L’onda anomala dell’immaginario

Che anno è stato il 2015? E soprattutto come l’immaginario ne ha sintetizzato, restituito, o meglio ancora sfidato le continue «provocazioni»? Guerra, morte in rete il flusso del mondo in tutte le sue possibili declinazioni a getto continuo. Una vertigine di fronte alla quale le immagini si devono allenare per rimanere dentro la realtà. E per produrre quegli scarti necessari a restituirne le crepe, i contrasti, le dissonanze. Proviamo qui a tracciare un percorso (parzialissimo) nelle visioni dell’anno che se ne va.

Facciamo cambio
Che seccatura è il corpo. Se non ci fosse avremmo trascorso un 2015 molto più tranquillo e non saremmo stati costretti a vedere così tante moltitudini che hanno fatto di tutto per farsi notare. Masse di corpi in cammino, in fuga, in manifestazione, che premono alle frontiere, che dimostrano contro poliziotti violenti, che difendono i propri territori. Non ci saremmo immedesimati in quella signora freddata sulla neve fra due palazzi di Kramatorsk, nell’est dell’Ucraina, e non avremmo sussultato di fronte alla foto di Aylan Kurdi sulla spiaggia di Kos. Ci saremmo risparmiati le code a Expo, le proteste contro le banche, i festeggiamenti per elezioni vinte e tutto sarebbe andato più liscio. Non ci sarebbero stati né attentati, né morti e le città sarebbero rimaste sicure perché per strada non ci sarebbe stato nessuno.

I vantaggi sarebbero molti. Senza i corpi, che hanno bisogno di mangiare e dormire, non ci servirebbero case e energia per riscaldarle. Chiuderebbero i negozi di alimentari, i mercati e i ristoranti perché non s’è mai visto un assente mangiare. Gli stilisti e le aziende di abbigliamento non servirebbero più, così come dovrebbero cercarsi un altro mestiere i medici e gli infermieri, per non parlare dei personal trainer. Ma visto che nemmeno loro esisterebbero, il problema sarebbe risolto alla radice. Diventeremmo tutti belli invisibili, immateriali e iperconnessi, presenti solo con un profilo virtuale sui social network. Non daremmo fastidio a nessuno e non dovremmo più preoccuparci di riparare, nutrire, istruire e divertire questo nostro fardello di carne. Bello eh?
Alzi la mano la mano chi vorrebbe un mondo così. Nemmeno a Zuckerberg piacerebbe, visto che è diventato di recente papà e quindi un corpo che funziona come quello di tutti gli altri ce l’ha anche lui. Diventerebbero tristi persino Salvini e la Le Pen perché con chi se la prenderebbero, poi?

Dopo questo 2015 dove dei corpi e delle relative individualità si è fatto strame, non sarebbe una cattiva idea fermarsi e fare il gioco del Io mi Immedesimo. Invitiamo, per esempio, Orban a immedesimarsi in un padre disposto a camminare dalla Siria alla Germania con la sua famiglia per trovare un tetto e del cibo. Giovanardi a mettersi nei panni di un gay che vorrebbe solo una cosa, sposare chi ama. Schauble in una madre greca che deve scegliere fra pagare l’affitto o la spesa. Il ministro dell’ambiente Gian Luca Galletti a vivere vicino a uno dei 57 siti contaminati d’Italia e non ancora bonificati.
Se poi il gioco dell’immedesimarsi viene difficile per scarsa immaginazione, facciamo quello del cambio. Facciamo che Erdogan sta per un mese a Kobane a combattere contro quelli del Daesh e Alfano sta un anno nei panni di un figlio di immigrati nato in Italia e che a 20 anni è ancora considerato straniero. Infine, proponiamo a quelli di Bankitalia e Consob di mettersi nelle vesti di un operaio in pensione che ha perso tutti i risparmi per colpa di una banca e di dare loro il proprio stipendio. Dite che non accettano? Dite che per loro certi corpi sono più uguali di altri? Però, che egoisti. (Mariangela Mianiti)

L’anno del surrealismo
Che il cinema politico abbia fatto propria la bandiera del surrealismo, lo abbiamo osservato in due casi. Ce lo aveva suggerito uno dei film più impressionanti dell’anno: Le mille e una notte di Miguel Gomes. Volendosi misurare con la crisi economica, Gomes era partito alla ricerca di fatti concreti: articoli di giornali, personaggi incontrati per caso, quartieri periferici. Cosa c’è di più oggettivo che un fatto, un luogo, una persona? Eppure, mettendosi all’altezza di questa singolarità, ogni singolo appariva strano, assurdo, improbabile. Cercando il reale, trovava solo racconti fantastici. La morale scioglieva il paradosso in una lezione: l’insensatezza è la logica stessa della crisi economica. Il surreale non è maniera di deformare la realtà, è questa realtà che deformata dalla crisi appare oggettivamente assurda.

