L’onda anomala dell’immaginario

Che anno è stato il 2015? E soprattutto come l’immaginario ne ha sintetizzato, restituito, o meglio ancora sfidato le continue «provocazioni»? Guerra, morte in rete il flusso del mondo in tutte le sue possibili declinazioni a getto continuo. Una vertigine di fronte alla quale le immagini si devono allenare per rimanere dentro la realtà. E per produrre quegli scarti necessari a restituirne le crepe, i contrasti, le dissonanze. Proviamo qui a tracciare un percorso (parzialissimo) nelle visioni dell’anno che se ne va.

Facciamo cambio
Che seccatura è il corpo. Se non ci fosse avremmo trascorso un 2015 molto più tranquillo e non saremmo stati costretti a vedere così tante moltitudini che hanno fatto di tutto per farsi notare. Masse di corpi in cammino, in fuga, in manifestazione, che premono alle frontiere, che dimostrano contro poliziotti violenti, che difendono i propri territori. Non ci saremmo immedesimati in quella signora freddata sulla neve fra due palazzi di Kramatorsk, nell’est dell’Ucraina, e non avremmo sussultato di fronte alla foto di Aylan Kurdi sulla spiaggia di Kos. Ci saremmo risparmiati le code a Expo, le proteste contro le banche, i festeggiamenti per elezioni vinte e tutto sarebbe andato più liscio. Non ci sarebbero stati né attentati, né morti e le città sarebbero rimaste sicure perché per strada non ci sarebbe stato nessuno.

I vantaggi sarebbero molti. Senza i corpi, che hanno bisogno di mangiare e dormire, non ci servirebbero case e energia per riscaldarle. Chiuderebbero i negozi di alimentari, i mercati e i ristoranti perché non s’è mai visto un assente mangiare. Gli stilisti e le aziende di abbigliamento non servirebbero più, così come dovrebbero cercarsi un altro mestiere i medici e gli infermieri, per non parlare dei personal trainer. Ma visto che nemmeno loro esisterebbero, il problema sarebbe risolto alla radice. Diventeremmo tutti belli invisibili, immateriali e iperconnessi, presenti solo con un profilo virtuale sui social network. Non daremmo fastidio a nessuno e non dovremmo più preoccuparci di riparare, nutrire, istruire e divertire questo nostro fardello di carne. Bello eh?
Alzi la mano la mano chi vorrebbe un mondo così. Nemmeno a Zuckerberg piacerebbe, visto che è diventato di recente papà e quindi un corpo che funziona come quello di tutti gli altri ce l’ha anche lui. Diventerebbero tristi persino Salvini e la Le Pen perché con chi se la prenderebbero, poi?

Dopo questo 2015 dove dei corpi e delle relative individualità si è fatto strame, non sarebbe una cattiva idea fermarsi e fare il gioco del Io mi Immedesimo. Invitiamo, per esempio, Orban a immedesimarsi in un padre disposto a camminare dalla Siria alla Germania con la sua famiglia per trovare un tetto e del cibo. Giovanardi a mettersi nei panni di un gay che vorrebbe solo una cosa, sposare chi ama. Schauble in una madre greca che deve scegliere fra pagare l’affitto o la spesa. Il ministro dell’ambiente Gian Luca Galletti a vivere vicino a uno dei 57 siti contaminati d’Italia e non ancora bonificati.
Se poi il gioco dell’immedesimarsi viene difficile per scarsa immaginazione, facciamo quello del cambio. Facciamo che Erdogan sta per un mese a Kobane a combattere contro quelli del Daesh e Alfano sta un anno nei panni di un figlio di immigrati nato in Italia e che a 20 anni è ancora considerato straniero. Infine, proponiamo a quelli di Bankitalia e Consob di mettersi nelle vesti di un operaio in pensione che ha perso tutti i risparmi per colpa di una banca e di dare loro il proprio stipendio. Dite che non accettano? Dite che per loro certi corpi sono più uguali di altri? Però, che egoisti. (Mariangela Mianiti)

L’anno del surrealismo
Che il cinema politico abbia fatto propria la bandiera del surrealismo, lo abbiamo osservato in due casi. Ce lo aveva suggerito uno dei film più impressionanti dell’anno: Le mille e una notte di Miguel Gomes. Volendosi misurare con la crisi economica, Gomes era partito alla ricerca di fatti concreti: articoli di giornali, personaggi incontrati per caso, quartieri periferici. Cosa c’è di più oggettivo che un fatto, un luogo, una persona? Eppure, mettendosi all’altezza di questa singolarità, ogni singolo appariva strano, assurdo, improbabile. Cercando il reale, trovava solo racconti fantastici. La morale scioglieva il paradosso in una lezione: l’insensatezza è la logica stessa della crisi economica. Il surreale non è maniera di deformare la realtà, è questa realtà che deformata dalla crisi appare oggettivamente assurda.

Ce lo aveva confermato un altro film che uscirà tra due settimane in Francia,Gaz de France di Benoit Forgeard. In cui c’è un presidente eletto dal popolo che in pochi mesi di governo raggiunge livelli mai visti di impopolarità; e che, per risalire la china, si inventa un think tank di persone comuni. Contrariamente a Gomes, per Forgeard il surrealismo non è un risultato. È il punto di partenza. Il suo presidente si chiama Bird e lo incarna uno dei personaggi più sopra le righe del panorama pop d’oltralpe: il cantante e attore Philippe Katrine (vedere per credere il suo clip «Marine Le Pen»). Ma anche qui ritroviamo l’idea che l’attività politica è un incursione nell’esperienza comune. Il presidente è un non-politico. È stato scelto per questo. Eco alla campagna di Hollande, che durante le elezioni martellava sull’idea del «presidente normale».E, come in Gomes, niente appare più ineffabile della normalità. E l’unico modo di darle un volto è immaginare l’assurdo.

Ora, ammettendo per un attimo che questi due casi «singoli» rappresentino un segnale, viene da chiedersi perché il cinema che si misura con la politica si tinga di surrealismo.
Sarebbe borioso pensare che un’ipotesi su un’ipotesi valga un giudizio; ma è chiaro che non è un buon segno. In maniera cosciente (Gomes) o incosciente (Forgeard), entrambi i film avvertono il proprio pubblico che ogni tentativo di resistere alla perdita del senso è vano. Il senso ovviamente è la possibilità di un progetto emancipativo o politico. Gomes, alla fine della sua avventura, è letteralmente catturato dai proletari ammaestratori di uccelli canterini. In quell’hobby incondizionato, ché libero da ogni imperativo ipotetico, il regista coglie una forma, sublime, di resistenza delle classi subalterne al materialismo capitalista.

Solo, con quei proletari là, il borghese illuminato non può allearsi, può soltanto ammirali da lontano. Ogni forma di unità è impossibile, oltre che inutile. Il film di Forgeard riflette una situazione ancora più affliggente. In Francia oggi non c’è più nessun rapporto, non diciamo organico ma nemmeno nostalgico, tra la borghesia intellettuale e il proletariato. Nel suo surrealismo si coglie da un lato l’esigenza estrema del borghese colto di capire qualcosa. Dall’altro il rumore sordo dello spirito che gira a vuoto. (Eugenio Renzi)

Il ritorno di «The X-Files»
Il 10 settembre 1993 veniva trasmessa negli Stati Uniti la puntata pilota di The X-Files. L’inizio di quella stagione, la prima di nove, non ha rappresentato il punto di svolta della televisione statunitense e mondiale. In precedenza, solo per citare due esempi piuttosto rilevanti, erano state create serie come Miami Vice (1984–1990), che vantava tra i produttori esecutivi Michael Mann, e Twin Peaks (1990–1991) di David Lynch e Mark Frost (che tornerà nel 2017).

Tuttavia, The X-Files per la vasta gamma di generi, per la compresenza di una trama orizzontale e di una verticale, per la capacità di coinvolgere il pubblico a livello planetario, in un periodo ancora non conquistato dalla Rete, ha segnato un’epoca. Analisi dei personaggi, confronto con la realtà attraverso la ricostruzione del racconto di finzione, continuo ribaltamento delle tesi, sono solo alcuni degli elementi che hanno contraddistinto la creatura di Chris Carter e che possiamo ritrovare nei prodotti odierni.

Cos’è cambiato da quel lontano 1993? Il dato più semplice è proprio quello delle date di trasmissione: il primo episodio in Italia arrivò a quasi due anni di distanza; l’ultimo della nona stagione a tre mesi. E il prossimo 24 gennaio la prima puntata che segna il ritorno di The X-Files arriva su Fox in contemporanea con gli Stati Uniti.
L’ultima puntata della nona stagione (2002), dal titolo eloquente The Truth, quella nella quale milioni di spettatori aspettavano impazientemente di capire se gli alieni avrebbero invaso il pianeta (oltre al fatidico bacio tra Fox e Dana), sembra lontana anni luce. In balia delle scelte di Italia 1, che cambiava vorticosamente data e ora d’inizio della messa in onda, in molti col loro videoregistratore si ritrovarono con l’episodio tagliato sul più bello. Per fortuna da poco era apparso eMule e tutto cambiò.
È proprio nel modo di usufruire del prodotto televisivo (ma è corretto chiamarlo ancora così?) che la serialità ha trovato la sua reale dimensione in questi venti anni, per niente in conflitto col cinema, casomai in (dis)continuità con la letteratura e le graphic novel. La possibilità di vedere una serie in un paio di giorni (da questo punto di vista Netflix arriva a giochi fatti), senza alcun timore di perdere episodi, valorizzando la lingua originale, ha permesso racconti più complessi e libertà narrative audaci. Un altro modo collettivo,pure se la visione è solitaria (ma anche i romanzi si leggono da soli), di immaginare il contemporaneo e di riflettere sull’esistente. (Mazzino Montinari)

Il Manifesto

SCUOLA Per Poletti la ricerca è un hobby: niente disoccupazione ai precari

Sessantamila ricercatori precari sono studenti a vita. Lo ha confermato il ministero del Lavoro che ieri, dopo l’approvazione della legge di stabilità e con cinque mesi di ritardo, ha risposto all’interpello inviatogli dalla campagna#perchèiono? Sindacati come Flc-Cgil, i dottorandi dell’Adi, studenti di Link, i precari della ricerca Crnsu e i ricercatori della Rete29Aprile hanno chiesto l’estensione del sussidio Dis-Coll ai dottorandi di ricerca, assegnisti e borsisti universitari, la stessa misura rifinanziata con 54 milioni sul 2016 e 24 milioni sul 2017 dalla legge di stabilità per i collaboratori continuativi.

Per i ricercatori precari non c’è nulla da fare: il loro non è un lavoro, è un hobby. Uno scandalo nel paese dove il ministro del lavoro Poletti auspica una laurea modesta con 97 a 21 anni e non una a 28 con 110.

Ricerca senza diritti, ma speciale

Il documento del ministero del lavoro è un prezioso reperto archeologico della mentalità lavorista dominante nel Jobs Act. Chi fa ricerca, questo in realtà si sostiene, esercita un’attività separata, non un lavoro della conoscenza. Per sua natura, si distingue dagli altri collaboratori a progetto, anche se i precari della ricerca firmano un contratto dello stesso tipo e, come tutti i collaboratori, sono iscritti alla gestione separata dell’Inps. Per il ministero questo non basta a giustificare la richiesta di un sussidio di disoccupazione erogato a chi versa i contributi all’Inps. Il documento, reso noto dai dottorandi dell’Adi e dalla Flc-Cgil, ripresenta un pregiudizio: i precari – trenta-quarantenni — sono «in formazione».

Questo significa: quando perdono lo stipendio, devono continuare a lavorare gratis sperando in una nuova borsa. A tutto il resto ci pensano papà e mamma. Il ricercatore è vittima della sua «specialità» e viene considerato un’appendice del suo progetto di ricerca. L’università è come l’Expo: si lavora da volontari, nella speranza di percepire un reddito domani. O magari un concorso. A questa realtà allude il testo del ministero che parla di «natura speciale del rapporto di ricerca», un «rapporto del tutto peculiare» non riconducibile alle prestazioni del lavoro autonomo o a quello parasubordinato. Il rifiuto di un diritto di base si spiega con il fatto che la ricerca non è un mestiere per tutti. La può fare chi se la può comprare.

Gli esperti del ministero del lavoro sostengono inoltre che i dottorandi con borsa non versano 1300 euro di contributi all’anno alla gestione separata dell’Inps, come fa più di un milione e mezzo di partite Iva e collaboratori. Al ministero non si sono nemmeno posti il problema di aprire la pagina dedicata dall’Inps che dimostra l’opposto.

A cosa serve un precario

Dove finiscono i 1300 euro all’anno da moltiplicare per 60 mila. Nel buco nero della gestione separata, una delle poche in attivo che serve a ripianare i debiti delle altre casse. Ma non a espletare il suo compito: erogare i sussidi per disoccupazione o per la malattia, ad esempio. I precari e i freelance sostengono il welfare italiano senza contropartita. Il Jobs Act continua questa discriminazione. Una realtà denunciata dai movimenti del lavoro indipendente. E’ giunto il momento che anche gli universitari comprendano la loro condizione e si uniscano a coloro che materialmente la condividono come i freelance e i lavoratori indipendenti che hanno formulato una prima bozza di carta dei propri diritti.

