Vecovo di Ferrara Negri su linee tradizionaliste mette le mani avanti su comunione ai divorziati

I divorziati credenti ferraresi dovranno pazientare prima di poter sperare di accostarsi all’Eucarestia. L’arcivescovo Luigi Negri, per il momento, non ha la minima intenzione di adeguarsi alla linea scaturita dal Sinodo sulla famiglia. L’assemblea, sia pur con un solo voto di scarto, ha cancellato il divieto assoluto di somministrare la comunione ai divorziati e ha stabilito che bisogna valutare «caso per caso». Il via libera alla comunione può essere accordato,dopo un adeguato «discernimento», da un sacerdote, sentito il vescovo locale.

Il vescovo di Ferrara si è fatto sentire subito con un messaggio apparso sul suo sito luigi.negri.it . «Per non farci condizionare da letture affrettate e spesso infondate circa gli esiti del recente Sinodo sulla famiglia – scrive monsignor Negri – mi sento in dovere di intervenire per chiarire che il Sinodo è un organo esclusivamente consultivo, i cui lavori si sono conclusi con la presentazione a Papa Francesco di un documento che raccoglie le posizioni emerse e condivise dai padri sinodali».
L’arcivescovo specifica che «soltanto il Papa può, e in modo assolutamente autonomo, decidere se ad una o ad alcune di queste posizioni, potranno seguire indicazioni operative e normative. Restiamo quindi fiduciosamente in attesa delle decisioni che il Santo Padre vorrà o dovrà prendere».

Senza una direttiva papale a Ferrara non cambierà una virgola. «Fino ad allora, perciò, non muta nulla ed in particolare è fatto divieto di concedere la comunione ai divorziati risposati (tranne i casi già ammessi dalla prassi cattolica), con i quali certamente si deve intrattenere un cammino di dialogo e di recupero della propria identità; cammino che, al momento, non può avere come esito l’ammissione alla comunione eucaristica perché è una responsabilità che eccede quella dell’Arcivescovo di Ferrara-Comacchio».

E se qualche prete dovesse scantonare dovrà assumersene tutte le responsabilità: «Ogni iniziativa presa in disaccordo con questa mia disposizione sarebbe chiaramente illegittima e dunque illecita – avverte Negri –  e non potrebbe non essere sanzionata».

Il giorno in cui Papa Francesco delibererà al riguardo, il vescovo di Ferrara sarà pronto ad adeguarsi: «In quel momento, – e solo in esso, attraverso i modi opportuni – le decisioni del Papa in merito ai vari problemi che sono contenuti nel documento diventeranno operative; e la nostra chiesa, abituata ad obbedire, obbedirà senza alcun problema, ed in modo assolutamente incondizionato, come abbiamo sempre fatto fino all’ultima richiesta del Santo Padre sull’ospitalità ai rifugiati».

La Nuova Ferrara

Sinodo: laici alla guida delle parrocchie, ma ci sono anche i preti sposati

La notizia arriva da Bressanone… L’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati interviene per dare la propria disponibilità a gestire la guida delle parrocchie: “Ora i tempi sono maturi e Papa Francesco dovrebbe richiamrci in servizio” (ndr)

BOLZANO. Se la parola sinodo significa “camminare insieme” quello appena concluso a Bressanone è proprio un sinodo nel segno della partecipazione e della collegialità decisionale.

Sono stati oltre 200 infatti, i sinodali, che all’Accademia Cusano hanno raccolto la sfida di una Chiesa che prova fortemente a rinnovarsi e rilanciarsi. Puntando su un forte ruolo dei laici come assistenti pastorali o responsabili parrocchiali, dando un maggiore coinvolgimento dei divorziati risposati nelle parrocchie, con più donne nelle funzioni dirigenziali della Chiesa, consigli pastorali unificati nelle comunità plurilingui, e un gruppo di lavoro per la pastorale rivolta alle persone omosessuali.