Ce lo aveva confermato un altro film che uscirà tra due settimane in Francia,Gaz de France di Benoit Forgeard. In cui c’è un presidente eletto dal popolo che in pochi mesi di governo raggiunge livelli mai visti di impopolarità; e che, per risalire la china, si inventa un think tank di persone comuni. Contrariamente a Gomes, per Forgeard il surrealismo non è un risultato. È il punto di partenza. Il suo presidente si chiama Bird e lo incarna uno dei personaggi più sopra le righe del panorama pop d’oltralpe: il cantante e attore Philippe Katrine (vedere per credere il suo clip «Marine Le Pen»). Ma anche qui ritroviamo l’idea che l’attività politica è un incursione nell’esperienza comune. Il presidente è un non-politico. È stato scelto per questo. Eco alla campagna di Hollande, che durante le elezioni martellava sull’idea del «presidente normale».E, come in Gomes, niente appare più ineffabile della normalità. E l’unico modo di darle un volto è immaginare l’assurdo.

Ora, ammettendo per un attimo che questi due casi «singoli» rappresentino un segnale, viene da chiedersi perché il cinema che si misura con la politica si tinga di surrealismo.
Sarebbe borioso pensare che un’ipotesi su un’ipotesi valga un giudizio; ma è chiaro che non è un buon segno. In maniera cosciente (Gomes) o incosciente (Forgeard), entrambi i film avvertono il proprio pubblico che ogni tentativo di resistere alla perdita del senso è vano. Il senso ovviamente è la possibilità di un progetto emancipativo o politico. Gomes, alla fine della sua avventura, è letteralmente catturato dai proletari ammaestratori di uccelli canterini. In quell’hobby incondizionato, ché libero da ogni imperativo ipotetico, il regista coglie una forma, sublime, di resistenza delle classi subalterne al materialismo capitalista.

Solo, con quei proletari là, il borghese illuminato non può allearsi, può soltanto ammirali da lontano. Ogni forma di unità è impossibile, oltre che inutile. Il film di Forgeard riflette una situazione ancora più affliggente. In Francia oggi non c’è più nessun rapporto, non diciamo organico ma nemmeno nostalgico, tra la borghesia intellettuale e il proletariato. Nel suo surrealismo si coglie da un lato l’esigenza estrema del borghese colto di capire qualcosa. Dall’altro il rumore sordo dello spirito che gira a vuoto. (Eugenio Renzi)

Il ritorno di «The X-Files»
Il 10 settembre 1993 veniva trasmessa negli Stati Uniti la puntata pilota di The X-Files. L’inizio di quella stagione, la prima di nove, non ha rappresentato il punto di svolta della televisione statunitense e mondiale. In precedenza, solo per citare due esempi piuttosto rilevanti, erano state create serie come Miami Vice (1984–1990), che vantava tra i produttori esecutivi Michael Mann, e Twin Peaks (1990–1991) di David Lynch e Mark Frost (che tornerà nel 2017).

Tuttavia, The X-Files per la vasta gamma di generi, per la compresenza di una trama orizzontale e di una verticale, per la capacità di coinvolgere il pubblico a livello planetario, in un periodo ancora non conquistato dalla Rete, ha segnato un’epoca. Analisi dei personaggi, confronto con la realtà attraverso la ricostruzione del racconto di finzione, continuo ribaltamento delle tesi, sono solo alcuni degli elementi che hanno contraddistinto la creatura di Chris Carter e che possiamo ritrovare nei prodotti odierni.

Cos’è cambiato da quel lontano 1993? Il dato più semplice è proprio quello delle date di trasmissione: il primo episodio in Italia arrivò a quasi due anni di distanza; l’ultimo della nona stagione a tre mesi. E il prossimo 24 gennaio la prima puntata che segna il ritorno di The X-Files arriva su Fox in contemporanea con gli Stati Uniti.
L’ultima puntata della nona stagione (2002), dal titolo eloquente The Truth, quella nella quale milioni di spettatori aspettavano impazientemente di capire se gli alieni avrebbero invaso il pianeta (oltre al fatidico bacio tra Fox e Dana), sembra lontana anni luce. In balia delle scelte di Italia 1, che cambiava vorticosamente data e ora d’inizio della messa in onda, in molti col loro videoregistratore si ritrovarono con l’episodio tagliato sul più bello. Per fortuna da poco era apparso eMule e tutto cambiò.
È proprio nel modo di usufruire del prodotto televisivo (ma è corretto chiamarlo ancora così?) che la serialità ha trovato la sua reale dimensione in questi venti anni, per niente in conflitto col cinema, casomai in (dis)continuità con la letteratura e le graphic novel. La possibilità di vedere una serie in un paio di giorni (da questo punto di vista Netflix arriva a giochi fatti), senza alcun timore di perdere episodi, valorizzando la lingua originale, ha permesso racconti più complessi e libertà narrative audaci. Un altro modo collettivo,pure se la visione è solitaria (ma anche i romanzi si leggono da soli), di immaginare il contemporaneo e di riflettere sull’esistente. (Mazzino Montinari)