La protesta dei ricercatori ha evidenziato quanto poco al governo Renzi interessino il lavoro e la cultura, mentre nella legge di stabilità stanzia 50 milioni per assumere 500 «eccellenze». Una contraddizione clamorosa: 60 mila senza diritti minimi, 500 assunti anche senza abilitazione nazionale.

Accademici fuori dal diritto

Dal 1 gennaio 2016 il Jobs Act prevede il superamento dei contratti a progetto. I rapporti di collaborazione dovranno essere ricondotti al rapporto di lavoro subordinato. Che cosa accadrà ai ricercatori precari? Probabilmente resteranno vittime della loro “specialità”, pur mantenendo con il loro dominus e la loro facoltà un rapporto di lavoro subordinato, di esclusività personale, di continuità e di eterorganizzazione. Vale a dire le tre caratteristiche riconosciute dal Jobs Act per “smascherare” le false collaborazioni. La regola non varrà solo per i nuovi contratti, ma anche per quelli in essere. Per esempio, se una falsa collaborazione scade a febbraio 2016, l’azienda dovrà regolarizzare la posizione del lavoratore se non vorrà rischiare di incorrere nella sanzione del tribunale. Sembra che queste caratteristiche non varranno per l’università.

La ricerca resterà nel limbo dove i diritti non esistono. Sono concessioni a tempo determinato.

Il Manifesto

La riforma della Chiesa

“Non siamo condannati ad una stanca riforma delle cose che sono, ma la rivoluzione è ancora possibile”.

Non è l’ultimo urlo zapatista che sale dal Chapas o la rabbiosa dichiarazione fidelista a Cuba. È il direttore di Civiltà cattolica Antonio Spadaro che sintetizza il senso della vita del suo confratello gesuita Papa Francesco. Lo fa con un lucidissimo e sbarazzinosaggio su Wired, la Bibbia della rete, già diretta da Chris Anderson.

Un testo che parla in molte lingue e può essere letto attraverso molte lenti. Innanzitutto offre un’autorevole e attendibile decrittazione della strategia del Pontefice. “Un cambiamento redentivo” lo definisce padre Spadaro usando proprio le parole di Francesco, in cui la novità, spiega non senza una sua ispirata poesia, è come “la preparazione di una tazza di mate, che richiede che l’acqua si scaldi e che le foglie di erba rilascino lentamente le sostanze antiossidanti”. Un’azione protesa a cogliere il meglio di quello che già esiste, dove “…l’innovazione non avviene conquistando territori di potere e influenza, ma guidando o accompagnando processi in corso”.

Parole che colpiscono e rivelano per chi si sta arrovellando da tempo sul turbinio indotto dal Papa che viene dalla fine del mondo. In particolare appare stupefacente la semplicità con cui si connette l’azione del vicario di Cristo a quanto già sta agendo sulla terra, fra gli uomini. Il magistero di Pietro agisce non insegnando o spostando la traiettoria dell’umanità, ma “accompagnando processi in corso”. Francesco pensa ad una Chiesa che coglie e accompagni i segni del tempo, non che giudichi e decida la direzione dell’umanità. Ma quali sono i segni del tempo? Cosa sta accompagnando Francesco? Il direttore di Civiltà Cattolica non ha esitazioni o prudenze verbali: l’innovazione è oggi la buona novella.

Un’innovazione forte, che muti il destino dell’umanità, che passi per “infrazioni a regole rigide che sono lì solo per tramandare istituzioni”. Un passaggio che a me pare davvero fortemente innovativo rispetto ad ogni lettura della dottrina. L’effrazione alle regole come valore, lo sconvolgimento delle istituzioni come obbiettivo, l’innovazione come “rivoluzione”.

Ce n’è d’avanzo per rendere “i riferimenti al Che parti di una mitologia museale” come, palesemente divertendosi, Padre Spadaro racconta le emozioni suscitate dall’incontro del Papa in Bolivia con i giovani locali nel corso del suo ultimo viaggio in america latina. In questa sede, frenando ogni tentazione di improvvisazione teologica, voglio rimanere sullo specifico digitale. Tale è infatti il tema iniziale dello scritto di Antonio Spadaro che ha per titolo Un Papa vestito di bit. Papa Bergoglio dice di non essere un esperto digitale, di non avere neanche un tablet, ma padroneggia come pochi la filosofia, la cultura di una rete dove sono le relazioni umane a intrecciarsi e diventare un ambiente dove, dice lo stesso Papa “la rete digitale può essere un luogo ricco di umanità, non una rete di fili ma di persone”.

Una riflessione che ancora non è stata maturata dalle élites intellettuali, o politiche del nostro paese, che continuano a vedere il web, quando lo percepiscono, come una sequenza di soluzioni tecnologiche da acquisire e adottare per meglio parlare con i propri utenti. Padre Spadaro segna un confine rispetto a questa visione mediocentrica della rete, che omologa il sistema digitale ad un apparato di comunicazione come la Tv o i giornali. “La rete è il luogo dove la socialità diventa solidarietà” cita da Francesco padre Spadaro. La rete dunque è vita, un “ambiente di vita, non strumento” precisa il vescovo di Roma,non un surrogato di informazione, da mercificare o misurare con gli stessi criteri di redditività o di attendibilità. Con la stessa disinvoltura, di chi si sente a casa propria, continua a spiegare Spadaro, non vi sono confini o steccati fra reale e virtuale, tanto che lo stesso Giubileo sarà vissuto indifferentemente nelle due dimensioni.

Ma perché questo manifesto digitale? Perché padre Spadaro insiste nella concezione della rete che ha il Pontefice? Il passaggio non è indolore. È ovvio che comporterà ulteriori attriti, nuovi borbottii, maggiori resistenze. Ma, come sempre, quando si parla della rete, ci si trova a destreggiarsi nelle forme delle relazioni sociali che la rete induce, a cominciare da quelle di potere, dalle gerarchie. E a quale gerarchia parla padre Spadaro citando esplicitamente il Papa? Il pensiero torna ai corridoi vaticani, a quelle stanze da cui, fisicamente e culturalmente Francesco rifugge. Anche in questo caso il messaggio che propone Spadaro non potrebbe essere più trasparente e decifrabile: la storia è storia dei popoli più che delle élites. Non potrebbe essere più chiaro il ragionamento e il destinatario. E per rendere più intellegibile la prospettiva che abbiamo dinanzi padre Spadaro si fa trasportare dal suo amore per l’arte: “Per Papa Francesco, scrive, la realtà è come per i futuristi, dinamica, si muove, non sta mai ferma”.

Ma è ancora la rete a fornire lo scenario in cui collocare il futuro. La potenza dei sistemi digitale è enorme, scrive, addirittura si hanno risposte prima di formulare la domanda. Ma senza serendipity, senza imprevedibilità umana, senza sorpresa, “i dati divengono reperti, pezzi da museo”. Ma per non essere travisato, per non rischiare di fornire materia a chi vuol resistere all’innovazione, Padre Spadaro apre un’altra porta “sorprendente”: l’algoritmo che governa la rete deve essere oggetto di contesa, non basta la potenza di calcolo univoca, perché l’algoritmo dominante serve un sistema che non può sostituirsi alla community. Ci vuole un pensiero digitale ma critico. Incompleto, come intende Francesco. Mentre il pensiero sferico, dominante è inerte, vive di equidistanze di equipollenze. Insomma non è conflittuale.

Ed è questo il vero passaggio, che assegna allo scritto di padre Spadaro uno spessore storico: immergendosi nella rete papa Francesco intende assumere una logica conflittuale, dialettica, rivoluzionaria. Di cui la rete è naturale “ambiente”. Non la perfezione della sfera ma la spigolosità del poliedro, le sfaccettatura della dialettica. Del resto, aggiunge Spadaro riportando l’ennesima citazione del pontefice con cui mostra assoluta famigliarità e dimestichezza: “I grandi cambiamenti della storia si sono realizzati quando la realtà è stata vista non dal centro ma dalla periferia”. Qualcosa di più di una constatazione detta dal Papa che viene da cosi lontane periferie.

Un ragionamento quello del gesuita direttore di Civiltà cattolica, che sembra parlare al sacro ma anche al profano. Ad una curia refrattaria che viene allertata per un anno di grandi nuovi terremoti, e ad una società politica ed istituzionale italiana che viene spinta oltre il ciglio della rete, oltre il burrone dell’immobilismo, constatando che il processo è in movimento, non è deviabile o esorcizzabile.

Questa è la vera constatazione che affiora da questo testo che si chiude con una citazione del fondatore dei gesuiti, Ignazio di Loyola che sembra descrivere profeticamente la pervasività dell’ambiente digitale:

“Non essere limitato dallo spazio più grande, ed essere capace di stare nello spazio più piccolo. Questo è il divino”.

fonte: http://www.huffingtonpost.it/

Matrimonio in spiaggia: alle Maldive la prima chiesa nell’acqua

a chiesa nel mare ora può realizzare il proprio sogno. Il proprietario di uno dei resort più belli dell’arcipelago, Ramando Kraenzlin, ha deciso di mettere a disposizione degli sposi una location da favola che gli permetterà di sposarsi immersi nell’acqua. Il Four Seasons Resort, infatti, dispone di una palafitta nel bel mezzo dell’Oceano Indiano, realizzata proprio per celebrare le nozze di chi vuole vivere un giorno da favola. Posizionata  50 metri dalla costa ha il pavimento in vetro che mostra lo spettacolo marino sotto di essa ed è in grado di ospitare fino a 16 persone.
Non solo. Se l’idea non fosse già abbastanza romantica il Resort dispone anche di una piccola chiesa posizionata al centro dell’Oceano, raggiungibile con una barchetta tipica del posto che permette agli sposi di celebrare il rito nuziale circondati dall’Oceano, come fossero i protagonisti di un film d’amore. L’idea è da prendere in considerazione soprattutto perché l’hotel mette a disposizione degli sposi un vero e proprio pacchetto All Inclusive, che comprende il fotografo, lo chef personale, la torta nuziale, più un massaggio di coppia e champagne per i neo sposi. Lo Special Wedding, infatti, sembra proprio essere pensato per i turisti che sposandosi in un luogo così particolare non saprebbero proprio da dove iniziare con i preparativi.
Un posto da sogno non solo per i più romantici, ma anche per chi ama la natura ed i luoghi incontaminati, considerando che sulla palafitta dal pavimento di vetro è possibile vedere colonie di tartarughe marine, coralli e tutta la fauna caratteristica di un posto così incantevole. Un’esperienza unica, ma soprattutto un desiderio che diventa realtà per tutti coloro che hanno sempre sognato un matrimonio originale e sorprendente come nei film.
magazinedelledonne.it

Omicidio di Don Amos, l’appello dei familiari a Papa Francesco

Reggio Emilia, 29 dicembre 2015 – «Francesco, ascoltaci. Aiutaci tu». Tre mesi fa i parenti di don Amos Barigazzi hanno scritto una nuova sofferta lettera al Papa: gli chiedono che dia loro udienza in Vaticano. L’ultimo tentativo di risolvere il giallo, prima di perdere le speranze ormai ridotte al lumicino: la sorella, i suoi tre figli e un fratello non si arrendono, a distanza di 25 annivogliono sapere chi uccise il loro congiunto tendendogli un agguato nel garage della canonica di Montericco e perché; e – solo dopo – perdonarlo.

A costo di far venir fuori verità scomode, retroscena, mai provati, di molestie. Sono convinti che nella Chiesa qualcuno sappia e possa aiutare a indirizzare le indagini. L’assassino potrebbe essere ancora vivo, indisturbato e impunito. Il timore dei parenti, che si sono affidati all’avvocato Ernesto D’Andrea, è che una prima lettera con richiesta di colloquio, inviata a Papa Francesco due anni fa subito dopo la sua proclamazione, non sia mai arrivata a destinazione. Ha risposto, qualche tempo dopo, il segretario di Stato, all’epoca il cardinale Tarcisio Bertone. Il porporato, in una nota di due righe, dichiarava: «Non sono situazioni di nostra competenza». Un messaggio freddo, non nello stile di Bergoglio, e i parenti ne sono rimasti profondamente delusi.

In quel pugno di anni compresi tra il 1990 e il 1992 Reggio era rimasta traumatizzata da tre feroci omicidi, tuttora senza un colpevole: vittime un ricoverato dell’ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio in permesso esterno, don Barigazzi parroco di Montericco e cappellano di quell’Opg, un chirurgo dell’ospedale cittadino. Un tris di «cold cases» sconvolgenti. L’assassinio di un prete, per i reggiani di una certa età, non costituiva una novità. Durante e dopo la guerra ce n’erano stati molti, finì ammazzato anche un seminarista di 14 anni, Rolando Rivi, di recente proclamato beato. Ma quelli erano stati delitti politici. Qui comunismo e anticomunismo non c’entravano.