Tra i punti critici che l’assemblea sinodale si è trovata ad affrontare venerdì e sabato sono stati toccati diversi argomenti tra cui:

Quale futuro delle parrocchie? In che misura la diocesi promuove la convivenza tra gruppi linguistici? La Chiesa si rivolge all’umanità in tutte le sue sfaccettature? «Le decisioni hanno mostrato apertura e coraggio- dice il moderatore del sinodo Eugen Runggaldie– In questi due giorni abbiamo sperimentato una Chiesa che osa il cambiamento». Centrale nei 207 provvedimenti e 124 emendamenti trattati, il tema della Chiesa sul territorio, che si trova di fronte alla sfida di creare comunità parrocchiali vive, che attirino le persone.

«L’esistenza delle parrocchie – prosegue Rungaldier – non dipenderà più solo dal parroco. La diocesi istituisce un fondo per la pastorale che finanzierà i laici, attivi come assistenti pastorali, cioè teologi laici che supportano le parrocchie nella pastorale. Anche i laici responsabili parrocchiali assumeranno la guida della parrocchia in mancanza del parroco».

Con i provvedimenti approvati viene promossa anche la collaborazione tra gruppi linguistici, con un centro di coordinamento della pastorale dei giovani e dei bambini, trasversale ai gruppi linguistici, oltre a consigli parrocchiali unificati nelle comunità plurilingui, dove persone dei due o più gruppi linguistici lavorano insieme. Il provvedimento è stato approvato a larghissima maggioranza (con l’83% dei consensi).

Un provvedimento, questo, destinato a fare storia nella Chiesa di Bolzano-Bressanone e che apre di fatto la strada all’unificazione degli uffici di Curia, oggi divisi per gruppi linguistici, unificazione a lungo sollecitata dai fedeli durante gli incontri pubblici organizzati nel corso di questi due anni di Sinodo.

I partecipanti hanno anche approvato la nascita di “piccole comunità cristiane”, che sono la “versione europea” delle comunità di base, già esistenti in Asia, Africa e America Latina, una realtà “sperimentata” attraverso la quale la Chiesa si può rinnovare “dal basso” e diventare una comunità di fede viva. È stata inoltre approvata la proposta di curare con particolare attenzione l’Eucaristia in quelle comunità in cui, a causa della mancanza di sacerdoti, non è possibile celebrare la Messa tutte le domeniche: in queste comunità, quando sarà celebrata la Messa, verrà distribuita la Comunione sotto le due modalità.

Rungaldier ha infine sottolineato come il Vescovo Ivo Muser dopo aver ascoltato lungamente i lavori sinodali, ha infine deciso di prendere posizione sulla famiglia, ed esprimere il suo sì convinto all’atto di fede che genera il nucleo familiare e sul ruolo centrale che essa riveste nella vita di tutta la comunità.

Alto Adige

Mancano i preti? Ci sarebbero quelli sposati

L’associazione dei sacerdoti lavoratori, fondata nel 2003, disponibile a inviare in zona un proprio rappresentante. Un appello al Papa e al Vescovo

CASCIANA TERME LARI — Sono tante in Toscana le parrocchie senza un prete stabile, in grado cioè di celebrare con continuità e regolarità le funzioni religiose nell’arco della giornata, della settimana e del mese.

Spesso le Messe vengono spostate in altri momenti rispetto al tradizionale calendario, per consentire al parroco di recarsi in un’altra località.

Dopo il grido di allarme degli abitanti di Casciana Terme Lari, raccolto in esclusiva da Qui News Valdera, l’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati lancia un appello a Papa Francesco e al Vescovo della Diocesi di San Miniato.

