistema si deve intendere – come io intendo – una democrazia autoritaria come quella di Erdogan in Turchia, non avrei tale timore. Vedo piuttosto il rischio di un “principato civile”, quale descritto da Machiavelli, di recente persuasivamente richiamato da Maurizio Viroli. Un principato nel quale «uno privato cittadino» (non si dimentichi che Renzi non è stato ancora democraticamente eletto!) «non per scelleratezza o altra intollerabile violenzia, ma con il favore degli altri suoi cittadini diventa principe della sua patria». E Machiavelli aggiungeva: «con astuzia fortunata». Più che una torsione autoritaria, intravvedo un blocco di potere affaristico-finanziario con propaggini piduistiche che, grazie ad una legislazione elettorale “drogata”, potrebbe reggere per anni ed anni, con il favore di una minoranza di elettori, intorno al 30/35 per cento.

Secondo lei siamo al tradimento dei nostri Padri costituenti?

Come nel 1997 e nel 2006 siamo piuttosto in presenza di un tentativo “costituente” che, nella vigenza di un’altra costituzione – nella specie la nostra Costituzione del 1947 – è per definizione “illegale”, secondo l’insegnamento, tuttora valido, del grande Santi Romano. Alla luce della Costituzione vigente, la procedura seguita è infatti viziata sia nella forma sia nella sostanza. Nella forma perché essa è stata introdotta dal Governo (non dal Parlamento) e condotta in una legislatura, la XVII, palesemente delegittimata dalla sentenza della Corte costituzionale sul Porcellum: una procedura che è stata condizionata dall’indirizzo politico di maggioranza, con sostituzioni di parlamentari in sede referente, con esclusione del relatore di minoranza al Senato, con emendamenti monstrum ecc. È viziata anche nella sostanza perché contravviene manifestamente a due principi supremi della Costituzione, quello della sovranità popolare e quello della ragionevolezza/razionalità (articoli 1 e 3), che non sono derogabili nemmeno con una legge costituzionale, come statuito dalla sentenza della Corte costituzionale n. 1146 del 1988.

Non crede che la vostra battaglia sia conservatrice? Non è giusto rivedere e riformare alcuni punti della Carta Costituzionale? Ad esempio, il bicameralismo in molti Paesi non esiste e la riforma del Senato forse è indispensabile…

Nella mia audizione alla Camera, ho sostenuto che sarebbe stato più logico, anziché conservare questo pseudo bicameralismo, eliminare del tutto il Senato e passare al monocameralismo, a patto però che si prevedessero dei contro-poteri interni, come ad esempio il potere d’inchiesta come diritto delle minoranze, che in Germania esiste sin dal 1919, tranne la parentesi nazista. Ciò premesso, non sono affatto contrario al superamento del bicameralismo paritario, ma non come viene tentato dalla riforma Renzi. Un Senato composto da 100 senatori part-time, per giunta non eletti dal popolo, è una presa in giro che ha risvolti istituzionali gravissimi se, come ho già sottolineato, gli si conferma addirittura la partecipazione all’esercizio della potestà legislativa e di revisione costituzionale.

Va considerato tra l’altro che in Parlamento vi sono deputati e senatori eletti con una legge elettorale dichiarata incostituzionale dalla Consulta. Hanno la legittimità necessaria per modificare la Costituzione?

Ho ripetutamente sostenuto l’illegittimità della XVII legislatura. Devo però spiegarne le ragioni. La Corte costituzionale, pur dichiarando l’incostituzionalità del Porcellum con la sentenza n. 1 del 2014, consentì espressamente alle Camere di continuare ad operare e a legiferare, non però in forza della legge elettorale dichiarata incostituzionale, bensì grazie a un principio fondamentale del nostro ordinamento conosciuto come il «principio di continuità dello Stato». La Corte richiamò a tal riguardo due esempi di applicazione di tale principio: la prorogatiodei poteri delle Camere, a seguito delle nuove elezioni, finché non vengano convocate le nuove (art. 61 Cost.) e la possibilità delle Camere sciolte di essere appositamente convocate per la conversione in legge di decreti legge (art. 77 comma 2 Cost.). Ebbene, in entrambe tali ipotesi, il «principio fondamentale della continuità dello Stato» incontra limiti di tempo assai brevi, non più di tre mesi. Pertanto, ammesso pure che le nuove elezioni non potessero essere indette nei primi mesi del 2014 perché lo scioglimento delle Camere avrebbe portato alle stelle lo spread nei confronti del Bund tedesco, è però del tutto evidente l’azzardo istituzionale, da parte del Premier Renzi e dell’allora Presidente Napolitano, di iniziare una revisione costituzionale di così ampia portata nonostante la dichiarazione d’incostituzionalità del Porcellum, e quindi con un Parlamento delegittimato quanto meno politicamente, se non anche giuridicamente, con parlamentari non eletti ma “nominati” grazie al Porcellum, insicuri di essere rieletti e perciò ricattabili ed esposti alla mercé del migliore offerente.

Renzi ha dichiarato: «Se perderò considero fallita la mia esperienza politica». Di fatto, ha trasformato il referendum in un voto politico sulle sorti del governo. Anche per voi del Comitato è così?

In effetti, il premier ha inteso garantire il successo referendario della sua riforma minacciando le sue dimissioni. Ma i problemi devono essere mantenuti distinti. Dall’angolo visuale della riforma costituzionale la risposta di Renzi è significativa: ha esplicitamente ammesso che la paternità della revisione costituzionale è stata non del Parlamento, come avrebbe dovuto essere, ma del governo. Con tutte le storture procedimentali che ci sono state.

Farete la campagna per il No con Matteo Salvini e Silvio Berlusconi. Ciò la imbarazza?

Ci saranno almeno due Comitati elettorali per il No, il che non è contraddittorio perché, pur avendo il centro-destra un’idea diversa di Costituzione, lo scopo immediato è lo stesso del nostro, che è quello di impedire l’entrata in vigore della riforma Renzi-Boschi.

Il No ha veramente possibilità di vincere?

So che è difficilissimo, perché abbiamo pochissime risorse economiche e non abbiamo dalla nostra un guru della comunicazione, come se lo può permettere Renzi. Ma c’è una ragione di fondo: certe battaglie le si devono combattere anche se è difficilissimo vincerle. Le si devono combattere per la nostra “dignità d’uomo”, come diceva Calamandrei, e per dare testimonianza della nostra fede nei principi nei quali crediamo: libertà, eguaglianza, pluralismo, democrazia. E per poter tramandare questi valori ai nostri figli e nipoti.

Micromega

Roma 2024: Ipsos, 3 italiani su 4 favorevoli a Giochi

Tre italiani su quattro sono favorevoli alla candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2024. E’ un sondaggio dell’Ipsos, fatto tra ottobre e dicembre 2015 e illustrato dal Coni e dal comitato promotore dei Giochi in occasione della visita del Premier Renzi al Cio, a svelare l’indice di gradimento della popolazione sulle Olimpiadi: il consenso è generato soprattutto dalle opportunità di creare posti di lavoro a livello nazionale e per Roma di intervenire sulle infrastrutture e migliorare i servizi.

Renzi al Cio incontra Bach ‘qui per vincere’  – Il presidente del consiglio Matteo Renzi e’ da poco arrivato a Losanna nella sede del Cio, per incontrare il presidente del comitato olimpico internazionale Thomas Bach a sostegno della candidatura di Roma ai Giochi 2024. “Lo slogan olimpico e’ molto importante, ma per noi conta vincere”, ha esordito il premier stringendo la mano a Bach e consegnando il suo messaggio di ottimismo in inglese. “Sono molto emozionato”, ha aggiunto Renzi.

Renzi: ‘A Losanna per grande offensiva italiana’  – “Sarò a Losanna con Montezemolo e Malagò per la grande offensiva italiana ai Giochi Olimpici. Sarà dura ma ci proviamo”. Così il premier Matteo Renzi, in conferenza stampa a Palazzo Chigi per presentare i provvedimenti del consiglio dei ministri sulla Pubblica Amministrazione e sulla scuola, spiega la sua partenza da Roma per Losanna.

Montezemolo: ‘La medal plaza sarà al Colosseo’ – Il Colosseo a fare da palcoscenico per la premiazione degli atleti. L’anfiteatro Flavio, simbolo della Capitale e scelto come logo di Roma 2024, sarà il luogo della medal plaza se l’Italia vincerà la corsa alla candidatura olimpica: a raccontare i nuovi dettagli sul progetto italiano a cinque cerchi sono stati il presidente del Coni Giovanni Malagò e quello del comitato promotore, Luca di Montezemolo, in visita al Cio, in attesa dell’arrivo del premier Matteo Renzi. “Al Colosseo tutte le sere avremo la parata degli atleti medagliati – ha spiegato Montezemolo, a Losanna con la delegazione olimpica – e così ci saranno manifestazioni a Caracalla, al Foro il beach volley. Insomma tutta la città con i suoi siti archeologici vivrà l’Olimpiade”. Il dossier verrà presentato al Cio il prossimo 17 febbraio, con tre poli e “il 70% degli impianti già esistenti e pronti” sottolinea Montezemolo. “Si faranno solo cose essenziali – ha spiegato Malagò – e qualsiasi cosa inserita nel dossier è stata condivisa con gli ambientalisti”.