Il Manifesto

SCUOLA Per Poletti la ricerca è un hobby: niente disoccupazione ai precari

Sessantamila ricercatori precari sono studenti a vita. Lo ha confermato il ministero del Lavoro che ieri, dopo l’approvazione della legge di stabilità e con cinque mesi di ritardo, ha risposto all’interpello inviatogli dalla campagna#perchèiono? Sindacati come Flc-Cgil, i dottorandi dell’Adi, studenti di Link, i precari della ricerca Crnsu e i ricercatori della Rete29Aprile hanno chiesto l’estensione del sussidio Dis-Coll ai dottorandi di ricerca, assegnisti e borsisti universitari, la stessa misura rifinanziata con 54 milioni sul 2016 e 24 milioni sul 2017 dalla legge di stabilità per i collaboratori continuativi.

Per i ricercatori precari non c’è nulla da fare: il loro non è un lavoro, è un hobby. Uno scandalo nel paese dove il ministro del lavoro Poletti auspica una laurea modesta con 97 a 21 anni e non una a 28 con 110.

Ricerca senza diritti, ma speciale

Il documento del ministero del lavoro è un prezioso reperto archeologico della mentalità lavorista dominante nel Jobs Act. Chi fa ricerca, questo in realtà si sostiene, esercita un’attività separata, non un lavoro della conoscenza. Per sua natura, si distingue dagli altri collaboratori a progetto, anche se i precari della ricerca firmano un contratto dello stesso tipo e, come tutti i collaboratori, sono iscritti alla gestione separata dell’Inps. Per il ministero questo non basta a giustificare la richiesta di un sussidio di disoccupazione erogato a chi versa i contributi all’Inps. Il documento, reso noto dai dottorandi dell’Adi e dalla Flc-Cgil, ripresenta un pregiudizio: i precari – trenta-quarantenni — sono «in formazione».

Questo significa: quando perdono lo stipendio, devono continuare a lavorare gratis sperando in una nuova borsa. A tutto il resto ci pensano papà e mamma. Il ricercatore è vittima della sua «specialità» e viene considerato un’appendice del suo progetto di ricerca. L’università è come l’Expo: si lavora da volontari, nella speranza di percepire un reddito domani. O magari un concorso. A questa realtà allude il testo del ministero che parla di «natura speciale del rapporto di ricerca», un «rapporto del tutto peculiare» non riconducibile alle prestazioni del lavoro autonomo o a quello parasubordinato. Il rifiuto di un diritto di base si spiega con il fatto che la ricerca non è un mestiere per tutti. La può fare chi se la può comprare.

Gli esperti del ministero del lavoro sostengono inoltre che i dottorandi con borsa non versano 1300 euro di contributi all’anno alla gestione separata dell’Inps, come fa più di un milione e mezzo di partite Iva e collaboratori. Al ministero non si sono nemmeno posti il problema di aprire la pagina dedicata dall’Inps che dimostra l’opposto.

A cosa serve un precario

Dove finiscono i 1300 euro all’anno da moltiplicare per 60 mila. Nel buco nero della gestione separata, una delle poche in attivo che serve a ripianare i debiti delle altre casse. Ma non a espletare il suo compito: erogare i sussidi per disoccupazione o per la malattia, ad esempio. I precari e i freelance sostengono il welfare italiano senza contropartita. Il Jobs Act continua questa discriminazione. Una realtà denunciata dai movimenti del lavoro indipendente. E’ giunto il momento che anche gli universitari comprendano la loro condizione e si uniscano a coloro che materialmente la condividono come i freelance e i lavoratori indipendenti che hanno formulato una prima bozza di carta dei propri diritti.

La protesta dei ricercatori ha evidenziato quanto poco al governo Renzi interessino il lavoro e la cultura, mentre nella legge di stabilità stanzia 50 milioni per assumere 500 «eccellenze». Una contraddizione clamorosa: 60 mila senza diritti minimi, 500 assunti anche senza abilitazione nazionale.