Dalle pagine del sito internet, l’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati, fondata nel 2003, si dichiara disponibile a inviare in zona un sacerdote sposato con sua moglie per garantire le funzioni religiose e l’amministrazione dei sacramenti.

http://www.quinewsvaldera.it/

Italiani e laicità: nemmeno Bergoglio rallenta la secolarizzazione del Belpaese

di Valerio Gigante, da www.adistaonline.it

I dati che emergono dal X Rapporto sulla secolarizzazione in Italia, curato, come ogni anno, da Critica Liberale e dal dipartimento Nuovi diritti della Cgil, ribadiscono che la secolarizzazione in Italia non si arresta. Tutt’altro. Un fatto che di per sé certo non sorprende, perché coincide con la percezione di molti di una sempre più consistente scollatura tra le pratiche religiose e la dimensione collettiva dell’esistenza.

Il Rapporto di quest’anno contiene però una ulteriore, e più sorprendente, notizia, perché segnala che – nonostante il pontificato di Francesco stia suscitando speranze e entusiasmo presso tanta parte dell’opinione pubblica laica e cattolica – esso non ha ancora portato cambiamenti significativi nelle pratica religiosa “visibile”, ossia in quell’insieme di riti che si svolgono pubblicamente e che costituiscono la cartina di tornasole del radicamento di una confessione religiosa all’interno della società. Certo, il dossier analizza dati che si fermano alla fine del 2013 e che quindi coprono solo i primi mesi del pontificato di Bergoglio (eletto il 13 marzo 2013), ma costituiscono comunque il segnale che, a passi lenti ma decisi, gli italiani continuano ad allontanarsi dalla Chiesa, anche quella “friendly” e apparentemente più dialogante ed inclusiva di papa Francesco.

Francesco non fa il miracolo

Dal dossier, pubblicato sul numero 224 di Critica Liberale, appena uscito, emerge anzitutto il calo del numero dei bambini battezzati con il rito cattolico. Una diminuzione di oltre 82mila unità dal primo anno del periodo considerato dalla ricerca, il 1994, all’ultimo dato disponibile, relativo al 2013. Inoltre, se nel 1994 più del 92% dei nuovi nati veniva battezzato entro i primi anni di vita, nel 2013 questa percentuale è scesa sotto l’80%. Segno meno anche per le comunioni e le cresime, calate rispettivamente – nello stesso periodo (1994-2013) – del 15,6% (-63.339) e del 26,5% (-135.418). Peggio ancora i matrimoni, che nei 20 anni considerati scendono del 33%, passando dai 291mila del 1994 ai 194mila del 2013 (-97mila). I riti concordatari, cioè celebrati in chiesa ma con effetto anche civile, diminuiscono dal 1994 al 2013 addirittura del 52,7%. Fa da contraltare – è proprio il caso di dirlo – l’aumento contestuale dei matrimoni civili, cresciuti del 48%, cioè dai 55mila del 1994 agli 82mila del 2013. Inoltre, la linea del sorpasso fra matrimoni civili e concordatari scende ora dal Nord Italia, dove si era realizzato già diversi anni fa, fino a comprendere anche le regioni del Centro. Senza considerare l’aumento significativo delle coppie conviventi ma non coniugate, passate dal 1994 al 2012 dall’1,6% delle coppie totali al 6,9%.

Il rapporto tra separazioni e divorzi segue invece un andamento altalenante: secondo i dati del dossier le separazioni sfociate in divorzi sono aumentate in termini esponenziali fino al 2000; dopo quell’anno hanno continuato ad aumentare, ma con un ritmo più lento. Fino al 2008, quando il dato delle separazioni sfociate in divorzio si attestava al 64,6%; dopo tale anno il valore ha iniziato a regredire, tornando nel 2012 al 58% circa. Saranno i prossimi anni a dirci se questa flessione sia legata alla crisi economica, e quindi ai consistenti costi legali di un divorzio che gravano in particolare sulle coppie a medio e basso reddito, oppure ad un mutamento delle dinamiche sociali e familiari.

