Un numero speciale di MicroMega su papa Francesco

In edicola, libreria, eBook e iPad da giovedì 3 settembre

A due anni dall’elezione al soglio pontificio e a poche settimane dall’apertura del Sinodo sulla famiglia, MicroMega dedica un intero volume a papa Francesco.

Attaccato dai settori più tradizionalisti della curia, Bergoglio è difeso da quelli più aperti e sempre più anche dall’area del ‘dissenso’. Ma è vera rivoluzione? Quanto nell’operato del papa “qui sibi nomen imposuit Fransciscum” è puro maquillage e quanto invece Bergoglio sta davvero mettendo in discussione la graniticità di un sistema che sembrava intangibile? Infatti, se su alcune questioni l’intervento di Francesco sembra più deciso, in altre – soprattutto quelle legati alla morale familiare e ai diritti civili – il suo pontificato appare in sostanziale continuità con quelli precedenti.

Di tutto questo ragionano le diverse componenti della Chiesa – suore, parroci, teologi, vescovi, giornalisti, semplici fedeli – che hanno risposto alle domande di MicroMega: Luigi Accattoli, don  Vinicio Albanesi, don Aldo Antonelli, suor Stefania Baldini, suor Antonietta Potente, don Alessandro Santoro, don Franco Barbero, Vittorio Bellavite, Gian Carlo Caselli, mons. Enrico dal Covolo, Adriana Destro, Mauro Pesce, don Pierluigi Di Piazza, don Paolo Farinella, dom Giovanni Franzoni, suor Jeannine Gramick S.L., Martha Heizer, Raniero La Valle, mons. Domenico Mogavero, don Carlo Molari, Enrico Peyretti, Giannino Piana, Brunetto Salvarani, padre Felice Scalia S.I., don Cosimo Scordato, padre Bartolomeo Sorge S.I., don Francesco Michele Stabile, don Ferdinando Sudati, Marco Travaglio, Aldo Maria Valli, Marcello Vigli, don Giuliano Zattarin.

Esplicitamente di “finta rivoluzione” parlano Valerio Gigante e don Vitaliano Della Sala nel “sasso nello stagno”, mentre il filosofo e sociologo della religione francese Jean-Louis Schlegel ricostruisce il controverso rapporto del gesuita Francesco con la Compagnia.

Il volume è dedicato a fratel Arturo Paoli, scomparso lo scorso luglio all’età di 102 anni: pubblichiamo il suo testamento spirituale – un vero j’accuse contro Wojtyla e Ratzinger – e un saggio di Silvia Pettiti che ricostruisce il suo rapporto privilegiato con la povertà.

 

IL SOMMARIO DEL NUMERO

MEMORIA
fratel Arturo Paoli – Wojtyla e Ratzinger hanno tradito il Concilio 
Arturo Paoli ha incarnato l’idea di una Chiesa ispirata al Vangelo, una Chiesa povera e dei poveri. Nel suo testamento spirituale, che qui riproduciamo fedelmente, fratel Arturo ribadisce con forza che la ‘sua’ Chiesa è quella del Vaticano II e accusa Wojtyla e Ratzinger di non essere stati capaci di interpretare ‘i segni dei tempi’.

TESTIMONIANZE
Silvia Pettiti – Arturo Paoli il coraggio della povertà
La lunghissima vita di Arturo Paoli, da poco scomparso all’età di 102 anni, è segnata dall’incontro con la povertà. Dagli anni giovanili passando per l’impegno nella Resistenza antifascista, il periodo di noviziato nel deserto algerino e quello decennale di attività pastorale in diverse comunità disagiate dell’America Latina, fino al rientro in Italia nel 2006, ricerca spirituale e lotta contro le ingiustizie procedono in maniera congiunta. Nella convinzione, come ha scritto il teologo latinoamericano Jon Sobrino, che “non c’è salvezza al di fuori della povertà”.