Accademici fuori dal diritto

Dal 1 gennaio 2016 il Jobs Act prevede il superamento dei contratti a progetto. I rapporti di collaborazione dovranno essere ricondotti al rapporto di lavoro subordinato. Che cosa accadrà ai ricercatori precari? Probabilmente resteranno vittime della loro “specialità”, pur mantenendo con il loro dominus e la loro facoltà un rapporto di lavoro subordinato, di esclusività personale, di continuità e di eterorganizzazione. Vale a dire le tre caratteristiche riconosciute dal Jobs Act per “smascherare” le false collaborazioni. La regola non varrà solo per i nuovi contratti, ma anche per quelli in essere. Per esempio, se una falsa collaborazione scade a febbraio 2016, l’azienda dovrà regolarizzare la posizione del lavoratore se non vorrà rischiare di incorrere nella sanzione del tribunale. Sembra che queste caratteristiche non varranno per l’università.

La ricerca resterà nel limbo dove i diritti non esistono. Sono concessioni a tempo determinato.

Il Manifesto

La riforma della Chiesa

“Non siamo condannati ad una stanca riforma delle cose che sono, ma la rivoluzione è ancora possibile”.

Non è l’ultimo urlo zapatista che sale dal Chapas o la rabbiosa dichiarazione fidelista a Cuba. È il direttore di Civiltà cattolica Antonio Spadaro che sintetizza il senso della vita del suo confratello gesuita Papa Francesco. Lo fa con un lucidissimo e sbarazzinosaggio su Wired, la Bibbia della rete, già diretta da Chris Anderson.

Un testo che parla in molte lingue e può essere letto attraverso molte lenti. Innanzitutto offre un’autorevole e attendibile decrittazione della strategia del Pontefice. “Un cambiamento redentivo” lo definisce padre Spadaro usando proprio le parole di Francesco, in cui la novità, spiega non senza una sua ispirata poesia, è come “la preparazione di una tazza di mate, che richiede che l’acqua si scaldi e che le foglie di erba rilascino lentamente le sostanze antiossidanti”. Un’azione protesa a cogliere il meglio di quello che già esiste, dove “…l’innovazione non avviene conquistando territori di potere e influenza, ma guidando o accompagnando processi in corso”.

Parole che colpiscono e rivelano per chi si sta arrovellando da tempo sul turbinio indotto dal Papa che viene dalla fine del mondo. In particolare appare stupefacente la semplicità con cui si connette l’azione del vicario di Cristo a quanto già sta agendo sulla terra, fra gli uomini. Il magistero di Pietro agisce non insegnando o spostando la traiettoria dell’umanità, ma “accompagnando processi in corso”. Francesco pensa ad una Chiesa che coglie e accompagni i segni del tempo, non che giudichi e decida la direzione dell’umanità. Ma quali sono i segni del tempo? Cosa sta accompagnando Francesco? Il direttore di Civiltà Cattolica non ha esitazioni o prudenze verbali: l’innovazione è oggi la buona novella.

Un’innovazione forte, che muti il destino dell’umanità, che passi per “infrazioni a regole rigide che sono lì solo per tramandare istituzioni”. Un passaggio che a me pare davvero fortemente innovativo rispetto ad ogni lettura della dottrina. L’effrazione alle regole come valore, lo sconvolgimento delle istituzioni come obbiettivo, l’innovazione come “rivoluzione”.

Ce n’è d’avanzo per rendere “i riferimenti al Che parti di una mitologia museale” come, palesemente divertendosi, Padre Spadaro racconta le emozioni suscitate dall’incontro del Papa in Bolivia con i giovani locali nel corso del suo ultimo viaggio in america latina. In questa sede, frenando ogni tentazione di improvvisazione teologica, voglio rimanere sullo specifico digitale. Tale è infatti il tema iniziale dello scritto di Antonio Spadaro che ha per titolo Un Papa vestito di bit. Papa Bergoglio dice di non essere un esperto digitale, di non avere neanche un tablet, ma padroneggia come pochi la filosofia, la cultura di una rete dove sono le relazioni umane a intrecciarsi e diventare un ambiente dove, dice lo stesso Papa “la rete digitale può essere un luogo ricco di umanità, non una rete di fili ma di persone”.

Una riflessione che ancora non è stata maturata dalle élites intellettuali, o politiche del nostro paese, che continuano a vedere il web, quando lo percepiscono, come una sequenza di soluzioni tecnologiche da acquisire e adottare per meglio parlare con i propri utenti. Padre Spadaro segna un confine rispetto a questa visione mediocentrica della rete, che omologa il sistema digitale ad un apparato di comunicazione come la Tv o i giornali. “La rete è il luogo dove la socialità diventa solidarietà” cita da Francesco padre Spadaro. La rete dunque è vita, un “ambiente di vita, non strumento” precisa il vescovo di Roma,non un surrogato di informazione, da mercificare o misurare con gli stessi criteri di redditività o di attendibilità. Con la stessa disinvoltura, di chi si sente a casa propria, continua a spiegare Spadaro, non vi sono confini o steccati fra reale e virtuale, tanto che lo stesso Giubileo sarà vissuto indifferentemente nelle due dimensioni.