Discorso analogo si può fare per quanto riguarda la contraccezione. Se fino al 2002, infatti, si è registrato un incremento nell’uso dei contraccettivi ormonali (nel 1994 a farne uso erano infatti 15,6 donne su 100 in età fertile, valore salito a 19 nel 2002), dal 2002 il dato è rimasto pressoché invariato. Anche in questo caso a determinare le cause di tale frenata potrebbe essere sia la scarsa educazione alla contraccezione (che però era tale anche in passato), sia il costo di questi prodotti, che forse in epoca di crisi economica può contribuire (e non poco) a limitarne la diffusione.

Calano Irc, scuole cattoliche e vocazioni

Altro indicatore importante del processo di secolarizzazione del Paese è la frequenza dell’ora di religione cattolica nella scuola pubblica: in 19 anni, dal 1994 al 2013, la percentuale media nazionale degli studenti che hanno scelto di non frequentare l’Irc nella scuola pubblica è più che raddoppiata, passando dai 500mila di inizio periodo (5,6%) al milione per l’ultimo anno analizzato (11,5%). Le percentuali, tutte raddoppiate nel ventennio preso in esame, sono inferiori per le materne e aumentano progressivamente con l’età. Nell’ultimo anno scolastico preso in considerazione, il 2013-2014, nella scuola dell’infanzia è il 7,7% degli alunni a non seguire l’ora di religione; il 9,2% alle elementari; il 9,8% alle medie; fino a salire al 18% alle superiori. Un dato che si accentua da Roma in su.

In diminuzione anche le iscrizioni alle scuole cattoliche e, di pari passo, il numero delle scuole stesse, passate dal 9% circa rispetto al totale di tutte le scuole italiane negli anni ’90 al 7% del 2013. Parallelamente, gli studenti delle cattoliche sono passati dal 16% del 1996 al 14% del 2013.

Anche la Chiesa vive al suo interno un processo di secolarizzazione che non dà segni di arretramento: i preti diocesani passano dai 56.708 del 1994 ai 47.560 del 2013. Nello stesso periodo, le nuove ordinazioni calano dalle 512 del 1994 alle 376 del 2013. I religiosi da 4.371 a 3.471; le religiose da 119.625 a 84.443.

Se le pratiche religiose sono in calo, aumenta però la presenza di istituzioni cattoliche, specie nel sociale, probabilmente anche in ragione di una presenza ormai piuttosto consistente di immigrati nel nostro Paese: crescono gli istituti di assistenza (6.299), gli ospedali, le case di cura (1.654), i consultori, i nidi d’infanzia, i Centri di assistenza alla vita (da 224 a 355: il dato finale, in questo caso, è del 2014).

Preti sposati è ora di riammetterli nella Chiesa a partire dall’apertura sulla comunione ai divorziati

Uno dei passaggi essenziali del documento finale approvato dal Sinodo sulla famiglia  è oggetto delle considerazioni dell’associazione dei sacerdoti lavoratori sposati, fondata nel 2003 da don Giuseppe Serrone.

“Le aperture del Sinodo ora dovrebbero essere estese anche ai preti sposati e alle loro famiglie: sono una risorsa per la Chiesa e fanno parte della Chiesa. Basta considerarli spretati e traditori. Chi  ha avuto un regolare percorso canonico di dimissioni dagli incarichi pastorali, dispensa dagli obblighi del celibato e matrimonio religioso ha diritto, avendo una valida Ordinazione Sacerdotale, ad avere la possibilità, se vuole, di reinserirsi nel ministero sacerdotale di servizio attivo ai fedeli”.