Vezzali: “Tutta l’Italia sostiene la candidatura”  – “All’incontro con il Presidente del CIO, Thomas Bach, oggi non c’è solo l’Italia sportiva ma l’intero Paese che vuole realizzare il sogno a cinque cerchi” E’ quanto afferma in una nota la campionessa olimpionica di scherma Valentina Vezzali che è anche deputato di Scelta Civica. “Siamo virtualmente vicini al Premier Renzi e al Presidente del CONI Malagò che, incontrando il vertice dello sport mondiale, ribadiranno il desiderio olimpico del nostro Paese. Ogni sportivo, soprattutto chi sa cosa significa ambire, conquistare e vivere un’Olimpiade, deve adoperarsi affinché il sogno divenga realtà”. La Vezzali, assieme ai parlamentari di Sc Bruno Molea, Giovanni Monchiero, ed Antimo Cesaro, rende noto di aver presentato alla Camera una mozione “che impegna il Governo a sostenere” la candidatura di Roma ai Giochi Olimpici e Paralimpici 2024. La mozione impegna il Governo anche ad “investire sullo sport come strumento per veicolare i valori positivi del vivere civile, quali l’integrazione ed i corretti stili di vita, ma anche come motore propulsore dell’orgoglio nazionale. Inoltre, coltivare il sogno olimpico significa anche pianificare una serie di interventi per riqualificare le strutture esistenti e sostenere lo sviluppo dell’impiantistica sportiva nazionale. Il percorso intrapreso dall’Italia per centrare un obiettivo tanto ambizioso, non può essere ostacolato da sterili posizioni politiche o logiche elettorali. Sarà il CIO, a Lima nel settembre 2017 a valutare la candidatura, ma non possiamo rinunciare alla sfida e soprattutto non possiamo non crederci”.

Ansa

Arriva la scomunica per Meluzzi

Alessandro Meluzzi è un vescovo ortodosso? A quanto pare le cose stanno in modo diverso. La ‘scomunica‘ arriva dalla Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia e Malta, sorta di San Pietro in salsa ortodossa.

La ‘scomunica‘ arriva dalla Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia e Malta, sorta di San Pietro in salsa ortodossa. Lo psichiatra e criminologo, ospite fisso in qualsiasi programma tv che parli di cronaca nera, aveva annunciato lo scorso dicembre di essere stato eletto Primate della Chiesa Ortodossa Italiana, in pratica una sorta di di vescovo. La nomina, come aveva spiegato qualche giorno fa in televisione (e dove sennò) la deve a padre Adeodato Mancini, patriarca della Chiesa Occidentale Assiro Caldea che, in punto di morte, lo ha nominato presbitero. Ma oggi lo stesso Meluzzi corregge un po’ il tiro, e parla della sua Chiesa Ortodossa Italiana come una realtà ‘indipendente’.

Lo psichiatra tv, neoeletto vescovo della ‘Chiesa Ortodossa Italiana’, non è riconosciuto dagli ortodossi ufficiali, ovvero dalla Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia e Malta riconosciuti anche dallo Stato e che possono beneficiare dell’8 per mille. A mettere i puntini sulle i e i trattini sulle tv è, con il Fatto Quotidiano, padre Giovanni Festa, secondo cui Meluzzi fa parte di un organismo privato che non ha riconoscimenti di sorta dagli ortodossi, per cui i loro battesimi, ordinazioni, celebrazioni non sono validi. Insomma, se la Chiesa Ortodossa Italiana può esistere quale libera aggregazione, quello di Meluzzi è un ‘teatro’ non riconosciuto dalla teologia mondiale.

meluzzi

– “Sei forte papà” di Boschi, Morandi

Piano piano, poco a poco

ogni dì vien messa a fuoco

qualche strana novità

sulle gesta del papà

che lavora a Banca Etruria.

La polemica che infuria

non inquieta la figliola

che, in versione calderola

con il premier fanfarone,

sfascia la Costituzione

provocandone il decesso.

Avvocato di successo,

valida clarinettista,

già Madonna e catechista

in parrocchia a Laterina,

faccia da santarellina

e statista senza eguale,

è una cattoliberale,

metà mite francescana,

metà fiera gobettiana.

Il suo forte è la famiglia,

una vera meraviglia:

babbo, mamma ed un fratello,

nonna e nonno molto bello,

un Paul Newman stil toscano,

il buonanima Gloriano,

contadino resistente

e apprezzato combattente

che, tornato dalla guerra,

la promessa sposa afferra

e la sposa lì per lì.

Non c’è più gente così.

Ma purtroppo il suo papà

qualche cruccio glielo dà.

Lavorare a Banca Etruria

non è certo una goduria,

gli affar non van così bene

ed intorno è pien di iene

sempre pronte ad attaccare

un banchier più che esemplare

verso gli obbligazionisti

che ha ridotto a dei nudisti

senza il becco di un quattrino

per comprarsi un costumino.

Lo difende monna Boschi:

“Non ha fatto affari loschi!

Mio papà è persona retta

e ha anche  perso una sommetta,

come tutti noi in famiglia,

nel bancario parapiglia.

Il mio babbo è un galantuomo!”

Poi si scopre che il buonuomo

per trovare un direttore

competente e di valore

per la banca al miserere

si è rivolto a un faccendiere

alle cronache ben noto

e di Gelli un dì devoto,

grembiulin Flavio Carboni,

il fior fiore dei massoni,

un passato da leggera

con più visite in galera,

un campion della P3

e di Silvio tra i lacchè.

Al papà lo ha presentato

tal Mareddu, uno stimato

frammassone che a Rignano

è un amico di Tiziano,

babbo del prode Matteo.

Ci troviamo all’apogeo

del potere del Paese

e su queste belle imprese

nessun ha niente da dire?

Cosa ancor deve avvenire

perché il popolo italiano

a calcion nel deretano

cacci tutta ‘sta gentaglia?

Chi non vuole farlo sbaglia

e sarà in loro balia

senza più democrazia.

Carlo Cornaglia

(19 gennaio 2016)

MicroMega

musica

 

Addio all’uomo più vecchio del mondo, aveva 112 anni

Tokyo – Il giapponese Yasutaro Koide, considerato l’uomo più Longevo del mondo dal Guinness dei Primati, è morto a 112 anni nella citta’ nipponica di Nagoya, dove aveva vissuto molti anni.

Koide era nato il 13 marzo del 1903 e si era guadagnato il titolo dell’uomo più vecchio del mondo nel mese di agosto, dopo la morte di un altro giapponese, Sakari Momoi, più anziano di lui di circa un mese.

Dall’inizio dell’anno era ricoverato in ospedale per una polmonite. Secondo il Guinness, l’uomo -che aveva lavorato come sarto in un negozio per uomini- a 112 era in grado di camminare da solo quando era in casa, non aveva protesi ai denti e leggeva il quotidiano senza occhiali. Quando gli avevano chiesto la ‘chiavè della sua longevita’, Koide aveva detto che “la cosa migliore è evitare di lavorare troppo e vivere la vita in allegria”.

La persona più anziana del mondo, secondo il Guiness dei primati, è Susannah Mushatt Jones, che ha 116 anni e vive a New York.

agi

Morto Ettore Scola, regista e sceneggiatore

Era nato a Trevico (Avellino) il 10 maggio 1931. Maestro del cinema italiano era noto per capolavori come ‘C’eravamo tanti amati’, ‘Una giornata particolare’ e ‘La famiglia’

Maestro del cinema italiano, Scola era noto per capolavori come ‘C’eravamo tanti amati’ (1974), ‘Una giornata particolare’ (1977) e ‘La famiglia’ (1987). Scola era in coma da domenica sera.

Se si facesse un referendum popolare per il film più perfetto del cinema italiano, forse vincerebbe lui con “Una giornata particolare” del 1977. Ettore Scola, il cui cuore si è fermato “per stanchezza”, circondato da una famiglia stretta a riccio per difenderne l’intimità, custodi la moglie Gigliola e le figlie Paola e Silvia, è stato un campione assoluto del miglior cinema italiano del secondo ‘900, un maestro che detestava i titoli altisonanti, che amava l’autoironia, ma che mai ha rinunciato ad essere in prima fila nelle grandi battaglie civili ed artistiche del paese.

Animatore della politica cinematografica degli autori con l’Anac, ministro-ombra del Pci con delega alla cultura nel 1989, presidente del Bifest di Bari dal 2011, alle celebrazioni per i suoi 80 anni confessava: “Per il momento non ho tanta voglia di lavorare, anche perché diventa perfino difficile trovare il tempo: sanno che sei libero e ti cercano tutti, per le richieste più strane. Ogni paesino ha un cinema che rischia la chiusura, un festivalino che cerca di crescere, un circolo culturale. E io tutto sommato mi commuovo a sentire tanta passione, mi sembra tempo ben speso quello a fianco di giovani che credono ancora in valori e idee. Ma detesto le celebrazioni e l’enfasi, non è ancora tempo di mummificarmi”. E icona immobile non sarà nemmeno adesso, perché l’eco dei suoi film più belli tornerà presto grazie al film documento ancora inedito “Ridendo e scherzando” che gli hanno regalato le figlie, riprendendo quel testimone della memoria per la quale era tornato alla regia nel 2013 con il toccante “Che strano chiamarsi Federico”, quasi un album di famiglia strettamente intrecciato al ricordo di Fellini. Nato a Trevico, in Irpinia, nel 1931, si trasferisce con la famiglia a Roma, dove frequenta il Liceo classico Albertelli. Studente di legge, disegnatore e battutista sul ‘Marc’Aurelio’ di Ruggero Maccari e poi autore alla radio per le gag di ‘Mario Pio’ cucite su misura per Alberto Sordi, Scola cresce nel cinema italiano come un ‘ragazzo di bottega’.