Ma perché questo manifesto digitale? Perché padre Spadaro insiste nella concezione della rete che ha il Pontefice? Il passaggio non è indolore. È ovvio che comporterà ulteriori attriti, nuovi borbottii, maggiori resistenze. Ma, come sempre, quando si parla della rete, ci si trova a destreggiarsi nelle forme delle relazioni sociali che la rete induce, a cominciare da quelle di potere, dalle gerarchie. E a quale gerarchia parla padre Spadaro citando esplicitamente il Papa? Il pensiero torna ai corridoi vaticani, a quelle stanze da cui, fisicamente e culturalmente Francesco rifugge. Anche in questo caso il messaggio che propone Spadaro non potrebbe essere più trasparente e decifrabile: la storia è storia dei popoli più che delle élites. Non potrebbe essere più chiaro il ragionamento e il destinatario. E per rendere più intellegibile la prospettiva che abbiamo dinanzi padre Spadaro si fa trasportare dal suo amore per l’arte: “Per Papa Francesco, scrive, la realtà è come per i futuristi, dinamica, si muove, non sta mai ferma”.

Ma è ancora la rete a fornire lo scenario in cui collocare il futuro. La potenza dei sistemi digitale è enorme, scrive, addirittura si hanno risposte prima di formulare la domanda. Ma senza serendipity, senza imprevedibilità umana, senza sorpresa, “i dati divengono reperti, pezzi da museo”. Ma per non essere travisato, per non rischiare di fornire materia a chi vuol resistere all’innovazione, Padre Spadaro apre un’altra porta “sorprendente”: l’algoritmo che governa la rete deve essere oggetto di contesa, non basta la potenza di calcolo univoca, perché l’algoritmo dominante serve un sistema che non può sostituirsi alla community. Ci vuole un pensiero digitale ma critico. Incompleto, come intende Francesco. Mentre il pensiero sferico, dominante è inerte, vive di equidistanze di equipollenze. Insomma non è conflittuale.

Ed è questo il vero passaggio, che assegna allo scritto di padre Spadaro uno spessore storico: immergendosi nella rete papa Francesco intende assumere una logica conflittuale, dialettica, rivoluzionaria. Di cui la rete è naturale “ambiente”. Non la perfezione della sfera ma la spigolosità del poliedro, le sfaccettatura della dialettica. Del resto, aggiunge Spadaro riportando l’ennesima citazione del pontefice con cui mostra assoluta famigliarità e dimestichezza: “I grandi cambiamenti della storia si sono realizzati quando la realtà è stata vista non dal centro ma dalla periferia”. Qualcosa di più di una constatazione detta dal Papa che viene da cosi lontane periferie.

Un ragionamento quello del gesuita direttore di Civiltà cattolica, che sembra parlare al sacro ma anche al profano. Ad una curia refrattaria che viene allertata per un anno di grandi nuovi terremoti, e ad una società politica ed istituzionale italiana che viene spinta oltre il ciglio della rete, oltre il burrone dell’immobilismo, constatando che il processo è in movimento, non è deviabile o esorcizzabile.

Questa è la vera constatazione che affiora da questo testo che si chiude con una citazione del fondatore dei gesuiti, Ignazio di Loyola che sembra descrivere profeticamente la pervasività dell’ambiente digitale:

“Non essere limitato dallo spazio più grande, ed essere capace di stare nello spazio più piccolo. Questo è il divino”.

fonte: http://www.huffingtonpost.it/

Matrimonio in spiaggia: alle Maldive la prima chiesa nell’acqua

a chiesa nel mare ora può realizzare il proprio sogno. Il proprietario di uno dei resort più belli dell’arcipelago, Ramando Kraenzlin, ha deciso di mettere a disposizione degli sposi una location da favola che gli permetterà di sposarsi immersi nell’acqua. Il Four Seasons Resort, infatti, dispone di una palafitta nel bel mezzo dell’Oceano Indiano, realizzata proprio per celebrare le nozze di chi vuole vivere un giorno da favola. Posizionata  50 metri dalla costa ha il pavimento in vetro che mostra lo spettacolo marino sotto di essa ed è in grado di ospitare fino a 16 persone.
Non solo. Se l’idea non fosse già abbastanza romantica il Resort dispone anche di una piccola chiesa posizionata al centro dell’Oceano, raggiungibile con una barchetta tipica del posto che permette agli sposi di celebrare il rito nuziale circondati dall’Oceano, come fossero i protagonisti di un film d’amore. L’idea è da prendere in considerazione soprattutto perché l’hotel mette a disposizione degli sposi un vero e proprio pacchetto All Inclusive, che comprende il fotografo, lo chef personale, la torta nuziale, più un massaggio di coppia e champagne per i neo sposi. Lo Special Wedding, infatti, sembra proprio essere pensato per i turisti che sposandosi in un luogo così particolare non saprebbero proprio da dove iniziare con i preparativi.
Un posto da sogno non solo per i più romantici, ma anche per chi ama la natura ed i luoghi incontaminati, considerando che sulla palafitta dal pavimento di vetro è possibile vedere colonie di tartarughe marine, coralli e tutta la fauna caratteristica di un posto così incantevole. Un’esperienza unica, ma soprattutto un desiderio che diventa realtà per tutti coloro che hanno sempre sognato un matrimonio originale e sorprendente come nei film.
magazinedelledonne.it