A PIÙ VOCI
Otto domande su papa Francesco – Luigi Accattoli / don Vinicio Albanesi / don Aldo Antonelli / suor Stefania Baldini / suor Antonietta Potente / don Alessandro Santoro / don Franco Barbero / Vittorio Bellavite / Gian Carlo Caselli / mons. Enrico dal Covolo / Adriana Destro / Mauro Pesce / don Pierluigi Di Piazza / don Paolo Farinella / dom Giovanni Franzoni / suor Jeannine Gramick S.L. / Martha Heizer / Raniero La Valle / mons. Domenico Mogavero / don Carlo Molari / Enrico Peyretti /Giannino Piana / Brunetto Salvarani /padre Felice Scalia S.I. / don Cosimo Scordato / padre Bartolomeo Sorge S.I. / don Francesco Michele Stabile / don Ferdinando Sudati / Marco Travaglio / Aldo Maria Valli / Marcello Vigli / don Giuliano Zattarin
Attaccato dai settori più tradizionalisti della curia, difeso da quelli più aperti e sempre più anche dall’area del ‘dissenso’, l’operato di papa Francesco viene discusso dal mondo ecclesiale in tutte le sue componenti in queste risposte al questionario di MicroMega in relazione ai temi cruciali e scomodi: le donne, l’omosessualità, i risposati, la repressione del dissenso, l’eutanasia, i privile-gi ecclesiastici…

IL SASSO NELLO STAGNO
Valerio Gigante / don Vitaliano Della Sala – La finta rivoluzione di Francesco 
Bergoglio continua a ‘bucare’ il video, su questo non c’è dubbio, e i mass media non cessano di accogliere ogni sua mossa come una ‘rivoluzione’. Gli ultimi esempi in ordine di tempo sono costituiti dalla promulgazione dell’enciclica Laudato si’ e dalla pubblicazione del documento preparatorio del prossimo sinodo. Rimane il fatto che, considerati in maniera non pregiudiziale, gli atti di papa Francesco non appaiono affatto rivoluzionari. Hanno però un pregio: vengono populisticamente incontro a una comunità dei fedeli assetata di novità.

SAGGIO
Jean-Louis Schlegel – Bergoglio e Francesco: quando un gesuita diventa papa
Chi è realmente papa Francesco? Per capirlo, è necessario rifarsi alla sua esperienza digesuita, un legame controverso con la Compagnia vissuto nella seconda metà del XX secolo in Argentina. Divenuto provinciale in età molto giovane, durante gli anni terribili della dittatura militare, rimarrà una figura controversa in seno alla Compagnia, mentre sarà infine l’episcopato a rilanciarne la carriera.

(31 agosto 2015)

www.micromega.net

Un teologo che si batte per il rinnovamento della Chiesa

Hans Küng, il teologo svizzero poco amato dal Vaticano, aveva annunciato di non voler più scrivere dopo la pubblicazione, l’anno scorso, di Glücklich sterben? (Morire felici?), in cui si dichiarava favorevole all’eutanasia. Ora, mentre la casa editrice Herder sta curando l’edizione della sua opera omnia in 24 volumi, appare una sorta di autobiografia indiretta: Sieben Päpste.

Wie ich sie erlebt habe, Sette papi, la mia esperienza con loro (Piper Verlag, 385 pagine, 32,50 franchi). Ricordi non sempre felici. A Roma non gradivano le sue posizioni critiche verso la dottrina imposta dall’alto e che per Küng, 87 anni, non rispetta la parola di Cristo.

È possibile acquistare storie dei papi, biografie degli ultimi pontefici, critiche o agiografiche. Küng non aggiunge un ennesimo saggio negli scaffali. Il suo libro, anche se potrebbe apparire troppo personale, è una storia di un’era di cambiamento, e anche di crisi, per la chiesa cattolica. Anni che hanno visto eventi sconvolgenti, dall’elezione di tre papi stranieri, un polacco, un tedesco, un argentino, dopo quasi mezzo millennio di dominio italiano, alle dimissioni di Ratzinger. Oggi non ci stupiamo per la foto che ritrae due papi insieme, Ratzinger e Bergoglio, anche se il primo è emerito. Fino a un lontano ieri sarebbe stato considerato un’eresia il solo immaginarlo. La stravaganza di un romanziere dalla fantasia malata.

Küng conobbe Pio XII quando era studente di teologia a Roma, un papa aristocratico che poté osservare (e valutare) da lontano.

Pochi anni dopo partecipa come teologo al Concilio, è conquistato da Giovanni XXIII e sarà testimone del complotto dei conservatori della curia che saboteranno le riforme. I ritratti più interessanti sono quelli di Paolo VI e di Giovanni Paolo II. Nel 1957 Küng aveva spedito al cardinal Montini il suo dottorato di ricerca, appena stampato, ed era iniziato un rapporto contrassegnato da reciproco rispetto.