I suoi maestri sono Ruggero Maccari, Mario Mattoli, Steno, Antonio Pietrangeli ma anche Totò e Sordi. Eppure è a Vittorio De Sica che poi dedicherà il suo capolavoro ‘C’eravamo tanto amati’ del ’74 ed è al neorealismo che guarderà con ‘Una giornata particolare’ del 1977, scritto con Maccari da un’idea di Maurizio Costanzo, forse il punto più alto della sua collaborazione con l’amico Marcello Mastroianni che avrebbe diretto in ben nove film. Gli anni ’70 coincidono con la massima creatività dell’autore che però firma le sue prime sceneggiature già nei primi anni ’50, conoscendo successi da ‘Un americano a Roma’ a ‘Accadde al commissariato’, da ‘Il conte Max’ a ‘Il mattatore’ o ‘La marcia su Roma’ che preannuncia il suo esordio dietro la macchina da presa: è il 1964, il film è ‘Se permettete parliamo di donne’. Un buon successo, una sicurezza del mestiere gli consentiranno di ripetersi (‘La congiuntura’ e ‘L’arcidiavolo’), ma è nel ’68 che, grazie alla garanzia di Sordi, firma il suo primo successo popolare con ‘Riusciranno i nostri eroi’. I vizi degli italiani sono in mostra, l’approccio è diverso da quello dei Monicelli e Risi, una vena di malinconia e di solidarietà per i suoi ‘mostri’.

Dopo ‘Io la conoscevo bene’ nel 1965, dal ’69 (‘Il commissario Pepe’ con Ugo Tognazzi è omaggio indiretto a Pietro Germi) Scola diventa un ‘autore’ a tutto tondo. Da regista ha sempre guardato con disincanto alla sua carriera, eppure film come ‘La più bella serata della mia vita’ da Durrenmatt, ‘I nuovi mostri’, ‘La terrazza’, ‘La famiglia’ scandiscono altrettanti capitoli del miglior cinema italiano in una fase storica (l’ultimo terzo del ‘900) che acuiva il declino italiano. “Non mi pare che le cose siano migliorate – commentava di recente -, anzi. Ma mi fa piacere che titoli come La terrazza o La famiglia si vedano ancora, fotografano momenti di svolta importante nella nostra vita , specie il secondo che abbraccia idealmente 80 anni di storia italiana”.

Ma era affezionato anche al corto contro il razzismo come ‘1947- 1997’ o al corale “Gente di Roma” che racchiudeva la sua memoria di romano d’adozione. Di Scola va ricordata l’anima di più ampio respiro europeo, che passa per titoli come ‘Il mondo nuovo’ (1982), ‘Ballando ballando’ (1983), ‘Il viaggio di Capitan Fracassa’ (1990). Che la politica sia stata sempre la sua passione è facile ricordarlo scorrendo la lista dei documentari che ha firmato: da ‘Viaggio nel Fiat Nam’ fino a ‘Un altro mondo è possibile’ e ‘Lettere dalla Palestina’ (opere collettive dei cineasti italiani del 2002), passando per il toccante ‘L’addio a Enrico Berlinguer’ del 1984. Scola non si è mai nascosto dietro scelte di comodo, ma non ha mai sbandierato le sue passioni con un gusto della battuta sdrammatizzante che lo accompagnava in ogni apparizione pubblica. “Bisogna saper ridere di sé per ironizzare sul mondo – diceva -. Peccato che ogni anno che passa sia sempre più difficile”. Era un uomo forte e robusto, il volto da antico romano incorniciato da una barba severa che negli ultimi anni si era imbiancata come la capigliatura leonina. Parlava piano con un eloquio punteggiato di battute sottili che non risparmiavano niente e nessuno, ma sempre accompagnate a una natura gentile che restituiva umanità e calore. Ha vinto a Cannes, a Venezia, per quattro volte è stato nominato all’Oscar e sulla bacheca di casa figurano 8 David di Donatello, compreso quello alla carriera ricevuto nel 2011

Ha tenuto a battesimo imprese culturali come il Festival di Annecy e quello di Bari, la Casa del Cinema (fondata dall’amico Felice Laudadio), la Festa di Roma (di cui ha presieduto la prima giuria, nel 2006). Ha vissuto tra i libri, le passioni, il disegno, la musica, senza sentirsi quel grande intellettuale europeo che era diventato.

ansa

Meteo, il freddo durerà almeno per tutta la settimana

Durerà almeno per tutta la settimana l’ondata di freddo che ha investito l’Italia lo scorso weekend. “I freddi venti settentrionali che hanno portato la prima ondata di freddo di questa stagione invernale – affermano i meteorologi del Centro Epson Meteo – tenderanno ad attenuarsi già con l’inizio della settimana”, ma il clima “resterà ancora rigido in quasi tutto il Paese: probabilmente avremo a che fare con temperature invernali anche per il resto della settimana”. Domani, in particolare, il tempo sarà un po’ nuvoloso all’estremo Nordovest, specialmente in Liguria, e lungo il Tirreno con qualche pioggia nel basso Lazio; sarà generalmente soleggiato altrove. Nubi, sempre secondo Epson Meteo, si formeranno anche al Sud tranne sulle coste pugliesi, con piogge in Campania, Calabria e Sicilia; la quota neve sarà tra 600 e 1000 metri, in serata i fiocchi cadranno fino a quote collinari in Basilicata. I venti saranno in rinforzo in Sardegna, in attenuazione al Centrosud: sarà più fredda la mattinata con il rischio di gelate sul medio Adriatico e al Sud. Tra mercoledì e giovedì le giornate vedranno una nuvolosità variabile su molte regioni, ma probabilmente con scarse precipitazioni. Ancora da delineare la tendenza per il fine settimana.

ansa

Il silenzio dei dirigenti davanti alla distruzione della scuola pubblica

Sono anni che la scuola statale subisce attacchi nobilitati dalla formula “razionalizzazione e semplificazione” e dalla retorica dell’innovazione.

Istanze che sono coincise – grosso modo – la prima con una periodica ed implacabile stretta alla borsa, che ha realizzato sulle spalle della scuola uno dei più strabilianti risparmi di bilancio che si siano mai verificati: diritto allo studio e diritto all’apprendimento, gli ultimi dei problemi; l’altra, con l’infiltrazione subdola, di matrice neoliberista, come la prima, di parole d’ordine che hanno plasmato menti, approcci, procedure, ma che non hanno apportato alcun significativo beneficio alle pratiche concrete, né – ancora – agli apprendimenti degli studenti. Bensì, ammantando di un’aura di modernità il funzionamento delle scuole, hanno foraggiato amici degli amici e stornato l’attenzione dall’incoerenza che il restyling presentava rispetto all’intenzionale disinvestimento in settori ben più strategici per la realizzazione della Scuola della Repubblica.

Un perverso progetto culturale che ha allontanato, senza che i più se ne accorgessero, la scuola statale dalla funzione di viatico di uguaglianza e pensiero divergente e laico che la Costituzione le affidò.

Le ondate di resistenza a queste condizioni coerentemente portate avanti da governi di ogni colore politico sono state intermittenti e significative, e hanno visto – a parte la costante pressione di un movimento che, più o meno tenacemente, non smette mai di esprimere le proprie ragioni e di elaborare proposte alternative – le punte di diamante più recenti nell’autunno del 2008 (Gelmini), del 2012 (Profumo), nella primavera del 2015 (l’attacco più infido e pericoloso: Giannini e la Buona Scuola). Non dimenticando le battaglie contro il “Concorsaccio” e l’autonomia scolastica di Berlinguer e, nel 2003, la controriforma Moratti.

Una domanda sorge spontanea: dove erano i dirigenti scolastici? A parte sparutissime avanguardie, che si contano letteralmente sulle punte delle dita di una mano (Simonetta Salacone e Renata Puleo, ad esempio, di cui mi onoro di essere amica), non pervenuti. La loro assente partecipazione alle battaglie per la difesa della scuola della Costituzione, la loro incapacità di esporsi in prima persona – timorosi, conniventi, inerti, esecutori acritici – davanti alla sopraffazione e all’arbitrio con cui la scuola è stata trattata; la loro pervicacia nel lasciarne la difesa nelle mani di docenti e studenti, tanto ostinata da far pensare ad una volontà inesistente; la loro prontezza nel recepire e far propri i più retrivi provvedimenti di esautoramento della democrazia scolastica e di accentramento nelle proprie mani di poteri che la Costituzione ha pensato come cogestiti attraverso il criterio della collegialità; il loro zelo nel partecipare allo smantellamento dell’unitarietà del sistema scolastico nazionale, assumendo prontamente il ruolo di autopromoter nel mercatino dell’orientamento. Insomma, è ormai fatto acclarato: la voce dei dirigenti – tranne che in casi rarissimi – si è fatta sentire esclusivamente in merito a rivendicazioni salariali.