Omicidio di Don Amos, l’appello dei familiari a Papa Francesco

Reggio Emilia, 29 dicembre 2015 – «Francesco, ascoltaci. Aiutaci tu». Tre mesi fa i parenti di don Amos Barigazzi hanno scritto una nuova sofferta lettera al Papa: gli chiedono che dia loro udienza in Vaticano. L’ultimo tentativo di risolvere il giallo, prima di perdere le speranze ormai ridotte al lumicino: la sorella, i suoi tre figli e un fratello non si arrendono, a distanza di 25 annivogliono sapere chi uccise il loro congiunto tendendogli un agguato nel garage della canonica di Montericco e perché; e – solo dopo – perdonarlo.

A costo di far venir fuori verità scomode, retroscena, mai provati, di molestie. Sono convinti che nella Chiesa qualcuno sappia e possa aiutare a indirizzare le indagini. L’assassino potrebbe essere ancora vivo, indisturbato e impunito. Il timore dei parenti, che si sono affidati all’avvocato Ernesto D’Andrea, è che una prima lettera con richiesta di colloquio, inviata a Papa Francesco due anni fa subito dopo la sua proclamazione, non sia mai arrivata a destinazione. Ha risposto, qualche tempo dopo, il segretario di Stato, all’epoca il cardinale Tarcisio Bertone. Il porporato, in una nota di due righe, dichiarava: «Non sono situazioni di nostra competenza». Un messaggio freddo, non nello stile di Bergoglio, e i parenti ne sono rimasti profondamente delusi.

In quel pugno di anni compresi tra il 1990 e il 1992 Reggio era rimasta traumatizzata da tre feroci omicidi, tuttora senza un colpevole: vittime un ricoverato dell’ospedale psichiatrico giudiziario di Reggio in permesso esterno, don Barigazzi parroco di Montericco e cappellano di quell’Opg, un chirurgo dell’ospedale cittadino. Un tris di «cold cases» sconvolgenti. L’assassinio di un prete, per i reggiani di una certa età, non costituiva una novità. Durante e dopo la guerra ce n’erano stati molti, finì ammazzato anche un seminarista di 14 anni, Rolando Rivi, di recente proclamato beato. Ma quelli erano stati delitti politici. Qui comunismo e anticomunismo non c’entravano.

Don Amos aveva 63 anni quando il 17 ottobre 1990 rientrò a Montericco dopo una riunione. Mancava poco alle 22. Mise la Panda in garage, scese con in mano l’agenda e i paramenti sacri. Qualcuno lo stava aspettando: gli sparò con un fucile da caccia dopo averlo sorpreso alle spalle. Ci fu prima una discussione fra loro? L’assassino fece inginocchiare la vittima quasi a farle recitare l’ultima preghiera? Voleva solo minacciare e invece gli partì il colpo al solo sfiorare il grilletto? Tante ipotesi. Il sacerdote morì dissanguato, lo trovarono la sorella Adua, la domestica e una vicina di casa la mattina dopo.

Da tre anni don Amos era il parroco del santuario della Beata Vergine di Lourdes che si affaccia su un balcone panoramico delle prime colline, scelto dalle coppie per sposarsi. Era stato mandato là dal vescovo Gilberto Baroni dopo la segnalazione di tensioni nella parrocchia cittadina dell’Immacolata Concezione, guidata da don Amos da vent’anni. Fin da subito si pensò che all’origine del delitto ci fosse l’abitudine del prete di «sperimentare» le uscite dei ricoverati dall’Opg, consentendo loro di respirare qualche ora di libertà. Il cappellano dell’ex manicomio criminale là dentro era cercato dagli internati, per la disponibilità a scommettere sul loro reinserimento. Li portava in gita, li faceva socializzare.