Nello stesso anno in cui Montini viene eletto papa, cominciano le difficoltà di Küng a causa del suo primo saggio, considerato poco ortodosso. Nel novembre del 1965 il giovane teologo (37 anni) ha un lungo incontro con il papa: «Sarei felice se lei non scrivesse più», gli dice, ma Paolo VI gli appare più simpatico e umano di quanto sembri nelle sue apparizioni in pubblico. «Non viviamo più al tempo dell’Inquisizione», aggiunge, e in seguito, quando da Roma tentano di censurarlo e di punirlo, alle minacce non seguono mai azioni concrete. «Sono convinto», scrive Küng, «che Paolo VI sia sempre intervenuto a mio favore. Gli sono grato».

Il rapporto con Wojtyla sarà ben diverso. Il pontefice polacco lo ignorerà sempre e non gli concederà mai un incontro diretto. E il giudizio di Küng è durissimo: come teologo non era molto preparato, e sotto il suo pontificato la Chiesa ripiomberà nel passato, tornando ai tempi bui dell’Ottocento. Sotto Giovanni Paolo gli viene tolta la cattedra all’università di Tubinga. Küng non chiese a Ratzinger di poter tornare a insegnare, perché la domanda sarebbe equivalsa a una sottomissione, ma si sentì ugualmente riabilitato perché il papa tedesco non si sottrae al dialogo, da teologo a teologo.

Si sente vicino a Papa Francesco ma, nonostante l’età, Küng non ha perso lo spirito critico e combattivo, e continua a battersi per il rinnovamento della chiesa cattolica.

italiaoggi.it

Pedofilia: dalla Liguria all’America Latina, un altro caso scuote la Chiesa

La Spezia – L’ombra della pedofilia si allunga, ancora una volta, su un sacerdote italiano: un sacerdote che ha a che fare con la Liguria. I dettagli della vicenda, sono tenuti doverosamente riservati: sia per tutelare la presunta vittima, un giovane che si trova in America Latina, sia per tutelare il sacerdote, che dovrà poter chiarire in tutta serenità le accuse che gli vengono rivolte. Si tratta di un caso delicatissimo: che riguarda presunti abusi, ripetuti nel tempo, su più bambini.

Il Secolo XIX ha parlato a distanza con il giovane che ha sporto denuncia, nel suo paese. Ha raccolto la sua testimonianza. Le sue parole, sono pesantissime. “Non c’è assolutamente posto, nel ministero, per coloro che abusano dei minori”: l’ha detto Papa Francesco. E Fernando testimonia: “Yo estoy terriblemente mal de vida, esos sacerdotes de la iglesia ensucian la religion, no pueden representar a Dios”. Gli abusi sarebbero avvenuti in una parrocchia, dove opera il sacerdote italiano, uno dei tanti che prestano la propria missione in mezzo ai bambini.

Anni e anni di passione: che gli sono valsi attestati, ufficiali, di merito, per l’opera di solidarietà. L’ombra, che oggi è comparsa a velare tanto altruismo, va spazzata via. Va cancellata, se è ingiusta. Oppure va chiarita: se dietro, c’è qualcosa di vero. C’è un ragazzo, che ha deciso di parlare, e che racconta di aver vissuto un calvario: e che denuncia, ora che non è più un bambino, perché nessun altro bambino soffra quanto ha sofferto lui. Per poter raccontare la sua verità, deve arrivare in Italia. Per Fernando, è una questione di vita o di morte: interiore.

E non solo. Denunciare, può diventare, in certe aree dell’America Latina, anche una questione di vita o di morte: materiale. Ci sono equilibri che è bene non toccare. «Nessuno. Non avevo nessuno, quando ho conosciuto quel sacerdote. Sono credente, ed ero solo un bambino. Mi fidavo: tanto, tantissimo. E quando ha cominciato a toccarmi, non mi piaceva. Però non ero in grado di dire basta». E’ solo qualche stralcio, della sua lunga confidenza. Racconta di come fosse la missione, di giorno, e di come si trasformasse di notte. Quando calava il silenzio, e il sacerdote si avvicinava. Scherzava, sorrideva. “Ti sono piaciuti i regali, eh?”. “Sei contento?”. Era contento, il bambino. Era contento, di avere un adulto che si preoccupasse per lui. Un adulto gentile. “Era come un padre…”. Un padre che abusa, però.