Per il resto, partecipare a battaglie per la difesa della scuola della Repubblica è stato – salvo in casi rarissimi – affare nostro, di docenti e studenti, soprattutto da quando,con il dlgsl 165/01 è stata istituita la dirigenza scolastica: il vecchio preside – figura didatticamente e pedagogicamente significativa – lasciava il posto, per consentirgli i primi vagiti, al manager, il dirigente, le cui responsabilità, già allora declinate in previsione aziendalistica, sono enunciate dall’art. 25 di quel provvedimento.

Da quel momento la scuola ha lentamente ma inesorabilmente assunto una organizzazione aziendalista e dirigista, nonostante le condizioni intrinseche alla democrazia scolastica dettate nei due articoli della Carta che la riguardano, che si configurano soprattutto nel principio della libertà dell’insegnamento.

Come è noto qualche tempo fa ANP, la più potente lobby dei dirigenti scolastici, in grado di suonare la grancassa senza colpo ferire ad ognuna delle brutture individuate nella Buona Scuola, pur di aumentare il “potere” (sic!) nelle mani dei dirigenti scolastici, ha fatto sapere – urbi et orbi – cosa pensa della democrazia scolastica, quale opinione ha dei docenti italiani, come ritiene di attuare le prescrizioni di quella odiosa e pedestre norma, ribadendo – persino in quella che riteneva una “spiegazione” rispetto agli attacchi subiti di conseguenza – di credere e sostenere senza esitazione la logica dell’uomo solo al comando.

Questi trasformisti di ogni stagione, che solo poco tempo fa fingevano di fare la voce grossa con il governo Berlusconi e consentono oggi a Renzi di produrre un danno ben peggiore alla scuola pubblica, non stanno facendo altro che confermare la loro antica vocazione autoritaria, impartendo alle modeste figure di dirigente scolastico che sono riusciti a far reclutare grazie alla propria “capacità contrattuale” indicazioni che addirittura enfatizzano il conflitto che la legge già di per sé ha istituzionalizzato nelle scuole.

Quello che stupisce, piuttosto (ma fino ad un certo punto), è che le organizzazioni sindacali che hanno al proprio interno – a questo punto in maniera evidentemente contraddittoria – sia dirigenti scolastici sia docenti e personale Ata, non siano state nemmeno in grado di balbettare un minimo di stigma agli attacchi ripetuti che i docenti italiani hanno subito verbalmente e stanno subendo concretamente da questa zelante schiera di esecutori della 107.

E – ancora di più – (ma questa notazione è pura retorica) che il ministro dell’Istruzione non abbia ritenuto necessario dover spendere una parola rispetto al trattamento che ANP intende riservare ai “docenti contrastivi” e alla democrazia scolastica.

La stragrande maggioranza dei dirigenti scolastici italiani che operano quotidianamente sul campo ha per altro ritenuto prudente anche in questa occasione tacere sulla questione e conveniente disinteressarsi delle sue possibili implicazioni.

In questo desolante panorama di mancato presidio di spazi di democrazia e di omessa denuncia degli attacchi alla serenità della vita scolastica condotti da chi ha come interesse prioritario l’esercizio del proprio potere e soprattutto del proprio sottopotere, fa per fortuna eccezione la voce di una pattuglia di dissidenti, che ha avuto il coraggio di dissociarsi apertamente da ANP mediante una lettera aperta.

Tale presa di distanza è stata ripetutamente ripresa e citata in rete e soprattutto interpretata da molti come esempio di nobile resistenza culturale e professionale alla deriva imposta dai tempi, mentre a mio giudizio essa non fa altro che confermare – me ne daranno atto gli stessi firmatari della lettera, alcuni dei quali conosco personalmente – il fatto che nel nostro strano Paese ciò che altrove rappresenterebbe una ovvia legittima indignazione contro una evidente, violenta e intollerabile violazione di un principio costituzionale basilare – la libertà di insegnamento, garanzia culturale e didattica dell’interesse generale – si configura invece come atto isolato, e pertanto straordinario, di un manipolo di coraggiosi.

A fronte di questo le firme apposto al documento sono soltanto 24, a sottolineare ancora una volta in maniera inequivocabile quale sia l’autentico spessore umano, politico, democratico di coloro che hanno la responsabilità di dirigere le istituzioni scolastiche della Repubblica.

Del resto, ogni tempo ha i suoi eroi. E ogni eroe ha il suo tempo.

Marina Boscaino

MicroMega

Quanto cattolicesimo può permettersi la democrazia?

di Alessandro Somma

Gli argomenti sfoderati dai politici cattolici per boicottare l’approvazione del disegno di legge sulle unioni civili, il cosiddetto ddl Cirinnà, e in particolare le misure dedicate alle coppie omosessuali, compongono un catalogo di autentiche stupidità e bestialità.

La parte del leone la fanno le invettive contro l’adozione del figlio del partner, indicata nel dibattito pubblico con la denominazione inglese: stepchild adoption, letteralmente «adozione del figliastro». Il legislatore italiano ha previsto questa possibilità nel 1983, tuttavia solo per le coppie sposate[1]. Come spesso accade in materia di diritti civili, è stato per merito delle corti se l’adozione del figliastro è stata ammessa, per riconoscere la nuova comunità di affetti e realizzare così l’interesse del minore, dal 2007 per le coppie eterosessuali e dal 2014 per quelle omosessuali[2]. Il tutto seguendo un orientamento affermatosi in numerosi Paesi occidentali, dove si ammette l’adozione da parte di coppie omosessuali anche in assenza di legami biologici con uno dei partner.

Se approvato, il ddl Cirinnà non realizzerebbe dunque nulla di rivoluzionario, se non evitare all’Italia di apparire come il solito Paese ostile alla tutela dei diritti civili e in genere a tutto quanto non sia approvato dalle gerarchie ecclesiastiche. E invece ecco fiorire motivazioni stupide e bestiali per impedire la mitica stepchild adoption: perché «ogni bambino deve avere un papà e una mamma e non si scherza» (Alfano), o perché altrimenti si «conduce direttamente ad incentivare la pratica dell’utero in affitto» (Binetti). Mentre è oramai noto e comprovato che, per crescere bene, i bambini hanno bisogno di un ambiente famigliare di qualità, a prescindere dal numero e dal genere dei genitori. E mentre è inaccettabile che si rinunci a una soluzione equa solo perché si presta ad abusi: la circolazione stradale non è mica vietata solo perché ogni anno ci sono migliaia di vittime della strada!

Quanto ad assurdità non si scherza neppure con le invettive contro la reversibilità della pensione: la possibilità anche per il partner della coppia omosessuale di ottenere quota della pensione del partner defunto. Svetta su tutte la posizione di chi la rifiuta perché, se non fosse limitata alle coppie eterosessuali, finirebbero per divenire una misura talmente onerosa da rendere prima o poi «inevitabile la sua soppressione» (Adinolfi). Come se non ci fosse una cosa chiamata principio di uguaglianza, principio cardine della modernità, che di certo non può essere sacrificato a necessità di ordine economico, né tantomeno riletto alla luce delle sentenze sputate dai tutori di una dogmatica premoderna qualsiasi.

E poi ci sono le barricate erette dai Democratici devoti, secondo cui il ddl Cirinnà rinvia in alcune sue parti a quanto previsto per la disciplina del matrimonio, con ciò provocando pericolose confusioni. Questa è forse l’obiezione più pacata ma è anche quella più urticante, perché proviene da chi aveva finora solo fatto finta di accettare la mediazione al ribasso rappresentata dal testo che ora rifiuta di votare. Una mediazione per la quale, in omaggio alla fobia di chi vuole riservare l’espressione famiglia a ciò che le gerarchie ecclesiastiche reputano tale, si è voluto offendere la famiglia omosessuale chiamandola con un linguaggio da laboratorio di eugenetica: «specifica formazione sociale»[3]. Una mediazione, cioè, che ha impedito di attuare il disegno costituzionale sulla famiglia, definita semplicemente come “società naturale fondata sul matrimonio”[4]: naturale, sorta come comunità di affetti, e non come entità a immagine e somiglianza di una sorta di antropologia ultraterrena indiscutibile.

Insomma, poteva essere l’occasione per porre rimedio a una odiosa forma di discriminazione, a una intollerabile violazione del principio di uguaglianza, non dissimile da quella realizzata nel Ventennio, quando la legge proibiva «il matrimonio del cittadino italiano di razza ariana con persona appartenente ad altra razza»[5]. L’occasione per allinearsi ai numerosi Paesi che già hanno ammesso il matrimonio egualitario, tra i quali si annoverano la cattolicissima Spagna e l’Argentina: dove l’allora Cardinale Bergoglio definì il matrimonio omosessuale un «tentativo distruttivo del disegno di Dio»[6]

E invece è stata l’occasione per toccare con mano il rischio che anche questa volta si finisca per scrivere l’ennesima puntata della disgustosa telenovela che da anni ci parla di compromessi al ribasso finiti nel nulla: dai Pacs (Patti civili di solidarietà) ai Didore (Diritti e doveri di reciprocità dei conviventi), passando per i Dico (Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi).