Don Amos aveva 63 anni quando il 17 ottobre 1990 rientrò a Montericco dopo una riunione. Mancava poco alle 22. Mise la Panda in garage, scese con in mano l’agenda e i paramenti sacri. Qualcuno lo stava aspettando: gli sparò con un fucile da caccia dopo averlo sorpreso alle spalle. Ci fu prima una discussione fra loro? L’assassino fece inginocchiare la vittima quasi a farle recitare l’ultima preghiera? Voleva solo minacciare e invece gli partì il colpo al solo sfiorare il grilletto? Tante ipotesi. Il sacerdote morì dissanguato, lo trovarono la sorella Adua, la domestica e una vicina di casa la mattina dopo.

Da tre anni don Amos era il parroco del santuario della Beata Vergine di Lourdes che si affaccia su un balcone panoramico delle prime colline, scelto dalle coppie per sposarsi. Era stato mandato là dal vescovo Gilberto Baroni dopo la segnalazione di tensioni nella parrocchia cittadina dell’Immacolata Concezione, guidata da don Amos da vent’anni. Fin da subito si pensò che all’origine del delitto ci fosse l’abitudine del prete di «sperimentare» le uscite dei ricoverati dall’Opg, consentendo loro di respirare qualche ora di libertà. Il cappellano dell’ex manicomio criminale là dentro era cercato dagli internati, per la disponibilità a scommettere sul loro reinserimento. Li portava in gita, li faceva socializzare.

Ma tra i parrocchiani c’era paura: si racconta che le mamme si dessero il cambio per fare la guardia quando i bambini giocavano nel campetto della chiesa o quando frequentavano il catechismo. Un clima insostenibile, che si sarebbe riproposto a Montericco. Ne è indizio la drammatica corrispondenza tra il prete e un ex ricoverato che si era fidanzato con una parrocchiana: don Amos osteggiò la relazione, voleva impedire il matrimonio.

Il sacerdote temeva di essere ammazzato, lo aveva scritto sul diario trovato nel garage. Era stato messo a parte in confessionale di segreti criminali o economici? C’era un movente affettivo o sessuale? Qualcuno covava un odio represso? Oggi c’è da chiedersi perché, oltre a trasferirlo di parrocchia, non fu tolto a don Amos l’incarico di cappellano dell’Opg. Lui si era opposto ben sapendo di rischiare la pelle. Ma si sarebbe potuto rimuoverlo d’imperio.

di MIKE SCULLIN – ilrestodelcarlino.it

Prete sposato 50 anni ordinazione abbracciato da Papa Francesco

La notizia sottoriportata è tratta da Romagna Noi e tra le righe racconta un episodio avvenuto a Febbraio del 2015: Lino Tonti, con il corcifisso al collo, prete sposato abbracciato dal Papa Francesco durante l’udienza a porte chiuse al clero Romano (ndr).

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Una domenica speciale, una festa speciale. Invitati tutti i parrocchiani con don Giuseppe (e altri cinque sacerdoti a celebrare Messa) a fare gli onori di casa nella chiesa di San Raffaele all’Ina Casa. Tanti preti sull’altare, un ex prete tra i banchi: ed era proprio quest’ultimo il festeggiato. Lino Tonti una volta era don Lino. Esattamente cinquant’anni fa: 1965. Ordinato a Riccione proprio il giorno di Natale. Lino decise di lasciare la tonaca e di sposarsi.

“Rispetto delle scelte – ha scritto nell’articolo a lui dedicato nel giornalino della parrocchia – nella convinzione che uno quando è prete (celibe o sposato) lo è per sempre”. E anche se non tutti la penseranno così, pazienza. A 50 anni dunque dalla sua ordinazione, Lino è stato il protagonista della festa che la parrocchia gli ha dedicato. C’erano tanti fedeli, tanti amici. Lui accanto alla moglie, ai figli, una vita dedicata alla famiglia e alla preghiera. Don Giuseppe lo ha ricordato, lo ha celebrato, lo ha abbracciato: un modo per ribadire che non ci si dimentica mai del prossimo, specie se è stato ed è così vicino a te.

Lino, commosso, ha ringraziato tutti e a salutarlo con amicizia ed affetto c’era nientemeno che il sindaco Andrea Gnassi corso ad abbracciarlo e a portargli il saluto dell’intera città. E a chi si pone la domanda: “ma come un ex prete festeggiato in chiesa?” rispondiamo senza problemi. Sì, festeggiato nella sua chiesa, tra i suoi cari, tra i suoi amici, in una esistenza segnata dall’abbraccio con Papa Francesco nel febbraio scorso. Lui, con il crocifisso al collo, al cospetto del Santo Padre. Un’emozione indescrivibile come quella vissuta domenica in una San Raffaele strapiena appositamente per lui.

Chiudiamo come ha chiuso lui il suo intervento: “Vi chiedo di pregare per noi che ricordiamo 50 anni di ordinazione. Ma anche per tutti i preti. E per chiedere al Padre che la Chiesa trovi la strada più giusta e più saggia per non far mancare preti alle nostre comunità. Non a casa quel giorno saranno fra noi anche preti che – come me – non possono celebrare e confessare, ma nelle loro comunità prestano un servizio prezioso e generoso”.

Spagna, la chiesa abbandonata diventa uno skatepark: porte aperte al tempio di Kaos

Ancora una situazione di abbandono delle chiese per la mancanza di preti. L’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati denuncia il fatto avvenuto a Llanera in Spagna e riportato da Repubblica.it

(afp)
E’ stato inaugurato a Llanera, nella regione settentrionale delle Asturias, il tempio di Kaos. Si tratta di una chiesa del 1913, sconsacrata e abbandonata ormai da alcuni decenni che è stata trasformata in uno skatepark dal collettivo Brigata della chiesa. Grazie all’intervento dell’artista Okuda San Miguel, l’ex chiesa di Santa Barbara è diventata una meta ambitissima di appassionati della cultura dello skateboard

Non c’è il prete e salta la messa. Per fedeli costretti a tornare a casa si offrono i preti sposati

Il fatto (riportato in basso)  avvenuto a Cingoli in provincia di Macerata è sintomatico di una situazione ormai diffusissima in molte parrocchie delle diocesi italiane e di tutto il mondo. Per l’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati è il momento favorevole per il rientro nel ministero pastorale dei preti sposati: grande risorsa per la Chiesa.

I fedeli vanno alla messa come sempre da più di settanta anni, solito orario fissato per i festivi e solita chiesa, ma della celebrazione eucaristica nessuna traccia. Il fatto ha suscitato lamentele, proteste e polemiche tra i fedeli che ieri mattina si sono recati per assistere alla messa nella Collegiata di Sant’Esuperanzio. Un centinaio di persone sono arrivate in chiesa prima delle 10, ma una volta entrate hanno visto l’altare maggiore spento e da qui il dubbio sulla celebrazione. Poi il passaparola tra chi se ne andava amareggiato e chi arrivava, inconsapevole della novità, ha frenato l’arrivo di altra gente.
“Son più di settant’anni che nei festivi c’è la messa delle 10! Non è mai saltata. Dovrebbe essere accaduto qualcosa di grave al prete!”, è stato il commento generale. “Perché non ci hanno avvisato magari alla fine della messa di mezzanotte?”. Tra chi protesta c’è anche chi vuole segnalare il fatto al vescovo mons. Nazzareno Marconi.
Il parroco don Patrizio Santinelli spiega che cosa è successo. “La coincidenza dei tre giorni festivi consecutivi, il Santo Natale, Santo Stefano e la domenica ci ha indotto a non programmare la messa per un solo giorno né a Sant’Esuperanzio né a San Giuseppe. Non era possibile sostenere nove messe al giorno, sarebbero state ventisette nei tre giorni. E i fedeli sono stati avvertiti attraverso la lettera parrocchiale che abbiamo consegnato prima di Natale, con il programma delle Sante Messe. I preti sono sempre di meno. Non si riesce a coprire tutte le frazioni e tutte le parrocchie”.

fonte: Corriere Adriatico

Prezzi: nel 2016 stangata da 551 euro a famiglia

Nel corso del 2016 gli italiani dovranno mettere in conto una“stangata” pari a circa 551 euro a famiglia. Lo afferma il Codaconsche ha elaborato uno studio sugli incrementi di spesa previsti per il nuovo anno sul fronte prezzi e tariffe.

In realtà – spiega l’associazione – a fronte di significativi aumenti per alcuni settori, si registreranno nel corso del 2016 anche delle diminuzioni di spesa. Nello specifico, la ripresa dell’inflazione – che secondo gli analisti dovrebbe attestarsi attorno all’1% nel prossimo anno – porterà le famiglie a spendere 298 euro in più per effetto della crescita dei prezzi al dettaglio, e 189 euro in più per la sola spesa alimentare.
Aumenti che si ripercuoteranno anche nel settore della ristorazione (+26 euro).

Cresceranno le tariffe per la raccolta rifiuti e i servizi idrici, per un totale di +137 euro a famiglia su base annua. Per i trasporti (aerei, treni, taxi, mezzi pubblici, traghetti, ecc.) un nucleo familiare tipo dovrà affrontare una maggiore spesa pari a 44 euro, mentre viaggiare sulle autostrade comporterà un aggravio di 27 euro. Per i servizi bancari complessivamente si spenderanno 18 euro in più rispetto allo scorso anno, +9 euro per quelli postali. Discorso a parte meritano le bollette: se da un lato le quotazioni internazionali del petrolio – che secondo gli analisti saranno stabili o addirittura in discesa per il tutto il 2016 – dovrebbero portare benefici sulle fatture, dall’altro il nuovo sistema tariffario sulle bollette elettriche varato dall’Autorità per l’energia, determinerà rincari per una buona fetta di popolazione.

L’eliminazione della Tasi sulla prima casa determinerà invece un risparmio medio di 194 euro a famiglia; costerà meno il canone Rai, che scende da 113,5 euro a 100 euro, e l’assicurazione rc auto sarà più leggera mediamente di 12 euro.

Fare il pieno alla macchina comporterà una minore spesa di 68 euro rispetto allo scorso anno, ma questo solo se le quotazioni del petrolio rispetteranno le previsioni degli analisti, e se il Governo non introdurrà nuove tasse sui carburanti.

VOCI CHE AUMENTANO
Prezzi al dettaglio +298 euro
Alimentari +189 euro
Acqua e rifiuti +137 euro
Istruzione +79 euro
Trasporti +44 euro
Tariffe autostradali +27 euro
Ristorazione +26 euro
Banche +18 euro
Luce e gas +12 euro
Tariffe postali +9 euro

VOCI CHE DIMINUISCONO
Tasi (prima casa) -194 euro
Carburanti -68 euro
Canone Rai -13,5 euro
Rc Auto -12 euro

TOTALE +551,5 euro a famiglia.

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Meteo: fino Capodanno tempo stabile, temperature oltre medie. Inizio d’anno con possibile svolta invernale

“L’alta pressione ci accompagnerà anche negli ultimi giorni di questo 2015: almeno fino a Capodanno quindi le giornate saranno caratterizzate da quasi totale assenza di piogge, mancanza di neve in montagna, temperature relativamente miti, molte nebbie nelle ore notturne e del primo mattino ed emergenza smog in quasi tutte le principali città e aree industrializzate. Quando arriveranno piogge degne di nota e capaci di ripulire l’aria?”. Le ultime proiezioni del Centro Epson Meteo indicano come “scenario più probabile (anche se con indice di affidabilità ancora basso e pari a 65) quello che vede a partire dal 2-3 gennaio la ritirata dell’alta pressione e l’inizio di una fase dominata dal passaggio di umide correnti atlantiche capaci di riportare la pioggia su gran parte del Paese e la neve su Alpi e Appennino”.

PREVISIONI PER DOMENICA 27: Cielo da poco nuvoloso a nuvoloso al Sud e Sicilia, comunque senza piogge. In generale bello nel resto d’Italia, ma con il fastidio di nebbie anche fitte al mattino al Centronord, localmente insistenti anche nelle ore pomeridiani in alcuni settori della Valpadana, in alcuni tratti delle coste adriatiche e in diverse valli del Centro.
Temperature sempre relativamente miti.

PER L’INIZIO SETTIMANA: LUNEDÌ 28 E MARTEDÌ 29: Anche lunedì le nebbie resteranno l’elemento più importante: diffuse e localmente persistenti in Val Padana e Alto Adriatico, presenti anche nelle valli del Centro dove dovrebbero dissolversi in giornata. Per il resto non ci saranno variazioni di rilievo se non verso la notte quando torneranno le nubi in Liguria. Questo sarà il primo segnale di una debolissima coda di un sistema nuvoloso che tra martedì e mercoledì transiterà sull’Italia, con pochi effetti: in particolare martedì un po’ di nuvolosità interesserà il Nordovest, la Toscana e la Sardegna, con qualche pioggia isolata sulla Liguria centrale, altrove cielo sereno o poco nuvoloso; nebbioso sul Veneto ed in Emilia Romagna; la nuvolosità tra la fine di martedì e mercoledì tenderà a muoversi coinvolgendo il Nordest e il Centro. Questa copertura nuvolosa avrà il merito di rendere la notte tra martedì e mercoledì decisamente meno nebbiosa, inoltre le temperature massime potranno subire un lieve calo, di un paio di gradi.