 

Sinodo, la comunione ai divorziati risposati passa per soli due voti. Francesco spacca la politica della Chiesa

Il Sinodo dei vescovi apre alla comunione per i divorziati risposati per due voti, ma i gay debbono attendere. Papa Francesco incassa un risultato storico, ma gli oppositori non sono pochi. Tutto il documento finale è stato approvato con la maggioranza qualificata.Dopo tre settimane di dibattito, i 270 padri sinodali hanno deciso di fare una svolta insperata fino alla vigilia dell’apertura dei lavori. Sui divorziati risposati il passaggio chiave, approvato con 178 placet e 80non placet, il più alto numero di voti contrari registrato nelle votazioni, recita: “Perciò, pur sostenendo una norma generale, è necessario riconoscere che la responsabilità rispetto a determinate azioni o decisioni non è la medesima in tutti i casi. Il discernimento pastorale, pure tenendo conto della coscienza rettamente formata delle persone, deve farsi carico di queste situazioni. Anche le conseguenze degli atti compiuti non sono necessariamente le stesse in tutti i casi”. Un’apertura epocale che segna il passo della Chiesa di Francesco che, nel corso dei lavori, ha dovuto subire più volte “indebite pressioni mediatiche”, come ha spiegato il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi.

Nelle ultime ore prima della votazione del documento conclusivo era stato il cardinale di Vienna Christoph Schonborn ad anticipare la decisione finale del Sinodo. Era prevedibile, invece, che sui gay ci sarebbe stata una freddezza anche nel linguaggio dopo il coming out di monsignor Krzysztof Charamsa, avvenuto non a caso alla vigilia del Sinodo per cercare di portare all’interno del dibattito in aula il “tema dell’amore omosessuale come amore familiare”. Ma per Bergoglio è stato molto importante il grande consenso con cui è riuscito a far approvare la Relatio finalisanche per la lettera che, all’inizio del Sinodo, gli era stata scritta da un gruppo di cardinali che criticavano la nuova metodologia dei lavori.

Sui gay nel documento finale si legge: “Nei confronti delle famiglie che vivono l’esperienza di avere al loro interno persone con tendenza omosessuale, la Chiesa ribadisce che ogni persona, indipendentemente dalla propria tendenza sessuale, vada rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto, con la cura di evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione. Si riservi una specifica attenzione anche all’accompagnamento delle famiglie in cui vivono persone con tendenza omosessuale”. Sui matrimoni gay “non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia. Il Sinodo ritiene in ogni caso del tutto inaccettabile che le Chiese locali subiscano delle pressioni in questa materia e che gli organismi internazionali condizionino gli aiuti finanziari ai Paesi poveri all’introduzione di leggi che istituiscano il ‘matrimonio’ fra persone dello stesso sesso”.

Il Sinodo chiarisce che “i battezzati che sono divorziati e risposati civilmente devono essere più integrati nelle comunità cristiane nei diversi modi possibili, evitando ogni occasione di scandalo. La logica dell’integrazione è la chiave del loro accompagnamento pastorale, perché non soltanto sappiano che appartengono al corpo di Cristo che è la Chiesa, ma ne possano avere una gioiosa e feconda esperienza. Sono battezzati, sono fratelli e sorelle, lo Spirito Santo riversa in loro doni e carismi per il bene di tutti. La loro partecipazione può esprimersi in diversi servizi ecclesiali: occorre perciò discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale possano essere superate. Essi non solo non devono sentirsi scomunicati, ma possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa, sentendola come una madre che li accoglie sempre, si prende cura di loro con affetto e li incoraggia nel cammino della vita e del Vangelo. Quest’integrazione è necessaria pure per la cura e l’educazione cristiana dei loro figli, che debbono essere considerati i più importanti. Per la comunità cristiana, prendersi cura di queste persone non è un indebolimento della propria fede e della testimonianza circa l’indissolubilità matrimoniale: anzi, la Chiesa esprime proprio in questa cura la sua carità”.