Racconta, Fernando, della freddezza, nei momenti di sesso. “Mi chiamava bastardo. Io da bambino non sapevo il significato della parola”. E l’ossessione del prete, che avrebbe continuato a chiamarlo “il suo bambino”, negli abusi commessi quando già iniziava a diventare adolescente. Solo la giustizia potrà chiarire se l’accusa sia fondata, oppure no. Fernando ha già deposto, al suo paese. Ora, deve raggiungere l’Italia, per completare la denuncia. C’è chi, in Liguria, lo sta aiutando a mettere insieme i soldi del biglietto aereo. C’è una raccolta fondi, fatta attraverso una onlus, senza scopo di lucro, Rete L’Abuso . L’ha fondata Francesco Zanardi, che è stato abusato, da ragazzino, da un prete ligure: e lo ha denunciato. «La Rete non ha niente contro la chiesa – premette – al contrario. E’ nata come forma di auto terapia, di ascolto reciproco, con altre vittime. Poi, in tanti, ci hanno chiesto aiuto, da tutta Italia. E noi, piccola onlus di volontari, cerchiamo di fare tutto il possibile».

Sulla storia di Fernando, Zanardi dice: «Non sta a noi, verificare, ma alla giustizia. Posso solo dire che mi ritrovo nelle sue parole. Ricordo le stesse sensazioni. E’ come rivivere il mio passato. Ogni volta che una vittima si rivolge a noi, per me è dura, è molto dura. Il passato riaffiora. Ogni volta che un pedofilo è condannato, significa però salvare tanti altri bambini. Per questo Fernando va ascoltato. Se dice il vero, va posta fine alla sofferenza di bambini che non hanno voce, non possono difendersi da soli». Specie nelle piccole parrocchie dell’America Latina, dove vengono raccolti bambini senza famiglia, del tutto soli.

http://www.ilsecoloxix.it/

Belluno, nuova tresca tra prete e parrocchiana

Sono ormai due mesi che un prete del bellunese, la cui identità è ancora avvolta nel mistero, non celebra più la messa dopo che è stata scoperta la sua liaison con una parrocchiana,oltretutto sposata. Secondo alcune indiscrezioni il sacerdote sarebbe noto anche nel Feltrino, dove avrebbe prestato servizio tempo fa. Ovviamente c’è ancora una certa riservatezza su tutta la vicenda, mentre nel frattempo la Diocesi ha provveduto a sostituire il prete “amante”con un amministratore parrocchiale temporaneo, don Diego Soravia. Un ulteriore curiosità: non si tratta del primo episodio di questo tipo nel Bellunese. Nel 2013, infatti, l’ex arciprete del Duomo di Feltre Giulio Antoniol sposò una sua parrocchiana e nel 2014 l’auto di don Davide Fiocco, prete di Col di Cugnan (Ponte delle Alpi), fu bruciata da un marito geloso.

fonte: Vvox

Cagliari omelia shock, il prete sull’altare: “Sono vergine e posso dimostrarvelo”

Omelia ‘movimentata’ quella celebrata da don Albino Lilliu nella parrocchia di San Luca a Quartu Sant’Elena, città dell’hinterland cagliaritano: ecco che cosa è successo

Stanco delle maldicenze dilaganti in città, voci di paese sempre più frequenti sulla sua presunta condotta morale poco edificante, don Albino Lilliu ha deciso di dire ‘basta’ e mettere a tacere una volta per tutte leillazioni sul suo conto.

Il sacerdote della parrocchia di San Luca a Quartu Sant’Elena, città dell’hinterland cagliaritano, ha scelto per difendersi un modo a dir poco sopra le righe, e un luogo ancorché inaspettato: la casa del Signore. Così, mentre officiava il rito religioso, impugnando il microfono sull’altare, si è fatto coraggio e ha esclamato:“Non sono fidanzato! Quelle che sentite in giro sono solo dicerie. Sono vergine e posso dimostrarlo, se volete mi faccio controllare dal medico davanti a voi”.