– TENDENZA CAPODANNO: Nessuna novità di rilievo anche a Capodanno, anche se ci saranno temporanei passaggi nuvolosi a coprire il cielo, ma che avranno il merito di limitare la formazione delle nebbie. Sarà una notte di Capodanno con temperature di molto al di sopra della media stagionale:

INIZIO D’ANNO, POSSIBILE SVOLTA INVERNALE: Una massa d’aria gelida scenderà verso i Balcani, ma resterà ai margini del nostro Paese: si sentiranno gli effetti sulle temperature che potrebbero ritornare a valori più consoni per il periodo.

Intanto l’alta pressione tenderà a indebolirsi lasciando spazio ad un flusso occidentale più favorevole ad un avvicinamento delle perturbazioni atlantiche. L’Indice di Affidabilità della previsione è ancora moderato, vi invitiamo a seguire gli aggiornamenti per maggiori dettagli.

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Sparito un milione per costruire le chiese: nuove accuse al vescovo Mogavero

L’inchiesta. Si complica la posizione di monsignor Mogavero, presule di Mazara del Vallo. Che per Natale ha inviato una lettera ai fedeli: “Contro di me un processo mediatico. Non vi chiedo di credermi sulla parola, ma dimostrerò che sono innocente”

MAZARA DEL VALLO. C’è un milione di euro del mutuo per la costruzione di tre chiese che non si sa che fine abbia fatto. Ci sono altri 570.000 euro di fondi dell’8 per mille che sarebbero stati destinati a ben altro che alle iniziative benefiche. C’è una moltitudine di conti correnti della Diocesi e una sorta di “conto protezione” nel quale transitano somme destinate a conti correnti privati. Ci sono inspiegabili prestiti per più di 225.000 euro concessi dall’economo della Curia a un sacerdote nel frattempo condannato per tentata violenza sessuale e sospeso a divinis che li avrebbe dissipati ai tavoli da gioco. E ci sono le testimonianze di diversi sacerdoti che hanno confermato ai pm che i bilanci della Diocesi erano in rosso anche a causa di alcune spese folli, come il regalo di 35.000 euro ad un parroco per l’acquisto di una macchina di lusso. Insomma, nell’inchiesta che vede il vescovo di Mazara del Vallo Domenico Mogavero indagato per appropriazione indebita dei fondi dell’8 per mille e il suo ex economo don Franco Caruso anche per malversazione, c’è ben di più di quei 185.600 euro che sono stati finora contestati nell’avviso di garanzia firmato dal procuratore di Marsala Alberto Di Pisa e dal sostituto Antonella Trainito. Interrogato, Mogavero (difeso dagli avvocati Nino Caleca e Stefano Pellegrino) ha sostenuto di essere all’oscuro di quanto avrebbe fatto l’economo poi da lui rimosso, mentre quest’ultimo sostiene che l’arcivescovo fosse al corrente di ogni cosa.

Il conto protezione. La Guardia di finanza di Trapani sta passando al setaccio i movimenti dei numerosi conti (almeno sette-otto) intestati alla Diocesi e sui quali avevano delega ad operare sia l’economo che monsignor Mogavero. E le stranezze con cifre che escono da una parte e rientrano (ma solo in parte) dall’altra sarebbero molte. C’è una montagna di documenti bancari da esaminare, c’è un “conto protezione” di cui Mogavero dice di non conoscere l’esistenza ma che risulta acceso dalla Curia e c’è da verificare se siano stati effettivamente realizzati i progetti di “opere benefiche” che avrebbero dovuto essere portati avanti con i fondi dell’8 per mille e che – secondo gli inquirenti – avrebbero preso invece altre strade.

Il mutuo dirottato. I filoni di inchiesta sono due, quello sui fondi dell’8 per mille e quello sul buco in bilancio cresciuto anche per l’esposizione debitoria, poco più di 4 milioni di euro, nei confronti di due banche ( Banca Prossima del gruppo Intesa San Paolo e Unicredit). I due filoni però finiscono con l’intrecciarsi. Dei fondi del mutuo destinati alla costruzione di due chiese e alla ristrutturazione (costo 32 milioni) di quella di Pantelleria si sarebbe “perso per strada” un milione, mentre altri 130.000 sarebbero transitati dai conti della Diocesi a quello personale del vescovo che ha spiegato di aver anticipato dal suo patrimonio il pagamento della somma all’architetto Ernesto La Magna per la realizzazione di opere per la chiesa di Pantelleria.

Il prestito al prete ludopatico. Difficile poi spiegare come sia stato possibile che Mogavero (al quale comunque spettano compiti di vigilanza) non si sia mai accorto delle oltre trenta operazioni con le quali, in cinque anni, il suo economo ha “prestato” ben 225mila euro dei fondi destinati alle opere di bene a quel don Vito Caradonna che li avrebbe dilapidati ai tavoli da gioco. Per non parlare di quei singolari “prestiti” di somme a diversi zeri che dai conti della Curia viravano verso quelli di Mogavero e dell’economo poi da lui stesso rimosso.

Le spese pazze. E poi ci sono le testimonianze dei sacerdoti presenti all’assemblea nella quale il 14 maggio dell’anno scorso Mogavero presentò il bilancio in rosso del 2013. Una assemblea registrata da qualcuno dei presenti che fece giungere il file prima a “Panorama” e poi in Procura. Chiamati dai pm i sacerdoti (a cominciare dal rettore del Seminario don Francesco Fiorino) hanno confermato che in quell’occasione a Mogavero furono contestate alcune spese giudicate fuori luogo come un contributo da 35.000 euro ad una parrocchia per l’acquisto di un auto di lusso, il pagamento di consulenze per 40.000 euro o i 37.000 euro spesi per comprare un servizio di piatti con il bordo in oro per la canonica dell’ex segretario del vescovo.

Il messaggio di auto difesa. Monsignor Mogavero, che ha presentato ai pm anche una consulenza sui conti della Diocesi affidata a due esperti, per Natale ha voluto dare spiegazioni anche ai suoi fedeli. E in una lettera aperta in cui si dice “sovrastato da tante parole che nella piazza mediatica hanno detto di me ogni sorta di male”, parla di una “condanna inappellabile diffusa ai quattro angoli del Paese” e promette: “Circa gli addebiti sui quali sono stato chiamato a rispondere fornirò nel più breve tempo possibile adeguata documentazione per provare l’infondatezza delle contestazioni, forte della testimonianza della mia coscienza che non posso giocarmi a cuor leggero, sapendo che al Giudice supremo non può essere nascosta la verità. Certamente

a nessuno posso chiedere di credermi sulla parola – conclude Mogavero – Tuttavia chi conosce i criteri a cui ho ispirato il mio operato in questi otto anni di ministero episcopale, può dare una risposta esauriente e rassicurante agli interrogativi suscitati dalla incresciosa vicenda”.

repubblica.it

Preti sposati nel 2015-2016 grande tour per le città italiane per la riammissione nel ministero pastorale e la riforma della Chiesa

Prossimo incontro

Modena 4 – 6 Gennaio 2016

(Gli incontri sono riservati ai soci >>>clicca qui per associarti)

Per partecipare è richiesta quota di iscrizione (30€) + quota associativa (50€)

(è possibile versare la quota cliccando in basso sul pulsante “Donazione

per info: e-mail

Se vuoi contribuire all’azione dei sacerdoti lavoratori sposati, alle nostre  attività in Italia e all’estero puoi fare una donazione:

I sacerdoti lavoratori sposati sono impegnati per una riforma della Chiesa e per un Cristianesimo meno tradizionalista aperto al futuro.
Aiutaci a dare un servizio sempre migliore, sostieni la nostra iniziativa con un contributo volontario (puoi effettuare la donazione cliccando sul pulsante “Donazione” al centro della pagina).
Per altre info scrivi mail

Perché gli operai vanno a destra?

Due articoli – il primo del Corriere della Sera (Giuseppe Sarcina, “Obama: Trump mi attacca perché sono nero”, martedì 22 dicembre) il secondo del New York Times – commentano l’intervista che il presidente Obama ha rilasciato alla “National Public Radio”, nel corso della quale è andato decisamente all’attacco di Donald Trump, il miliardario in corsa per la candidatura repubblicana alle elezioni presidenziali del 2016. Il Corriere si concentra sulle accuse di razzismo che Obama rivolge a Trump, anche se l’autore del pezzo sottolinea che, nell’ultimo dibattito fra i nove candidati repubblicani, nessuno (nemmeno Trump) ha rispolverato le vecchie insinuazioni in merito all’inaffidabilità di un presidente nero nella conduzione della lotta contro il terrorismo islamico. Invece il New York Times dà più peso (fin dal titolo: “Obama accusa Trump di sfruttare le paure della classe operaia”) alla polemica sulle sirene populiste che Trump utilizza per catturare il consenso dei bianchi poveri.

Il secondo argomento mi è parso decisamente più interessante, perché riguarda un nodo nevralgico dei conflitti sociali e politici dei Paesi occidentali degli ultimi decenni. Nell’intervista Obama riconosce che i mutamenti indotti dalla Nuova Economia hanno penalizzato in particolare i colletti blu, falcidiandone salari e livelli di occupazione e rendendone sempre più problematico il ruolo di capi famiglia. Non a caso, si sottolinea in un’altra parte dell’articolo, solo il 36% dell’elettorato bianco privo di educazione secondaria ha votato per lui nella campagna del 2012 che lo ha riconfermato alla presidenza. Ciò che colpisce, tuttavia, è  soprattutto il fatto che Obama, mentre si affanna a dimostrare che le critiche sul suo modo di condurre la guerra all’Isis sono infondate, non spende parola per respingere le critiche sugli effetti che certe scelte di politica economica hanno avuto sulle condizioni di vita e di lavoro dei bianchi poveri, né accenna a cosa si dovrebbe fare per affrontarne i problemi. L’immiserimento dei colletti blu, insomma, viene considerato alla stregua di una catastrofe naturale, del prezzo inevitabile che il “progresso” economico impone alla società (un prezzo che, evidentemente, contempla anche la strumentalizzazione elettorale del fenomeno da parte della destra).

Questo è, del resto, il punto di vista condiviso da tutti i partiti della sinistra tradizionale in Occidente: dai Laburisti inglesi (fino alla svolta di Corbyn) ai Democratici italiani, dai Socialisti francesi ai Socialdemocratici tedeschi. La conversione liberista delle sinistre negli ultimi trent’anni ha fatto sì che il loro elettorato di riferimento siano divenute soprattutto le classi medie delle vecchie e nuove professioni, per il cui consenso competono con i partiti di centrodestra, mentre le vecchie classi lavoratrici (per tacere di precari e migranti) vengono abbandonate al destino che viene loro riservato dal “libero” mercato (oltre che attivamente penalizzate dai tagli alla spesa pubblica). Nessuno stupore, quindi, se Marine Le Pen raccoglie voti nelle vecchie roccaforti del Partito Comunista Francese, se una consistente quota del voto operaio italiano si riversa sul Movimento 5 Stelle o addirittura sulla Lega, se Podemos avanza impetuosamente in Spagna e se Trump spaventa l’establishment dei partiti tradizionali americani.

Il populismo non è un fenomeno degenerativo dei sistemi democratici, è la forma politica che la lotta di classe assume nell’era dell’economia finanziarizzata e globalizzata e della conversione liberista di tutte le élite tradizionali. Il fatto poi che esso assuma prevalentemente connotati di destra è la conseguenza del ritardo culturale delle sinistre radicali che, salvo eccezioni, sono apparse finora incapaci di comprendere questo inedito scenario e di sfruttarne le opportunità.

Carlo Formenti – MicroMega

Le mani di Renzi sulla Rai

Con un militante della prima ora alla Leopolda posto con ampliati poteri al vertice della Rai si verificherà presto il nuovo carattere delle reti televisive pubbliche, che già da tempo si erano prodotte in sbrodolanti servizi sul presidente del consiglio.

Renzi ha mantenuto a modo suo la promessa: fuori i partiti dalla Rai. Si era dimenticato di dire: dentro la Rai solo Palazzo Chigi.

Così il premierato assoluto preparato dalle riforme istituzionali potrà pretendere pieno e incontrastato dominio sulla principale fonte pubblica di comunicazione e informazione.

23899517746_911965764e_mAl tempo di Berlusconi, che nessuno rimpiange, c’era il proprietario della maggiore emittente televisiva privata che aveva costretto la Rai a rinunciare al ruolo di servizio pubblico per farle esercitare un imbarazzante servizio privato a suo stretto vantaggio.

Ora abbiamo il massimo detentore del potere politico che, privo di emittenti proprie, fa semplicemente proprie quelle pubbliche.

Ci ridurremo a cercare col lanternino gli spazi residui di autonomia professionale praticabili in Rai? I giornalisti con la schiena diritta riusciranno ad evitare di essere coinvolti nella nauseante prassi dell’elogio a tempo pieno?

E per di più ci toccherà mantenere la melassa renziana col pagamento obbligato del canone. Come rispondere? Il pagamento del canone è giusto se remunera il servizio pubblico, non se foraggia il servizio privato. Ma ligi alla Repubblica fino all’autolesionismo, proclamiamo: pagare il canone è un dovere civico, smettere di guardare la Rai un piacere ineguagliabile.