Soprattutto è stata l’occasione per ricevere l’ennesima conferma di come il cattolicesimo possa divenire incompatibile con la democrazia. La stupidità e la bestialità degli argomenti utilizzati per affossare il ddl Cirinnà nascondono infatti l’unico inconfessabile movente di chi li propone: obbedire alle gerarchie ecclesiastiche come imperativo categorico, assumere funzioni di polizia vaticana, mostrare sempre e comunque disponibilità a reagire in modo automatico agli stimoli provenienti dai custodi della dogmatica cattolica.

Intendiamoci: se lo fa un cittadino comune non c’è nulla di male. La cosa diventa eversione, cioè sovvertimento dell’ordine democratico, nel momento in cui l’obbedienza fine a se stessa verso i diktat ecclesiastici diventa l’atteggiamento dei rappresentanti del popolo eletti nelle assemblee legislative. Perché si tratta di persone che non rispondono ai loro elettori o alla loro coscienza, bensì a un’entità altra e ciò nonostante gerarchicamente sovraordinata. Affidando così le scelte sulla vita dei cittadini a oscuri livelli ultraterreni, a un sedicente diritto naturale che sta sopra lo Stato in quanto precede gli uomini, e per gli uomini viene interpretato dai vertici ecclesiastici.

In questo modo si rinnega la modernità, e se non si torna all’epoca premoderna, almeno si torna al fascismo, quando si considerava la famiglia la cellula più importante dello Stato, lo strumento primo di politiche demografiche incentrate sull’idea che l’aumento della popolazione avrebbe alimentato la grandezza politica ed economica della nazione[7]. E’ del resto questo il fondamento dell’idea per cui la famiglia trae la sua essenza dall’essere finalizzata alla procreazione. Idea non a caso estranea al dettato costituzionale, che viene però fatta rivivere nel discorso da ventennio dei cattolici secondo cui, senza la possibilità di procreare, la famiglia sarebbe da un lato destinataria di prestazioni pubbliche, e dall’altro non potrebbe ricambiare assicurando futuri erogatori di contributi pensionistici: come ebbe a dire Rocco Buttiglione[8], all’epoca in cui, anche e soprattutto per la sua omofobia, venne bocciato dal Parlamento europeo come Commissario europeo.

Si sente dire da più parti che siamo in mano alla lobby gay e che questo porta a ritenere che «in Italia ci sia solo il problema delle coppie fatto e non i problemi delle famiglie normali» (Nunzio Galantino, Segretario Cei). E invece siamo in mano alle stupidità e alle bestialità cattoliche, che ai problemi delle famiglie «normali» preferiscono i presepi, e che stanno fornendo un contributo notevole allo sfascio della democrazia.

NOTE

[1] Art. 44 legge 4 maggio 1983 n. 184, Disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori.

[2] Rispettivamente e Trib. Minorenni Milano, 28 marzo 2007 e Trib. Minorenni Roma, 30 luglio 2014.

[3] At. 1 ddl Cirinnà.

[4] Art. 29.

[5] Art. 1 Regio Decreto Legge 17 novembre 1938 n. 1728, Provvedimenti per la difesa della razza italiana.

[6] Cfr. l’Osservatore romano del 13 luglio 2010.

[7] Cfr. A. Rocco, Gli accordi lateranensi e il nuovo diritto ecclesiastico italiano, in Scritti e discorsi politici, Vol. 3, Milano, 1938, p. 1080.

[8] Odio contro di me, Strasburgo guida l’inquisizione anticristiana, in Corriere della sera del 17 ottobre 2004.

fonte: MicroMega

Albenga, fedelissimi di Borghetti al posto dei preti nella bufera

 

Albenga – Un fedelissimo di Borghetti al posto di Massaferro, un sacerdote tranquillo e poco incline agli eccessi in sostituzione di Zappella, ma tra le sorprese delle ultime nomine del vescovo coadiutore c’è anche un tradizionalista alla guida del vicariato di Albenga.

Sarà Pierfrancesco Corsi il nuovo parroco di San Vincenzo Ferreri, ad Alassio, o se si preferisce il sostituto di Luciano Massaferro, che sta scontando nell’imperiese gli ultimi scampoli di pena. Una nomina significativa, visto che il vescovo Guglielmo aveva già scelto Corsi come vicario per la pastorale, affidandogli quindi il ruolo più importante dopo il proprio e quello del vicario generale Ivo Raimondo. Un doppio salto in pochi mesi per il quarantasettenne ormai ex viceparroco di San Bartolomeo al Mare. Una nomina che significa che ben difficilmente Luciano Massaferro farà ritorno ad Alassio, neppure se il processo canonico si concludesse con l’assoluzione come si vocifera negli ambienti ecclesiastici ingauni e ancor più genovesi, visto che per quel genere di tribunale le prove ritenute valide in sede penale potrebbero non essere sufficienti. Anche in quel caso, comunque, è probabile che gli venga affidato un incarico lontano dalla sua vecchia parrocchia e da Alassio.

Pare in posizione ben più critica dal punto di vista del diritto canonico, invece, don Francesco Zappella e che ha già lasciato la parrocchia di Sant’Antonio, a Borghetto, dove arriverà da Cisano il decisamente meno chiacchierato don Francesco Zuccon.

Don Gabriele Maria Corini è, invece, il nuovo parroco della parrocchia di Santa Margherita a Lusignano, mentre in quella di San Pio X, a Loano, il seminarista Gianluigi Peiranodiventerà viceparroco subito dopo l’ordinazione prevista per il 19 marzo.

Qualche sorpresa anche nelle nomine dei vicari foranei. Se quella di don Gianni Tabbò ad Alassio è legata soprattutto all’anzianità di Angelo De Canis, quella di Alessandro Ferrua ad Albenga ha un certo sapore di diplomazia. Ferrua è stato segretario del vescovo Mario Oliveri, poi cerimoniere, e passa per essere un tradizionalista convinto. La sua nomina è almeno in apparenza un gesto di apertura del vescovo Guglielmo nei confronti degli uomini fedeli al vescovo Mario, ma è anche vero che sebbene formalmente importante, il vicariato nella città sede del palazzo vescovile non è certo quello che gode della maggiore economia, né il più importante strategicamente.

ilsecoloXIX

Vittorio Veneto, vescovo: per aiuto a «preti stanchi» si offrono preti sposati

 

Il vescovo di Vittorio Veneto, mons. Corrado Pizziolo, ha scritto una lettera ai fedeli della diocesi in occasione della conclusione della visita pastorale, iniziata ancora nel 2013. Pizziolo ha fatto il punto della situazione dell’attività pastorale mettendone in evidenza alcune criticità. In particolare il vescovo si è soffermato sulla «stanchezza degli operatori pastorali, in primo luogo dei sacerdoti e dei loro più vicini collaboratori». Una stanchezza fisica dovuta anche alla carenza di sacerdoti, «ma, ancor più – ha specificato il vescovo – psicologica e spirituale».

«Essa nasce dalla molteplicità delle richieste e delle esigenze pastorali che si sono obiettivamente moltiplicate in questi anni e, contemporaneamente, dalla constatazione della scarsità dei frutti di questo impegno pastorale moltiplicato.

A raccogliere la dichiarazione di Mons. Pizziolo è l’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati, fondata nel 2003 da don Giuseppe Serrone: “Offriamo a Mons. Pizziolo Vescovo di Vittorio Veneto la nostra collaborazione in aiuto ai sacerdoti stanchi. Invitiamo il Vescovo a chiedere l’autorizzazione a Papa Francesco per accettarci nella sua diocesi”.

Francia, prete ruba 700mila euro di offerte in 26 anni

Settecentomila euro in 26 anni di attività. In Francia si è aperto il processo a René Heuillet, un prete ottantenne ormai in pensione sospettato di aver sottratto per anni le offerte dei fedeli e i soldi per l’acquisto delle candele della parrocchia di Saint-Lizier, nel dipartimento dell’Ariège. Scrive Giornalettismo:

Saint-Lizier è un piccolo comune di 1500 abitanti circa che si trova nell’Ariège, dipartimento della Francia meridionale. Questo villaggio è stato caratterizzato da un curioso caso di cronaca che riguarda un religioso, il sacerdote cattolico René Heuillet, che è stato il parroco di Saint-Lizier per 25 anni. Dopo la sospensione della sua attività sacerdotale, avvenuta nel 2013, il suo successore ha scoperto come René Heuillet avesse messo in piedi un sistema di furto sistematico.

Il precedente parroco di Saint-Lizier derubava infatti le offerte fatte dai fedeli durante le Messe, così come intascava il ricavato della vendita delle candele votive. Una condotta illegalme particolarmente fruttuosa, visto che nel corso dei 25 anni in cui ha condotto la parrochia del piccolo paese della Francia meridionale René Heuillet è riuscito a mettere da parte una bella somma. Gli inquirenti hanno rilevato come sul conto del sacerdote ci fossero ben 650 mila euro, derivati da sottrazioni per circa 700 mila euro. Una somma davvero ingente, che è stata scoperta in modo molto casuale; il nuovo parroco di Saint-Lizier ha trovato un sacco in sacrestia contenente diverse centinaia di euro, una scoperta che l’ha insospettato. L’anziano sacerdote ha confessato i furti sistemaci ai fedeli, e non ha partecipato al processo aperto nei suoi confronti perché sta troppo male, come da dichiarazioni del suo avvocato.