Sbalorditi i fedeli, abitanti della zona cagliaritana ‘Margine Rosso’ e qualche turista, rimasti a bocca aperta per le dichiarazioni del sacerdote che ha mischiato il ‘sacro’ al ‘profano’, pur di difendere la sua reputazione dairumors piccanti sul suo conto. Il quotidiano L’Unione Sarda ha parlato della vicenda di Don Albino Lilliu, che molto probabilmente paga lo scotto per essere un prete giovane e ‘social’, con tanto di profilo ufficiale Facebook.

urban post

Ecco perché la guerra nello spazio è più vicina di quanto si pensi

È una sfida fra titani. In ballo c’è il controllo del cosmo. Con un corollario imprescindibile: garantirsi la supremazia nelle operazioni militari del futuro, ben oltre il 21° secolo. A condurre la partita sono Stati Uniti, Russia e Cina. Con soldi, tanti, ricerche d’avanguardia e segnali crescenti di tensione. Altri attori emergono, ancora lontani. Sono giorni storici, gli attuali. Ci appassionano le esplorazioni civili, la saga di Plutone e l’esegesi dello spazio. Ma i vertici militari delle grandi potenze stanno già conducendo, di soppiatto, una battaglia rivoluzionaria per la space dominance.

Dimentichiamoci il passato. Per millenni, il potere marittimo è stato il nerbo della potenza di una nazione. Continua in parte ad esserlo, perché l’indipendenza, la proiezione, il benessere, i commerci e gli scambi di una nazione hanno tuttora una forte impronta talasso-centrica. Ma è nel potere aerospaziale la brama dei grandi e la via maestra al dominio planetario. Intervenendo alla Rice University, John Fitzgerald Kennedy mostrò di avere già compreso la posta in gioco: «Solo l’uomo potrà decidere se questo nuovo oceano che ci attende sarà un luogo di pace o un nuovo terrificante teatro di Guerra».

Era il 1962. Difficile dire che cosa accadrà. Sappiamo per certo che la militarizzazione dello spazio è iniziata con la sfida dell’esplorazione d’antan, ha proceduto motu proprio, e si è galvanizzata negli anni della Guerra Fredda. Oggi si sta nuovamente polarizzando. La partita militare si gioca nello spazio terrestre, entro l’orbita geostazionaria dei 36mila km. Con tanti campi di battaglia potenziali, rinvenibili a varie quote. Le orbite basse sono il regno dei satelliti di osservazione, quelle medie ospitano i sistemi di posizionamento e navigazione come il Gps, mentre a 36mila km ritrovi i satelliti per le telecomunicazioni e l’osservazione polare. Tutti ne dipendiamo. Garantiamone la libertà e l’invulnerabilità perpetua, se possibile.

Pensate, gran parte dei sistemi informatici delle banche, delle multinazionali, delle compagnie aeree, dei vettori di trasporto marittimo e ferroviario usano il segnale Gps per i loro riferimenti spazio-temporali. Per non parlare dei network d’informazione, oggi cruciali, e sempre più capillari grazie ai satelliti di telecomunicazione. Gli americani stanno prendendo la faccenda molto sul serio. Per parare la crescente minaccia russo-cinese, hanno in animo di creare nel prossimo semestre un meta-centro operativo, in cui sviluppare piani di guerra e far confluire i dati provenienti dalla costellazione satellitare in mano alle diverse agenzie governative. Ad annunciarlo è stato il vice-segretario alla Difesa, Robert Work, poco tempo fa, durante il simposio Geoint, una conferenza d’intelligence annuale patrocinata dalla Us Geospatial Intelligence Foundation. Un tempo «santuario virtuale, lo spazio deve essere ormai considerato un’arena sempre più concorrenziale e conflittuale, in termini inauditi prima», ribadisce al telefono Work.

Che cosa sta succedendo? La Russia sta rialzando la testa. Entro il 2016, l’Aeronautica militare e le Forze di difesa aerospaziale confluiranno in un nuovo comando. E si stanno già attrezzando per forgiare un sistema specifico terra-spazio dedicato esclusivamente allo spionaggio. Con un’incognita terribile: che ruolo dedicare alla guerra nello spazio e quali armi offensive e difensive studiare? I programmi sono segreti, ovvio. Ma qualcosa è filtrato. Dal 2004, l’agenzia spaziale Roskosmos è divenuta una holding di stato, o, se volete, un consorzio di imprese spaziali capeggiato da ex comandanti rigorosamente filo-putiniani delle Forze Spaziali Militari (VKO).