Pancho Pardi – MicroMega

Vaticano e Stato si accordano e il Fisco va a farsi benedire. Niente tributi per gli immobili

Una pietra tombale sulle pendenze della Chiesa verso lo Stato italiano. Posta da un accordo siglato tra Palazzo Chigi e il Vaticano. E che bypassa anche le sentenze passate in giudicato. Il danno è quindi enorme, ma – al momento – non è quantificabile per le casse pubbliche. Per fare chiarezza Andrea Maestri, deputato iscritto al gruppo Alternativa Libera-Possibile, ha chiesto chiarimenti: “Il governo deve informare il Parlamento”, ha affermato. Ma il collega del Pd, Franco Monaco, relatore della legge, ha difeso l’operazione: “Si tratta di un accordo siglato da Stato e Santa Sede e ricalca quanto fatto con altri Paesi come Svizzera e Liechtenstein”. L’inghippo nasce con la “Ratifica ed esecuzione della Convenzione tra il governo della Repubblica italiana e la Santa Sede in materia fiscale”, stipulata a Roma l’1 aprile 2015 e presentata il 29 settembre. L’accordo “segna una vittoria a tavolino per il Vaticano”, accusa Maestri. Il testo prevede che numerosi immobili sono “esenti da tributi sia ordinari che straordinari, presenti e futuri, tanto verso lo Stato quanto verso qualsiasi altro ente, senza necessita di ulteriori e specifiche disposizioni di esenzione”. E la disposizione “si applica anche ai rapporti pendenti e non definiti con sentenza passata in giudicato”, si legge nel documento. Insomma, una sanatoria completa e perpetua.

ELENCO IMMOBIILI – Sotto la lente di ingrandimento ci sono strutture di pregio appartenenti alla Chiesa, che saranno – appunto – esentati dal pagamento dei tributi allo Stato italiano. L’elenco include i palazzi di Propaganda Fide in Piazza di Spagna, l’Università Gregoriana, l’Istituto Biblico, Orientale, Archeologico, il Seminario Russo, il Collegio Lombardo, i due palazzi di Sant’Apollinare e la Casa degli esercizi per il Clero di San Giovanni e Paolo. Andrea Maestri, perciò, non ci sta. «Non serve un giurista, né un esperto di diritto tributario o ecclesiastico per capire la sostanza politica della situazione», incalza il deputato civatiano.

TRASPARENTE SANATORIA – Franco Monaco, interpellato da La Notizia Giornale, ha fornito la sua versione, minimizzando l’operazione. «Si è chiuso così il contenzioso pregresso, seguendo i rigidi parametri indicati dall’Ocse. Personalmente lo ritengo un passo in avanti verso la trasparenza da parte della Santa Sede». Quindi nessun problema per le casse dello Stato? Secondo il relatore della Ratifica, la questione non si pone. “Sono accordi aventi un oggetto molto limitato. Si tratta di profili fiscali, relativi alle attività finanziaria. Tutto è stato possibile grazie al cammino di riforme avviate da Papa Benedetto XVI e proseguite con Papa Francesco. Per quanto riguarda gli immobili elencati, si tratta di un’applicazione molto tardiva dei Patti lateranensi del ’29”. Ma la spiegazione non convince Andrea Maestri. E il deputato dell’opposizione rilancia: “Chiamatela sanatoria, transazione o pietra tombale. Chiamatela come volete, ma il Parlamento italiano, in una Repubblica che per Costituzione è indipendente e sovrana rispetto alla Chiesa, ha diritto di sapere quante risorse vengono così sottratte al bilancio statale”.

fonte: lanotiziagiornale.it

Vaticano: a proposito della finta donazione del cardinal Bertone

Sig. cardinale Tarcisio Pietro Evasio Bertone,

che lei sia inadeguato ai ruoli e compiti che ha svolto è davanti agli occhi di tutti: a Genova dove non lasciò alcuna traccia significativa, ma scelse come plenipotenziario del Galliera, il prof. Giuseppe Profiti, al centro di ogni ben di Dio; da segretario di Stato dove ha distrutto la credibilità della Chiesa universale con la sua incapacità di governo, privo di qualsiasi discernimento, ma dedito a costruire una rete di fedelissimi per perpetuare il suo potere anche da pensionato e da morto; infine da cardinale in pensione con il miserevole attico di 296 mq dove vive con tre suore e magari si rilassa, giocando a golf negli appropriati corridoi.

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Leggo sui giornali che lei ha deciso «ex abundantia cordis» di donare all’ospedale Bambin Gesù un contributo di 150mila euro, attinti come da lei dichiarato, dai «miei risparmi e dai vari contributi di beneficenza ricevuti negli anni per finalità caritative». Mi faccia capire perché c’è qualcosa che non quadra. Non sto a questionare sul fatto che la ristrutturazione è costata € 300mila, di cui 200mila pagati dalla fondazione Bambin Gesù. Mi lascia esterrefatto la notizia che lei ha preso questi soldi «dai vari contributi di beneficenza ricevuti negli anni per finalità caritative», cioè non per lei, ma perché lei li desse per gli scopi per cui li ha ricevuti o, genericamente, per opere di carità. Invece lei dice che attinge da questi «vari contributi di beneficenza ricevuti negli anni» per pagare il suo appartamento. Non solo, ma lei parla di «vari anni», lasciando intendere un solo senso: lei ha trattenuto per anni contributi ricevuti per beneficenza. Mi perdoni, quando pensava di darli in beneficenza, alla sua morte per testamento?

Il buco che lei vuol coprire risulta più grande della toppa che cerca disperatamente di metterci su senza riuscirci perchéla sua maldestra difesa aggrava ancora di più la sua posizione che l’espone, per le sue stesse parole, al ludibrio della gente perbene che vede nei suoi comportamenti una miserabile attitudine alla superficialità che è colpa ancora più grande della delinquenza di persone come lei che dicono di volere rappresentare quel Dio che accusa chi veste di porpora di essere soci della casta del potere. Non solo lei ha trattenuto nel suo conto personale denari ricevuti per beneficenza, ma li ha anche trattenuti per «vari anni», lucrando magari sugli interessi che dalle parti dello Ior, gestito da suoi uomini e da lei stesso, potrebbero essere stati più che generosi.

Lei ha rubato due volte ai poveri: la prima volta trattenendo questi denari non suoi e la seconda volta facendosi bello con l’ospedale «Bambin Gesù» dando soldi non suoi, ma quelli della beneficenza che non ha donato negli anni passati. In ultima analisi, poiché è il totale che fa la somma (copyright Totò), lei non sborsa nulla di tasca sua, ma paga tutto sempre con denaro di beneficenza. Complimenti, esimio cardinale!

La rovina dei preti sono sempre i soldi. Per questo sproloquiate di celibato perché così siete più liberi di amare «mammona iniquitatis», fornicando giorno e notte senza essere visti da alcuno. Se il tempo che dedicate a difendere il celibato dei preti, che solo pochi rispettano (e lei lo sa perfettamente!) o a condannare i gay laici – visto che preti, vescovi, monsignori e cardinali lo sono ad abundantiam – o a sproloquiare di separati e divorziati, di cui non sapete nulla, lo dedicaste a proibire ai preti di gestire denaro, fareste una cosa preziosa per il mondo e per la Chiesa. Sicuramente due terzi del clero lascerebbe la Chiesa, ma con il terzo che resta e con l’aiuto dei preti ridotti allo stato laicale perché sposati, ripresi in servizio, saremmo capaci di rivoluzionare il mondo, oltre che il Vaticano, covo di malaffare e di depravazione senza misura.

Tanti anni fa, quando era potente, io la ripudiai pubblicamente insieme al suo amico e sodale Berlusconi, da cui lei – o lui da lei? – «prese lo bello stile che le ha fatto (dis)onore» e oggi sono contento di avere visto lungo e giusto. Lei mente dicendo di essere salesiano; se lo fosse veramente, avrebbe agito come il cardinaleCarlo Maria Martini, il quale, date le dimissioni, si è ritirato in una casa di gesuiti abitando in una stanza 6×4 con letto, tavolo, armadio, servizi e un assistente personale perché malato, partecipando alla vita comunitaria da cui proveniva. Scegliendo di accorpare due appartamenti con i soldi della beneficenza, lei ha dimostrato non solo di non credere in Dio, ma di dare un pugno nello stomaco a Papa Francesco che sta provando a dire ai cardinali, ai vescovi e ai preti che c’è anche un piccolo libretto che si chiama Vangelo. A lei, di sicuro non interessa, perché come i fatti dimostrano, lei legge solo «Gli Attici degli Apostoli».

Con profonda disistima perché la conosco dai tempi di Genova, senza rimpianti.

Il Fatto Quotidiano

Vaticano: pena definitiva a economo S.M. Maggiore

Monsignor Bronislav Morawiec, l’ex economo di Santa Maria Maggiore, non raggiungera’ monsignor Vallejo Balda nella caserma della Gendarmeria Vaticana, dove il segretario della Prefettura per gli Affari Economici e’ recluso da due mesi. Il sacerdote polacco, condannato ormai in terzo grado a due anni per una sottrazione di 230 mila euro alle casse della Basilica, non dovra’ infatti scontare la pena confermatagli dalla Cassazione Vaticana perche’, secondo quanto apprende l’Agi, la pena e’ stata ridotta e sospesa con la condizionale. .

La ricchezza sporca del Vaticano

Saggi. «Avarizia», un libro-inchiesta del giornalista Emiliano Fittipaldi. La domanda inevasa del volume è se l’attuale papa riuscirà o meno a riformare la chiesa

Se questa storia fosse accaduta quattro secoli fa, il Tribunale dell’inquisizione probabilmente avrebbe condannato al rogo il giornalista dell’Espresso Emiliano Fittipaldi, la sorte che toccò a centinaia di liberi pensatori, riformatori radicali e donne trasformate in streghe.

Oggi Fittipaldi – e con lui Gianluigi Nuzzi, autore di Via Crucis (Chiarelettere) – non corre più il rischio di essere arso sulla pubblica piazza, ma una pena detentiva dai 4 agli 8 anni, se il tribunale pontificio lo condannerà per un reato introdotto nel codice penale vaticano da papa Francesco nel luglio 2013: sottrazione e diffusione di documenti riservati.

L’eventualità pare improbabile: bisognerebbe provare che i giornalisti abbiano commesso il reato in Vaticano e, in caso di condanna, la Santa sede dovrebbe ottenere l’estradizione dall’Italia, aprendo un caso di proporzioni globali e certificando che la libertà di stampa, Oltretevere, è una colpa da punire.

La responsabilità di questo processo surreale nei confronti dei giornalisti è Avarizia, il libro firmato da Fittipaldi e pubblicato da Feltrinelli che presenta «le carte che svelano ricchezza, scandali e segreti della Chiesa di Francesco».

Molte delle rivelazioni erano in realtà già note, e la stampa ne aveva dato ampia notizia. Inoltre Fittipaldi mette insieme, talvolta mescolando le carte senza troppe distinzioni, i conti del Vaticano con quelli della Chiesa italiana, condendoli qua e là con gli scandali finanziari che riguardano alcune diocesi italiane ed estere (Limburg in Germania, Maribor in Slovenia) e alcuni ordini religiosi (salesiani, francescani, figli dell’Immacolata concezione). Fatti che, messi in fila, producono un’immagine della Chiesa cattolica più simile al dantesco cerchio degli avari e dei prodighi che alla comunità dei fedeli nel Vangelo di Gesù di Nazaret, ma che non contribuiscono a fare chiarezza, perché il Vaticano non è la Conferenza episcopale italiana, e la Cei non c’entra nulla con i salesiani o i francescani. Ma è la tesi di fondo del volume a destare perplessità: ovvero quella di un Francesco rivoluzionario accerchiato dai cardinali cattivi e spendaccioni. Una tesi sposata da quasi tutti media, che però non aiuta a comprendere la complessità del sistema – di cui il papa è parte –, che non funziona nella sua struttura e non solo in qualche elemento.

Detto questo, il volume offre una serie di informazioni, dati e documenti che svelano aspetti sconosciuti dell’istituzione ecclesiastica. A cominciare dal «tesoro del papa», ovvero la quantificazione (per difetto) del patrimonio del Vaticano: oltre 10 miliardi di euro, di cui 9 in titoli (detenuti per lo più da Ior e Apsa) e 1 in immobili, facenti capo a 26 diverse istituzioni vaticane, che però avrebbero un valore di mercato superiore ai 4 miliardi.

E infatti il problema della Cosea (la Commissione sull’organizzazione e la struttura economica-amministrativa della Santa sede di cui facevano parte mons. Vallejo Balda e Francesca Chaouqui, accusati di aver passato le carte a Fittipaldi e a Nuzzi) non è la ridistribuzione ai poveri, ma la possibilità di farli fruttare di più, risolvendo una serie di errori gestionali che vanno dai «canoni di locazione molto bassi» (di cui spesso beneficiano giornalisti, politici e potenti vari), ad uno «uso inefficiente delle unità» fino a «nessuna gestione del tasso di rendimento».