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Pedofilia, prete ed educatore indagati. Accusa è di violenza sessuale e pornografia minorile

Un sacerdote salesiano e un educatore di un centro giovanile parrocchiale dell’hinterland milanese sono indagati con l’accusa di violenza sessuale e pornografia minorile dalla Procura di Milano. Ne dà notizia l’edizione milanese de ‘Il Giorno’. L’inchiesta nasce dalla denuncia dei genitori della vittima ed è corroborata dalla testimonianza scritta del superiore provinciale dei salesiani che ha sospeso entrambi gli indagati dagli incarichi. Stando alla denuncia, l’abuso sarebbe accaduto nella primavera scorsa quando l’educatore sarebbe andato a casa del ragazzo, che era a casa da scuola perché malato e, approfittando dell’assenza dei genitori, avrebbe compiuto la violenza. La vittima si sarebbe confidato con il sacerdote il quale prima avrebbe cercato di persuaderlo della normalità della cosa e poi avrebbe a sua volta tentato degli approcci.

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Il prete coi soldi della Caritas: moto, vacanze e cene di lusso

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Don Lucio Sinigaglia ammette l’uso disinvolto di 252.827 euro lasciati in eredità alla parrocchia. Tra le spese pazze anche l’idromassaggio per il bagno della canonica

Lusso e sprechi con i soldi della Caritas. I lasciti dei fedeli venivano spesi per pagare le vacanze e le cene di lusso, per comprare una moto e per istallare una vasca idromassaggio nel bagno della canonica.

Don Lucio Sinigaglia, ex parroco 57enne della chiesa di San Michele Arcangelo a Legnaro, un paese in provincia di Padova, ha confessato ai pm di aver sperperato i soldi donati alla Caritas parrocchiale dai parrocchiani.

In questo turbinio di sprechi, don Lucio ha sperperato 252.827 euro. Soldi che, come racconta il Mattino di Padova, sarebbero serviti al prete a comprarsi una moto Bmw 120 Gs (costata 15.300) “per capriccio”, a regalare una Renault Clio a un giovane sacerdote e a pagare un intervento chirurgico alla madre. Ma non solo (5.800 euro). Per mesi don Lucio si è dato a cene e pranzi in ristoranti di lusso “con splendide mangiate di pesce innaffiato da buoni calici di vino e vacanze sempre in compagnia dell’amico di turno”. Il sacerdote ha, poi, ammesso di aver usato i soldi della Caritas anche per ristrutturare la canonica “rimessa a nuovo con la creazione cinque camere da letto, tre bagni di cui uno dotato di idromassaggio e una palestra attrezzata per un costo di 300mila euro”.

Il vescovo aveva sospeso il parroco. E lui si era giustificato coi fedeli della suaparrocchia con una lettera letta in chiesa dal vicario: “Riconosco di aver agito incautamente nell’utilizzare parte di quel denaro per assolvere ad alcune necessità urgenti della parrocchia e – in parte ridotta – per ragioni personali. Ritenevo di poterlo utilizzare temporaneamente e rifonderlo man mano”.

La “vocazione” della moglie del prete

Estratti dal libro “Presbytera: The Life, Mission, and Service of the Priest’s Wife” Ed. Somerset Hall Press, Boston, Massachusetts, 2004.

La condivisione del ministero del marito

La parola “vocazione” usata in questo testo è messa tra virgolette, per distinguerla dalla vocazione del prete. La “vocazione” della moglie del prete non ha alcun fondamento teologico, ma le mogli di molti sacerdoti sentono che qualcosa le ha ispirate, spesso fin dalla giovane età, a servire Dio. Potrebbero sentire che hanno sempre avuto un rapporto speciale con Dio, e che fanno parte del Piano di Dio (Theia Pronoia) per servirlo.

La mia esperienza mi fa sentire che ho avuto una simile “vocazione”, e forse alcune mogli di sacerdoti sono in grado di ricordare sentimenti o esperienze simili. Da ragazza, mi sentivo attratta dalla Chiesa. Ho sempre temuto e amato Dio nel profondo del mio cuore. Rispondevo prontamente e con riverenza quando mia madre, Evangelia, di beata memoria, insegnava a me e alle mie tre sorelle, Eleftheria, Korina, e Eleni, a pregare Dio. Ogni sera, faceva accendere a una di noi il lume della lampada da vigilia (kandilaki), e bruciare incenso (thymiama) sulla nostra iconostasi. L’iconostasi nella nostra casa era in alto sulla parete, perché era sacra, così dovevamo usare una sedia o uno sgabello per raggiungerla.

Amavo anche andare in chiesa. Non ho quasi mai perso un servizio alla domenica o in un giorno di festa. La nostra casa nel piccolo villaggio di Tanagra, in Grecia (nei pressi di Tebe) era a pochi passi di distanza dalla bella chiesa di sant’Antonio il Grande, costruita nello stile di una basilica probabilmente negli anni dopo il 1880. Anche se la chiesa è stata recentemente ristrutturata, conserva ancora le sue icone originali con un’influenza occidentale. Sono stata battezzata lì nel giorno della festa di sant’Atanasio il 18 gennaio, e sono stata chiamata con il nome della mia nonna materna, Athanasia, di beata memoria.

La domenica potevamo dire che ora era dal suono melodico della campana della torre campanaria (kambanario). Dopo il primo squillo, non potevo tornare a dormire perché il suono della campana era così forte che mi svegliava anche da un sonno profondo. Le mie tre sorelle e io ci svegliavamo tutte e ci preparavamo per andare in chiesa. Dopo il secondo suono della campana, ci dirigevamo in chiesa. Dopo il terzo suono della campana, aveva inizio la dossologia e tutti dovevano essere all’interno della chiesa.

Andare in chiesa significava due cose per me. In primo luogo, naturalmente, andavo a pregare e a partecipare alla santa Eucaristia. In secondo luogo, andavo a vedere tutti i miei amici. In quei giorni, non c’erano comunità o centri sociali, telefoni o e-mail, quindi dovevo andare in chiesa per socializzare così come per pregare.

Al mio ritorno a casa, dovevo dare a mio padre, Anastasios, di beata memoria, una sintesi della lettura del Vangelo o della vita del santo che era stato commemorato quel giorno. Dovevo anche cantare l’inno (tropario) di quel giorno. Mio padre era un pio cristiano ortodosso e un cantore di chiesa (psalti). Aveva una bella voce. Era sollecito e amorevole, e, allo stesso tempo, austero. Non mi sono mai lamentata delle sue aspettative, e ho solo ricordi felici dell’infanzia.

Più tardi, al liceo, l’educazione religiosa è diventata parte del curriculum. I miei genitori mi hanno mandato a una scuola superiore nella vicina città di Chalkida, sull’isola di Evia. Il movimento “Zoe” era attivo al momento, come lo è ancora. “Zoe” è un movimento laico in Grecia il cui scopo è quello di aiutare i cristiani ortodossi a risvegliare la loro coscienza per quanto riguarda la loro fede e di educarli nella Chiesa ortodossa. Le scuole catechetiche erano obbligatorie per tutti, ragazzi e ragazze. Gli insegnanti erano laici dedicati, uomini e donne, oppure sacerdoti impegnati nella Chiesa ortodossa e nella sua fede. Non mi sono mai sentita sotto pressione ad andarci, se ben ricordo, e sono sempre andata in chiesa e alla scuola catechetica di buon grado, perfino con gioia. Anche tutti i miei amici erano lì, cosa che rendeva più facile la frequenza. La scuola catechetica ci portava anche a fare viaggi e gite. Naturalmente, la possibilità di stare con gli amici e di fare escursioni era un incentivo aggiunto nella nostra educazione religiosa perché per la maggior parte le nostre famiglie non potevano permettersi di viaggiare negli anni di povertà dopo la seconda guerra mondiale.

Ero modesta nel modo in cui mi vestivo e mi comportavo, da bambina e poi da adolescente. I giocattoli, soprattutto le bambole di fantasia, erano scarsi tra le mie sorelle e amici, quindi dovevamo essere creativi e fantasiosi per trovare il modo di divertirci. Giocavamo con bambole fatte in casa che avevamo costruito noi stessi. Giocavamo molto all’aperto perché il tempo era piacevole e caldo per gran parte dell’anno. I miei hobby erano la lettura e il canto. I libri non erano abbondanti, ma mio padre ci comprava libri, carta e matite, perché credeva nell’importanza dell’istruzione. Non avendo alcuna biblioteca pubblica, condividevamo i libri e ce li passavamo tra noi. A volte leggevamo anche ad alta voce ai nostri genitori e ai fratelli più piccoli intorno al camino.

preoteasa Laurel Frisby

Altri hanno riconosciuto che Dio mi aveva incluso nel suo piano divino al suo servizio. Per esempio, la mia nonna paterna, Eleftheria, di venerata memoria, vedeva in me qualcosa di speciale, mentre crescevo. Io non so che cosa fosse. Forse vedeva quanto mi preoccupavo per gli altri e che non volevo perdere una liturgia della domenica. Quando avevo circa 14 anni, ha detto a mia madre che avrei sposato un prete e sarei diventata la moglie di un prete, una papadia, nel greco colloquiale. Mia madre ha riso di cuore quando ha sentito mia nonna dire questo. Come, si chiedeva con umorismo, avrei incontrato un giovane che sarebbe diventato un sacerdote, dal momento che non conoscevamo alcuna famiglia con figli che andavano a un seminario? Il mondo di mia madre allora era piccolo. Poco sapeva che, pochi anni dopo, saremmo venuti in America e le nostre vite sarebbero cambiate per sempre. Era negli Stati Uniti che avrei incontrato mio marito e sarei diventata la presbitera Athanasia. Mia madre ha vissuto per vederlo, ma non la mia nonna.