Ma tra i parrocchiani c’era paura: si racconta che le mamme si dessero il cambio per fare la guardia quando i bambini giocavano nel campetto della chiesa o quando frequentavano il catechismo. Un clima insostenibile, che si sarebbe riproposto a Montericco. Ne è indizio la drammatica corrispondenza tra il prete e un ex ricoverato che si era fidanzato con una parrocchiana: don Amos osteggiò la relazione, voleva impedire il matrimonio.

Il sacerdote temeva di essere ammazzato, lo aveva scritto sul diario trovato nel garage. Era stato messo a parte in confessionale di segreti criminali o economici? C’era un movente affettivo o sessuale? Qualcuno covava un odio represso? Oggi c’è da chiedersi perché, oltre a trasferirlo di parrocchia, non fu tolto a don Amos l’incarico di cappellano dell’Opg. Lui si era opposto ben sapendo di rischiare la pelle. Ma si sarebbe potuto rimuoverlo d’imperio.

di MIKE SCULLIN – ilrestodelcarlino.it

Prete sposato 50 anni ordinazione abbracciato da Papa Francesco

La notizia sottoriportata è tratta da Romagna Noi e tra le righe racconta un episodio avvenuto a Febbraio del 2015: Lino Tonti, con il corcifisso al collo, prete sposato abbracciato dal Papa Francesco durante l’udienza a porte chiuse al clero Romano (ndr).

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Una domenica speciale, una festa speciale. Invitati tutti i parrocchiani con don Giuseppe (e altri cinque sacerdoti a celebrare Messa) a fare gli onori di casa nella chiesa di San Raffaele all’Ina Casa. Tanti preti sull’altare, un ex prete tra i banchi: ed era proprio quest’ultimo il festeggiato. Lino Tonti una volta era don Lino. Esattamente cinquant’anni fa: 1965. Ordinato a Riccione proprio il giorno di Natale. Lino decise di lasciare la tonaca e di sposarsi.

“Rispetto delle scelte – ha scritto nell’articolo a lui dedicato nel giornalino della parrocchia – nella convinzione che uno quando è prete (celibe o sposato) lo è per sempre”. E anche se non tutti la penseranno così, pazienza. A 50 anni dunque dalla sua ordinazione, Lino è stato il protagonista della festa che la parrocchia gli ha dedicato. C’erano tanti fedeli, tanti amici. Lui accanto alla moglie, ai figli, una vita dedicata alla famiglia e alla preghiera. Don Giuseppe lo ha ricordato, lo ha celebrato, lo ha abbracciato: un modo per ribadire che non ci si dimentica mai del prossimo, specie se è stato ed è così vicino a te.

Lino, commosso, ha ringraziato tutti e a salutarlo con amicizia ed affetto c’era nientemeno che il sindaco Andrea Gnassi corso ad abbracciarlo e a portargli il saluto dell’intera città. E a chi si pone la domanda: “ma come un ex prete festeggiato in chiesa?” rispondiamo senza problemi. Sì, festeggiato nella sua chiesa, tra i suoi cari, tra i suoi amici, in una esistenza segnata dall’abbraccio con Papa Francesco nel febbraio scorso. Lui, con il crocifisso al collo, al cospetto del Santo Padre. Un’emozione indescrivibile come quella vissuta domenica in una San Raffaele strapiena appositamente per lui.

Chiudiamo come ha chiuso lui il suo intervento: “Vi chiedo di pregare per noi che ricordiamo 50 anni di ordinazione. Ma anche per tutti i preti. E per chiedere al Padre che la Chiesa trovi la strada più giusta e più saggia per non far mancare preti alle nostre comunità. Non a casa quel giorno saranno fra noi anche preti che – come me – non possono celebrare e confessare, ma nelle loro comunità prestano un servizio prezioso e generoso”.

Spagna, la chiesa abbandonata diventa uno skatepark: porte aperte al tempio di Kaos

Ancora una situazione di abbandono delle chiese per la mancanza di preti. L’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati denuncia il fatto avvenuto a Llanera in Spagna e riportato da Repubblica.it

(afp)
E’ stato inaugurato a Llanera, nella regione settentrionale delle Asturias, il tempio di Kaos. Si tratta di una chiesa del 1913, sconsacrata e abbandonata ormai da alcuni decenni che è stata trasformata in uno skatepark dal collettivo Brigata della chiesa. Grazie all’intervento dell’artista Okuda San Miguel, l’ex chiesa di Santa Barbara è diventata una meta ambitissima di appassionati della cultura dello skateboard

Non c’è il prete e salta la messa. Per fedeli costretti a tornare a casa si offrono i preti sposati

Il fatto (riportato in basso)  avvenuto a Cingoli in provincia di Macerata è sintomatico di una situazione ormai diffusissima in molte parrocchie delle diocesi italiane e di tutto il mondo. Per l’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati è il momento favorevole per il rientro nel ministero pastorale dei preti sposati: grande risorsa per la Chiesa.