In Vaticano ci sono alcune «miniere d’oro», che producono annualmente ricavi milionari: i Musei vaticani (90 milioni), la Fabbrica di San Pietro (15 milioni) e una serie di esercizi commerciali esentasse in teoria accessibili solo ai dipendenti vaticani, in pratica aperti a tutti o quasi, come la farmacia (32 milioni, una avviata farmacia incassa 700mila euro all’anno), il distributore di benzina (27 milioni), il supermercato (21 milioni), la tabaccheria (10 milioni). Tutto lecito ma, nota Fittipaldi, «se i clienti fanno ottimi affari e il Vaticano guadagna somme enormi», «l’erario italiano continua a rimetterci:». Miniere d’oro sono anche quelle istituzione caritatevoli che però fanno pochissima carità, a cominciare dall’Obolo di San Pietro, che usa qualcosa per i poveri ma accumula molto di più: al 2013 aveva un tesoretto di 378 milioni di euro, investiti in vari modi.

Accanto alle «miniere d’oro» ci sono i «pozzi senza fondo»: Radio Vaticana, che perde 26 milioni l’anno, e l’Osservatore Romano, in deficit per 5 milioni l’anno. E «pozzi senza fondo» sono anche alcuni cardinali: il solito Bertone, il cui appartamento da 296 metri quadri è stato ristrutturato anche con 200mila euro dalla Fondazione «Bambin Gesù»; ma anche il card. Pell, scelto da Francesco come superministro vaticano dell’Economia, che in sei mesi ha fatto spendere al suo dicastero oltre 500mila euro, fra cui 7.292 euro di tappezzeria, 4.600 per un sottolavello, 2.500 euro di abiti.
Ce la farà Francesco a riformare la Chiesa?, chiedono in molti. La domanda corretta pare però un’altra: il problema sono gli uomini o le strutture ecclesiastiche?

ilmanifesto.info

Chiude la Misna, voce dei missionari. “Papa Francesco non tolga voce al Sud del mondo”

La crisi delle vocazioni mette a tacere la Misna, l’agenzia dei missionari fondata nel 1997 dal prete-giornalista Giulio Albanese: la Missionary International Service News Agency aveva l’obiettivo di rilanciare notizie dalle più estreme periferie del mondo basandosi su testimonianze di prima mano raccolte da corrispondenti – soprattutto missionari – presenti nei luoghi in cui i fatti raccontati accadevano. Ora gli Istituti Missionari che l’hanno promossa e sostenuta nel corso di 18 anni (1997-2015), dopo un lungo periodo di difficoltà economiche e di gestione, sono giunti alla dolorosa decisione di cessare l’attività dell’Agenzia d’informazione con il prossimo 31 dicembre.
Gli interventi di volta in volta effettuati non hanno portato ad una soluzione duratura, né altre ipotesi con adeguata efficacia sono state prospettate. Ora giornalisti e collaboratori sono in assemblea sindacale ed hanno scritto una lettera a Papa Francesco: “A pochi giorni dal Natale, il prossimo 31 dicembre, questa ‘voce degli ultimi’ rischia di spegnersi. Le congregazioni missionarie proprietarie della Misna (Missionari Comboniani, Missionari della Consolata, Pontificio Istituto Missioni Estere, Missionari Saveriani) hanno deciso di sospendere le pubblicazioni”.
“Da quasi vent’anni racconta le “periferie” della tua amata Africa, dell’Asia, dell’America Latina – scrivono – oggi, però, gli Istituti missionari proprietari della Misna si dicono “stanchi”, demotivati, così schiacciati dalle spese e “privi di energie” da ritenere inutile la sopravvivenza della loro stessa creatura. Sarebbe un errore grave: senza MISNA a pagare saranno le giovani Chiese, le periferie, la società civile che invoca una giustizia sociale senza cui non può esserci Pace. E l’idolo del denaro spegnerebbe la voce dei poveri.
In tutti i modi abbiamo pregato l’editore di sedersi attorno a un tavolo e trovare con noi una soluzione. Ci siamo offerti di continuare a lavorare tagliando i nostri stipendi, provando a fare di tutto, insieme – noi laici al fianco dei missionari – per far sì che la Misna vada avanti! Ma non siamo stati ascoltati. Caro Francesco, ascoltaci tu.”

online-news.it

Isola dei Famosi, gossip: “Tra i naufraghi il prete gay…”

Colpaccio della produzione Magnolia che in queste settimane sta preparando l’Isola dei Famosi che verrà. Dal prossimo anno infatti partirà la seconda edizione targata Mediaset del reality show. Anche stavolta a condurlo sarà Alessia Marcuzzi. Ma la vera sorpresa sono i concorrenti. Ecco cosa dice un’anticipazione di Gabriella Sassone per Dagospia:

“Fermi tutti! L’indiscrezione che gira ha del sensazionale. Pare che per la prossima Isola dei Famosi targata Mediaset la produzione Magnolia abbia contattato un uomo che ha avuto i riflettori di tutto il mondo puntati addosso negli ultimi mesi. Precisamente da quando ha fatto coming out, dichiarando la sua omosessualità, a pochi giorni dal Sinodo sulla Famiglia. Quasi a sfidare il Vaticano e i suoi dogmi. Ebbene sì, Krzysztof Olaf Charamsa, per gli amici Cris, il teologo gay che somiglia tanto a Paolo Bonolis, occhialetti compresi, potrebbe essere l’asso nella manica di Magnolia, il naufrago number one dell’Isola”.

Le voci ultimamente non finiscono qui. Valerio Scanu sembra avrà un posto anche in questa nuova edizione, anche se non sarà ovviamente ancora una volta naufrago:

“La mitologica Mara Venier – fa sapere la rubrica “Milanospia” di Dagospia – l’altra sera è stata avvistata a cena con il cantante e performer Valerio Scanu. Ma vuoi vedere che per Valerino si riapriranno le porte dell’Isola dei famosi? E se sì…in quale ruolo?”.

Scanu potrebbe far parte del cast in studio o addirittura come inviato sull’isola. Che sia la mossa giusta per incrementare gli ascolti del reality, l’unico in tempo di crisi di audience a far ancora pubblico?

fonte: ladybliz.it

Il terrorismo non ha religione? Falso! Il terrorismo ha religione, eccome

Le religioni, specialmente quelle monoteiste, sono per loro natura intolleranti e inflessibili. La religione praticata oggi in Occidente è una religione addomesticata e civilizzata grazie all’illuminismo e ha poco a che fare con l’essenza della religione. Un percorso di emancipazione che rischia di non farci più riconoscere l’enorme potenziale distruttivo insito nelle religioni.

di Alexander Grau, da Cicero 

“Terrorism has NO religion”, così si cinguettava poco dopo gli attentati di Parigi sui social network. “Il terrorismo non ha religione”, così hanno anche formalmente dichiarato le numerose associazioni musulmane dopo il 13 novembre. Un’espressione che aveva già usato il primo ministro pachistano Nawaz Sharif dopo un attentato suicida islamista che uccise 80 cristiani nel 2013.

Un’immagine idealizzata della religione

L’idea che la religione non abbia niente a che fare con il terrorismo, o addirittura che terrorismo e religione si escludano a vicenda, si basa su un’immagine sentimentale e idealizzata della religione stessa. Religione infatti non implica pacificità, mansuetudine e mitezza. Religione non significa fiaccolate, preghiere per la pace e tenersi per mano. Le religioni annunciano la verità, la sola, unica e completa verità. Le religioni sono quindi per loro natura intolleranti. Devono esserlo, il contrario contraddirebbe la loro logica.

Le religioni non hanno a che fare con supposizioni, con prospettive pluralistiche o possibili opinioni sul mondo. Perlomeno le religioni monoteistiche sono assolute. Chi si considera in possesso della verità assoluta e rivelata direttamente da Dio, non conosce compromessi e mezze misure. E poiché Dio è non solo la verità ma anche il bene, la redenzione e la promessa, tutti coloro che non credono in Dio sono diaboliche testimonianze del male per eccellenza, di un principio antidivino.

La religione, se prende se stessa sul serio, non può tollerare affianco a sé nessun altra religione, nessun’altra visione del mondo, perché non si possono avere due verità. Tutto il resto sarebbe relativismo. Occorre pertanto aiutare l’unica verità a ottenere il dominio ed eliminare il male. O, per usare le parole del grande mistico e cistercense Bernard von Clairvaux, “per estirparlo o convertirlo per sempre”.

Anche se la cosa può suonare sconcertante per la coscienza religiosa postmoderna dell’Europa occidentale, i terroristi hanno capito della religione molto più di alcuni premurosi funzionari ecclesiastici della vecchia Europa. La religione – la religione profonda, arcaica – è la religione del salmo 109, la religione di Abramo e Isacco, la religione di Paolo e, sì, anche la religione di Gesù di Nazareth, che ugualmente voleva portare la spada (Mt 10,34), sebbene fra i suoi stessi seguaci. Una tale religione – guerriera, inflessibile, scomoda – non è interessata alla molle umanità, ma solo a Dio, soltanto a lui.

Originariamente inflessibile

Quel che si intende per religione in Europa e in particolare in Germania è la religione dopo l’illuminismo, la religione della modernità, addomesticata e civilizzata dall’esterno, domata e razionalizzata dalla critica scientifica, storica e psicologica della religione. Una religione che sa della propria relatività, una religione che ha capito (o dovrebbe aver capito) che i suoi concetti fondamentali e i suoi riti sono simboli con l’aiuto dei quali gli uomini costruiscono senso.

Questa religiosità culturale disinnescata con la religione nel suo significato originario ha molto poco a che fare. La religiosità originaria è inflessibile, e non può non esserlo. La religione liberale e del dialogo che viene praticata alle nostre latitudini è una religione superata – anche se naturalmente i rappresentanti della Chiesa non lo ammettono volentieri. E che sia stata superata non è stata una sua propria conquista, ma il risultato dell’illuminismo.

Se l’intolleranza religiosa sia nata con l’invenzione del monoteismo, come talvolta viene sostenuto, è questione aperta. Quel che è certo è che per primo il monoteismo ha potuto avanzare una pretesa di una verità radicale e assoluta, sminuendo gli altri dei a idoli. Inoltre, i politeismi hanno una concezione ciclica, mentre i monoteismi sono strettamente legati a visioni teleologiche della storia e a rappresentazioni apocalittiche della fine dei tempi. Un invito diretto a fantasie di annientamento finale.

Il terrorismo non ha religione? Falso! Il terrorismo ha religione, eccome. Che nel mondo occidentale molti pensino effettivamente che la vera religione non abbia a che fare con il terrorismo mostra solo quanto profondamente ci siamo allontanati dalla religione. Non finiremo mai di ringraziare che ciò sia avvenuto. Tuttavia questa “distanza illuminata” dalla religione rende ciechi di fronte all’enorme potenziale distruttivo insito nelle religioni. La tolleranza non è un’idea religiosa, al contrario: è stata conquistata combattendo contro le religioni.

(traduzione di Cinzia Sciuto)

(19 dicembre 2015)

Candidato a tre Golden Globe, il film di Tom McCarthy racconta l’inchiesta premio Pulitzer su un arcivescovo di Boston accusato di aver coperto casi di abusi sessuali su bambini

La vera notizia che riguarda Il caso Spotlight, il film di Tom McCarthy presentato in concorso alla Mostra del cinema di Venezia e ora candidato a tre premi Oscar, è che il team investigativo del Boston Globe che va sotto il nome di Spotlight esiste ancora. E ancora oggi esiste un numero di telefono ed una mail al quale inviare le proprie segnalazioni quando qualcosa ai lettori del Boston Globe non convince. Il gruppo Spotlight è composto da un direttore e sette giornalisti tra i quali c’è ancora un membro del gruppo originale che vinse il Pulitzer nel 2002 in seguito ad un’inchiesta che ha denunciato la copertura sistematica da parte della gerarchia della Chiesa Cattolica degli abusi sessuali commessi su minori da oltre 70 sacerdoti locali. E’ Michael Rezendes, nel film lo interpreta Mark Ruffalo.

“Negli ultimi quindici anni, molti quotidiani hanno chiuso e giornalisti di grande esperienza hanno perso il lavoro –  osserva la produttrice del film Nicole Rocklin – Con i tagli di bilancio che ci sono stati, quale testata giornalistica avrà più le risorse economiche e professionali per condurre inchieste del genere? Se questi cronisti non avessero dedicato anni di lavoro ai fatti di Boston, quei fatti sarebbero mai venuti a galla? Insomma, fa paura l’idea che gruppi investigativi come quello del team Spotlight siano scomparsi dalle redazioni dei quotidiani di tutto il paese”. Per questo la storia di Spotlight andava raccontata. Tutto è iniziato, come si racconta nel film: l’arrivo per la prima volta nella storia del quotidiano di un direttore che non fosse nato e cresciuto a Boston, Marty Baron, interpretato da Liev Schreiber, che non ha paura di pestare i piedi ai poteri forti della città, la sua decisione di approfondire una notizia a cui erano state dedicate poche righe, la formazione del gruppo investigativo e infine l’inchiesta, un lavoro molto lungo, mesi e mesi di interviste, studio dei documenti, pressioni su avvocati e clero per avere delle risposte. Nel 2002 il Boston Globe pubblicò circa seicento articoli in cui rivelò a tutta la città quello che per trent’anni era accaduto nell’omertà generale riuscendo a raccogliere prove contro 70 preti e dimostrando che esisteva una pratica diffusa per cui quando il Vescovo Law veniva a sapere di denunce fatte dalle famiglie dei ragazzini abusati (il cui profilo era sempre lo stesso: famiglie povere, padri assenti, disagio), patteggiava con i familiari un rimborso, spostava di parrocchia il religioso, per poi rimetterlo poco tempo dopo al suo posto.
Uscirà nelle sale il 18 febbraio il film di Tom McCarthy che racconta la storia vera del gruppo di giornalisti investigativi del Boston Globe. Protagonista è il gruppo premio Pulitzer che sotto il nome di Spotlight portava avanti inchieste all’interno del Globe e che grazie a questo lavoro nel 2002 rivelò a tutta la città di Boston quello che per trent’anni era accaduto nell’omertà generale riuscendo a raccogliere prove contro 70 preti e dimostrando che esisteva una pratica diffusa per cui quando il Vescovo Law veniva a sapere di denunce fatte dalle famiglie dei ragazzini abusati, patteggiava con i familiari un rimborso, spostava di parrocchia il religioso, per poi rimetterlo poco tempo dopo al suo posto.