Riflettendo sulla mia storia personale, io credo che Dio mi abbia incluso nel suo piano divino per essere la moglie di un sacerdote, in modo da poter condividere il ministero di mio marito di servire Dio e il suo popolo come donna cristiana. Forse le mogli di altri sacerdoti hanno le loro storie di come hanno incontrato i loro mariti come parte del piano di Dio.

Se una donna non ha una “chiamata” tale da servire Dio come moglie di un prete, potrebbe evitare del tutto di incontrare e frequentare seminaristi, per evitare di innamorarsi di un futuro sacerdote e di essere messa di fronte a un ruolo per il quale non sente una “chiamata”. Spesso, anche i genitori scoraggiano la loro figlia dall’idea di uscire con un seminarista. In un vecchio detto greco, una madre dice alla figlia che sta per sposare un futuro sacerdote:

“Figlia mia, pensa bene alla tua scelta, perché la tonaca del prete è pesante, non solo per il sacerdote, ma anche per sua moglie.”

Qualità e istruzione

Qualità della moglie di un prete

Secondo Amilka S. Alivizatos, un teologo del Novecento in Grecia, gli antichi canoni (regole) della Chiesa richiedono che una donna, che, per grazia di Dio, diventerà la moglie di un sacerdote, possieda virtù e doni (carismi) spirituali. La moglie del futuro sacerdote deve essere una persona amorevole, attenta e gentile con una profonda fede e amore per Dio. Deve essere una donna di buon carattere. Deve essere disposta a condividere il ministero del sacerdote e ad assisterlo. Come dice l’arcivescovo Christodoulos di Atene e di tutta la Grecia, per essere moglie di un sacerdote si deve accettare quanto segue:

– benedizione (eulogia),

– sacrificio (thysia),

– servizio (diakonia), e

– responsabilità (euthyne).

Istruzione delle mogli dei sacerdoti

Anni fa, l’istruzione non era un’opzione per la moglie di un sacerdote o per molte altre donne. Tradizionalmente, in molte culture, il matrimonio e la maternità erano considerati sufficienti perché una donna trovasse il suo compimento. Oggi, l’istruzione è più ampiamente disponibile per le donne. Ancora oggi, la gente nella società e nella parrocchia si aspetta che le mogli dei sacerdoti e le altre donne colte e lavoratrici vivano all’altezza dei ruoli e degli obblighi delle mogli e madri tradizionali.

Le mogli dei sacerdoti possono svolgere il loro ruolo accanto ai ministeri dei loro mariti in modo tanto più efficace, quanto più sono istruite. Per esempio, le mogli dei sacerdoti possono usare la loro istruzione religiosa per assumere un ruolo di guida per educare gli altri, soprattutto le donne, nella fede della Chiesa ortodossa. Le mogli dei sacerdoti possono portare testimonianze di fede ortodossa in gruppi giovanili, in raduni di donne, e nelle università. Possono anche partecipare e contribuire a ministeri laicali dirigendo e assistendo gruppi di giovani.

Molte donne, comprese le mogli dei seminaristi e dei sacerdoti, frequentano le scuole teologiche a causa del loro interesse personale a saperne di più su Dio, e quindi ottengono diplomi in teologia nei seminari ortodossi e in altre università. Le mogli di alcuni seminaristi seguono i corsi di teologia, vivendo in un campus di seminario ortodosso, anche senza iscriversi a un corso di laurea. Altre mogli di sacerdoti seguono corsi in college o università.

Anche se non ha il tempo o i fondi per iscriversi a un corso di laurea o per seguire corsi di teologia in seminari o università, come minimo, la moglie di un sacerdote può assistere a corsi di educazione religiosa per avere familiarità con gli insegnamenti e le pratiche della fede ortodossa . Sarà utile al ministero del marito se ne sa abbastanza per essere in grado di rispondere alle domande fondamentali che possono porre i parrocchiani. Potrà fare riferimento in caso di domande difficili al prete o a un altro teologo, quando necessario, soprattutto se l’argomento è controverso.

I vincoli sacramentali tra il sacerdote e sua moglie

Due eventi sono fondamentali nella vita della moglie di un sacerdote:

1. Il giorno delle sue nozze, e

2. Il giorno dell’ordinazione del marito.

Questi due eventi nella Chiesa formano i vincoli sacramentali tra il sacerdote e la moglie.

In primo luogo, con il sacramento del matrimonio, la coppia si impegna a vicenda per tutta la vita. L’uno completa l’altro:

“Ciò nonostante, nel Signore la donna non è indipendente dall’uomo, né l’uomo dalla donna” (1 Cor 11:11).

I due prendono anche un impegno incondizionato al servizio di Dio per la vita. Questo impegno forma un triangolo:

Dio

/    \

marito — moglie

In secondo luogo, con il sacramento dell’ordinazione, il sacerdote è pronto a servire Dio. La moglie del sacerdote è presente per condividere il suo ministero dopo la sua ordinazione.

Questi legami sacramentali possono aiutare le coppie sacerdotali a vivere nei momenti difficili. Ma a volte, le mogli dei sacerdoti dimenticano che sono sposate con sacerdoti. O dimenticano di avere preso un impegno, prima verso Dio e in secondo luogo verso i loro mariti, per condividere il ministero del marito. Quando le cose diventano difficili, le mogli dei sacerdoti ritengono che sia impossibile continuare nel loro matrimonio o condividere il ministero del marito. I giorni difficili sono come un mare agitato, ma le acque tempestose alla fine si calmano. Poiché Dio è una parte delle obbligazioni sacramentali che tengono insieme il prete e la moglie, Dio manderà lo Spirito Santo a dare loro la saggezza e la forza per superare le difficoltà. Devono solo essere pazienti e continuare a rivolgersi a Dio e chiedere il suo aiuto:

Il Signore disse: “Se aveste fede quanto un granellino di senapa, potreste dire a questo albero di sicomoro, ‘sradicati, e gettati in mare’, ed esso vi ascolterebbe” (Lc 17:6) .

Dio permette che le cose accadano nella nostra vita per ragioni note solo a lui. Tutto quello che dobbiamo fare è pregare e dire, “Sia fatta la tua volontà”.

Il consenso della moglie del prete e la sua partecipazione all’ordinazione sacerdotale

La moglie del prete ha un ruolo importante nell’ordinazione del marito. Prima di tutto, deve acconsentire per iscritto che è disposta che il marito sia ordinato. Essendo “una sola carne” con suo marito attraverso il sacramento del matrimonio, partecipa in spirito alla sua ordinazione.

Personalmente, ho un vivido ricordo dell’ordinazione di mio marito. In quel giorno speciale, il sogno di mio marito stava per avverarsi. Ricordo vividamente la chiesa piena di gente. I nostri genitori, fratelli, sorelle e amici erano tutti lì. Ricordo come mi colavano lacrime correvano dagli occhi, mentre vedevo mio marito andare all’altare. Mentre udivo le preghiere sacramentali dell’ordinazione, sentivo che ero lì in spirito. Tutti i fedeli e le nostre famiglie pregavano con le lacrime agli occhi perché mio marito fosse degno della grazia di Dio.

Lì per lì, mi sono resa conto che ero presente anch’io. Quando l’arcivescovo Iakovos del Nord e del Sud America ha imposto le mani su mio marito, lo Spirito Santo riversato la sua grazia per coprirlo. Sentivo che una scintilla o un bagliore dello Spirito Santo toccava pure me.

In un attimo, la chiesa fu piena di grida, Axios! Axios! Axios! (degno).

presbitera Connie e padre ​​Barnabas Powell

C’era anche Il mio grido di Axios, che mostranva la mia approvazione e l’impegno verso Dio e verso mio marito: io ero lì a far parte del suo ministero. Nei suoi nuovi paramenti dorati, mio ​​marito sembrava un angelo. Non dimenticherò mai quel momento, e ne farò tesoro fino all’ultimo giorno della mia vita.

Dopo la sua ordinazione, il sacerdote può offrire la Divina Liturgia. Ricordo la gioia e la benedizione che ho provato nel ricevere la santa comunione dalle mani di mio marito quando ha offerto la sua prima Divina Liturgia. Dio mi ha onorato con il suo invito a essere la moglie di un prete. Quale benedizione! Solo le donne che passano attraverso questa esperienza possono capire un simile e speciale sentimento e appagamento.