Per i divorziati risposati i padri sinodali sottolineano che “il percorso di accompagnamento e discernimento orienta questi fedeli alla presa di coscienza della loro situazione davanti a Dio. Il colloquio col sacerdote, in foro interno, concorre alla formazione di un giudizio corretto su ciò che ostacola la possibilità di una più piena partecipazione alla vita della Chiesa e sui passi che possono favorirla e farla crescere. Dato che nella stessa legge non c’è gradualità, questo discernimento non potrà mai prescindere dalle esigenze di verità e di carità del Vangelo proposte dalla Chiesa. Perché questo avvenga, vanno garantite le necessarie condizioni di umiltà, riservatezza, amore alla Chiesa e al suo insegnamento, nella ricerca sincera della volontà di Dio e nel desiderio di giungere ad una risposta più perfetta a essa”.

ilfattoquotidiano

“Io, profugo, cacciato via da molti preti” L’inchiesta shock di Fabrizio Gatti

L’inviato dell’Espresso, fingendosi un migrante curdo iracheno, ha chiesto ospitalità a decine di chiese in Italia e in Europa. Trovandosi di fronte solo porte sbattute in faccia. Anche se Papa Francesco aveva chiesto alle parrocchie di accogliere chi fugge dalle guerre

Ventidue porte sbattute in faccia da parte di parroci, religiosi e monasteri. È l’esperienza vissuta in tre settimane da un profugo curdo, sopravvissuto allo Stato islamico, che chiedeva un letto per qualche notte, non per sempre, dove poter far dormire la moglie e i due bambini piccoli.

Ma il profugo era un giornalista de “l’Espresso”: Fabrizio Gatti racconta così, nell’inchiesta di copertina di questa settimana, come sacerdoti e religiosi abbiano completamente ignorato l’appello di papa Francesco. A inizio settembre «in preparazione all’Anno santo della misericordia» il pontefice ha chiesto un gesto concreto affinché parrocchie, monasteri, comunità religiose e santuari d’Europa ospitino una famiglia di profughi.

Gatti, con il nome di Ibrahim Bilal, già usato dieci anni fa nell’inchiesta da infiltrato “Io, clandestino a Lampedusa” , ha percorso 5.372 chilometri attraverso Italia, Francia, Svizzera e Germania. In Italia il viaggio-inchiesta, oltre a Roma, ha toccato Piemonte, Valle d’Aosta, Friuli, Alto Adige e il santuario di Loreto nelle Marche. L’inviato de “l’Espresso” ha chiesto aiuto per sé, sua moglie e due bambini piccoli ventitré volte. E per ventidue volte gli hanno risposto di no. Oppure gli hanno detto che serve l’autorizzazione della polizia: come se per praticare la parola di Cristo fosse oggi necessario il nullaosta della questura. Altri hanno alzato semplicemente le spalle e l’hanno cacciato. È tutto documentato nelle immagini che il giornalista ha girato con una telecamera nascosta.

A Roma in Santa Maria Maggiore, la basilica dove Francesco si è raccolto in preghiera subito dopo la sua elezione, a Bilal/Gatti che gli ricordava l’appello del papa, uno dei frati francescani responsabile della sagrestia ha risposto: «Il papa può dire qualsiasi cosa, qua non è possibile… Non esiste». Nemmeno nell’umida nebbia di Marktl in Germania, la parrocchia dove hanno battezzato ed è cresciuto papa Ratzinger, hanno offerto un riparo.

Porta chiusa perfino al Centro Astalli, l’istituzione romana per i rifugiati gestita vicino all’Altare della Patria dai gesuiti, l’ordine da cui proviene papa Bergoglio. Bilal non aveva documenti italiani. «Noi siamo un’associazione che collabora con il Comune di Roma», ha risposto l’operatore, «non possiamo accettare clandestini. Non troverà mai un posto per dormire. È un fantasma». Dimostrando così, come negli altri casi, che quanti non sono ancora in regola con i documenti o sono in transito verso il Nord Europa vengono lasciati sulla strada.

Soltanto un sacerdote, don Rodolfo, parroco a Pré Saint Didier in Valle d’Aosta, ha aperto la sua casa a Bilal e ha trovato un luogo dove ospitare la sua famiglia.