Walter “Robby” Robinson, che scrive ancora per il Boston Globe, attribuisce a Baron il merito di avere dato una bella scossa alla redazione, chiedendo ai suoi giornalisti di mettere alla prova la fino ad allora indiscussa capacità della Chiesa di tenere nascosti gli accordi extragiudiziali con le vittime degli abusi. “Quando Marty Baron è arrivato a Boston, ci ha detto di andare dritti in tribunale a chiedere che gli atti fossero resi pubblici, perché la gente aveva il diritto di sapere”, ricorda Robinson. “Non eravamo abituati a farlo. Il nostro lavoro con il team Spotlight, era quello di denunciare la corruzione pubblica quando c’erano i documenti da visionare e le persone da intervistare. Per questa inchiesta, abbiamo dovuto scavare parecchio per avere informazioni su quell’unico sacerdote citato nell’articolo della McNamara, John Geoghan. Ma ben presto abbiamo scoperto che non era un caso isolato”. Negli anni dell’inchiesta del team Spotlight, infatti, sono stati documentati e denunciati casi di abusi sessuali commessi da sacerdoti della Chiesa Cattolica in 105 città americane e 102 diocesi in tutto il mondo.

Mentre girava gli esterni a Boston, nell’autunno del 2014, McCarthy aveva un solo obiettivo: “Volevamo restare il più possibile fedeli alla realtà”. Rezendes, che è rimasto nel team Spotlight a svolgere le sue inchieste sulla corruzione, si è incontrato diverse volte con lo sceneggiatore Josh Singer, durante la preparazione del film. Ma non era certo preparato a quello che ha visto sullo schermo, a fine riprese. “Mark somiglia molto a me nel 2001- racconta il giornalista – con i capelli corti, le scarpe nere di vernice, le polo scure, i jeans. È identico, insomma. È stato anche bravissimo a riprodurre il mio modo di parlare e di camminare”. Poco abituata a trovarsi nel ruolo dell’intervistata, la giornalista Sacha Pfeiffer è rimasta sorpresa dall’attenzione ai dettagli dimostrata dalla McAdams durante le loro conversazioni prima dell’inizio delle riprese. “Mi faceva domande tipo: Portavi le unghie lunghe, nel 2001? Pranzavi alla mensa del Globe o ti portavi qualcosa da casa? Che tipo di scarpe mettevi? Ti vestivi in modo diverso quando uscivi a fare due passi? Quanto sapeva la tua famiglia? Che cosa pensava tuo marito? Ti sentivi mai frustrata?“. Dopo aver visto un primo montaggio, i giornalisti rappresentati nel film hanno espresso un parere positivo. “Marty ci ha inviato una mail, sottolineando quanto fosse importante far capire alla gente che il tipo di giornalismo che si vede nel Caso Spotlight è un elemento chiave nella nostra società – racconta il regista – una stampa libera tiene sotto controllo anche le istituzioni più potenti”.

Il film al di là della sua dimensione di denuncia è principalmente un omaggio al giornalismo investigativo e si riallaccia alla tradizione di tanto cinema americano dedicato ai media. “Ogni film girato successivamente vive nell’ombra di quel film iconico che è Tutti gli uomini del Presidente  –  ha detto McCarthy a Venezia –  io ho fatto di tutto per ignorarlo per non essere troppo influenzato ma non so se ci sono riuscito. Il massimo riferimento però per me rimane Sidney Lumet, mentore e amico, i cui film mi parlano anche oggi”. A quasi 14 anni dalle sue scioccanti rivelazioni, l’inchiesta del Globe sugli abusi del clero continua ad avere una vasta eco in tutto il mondo e forti ripercussioni all’interno delle gerarchie ecclesiastiche. “Oggi la Chiesa pone grande attenzione ai temi affrontati nel nostro film, e buona parte dei cambiamenti in atto su quel fronte è riconducibile al lavoro del team Spotlight –  dichiara il produttore Michael Sugar. “Non voglio abbattere il sistema ma vorrei soltanto dire la verità – ha detto Ruffalo a Venezia – Spero che il Papa e il Vaticano utilizzino questo film, questa storia sobria e semplice, come opportunità per cominciare a curare le ferite che la Chiesa ha provocato. Non solo per le vittime ma anche per tutti quelli che, dopo aver scoperto questa vicenda, si sentono confusi”.

repubblica.it

 

Moralista vero e ladro presunto Il contrappasso del vescovo

«Devi dimetterti punto e basta. Sarebbe la prima volta che fai qualcosa di buono che giova al Paese e alla Chiesa». Se facesse a se stesso quello che ha fatto agli altri, oggi monsignor Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo, dovrebbe intimarsi il ritiro in convento. E se noi fossimo come lui, e usassimo i pesi che carica sulle spalle del prossimo, gli diremmo: vattene! E perché? Mogavero, già sottosegretario della Cei, e famoso come esponente dell’ala progressista (…)(…) dell’episcopato, risulta indagato dalla Procura con l’infamante accusa di aver sottratto 180mila euro dalle casse della diocesi destinate ai poveri. La prima frase è una decalcomania tratta da un tonante articolo di Alberto Bobbio, apparso su Famiglia cristiana il 4 ottobre del 2011, che cominciava proprio così: «Deve dimettersi punto e basta. Sarebbe la prima volta che fa qualcosa che giova al Paese». Famiglia cristiana lo elogiò per questa sua volontà da scorticatore dei peccati altrui: «È uno abituato a parlare limpido». C’è bisogno di dire che parlava di Silvio Berlusconi? Trovate questo anatema e tanti altri in un libro-intervista scritto con il vaticanista della Stampa Giacomo Galeazzi: La Chiesa che non tace (Rizzoli). Erano i momenti in cui chi non impalava pubblicamente il premier passava per un poco di buono, complice del malfattore per eccellenza, e doveva vergognarsi se scoperto a entrare in chiesa. Il moralista col sasso in mano non esitava a scagliarlo con mira favolosa contro i confratelli sospetti di cripto-berlusconismo: «Sarà difficile giustificare le coperture che qualche esponente ecclesiastico ha dato, per altro non richiesto, al presidente del Consiglio, come se si dovesse custodire in qualche modo l’uomo della Provvidenza del terzo millennio». Famiglia cristiana si accovaccia adorante davanti al profeta, uomo che non teme di «essere dalla parte della minoranza» (sic). Ha un dispiacere, il vescovo: e cioè che «tra i sostenitori più accesi del premier ci siano dei buoni cattolici». Poveri idioti, che non sanno quello che fanno. Insiste: «Come uomo Berlusconi è una grande delusione… c’è il profilo morale dell’uomo, che adotta comportamenti non certamente esemplari». Proprio così: giudica l’uomo. E questo oggi è ritenuto il campione bergogliano della misericordia, ripetutamente intervistato al Sinodo dove la sua frase incisa su tutti i taccuini è stata: «Su risposati e gay io sto con papa Francesco». Come dire che gli altri vescovi no.Nell’intervista sostiene un garantismo al minimo sindacale: «Vale per tutti anche per Berlusconi la presunzione di innocenza». Una misericordia abbastanza della mutua, diciamo. Dice peste e corna, strazia l’immagine di un battezzato, e poi butta un crisantemo sul fiume. Poi, forse preoccupato di passare per berlusconiano, aggiunge, visto che si tratta di un politico, «abbiamo l’esempio di quanto accade all’estero, dove si fa un passo indietro per molto meno». E tu, vescovo Domenico? Applicherai a te stesso questa norma? Resta, devi restare. Esiste anche il dovere cristiano e civico di impedire che la magistratura, dopo essersi presa il potere di far fuori i politici, si metta anche a eliminare gli ecclesiastici.Confessione finale. Crediamo all’innocenza delle sue mani, che siamo certi non si sono contaminate coi soldi sottratti ai miseri, ma non abbiamo mai creduto all’innocenza della sua lingua. Non dire degli altri quello che non vuoi dicano di te. O no?

Renato Farina – Il Giornale

Formia, il figlio del parroco e della perpetua chiede di essere riconosciuto per ottenere l’eredità del padre

L’uomo, figlio di un amore taciuto e poi dichiarato, ha già ottenuto dal giudice il confronto del dna. Ma la battaglia giudiziaria per il riconoscimento non è l’unica che deve affrontare: ci sono infatti i familiari del prelato a contendere all’uomo il lascito del padre e c’è l’ingerenza della Curia

Il figlio della perpetua e del parroco: potrebbero essere le prime parole di un romanzo, di una riscrittura a lieto fine di un Uccelli di Rovo edizione 2015. Invece è una realtà di provincia, descrizione breve ma emblematica di un nucleo familiaredecisamente poco tradizionale e ancor meno ortodosso: succede aFormia e tutto ruota intorno alla battaglia per ottenere l’eredità del parroco. Così come riportato dal quotidiano Latina Oggi, il figlio della perpetua e del prelato ha presentato istanza di riconoscimento proprio per avere il lascito del padre, il prelato del paese. Il giudice ha già concesso il confronto del dna.

Ma quella giudiziaria non è l’unica battaglia che l’uomo, frutto di un amore taciuto e poi dichiarato, deve affrontare: i familiari del prete fanno da antagonisti nella disputa per l’ottenimento dell’eredità. E poi c’è l’ingerenza della Curia di Gaeta. Trama da feuilleton a tinte rosa, la storia tra il parroco e la perpetua inizia negli anni ’50: i due si innamorano e hanno un figlio, che crescono nella canonica. Oggi, l’uomo chiede un riconoscimento che non attiene solo al piano giudiziario.

ilfattoquotidiano

Prete accusato di pedofilia, il giudice: “Vescovo lo ha coperto”

Dall’indagine sull’arresto di don Antonello Tropea, parroco di una chiesa di Oppido Mamertina in provincia di Reggio Calabria, risulta che il suo superiore non ha preso provvedimenti e gli avrebbe consigliato di “evitare di parlare con i carabinieri”

di ANDREA GUALTIERI

Al SUO prete, accusato dai parrocchiani di omosessualità e pedofilia, il vescovo consigliava di “evitare di parlare con i carabinieri” perché loro avrebbero potuto redigere un promemoria con il rischio di “far degenerare le cose”. E anche quando il sacerdote è stato formalmente indagato per adescamento di minorenni e pedopornografia, il presule non ha preso provvedimenti e avrebbe consigliato “di continuare a fare le cose che faceva prima”.

L’ACCUSA DI COPRIRE IL SACERDOTE. L’ordinanza con la quale Antonio Scortecci, giudice per le indagini preliminari di Reggio Calabria, ha disposto l’arresto per don Antonello Tropea, 44 anni, parroco della piccola chiesa della frazione Messignadi di Oppido Mamertina, dedica un passaggio anche a monsignor Francesco Milito, che della diocesi di Oppido-Palmi è il vescovo, oltre che il vicepresidente della Conferenza episcopale calabra. Il prelato non è indagato, ma secondo quanto si legge nelle carte, pubblicate in anteprima dal sito Il Dispaccio, avrebbe coperto il suo prete senza adottare “provvedimenti cautelativi né di minima verifica delle accuse rivolte all’indagato”. È per questo che il giudice non si fida del presule. E nel rigettare l’ipotesi degli arresti domiciliari per don Antonello, aggiunge che “neppure sarebbe tranquillizzante” se a trovare un altro luogo nel quale far scontare la detenzione fosse il vescovo che ha avuto “atteggiamenti particolarmente prudenti e conservativi dello status quo, dando pieno credito alla versione negatoria dello stesso accusato”.

IL DIALOGO INTERCETTATO. Le venti pagine che ricostruiscono la doppia vita di Antonello Tropea  –  che di giorno faceva il parroco e di notte frequentava le chat per organizzare incontri omosessuali a pagamento con minorenni  –  si concludono proprio con un’intercettazione di una conversazione tra il prete e Milito, avvenuta il 7 agosto scorso. “Lascia perdere riguardo la lettera che hanno fatto sta storia che hanno fermato i bambini”, dice il vescovo che aggiunge: “La cosa gravissima non è, è questo pettegolume di suore. Tu piomba subito e glielo puoi dire, io mi sono incontrato col vescovo, il vescovo c’è rimasto proprio…(incompr) quanto il fatto che le suore siano andate a riferire a M. la battuta del prete”.