I fedeli vanno alla messa come sempre da più di settanta anni, solito orario fissato per i festivi e solita chiesa, ma della celebrazione eucaristica nessuna traccia. Il fatto ha suscitato lamentele, proteste e polemiche tra i fedeli che ieri mattina si sono recati per assistere alla messa nella Collegiata di Sant’Esuperanzio. Un centinaio di persone sono arrivate in chiesa prima delle 10, ma una volta entrate hanno visto l’altare maggiore spento e da qui il dubbio sulla celebrazione. Poi il passaparola tra chi se ne andava amareggiato e chi arrivava, inconsapevole della novità, ha frenato l’arrivo di altra gente.
“Son più di settant’anni che nei festivi c’è la messa delle 10! Non è mai saltata. Dovrebbe essere accaduto qualcosa di grave al prete!”, è stato il commento generale. “Perché non ci hanno avvisato magari alla fine della messa di mezzanotte?”. Tra chi protesta c’è anche chi vuole segnalare il fatto al vescovo mons. Nazzareno Marconi.
Il parroco don Patrizio Santinelli spiega che cosa è successo. “La coincidenza dei tre giorni festivi consecutivi, il Santo Natale, Santo Stefano e la domenica ci ha indotto a non programmare la messa per un solo giorno né a Sant’Esuperanzio né a San Giuseppe. Non era possibile sostenere nove messe al giorno, sarebbero state ventisette nei tre giorni. E i fedeli sono stati avvertiti attraverso la lettera parrocchiale che abbiamo consegnato prima di Natale, con il programma delle Sante Messe. I preti sono sempre di meno. Non si riesce a coprire tutte le frazioni e tutte le parrocchie”.

fonte: Corriere Adriatico

Prezzi: nel 2016 stangata da 551 euro a famiglia

Nel corso del 2016 gli italiani dovranno mettere in conto una“stangata” pari a circa 551 euro a famiglia. Lo afferma il Codaconsche ha elaborato uno studio sugli incrementi di spesa previsti per il nuovo anno sul fronte prezzi e tariffe.

In realtà – spiega l’associazione – a fronte di significativi aumenti per alcuni settori, si registreranno nel corso del 2016 anche delle diminuzioni di spesa. Nello specifico, la ripresa dell’inflazione – che secondo gli analisti dovrebbe attestarsi attorno all’1% nel prossimo anno – porterà le famiglie a spendere 298 euro in più per effetto della crescita dei prezzi al dettaglio, e 189 euro in più per la sola spesa alimentare.
Aumenti che si ripercuoteranno anche nel settore della ristorazione (+26 euro).

Cresceranno le tariffe per la raccolta rifiuti e i servizi idrici, per un totale di +137 euro a famiglia su base annua. Per i trasporti (aerei, treni, taxi, mezzi pubblici, traghetti, ecc.) un nucleo familiare tipo dovrà affrontare una maggiore spesa pari a 44 euro, mentre viaggiare sulle autostrade comporterà un aggravio di 27 euro. Per i servizi bancari complessivamente si spenderanno 18 euro in più rispetto allo scorso anno, +9 euro per quelli postali. Discorso a parte meritano le bollette: se da un lato le quotazioni internazionali del petrolio – che secondo gli analisti saranno stabili o addirittura in discesa per il tutto il 2016 – dovrebbero portare benefici sulle fatture, dall’altro il nuovo sistema tariffario sulle bollette elettriche varato dall’Autorità per l’energia, determinerà rincari per una buona fetta di popolazione.

L’eliminazione della Tasi sulla prima casa determinerà invece un risparmio medio di 194 euro a famiglia; costerà meno il canone Rai, che scende da 113,5 euro a 100 euro, e l’assicurazione rc auto sarà più leggera mediamente di 12 euro.

Fare il pieno alla macchina comporterà una minore spesa di 68 euro rispetto allo scorso anno, ma questo solo se le quotazioni del petrolio rispetteranno le previsioni degli analisti, e se il Governo non introdurrà nuove tasse sui carburanti.

VOCI CHE AUMENTANO
Prezzi al dettaglio +298 euro
Alimentari +189 euro
Acqua e rifiuti +137 euro
Istruzione +79 euro
Trasporti +44 euro
Tariffe autostradali +27 euro
Ristorazione +26 euro
Banche +18 euro
Luce e gas +12 euro
Tariffe postali +9 euro

VOCI CHE DIMINUISCONO
Tasi (prima casa) -194 euro
Carburanti -68 euro
Canone Rai -13,5 euro
Rc Auto -12 euro

TOTALE +551,5 euro a famiglia.

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