Come descritto in precedenza, il prete e sua moglie sono doppiamente benedetti dai due sacramenti del matrimonio e ordinazione. Da allora in poi, essi sono legati insieme. È proprio vero che la moglie del sacerdote è “parte della tonaca (raso) del prete”, per parafrasare il detto greco. Da allora in poi, comincia il difficile cammino spirituale. Il prete e la moglie devono essere pronti a sostenersi a vicenda e camminare mano nella mano lungo la strada stretta, avendo lo Spirito Santo come loro guida.

San Cirillo, un santo del quarto secolo, rappresentava la mensa eucaristica in un’immagine. Un uomo prende con la mano del pane, e una donna sta in piedi e prega. Essi rappresentano Cristo e la Chiesa. Quest’immagine può simboleggiare un prete sposato e sua moglie dopo la sua ordinazione. Con profondo amore per Dio e l’altro, i due condividono l’importante responsabilità di servire Dio e il suo popolo.

Sacerdoti di vocazione anziana e convertiti

khouria Frederica Matthews-Green

Alcune donne devono affrontare sfide particolari nel decidere di condividere il ministero del marito. In alcuni casi, i loro mariti potrebbero aver scelto di seguire la chiamata al sacerdozio più tardi nella vita. Queste donne devono affrontare importanti cambiamenti emotivi nella loro vita coniugale e familiare ormai fissata. I cambiamenti nella loro carriera avranno ripercussioni finanziarie. In altri casi, le donne che si sono convertite alla fede ortodossa possono essere particolarmente ansiose di diventare mogli di sacerdoti, perché non sanno cosa aspettarsi in una parrocchia. Alcune donne temono che dovranno affrontare sfide linguistiche nelle parrocchie bilingui.

Nell’affrontare queste sfide particolari, un padre spirituale può guidarle e aiutarle a comprendere la volontà di Dio. La coppia ha bisogno di pregare insieme per prendere la decisione giusta per quanto riguarda l’ordinazione del marito al sacerdozio. Dopo aver preso la loro decisione, hanno bisogno di pregare Dio di dare loro la forza di svolgere questo ministero in modo efficace.

Il ministero non è un lavoro che può essere cambiato. Una volta che un uomo è ordinato, è sempre un sacerdote.

Il livello di impegno della moglie del prete nel ministero del marito

khouria Krista West

La moglie del prete di oggi ha molte opzioni rispetto a quanto tempo ed energie impiegare nel ministero del marito.

– Può essere una madre a tempo pieno o casalinga.

– Può lavorare a tempo pieno o part-time fuori casa.

– Può fare parte come volontaria di vari comitati e progetti della chiesa.

– Se è qualificata, può essere professionalmente coinvolta nel ministero parrocchiale.

– Oppure può scegliere una combinazione di due o più di queste cose.

La sua prima priorità è verso suo marito e i suoi figli. Molte madri desiderano rimanere a casa con i figli piccoli, se la famiglia può permetterselo finanziariamente. Queste madri danno ai loro figli un senso di sicurezza. Hanno più tempo da trascorrere con i propri figli, insegnare loro, rispondere alle loro domande, e, soprattutto, pregare con loro.

Avere un lavoro a tempo pieno fuori casa può essere gratificante. Oltre a portare reddito supplementare, può essere un luogo in cui la moglie di un prete può fare qualcosa che le piace.

matushka Genevieve e padre Sergej Glagolev

Quando lavora fuori casa, ha ovviamente meno tempo per la sua famiglia e per la famiglia parrocchiale. Questo ha anche un effetto sulla pianificazione di suo marito e sulla quantità di tempo che può passare in parrocchia, perché egli deve calibrare il suo tempo e condividere maggiori responsabilità familiari. Se i fedeli sanno che la moglie del prete lavora fuori casa, possono avere minori aspettative sul suo livello di impegno per la pastorale parrocchiale.

È preferibile, comunque, mantenere un equilibrio, sostenere il marito, e mantenere una presenza all’interno della parrocchia.

La moglie del prete può valutare le proprie doti, capacità e interessi, e procedere di conseguenza. Può fare ciò che la rende felice e ciò che funziona meglio per lei e per suo marito.

Non importa come sceglie di condividere il ministero del marito, tuttavia, è importante che lei sia felice della sua decisione e che viva di conseguenza.

I titoli delle mogli dei sacerdoti

icona di matushka Olga Michael

Le mogli dei sacerdoti sono note con titoli diversi nelle varie tradizioni e giurisdizioni ortodosse. Anche se i titoli sono diversi, tutti esprimono il ruolo speciale della moglie del sacerdote nella parrocchia.

Nella Chiesa greco-ortodossa, il titolo della moglie del sacerdote è presbitera (scritto anchepresvitera nelle traslitterazioni moderni).

Secondo sua Tutta-Santità il Patriarca Ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo,

“Nella nostra tradizione ecclesiale, [la moglie del sacerdote] è chiamata presbitera, l’altra metà delpresbitero (prete).”

Il titolo di presbitera si trovato negli antichi scritti cristiani, e aveva diversi significati diversi. Uno di questi significati si riferisce a una diaconessa che assisteva un prete in compiti diversi.

Nella Chiesa primitiva, una diaconessa era una donna cristiana anziana, solitamente vedova, che offriva il suo servizio o diaconia (da qui il titolo più comune, “diaconessa”) alla Chiesa. I suoi compiti limitati includevano il mantenimento dell’ordine in chiesa e l’aiuto alle donne adulte a vestirsi dopo che emergevano dall’acqua del santo battesimo. Visitava anche le donne malate, così come le donne cristiane che vivevano in case pagane.

Tuttavia, l’uso più comune di questo titolo èra quello di moglie del sacerdote. Nella Chiesa greco-ortodossa, questo è l’uso corrente del titolo di presbitera. Nel greco colloquiale, tuttavia, la moglie del sacerdote è chiamata papadia, che viene da papas, un’altra parola per sacerdote.

Nella Chiesa ortodossa antiochena, la moglie del sacerdote è chiamata khouria.

Nella Chiesa ortodossa albanese, è chiamata priftereshia.

Nella Chiesa ortodossa romena, è chiamata preoteasa.

Nella Chiesa ortodossa russa, la moglie del sacerdote è chiamata matushka, che significa “piccola madre”. Quanto è commovente e opportuno questo titolo per la moglie del sacerdote che ama e si prende cura di tutte le persone nella parrocchia di suo marito!

la mia amica e collega, direttrice di coro e matushka, Deborah Peck

Le mogli di alcuni sacerdoti non vogliono essere chiamate con il loro titolo, e insistono a essere chiamate con il loro nome di battesimo. Forse desiderano essere trattate come qualsiasi altra donna nella parrocchia. Questa loro volontà dovrebbe essere rispettata, ma molte persone la ignorano. Non importa quanto la moglie del prete può cercare di dire ai fedeli di chiamarla per nome; resta comunque la moglie del sacerdote ai loro occhi.

Per la moglie di un sacerdote appena ordinato, l’assunzione del suo nuovo titolo è il simbolo dell’assunzione della sua nuova vita. Da allora in poi, pochi la chiameranno per nome. È divertente essere a una riunione delle mogli dei preti quando qualcuno chiama ad alta voce il titolo della moglie del prete, come per esempio presbitera in greco. Ogni moglie di sacerdote si girerà, pensando che quella persona si rivolga a lei.

Questo è quanto profondamente questo titolo è scolpito nel cuore della moglie di ogni sacerdote.

fonte: http://www.ortodossiatorino.net/

Meluzzi adesso sia più indulgente (con gli altri)

Riecco «zelig-Meluzzi»:
ora è diventato Alessandro

Il medico diventato vescovo ortodosso adesso sia più indulgente (con gli altri)

Rispetto ad Alessandro Meluzzi, Zelig era un dilettante. Woody Allen potrebbe scoprire un personaggio più camaleontico del suo. Lo psichiatra Meluzzi, criminologo, gran frequentatore dei salotti tv, è diventato infatti arcivescovo ortodosso, Sua Beatitudine Alessandro I. Lo avevamo lasciato diacono di rito greco e di obbedienza romana, ma le gerarchie cattoliche lo avrebbero destituito perché massone.

I mestieri

Ripercorrendo la vita di questo opinionista, si è vinti dallo smarrimento per il vortice di idee e mestieri professati: comunista, radicale, socialista, berlusconiano, cossighiano, verde e inoltre esoterista, politico, portavoce di don Gelmini, psicoterapeuta, inviato sull’Isola dei famosi, consulente della difesa in vari processi, massone in sonno, appunto diacono consacrato! Quasi tutti i giorni viene ospitato dai più noti talk dediti alla cronaca nera. Segno che l’apparire guida i nostri passi quando le evidenze si eclissano. Per far «carriera», Meluzzi è passato a un’altra confessione, accettando l’invito di una comunità autocefala, «residuale», la Chiesa ortodossa italiana, che annovera poche centinaia di seguaci (un ramo scissionista rispetto alla Sacra arcidiocesi ortodossa d’Italia e Malta). Qui può fare il primate anche se è sposato. Meluzzi accetta malvolentieri le critiche e reagisce con asprezza. Speriamo almeno che da vescovo sia  più indulgente. Non verso se stesso, come ha sempre fatto, ma verso gli altri.

corriere.it