LE INDAGINI DEI CARABINIERI. Il riferimento era ad una donna, ritenuta da don Antonello l’autrice di una lettera anonima che denunciava alla curia di Oppido-Palmi gli incontri omosessuali del parroco: il sacerdote, infuriato, aveva parlato di lei durante una cena alla quale erano presenti alcune religiose. Le voci sulle torbide attività del parroco in realtà erano piuttosto diffuse, tanto che il sacerdote si era già trovato a discuterne con Milito durante un incontro nel mese di luglio. Era stato in quell’occasione che il vescovo gli aveva consigliato di non parlarne con i carabinieri. Ma la Squadra Mobile di Reggio Calabria stava già ricostruendo gli adescamenti del prete. Le indagini erano partite dopo che una pattuglia lo aveva trovato in auto con un minorenne in un luogo appartato. L’atteggiamento di don Antonello, che aveva dichiarato di essere un insegnante di educazione fisica, e alcuni oggetti ritrovati in uno zaino avevano insospettito gli agenti. Due mesi di intercettazioni, le testimonianze delle vittime e l’analisi dei dispositivi informatici sequestrati hanno permesso di accertare che non si era trattato di un episodio isolato. Di ragazzi, don Antonello ne aveva adescato altri. E, secondo il magistrato, era al corrente della loro età.

GLI ADESCAMENTI SU GRINDER. Lo strumento che il sacerdote usava per individuare i giovani con i quali consumare gli atti sessuali a pagamento era Grinder, un social network noto negli ambienti omosessuali. Don Antonello si presentava con il nome di Nicola, lo stesso del patrono della sua parrocchia, San Nicola di Mira. L’approccio era esplicito e gli incontri avvenivano in auto, anche se i poliziotti hanno documentato che persino la canonica era diventata alcova per il prete.

LA LINEA DURA DEL VATICANO. Una condotta sulla quale il vescovo non ha voluto indagare. Parlando con un amico, don Antonello sembrava quasi sorpreso che nemmeno dopo la perquisizione e l’avviso di garanzia monsignor Milito abbia ritenuto di sospenderlo. Proprio questa posizione della curia potrebbe però richiamare l’attenzione del Vaticano, dove Benedetto XVI ha fatto promuovere nel 2010 durissime linee guida contro la pedofilia applicate in modo ferreo anche da papa Francesco. Il pontefice argentino ha pure istituito un tribunale specifico e introdotto il reato di abuso d’ufficio episcopale, arrivando a rimuovere i presuli per i quali sia riconosciuto che non hanno dato adeguato seguito alle denunce di abusi. E in una lettera del febbraio scorso, affidava ai vescovi e ai superiori degli ordini religiosi “il compito di verificare che nelle parrocchie e nelle altre istituzioni della Chiesa venga garantita la sicurezza dei minori e degli adulti vulnerabili”, affermando che non potrà “venire accordata priorità ad altro tipo di considerazioni, di qualunque natura esse siano, come ad esempio il desiderio di evitare lo scandalo, poiché non c’è assolutamente posto nel ministero per coloro che abusano dei minori”.

repubblica.it

Tante chiese e pochi preti, Perché la messa ora è in streaming? Largo ai preti sposati

La notizia proveniente da Monza del 19 dicembre 2015 ha suscitato il commento dell’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati. Dallo scorso mese di ottobre la tecnologia ha iniziato a muovere i suoi primi passi anche nelle parrocchie e negli oratori sevesini della Comunità Pastorale San Pietro da Verona. Ora la copertura con fibra ottica di chiese e oratori è quasi completa. Proprio in questi giorni l’azienda sevesina «Utility Line Italia» ha terminato il lavoro ed anche la Parrocchia San Carlo dell’Altopiano (anche se le funzioni saranno trasmesse più avanti) potrà trasmettere via streaming le messe. Mentre a Seveso Centro e a Baruccana il servizio è già attivo. Un servizio sicuramente utile per anziani o malati,infatti, se una volta la messa domenicale si poteva seguire in televisione, ora si può farlo comodamente anche al computer. O, meglio, via web: anche sul telefono cellulare o sui tablet.

Quello di Seveso, è il primo esempio di Messa trasmessa in streaming in tutta la provincia di Monza e Brianza. Forse, anche se il parroco Don Carlo Pirotta non lo dice, addirittura uno dei primi casi in tutta la diocesi di Milano. Spiega il sacerdote:«Lo streaming, per quanto permetta di raggiungere una notevole quantità di fedeli, non è valido come Messa domenicale prevista dal precetto. Tuttavia è davvero uno strumento unico per raggiungere tutti gli ammalati che, invece di accendere la televisione, magari anche grazie all’aiuto di qualche familiare, possono collegarsi a internet e seguire la funzione della parrocchia in cui risiedono. Per seguire la celebrazione è sufficiente entrare sul sito www.parrocchieseveso.it e cliccare su «Guarda la Messa in diretta».

Anche se i cittadini lamentano che a causa dell’assenza del sacerdote e della mancanza di sostituti salta la messa celebrata in chiesa, com’è accaduto il 4, 9, 10 e 13 dicembre alla parrocchia San Carlo Dell’Altopiano in assenza del prete, don Donato Vicini. «Siamo in pochi – spiega don Vicini – e a volta non riusciamo a coprire le parrocchie se manca un sacerdote. Invitiamo comunque in caso di disservizio o per persone che sono impossibilitare a raggiungere la parrocchia più vicina a collegarsi tramite computer per sentire la messa». Con il prossimo anno anche i residenti dell’Altopiano potranno seguire la messa della loro parrocchia in streaming.

Per supplire alla mancanza di sacerdoti la soluzione potrebbe essere quella di riammettere all’esercizio del ministero pastorale attivo i sacerdoti sposati che si sono dimessi e successivamente sposati.

Papa: la Chiesa ha macchie e rughe, ma resta nostra madre

CdV, 20 dic. – ‘Per la Chiesa il Signore Gesu’ non sara’ mai un possesso da difendere gelosamente, quelli che fanno questo sono sbagliati’. Lo ha affermato Papa Francesco all’Angelus ricordando che ‘pur tra macchie e rughe, e ne ha tante, la Chiesa lascia trasparire i lineamenti della Sposa amata e purificata da Cristo Signore, della madre che esce dalle proprie porte per cercare col sorriso di madre tutti i lontani e protarli alla misericordia di Dio’. La Chiesa, ha spiegato, aspetta ‘sempre Colui che le viene incontro e che essa sa attendere con fiducia e gioia, dando voce alla speranza del mondo’. E noi dobbiamo, ha esortato, ‘guardarla con lo stupore della fede significa non limitarsi a considerarla soltanto come istituzione religiosa, ma sentirla come una Madre’. Secondo Francesco, una Chiesa che sia madre ‘sa riconoscere i molti segni di amore fedele che Dio continuamente le invia’. ‘A Natale – ha ricordato – Dio ci dona tutto Se’ stesso donando il suo Figlio, l’Unico, che e’ tutta la sua gioia. E solo con il cuore di Maria, l’umile e povera figlia di Sion, diventata Madre del Figlio dell’Altissimo, e’ possibile esultare e rallegrarsi per il grande dono di Dio e per la sua imprevedibile sorpresa’. ‘Ci aiuti Lei – ha pregatro Francesco – a percepire lo stupore per la nascita di Gesu’, il dono dei doni, il regalo immeritato che ci porta la salvezza’. Nella sua breve catechesi prima della preghiera mariana, il Papa ha descritto con parole semplici e bella la scena dll’incontro tra la Vergine e la cugina Elisabetta: ‘Immaginatevi – ha detto alla folla – erano una anziana e l’altra giovane. E gioiose si abbracciano queste due donne, ambedue incinte’ .

repubblica.it

Sesso a pagamento con minorenni, arrestato sacerdote

E’ accusato di prostituzione minorile, sostituzione di persona, detenzione di materiale pedopornografico ed adescamento di minorenni

Un sacerdote di 44 anni della Piana di Gioia Tauro è stato arrestato stamane dagli agenti della Squadra mobile di Reggio Calabria per prostituzione minorile, sostituzione di persona, detenzione di materiale pedopornografico ed adescamento di minorenni. Il religioso è stato rintracciato nella canonica della parrocchia.

Al sacerdote è stata notificata una ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Reggio Calabria che ha accolto la richiesta della Procura della Repubblica. Le indagini della squadra mobile hanno avuto inizio nel marzo scorso quando un equipaggio della Polizia aveva sorpreso l’indagato con un minore, a bordo della sua auto, in un luogo appartato e poco frequentato. Il minore riferiva di aver conosciuto l’uomo in una chat per incontri omosessuali.
ansapedofilia.preti

“Ha sottratto 180mila euro”. Indagato Mogavero, il vescovo dei migranti

Il vescovo di Mazara del Vallo Domenico Mogavero è indagato dalla procura di Marsala per appropriazione indebita.

L’ex sottosegretario della Conferenza episcopale italiana, noto per le battaglie condotte a favore dei migranti, ha ricevuto un avviso di garanzia. Mogavero è accusato di essersi appropriato di denaro con accredito di somme sul proprio conto corrente e di assegni tratti in proprio favore dai conti correnti intestati alla diocesi di Mazara. Il vescovo è già stato ascoltato dai magistrati insieme a Stefano Pellegrino e ha chiarito la sua posizione.

Indagato anche don Franco Caruso, ex economo della stessa Diocesi, il cui incarico non è stato più rinnovato da Mogavero quando questi, tra aprile e maggio 2014, si è accorto dei notevoli debiti accumulati negli ultimi anni dalla Curia. A Mogavero è contestata l’appropriazione di 180 mila euro.

Il Giornale

Mazara del Vallo, dopo il parroco don Caruso anche il vescovo Mogavero indagato per appropriazione indebita

La Procura di Marsala ha iscritto nel registro degli indagati, per appropriazione indebita, il vescovo di Mazara del Vallo, monsignor Domenico Mogavero, ex sottosegretario della Conferenza Episcopale Italiana e commissario Cei per le Migrazioni, molto noto per le sue posizioni a favore di una politica di solidarietà verso i migranti. È accusato di essersi appropriato di 180mila euro della Curia che avrebbe fatto transitare sul proprio conto corrente attraverso bonifici e assegni tratti dai conti intestati alla Diocesi di Mazara. Mogavero è stato sentito ieri dai pm di Marsala, titolari dell’indagine che è condotta dalla Guardia di Finanza. Sotto inchiesta anche l’ex economo della diocesi, don Franco Caruso, cui si contestano i reati di appropriazione indebita e malversazione.

Tramite assegni e bonifici, si sarebbe intascato 120 mila euro della Diocesi. In quanto, delegato a operare sui conti correnti e avendo la disponibilità delle somme erogate dalla Cei, invece di destinare il denaro a interventi caritatevoli, avrebbe speso, poi, oltre 250 mila euro per altri fini. Parte del denaro sarebbe andato a don Vito Caradonna, prete marsalese sospeso a divinis dopo una condanna per tentata violenza sessuale su un uomo e attualmente sotto processo, a Marsala, per circonvenzione di incapace. A Caruso, proprio da Mogavero, non venne rinnovato l’incarico: il vescovo accertò che la Curia, fino al 2008 coi conti in attivo, sotto la sua gestione, aveva accumulato debiti per 5mln e mezzo di euro. Anche l’ex economo sarebbe stato sentito ieri in Procura, ma si sarebbe avvalso della facoltà di non rispondere. «I fatti sui quali monsignor Domenico Mogavero è stato chiamato a rispondere sono risalenti agli anni 2010-2011 e attengono ad anomalie nella gestione dell’economato della Curia rilevate e denunciate alla Procura dallo stesso vescovo lo scorso anno», spiega l’avvocato Stefano Pellegrino, legale del prelato.

«Al primo sospetto di irregolarità gestionale del servizio economato della Diocesi, provvide ad incaricare due consulenti fiduciari per verificare la corretta applicazione della normativa canonistica e concordataria nella gestione della Diocesi, nonchè accertare la regolarità della redazione dei rendiconti e dei finanziamenti della Cei», prosegue il legale. «Poichè dalle citate relazioni si evidenziarono condotte che avrebbero potuto integrare estremi di reato – conclude – il vescovo ritenne opportuno trasmettere alla Procura della Repubblica la consulenza dei dottori Roberto Ciaccio e Gianfranco Sciamone, manifestando la propria volontà querelatoria e chiedendo, al contempo, di essere sentito dal Procuratore della Repubblica». Papa Benedetto XVI inviò Mogavero a Trapani per commissariare l’allora vescovo Francesco Miccichè dopo lo scandalo scoppiato a seguito di un’inchiesta su truffe commesse ai danni della Curia trapanese da un sacerdote, don Ninni Treppiedi. Una vicenda complessa che, negli anni, ha avuto sviluppi inattesi con il coinvolgimento di Miccichè in una storia di ammanchi di denaro. Il vescovo, ora in pensione, avrebbe utilizzato centinaia di migliaia di euro dell’otto per mille per comprare ville e immobili. Uno destinato a bed and breakfast.

Il Messaggero