L’inchiesta integrale con l’Espresso in edicola da venerdì 23 ottobre

Lucca, catechismo vietato a bimba: “E’ figlia di divorziati”

Non può frequentare il catechismo perché nata da genitori divorziati. Accade a Lammari, frazione di Capannori, nei pressi di Lucca, dove c’è un prete che avrebbe impedito a una bimba di iscriversi al corso per fare la prima comunione. A riportare l’increscioso episodio al quotidiano Il Tirreno è stata la madre della piccola: “Mia figlia non deve pagare per le mie scelte personali”, ha detto la donna. Il parroco si è giustificato: “Ho solo chiesto tempo“.

Ma agli occhi della madre sarebbe solo un espediente per tergiversare. Nonostante gli altri due figli della donna, nati dal precedente matrimonio, abbiano già fatto il catechismo e la prima comunione. “È da gennaio che la manda per le lunghe – racconta la madre – e la risposta è sempre stata che c’è un problema col passato dei genitori”.

La “colpa” della bimba, agli occhi del parroco, sarebbe quella di essere nata, a differenza dei suoi fratellini, al di fuori del sacro vincolo del matrimonio.

Tutto questo è assurdo – si è sfogata ancora la madre – Sono divorziata, ma si tratta di una scelta personale di cui non devo rendere conto alla parrocchia e di cui ovviamente non deve fare le spese la mia bambina. I miei figli più grandi frequentano regolarmente il catechismo e vivono sotto lo stesso tetto della più piccola. Possibile che ci sia questa disparità di trattamento? Non è giusto“.

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Sinodo, il teologo che ha ispirato il Papa: “Ecco perché si può dare la comunione ai risposati”

Parla Giovanni Cereti, il monsignore che da 40 anni promuove la tesi della riammissione ai sacramenti per chi vive seconde nozze: “Anche la Chiesa delle origini lo permetteva a determinate convinzioni”. Francesco ha letto i suoi libri. E ha fatto ascoltare alcuni brani ai cardinali

di PAOLO RODARI – Repubblica.it

CITTÀ DEL VATICANO – Forse non tutti lo sanno, ma coloro che al sinodo dei vescovi porteranno avanti la tesi della legittimità della riammissione all’eucaristia dei divorziati risposati si rifanno soprattutto a un teologo, tutt’ora vivente: Giovanni Cereti. Studioso di patristica ed ecumenismo, negli ultimi quarant’anni andò incontro a una certa diffidenza ed emarginazione da parte dell’establishment ecclesiastico a motivo di un libro, Divorzio, nuove nozze e penitenza nella Chiesa primitiva, nel quale egli invocava la riconciliazione e la riammissione all’eucaristia dei divorziati risposati richiamandosi alla prassi vigente nella Chiesa dei primi secoli. Cereti, le cui conclusioni vennero riconosciute valide dalla maggioranza degli studiosi a livello internazionale, dalla chiesa di San Giovanni Battista dei Genovesi in Trastevere della quale è rettore, ha continuato a studiare e ad approfondire le sue ricerche pur in mezzo ad un’intensa attività di carattere pastorale. Così fino al 2013, quando l’arrivo a Roma di Francesco ha cambiato molte cose.

È così?
“Secondo quanto mi è stato riferito, Francesco ha letto i miei libri. Ed è lui stesso che ha chiesto al cardinale Kasper di citarmi nella relazione tenuta al concistoro il 20 febbraio 2014 per la quale il cardinale tedesco è stato fortemente criticato proprio per i passaggi sui divorziati e risposati”.

Colpa sua, insomma?
“In un certo senso sì, ma se il Papa ha chiesto di citare le mie ricerche significa che ritiene che la mia tesi sia fondata. Certo, nello stesso tempo egli non vuole imporsi. Ha deciso per la sinodalità e perciò non desidera fare come Paolo VI che sul punto più contestato dell’Humanae vitae intervenne prendendo una posizione che era in netto contrasto con il parere della maggioranza di una commissione da lui stesso costituita. Ascolterà tutti e accetterà le decisioni dei padri sinodali espresse a maggioranza dei due terzi come conclusioni del sinodo”.

Come affrontava la Chiesa primitiva il nodo dei divorziati?
“Difendeva il matrimonio monogamico contro i rigoristi che lo contestavano, ma a poco per volta prese coscienza dell’esistenza di peccatori anche fra i battezzati e del potere che le era affidato di rimettere i peccati. Essa esercitò questo potere attraverso la penitenza pubblica e non reiterabile”.

Come avveniva questa penitenza?
“In sostanza, coloro che venivano sottoposti alla penitenza partecipavano solo alla prima parte della messa, la ‘liturgia della Parola’, e non al banchetto eucaristico. Tuttavia, dopo uno o più anni di penitenza, venivano riconciliati e riammessi all’eucaristia”.

Alcuni però sostengono che la Chiesa è progredita dai primi secoli. E che se oggi non ammette l’eucaristia per i divorziati è perché ha maturato una convinzione positiva che prima non aveva.
“In realtà si parla spesso di ritorno al primo millennio, quando la Chiesa era unita. E nel primo millennio la decisione di un concilio come quello di Nicea ha emesso una sentenza valida anche oggi: la Chiesa ha ricevuto da Dio il potere di rimettere tutti i peccati, anche quello di essere venuti meno al proprio patto coniugale, una volta che sono stati sottoposti alla penitenza e sono stati riconciliati”.

Però per la Chiesa il matrimonio è un sacramento indissolubile.
“È vero. Nessuno può fare venire meno un matrimonio se non gli sposi stessi con delle decisioni e dei comportamenti che per lo più comportano gravi responsabilità. Quando gli sposi decidono di venir meno alla parola data nella celebrazione del matrimonio, quando si separano, distruggono automaticamente il segno sacramentale che consiste nell’amore e nella volontà di essere marito e moglie. Così viene meno anche il vincolo coniugale e la grazia del sacramento. È la stessa cosa che accade per l’eucaristia: eucaristia e matrimonio sono gli unici ‘sacramenti permanenti’. Per i cattolici, fino a che il pane consacrato resta pane, resta la presenza reale. Ma se il pane ammuffisce, il venir meno del segno sacramentale fa venire meno la presenza reale e quindi la grazia del sacramento. Così è per il matrimonio”.

Perché una parte di Chiesa si oppone a tutto ciò?
“Difficile rispondere. Certo è che oggi, nella coscienza cristiana comune, lo scandalo non è tanto offerto da coloro che hanno peccato sia pure contro un dono così prezioso come il matrimonio, quanto proprio da quella che viene considerata un’eccessiva rigidità delle istituzioni ecclesiali, che sembrano educate a una visione giuridica e non sacramentale del matrimonio. Dio è amore misericordioso, e la Chiesa è chiamata a onorare la parola di Gesù: ‘Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò’. Resto profondamente convinto che la Chiesa ha ricevuto da Cristo il potere di rimettere tutti i peccati e che può esercitare questo potere nel sacramento della riconciliazione. Può darsi che uno dei due coniugi non abbia nessuna colpa o poca colpa, e che l’altro abbia una colpa molto maggiore: il confessore giudicherà in modo diverso i due casi, potrà imporre una penitenza diversa, ma in ogni caso se constata il pentimento per essere venuti meno alla parola data nella celebrazione del matrimonio, l’adempimento di tutti i doveri verso il primo coniuge e gli eventuali figli e la buona volontà di cercare di realizzare un matrimonio fedele nella nuova unione può assolvere il divorziato risposato e riammetterlo all’eucaristia”.

Giovanni Cereti