Nuovi cosmodromi rimpiazzeranno Baikonur, nel nordovest russo e in Siberia, dove sorgerà la futura base di Vostotchny. Il generale Oleg Ostapenko era stato molto esplicito prima di prendere le redini di Roskosmos: «Mosca potrebbe riesumare il programma d’epoca sovietica Istrebitel Sputnikov (distruttore di satelliti), se le relazioni con Washington continueranno a deteriorarsi». Forse quella di Vienna sarà solo una parentesi distensiva in un turbinio di tensioni multiple. E i russi potrebbero presto riavviare le ricerche in materia di satelliti killer. Per ora si accontentano di una nuova superarma, il velivolo ipersonico Yu-71. L’hanno testato già quattro volte. L’ultima a giugno. Tutto è iniziato a bordo di un missile balistico intercontinentale, sparato dalle forze strategiche del distretto di Dombarov. Da qui al 2025, il reparto riceverà 24 velivoli ipersonici da montare molto probabilmente sui nuovi missili Sarmat, in costruzione. È un fervere continuo di progetti.

Il binomio Sarmat-Yu-71 dovrebbe permettere al Cremlino un balzo enorme nell’aggiramento delle difese anti-missilistiche statunitensi. Trasporterà armi nucleari alla velocità di 11.200 km l’ora, dieci volte più rapida del suono. Gli insegnamenti serviranno anche a perfezionare il futuro bombardiere strategico e l’avveniristico Mig-41. C’è una vera e propria corsa all’ipersonico, che rischia di forzare le spese militari. La Cina ha sperimentato il suo veicolo termonucleare Wu-14 almeno quattro volte dal gennaio 2014 ad oggi. Con le stesse finalità dei russi: aggirare lo scudo antibalistico americano. Ovviamente Washington è già leader nella gara ai missili e ai vettori ipersonici. L’agenzia di ricerca del Pentagono è in pieno fermento. Ai primi di agosto ha assegnato altri 6,5 milioni di dollari a Northrop Grumman. Il colosso dell’aerospazio mondiale è coinvolto con Boeing e Masten Space Systems nel programma Xs-1. L’obiettivo è sviluppare una navetta spaziale senza pilota, tanto veloce quanto economica. Non più di 5 milioni di dollari a lancio. La Darpa la vorrebbe 10 volte più veloce del suono, per volare quotidianamente una decina di giorni di seguito. L’Xs-1 farebbe al suo caso: dovrebbe rilasciare minisatelliti nelle orbite basse, per poi rientrare sulla terra, ancora utilizzabile.
Diversamente dalle altre navicelle, l’XS-1 non sarebbe gestita dalla Nasa bensì dall’aviazione militare, perché gli americani stanno studiando una via rapida per lanciare satelliti di emergenza in caso di accecamento dei sistemi principali. Dominano lo spazio. Ma Pechino ha più assi nella manica, molti asimmetrici. I suoi satelliti, che siano per le telecomunicazioni, l’osservazione della terra e la navigazione, celano quasi sempre obiettivi di ricerca e finalità militari. Nonostante alcune battute d’arresto, i sensori cinesi forniscono oggi capacità sempre più sofisticate nell’ambito della sorveglianza e dell’assistenza alla navigazione, garantendo un quis pluris alle capacità militari autoctone.

Pur non raggiungendo gli standard americani, sono più che sufficienti per la maggior parte degli scopi militari: spiare, guidare le truppe e dirigere le armi semi-intelligenti. La Cina sa di avere un gap enorme con gli americani, ma sta affilando la sarissa, anche in altri segmenti della militarizzazione dello spazio. Il test antisatellite del gennaio 2007 la dice lunga sulle vere ambizioni di Pechino. Diversi rapporti dell’intelligence statunitense sottolineano che dopo gli svariati test ai livelli orbitali inferiori, Pechino avrebbe ormai acquisito la capacità di distruggere satelliti in orbita alta, dove si trovano i sistemi di intelligence e di comunicazione militari, al 90% americani.

E avrebbe allo studio nuove armi anti-satellite più difficili da individuare, dai disturbatori laser terrestri agli impulsi elettromagnetici emessi da un satellite per disabilitare un altro. Ha già sperimentato in orbita bassa la manovra di due satelliti molto prossimi fra loro e potrebbe replicare il test in orbita alta, simulando delle funzionalità di attacco per scopi distruttivi. Non c’è pace, purtroppo. Neanche nello spazio.

avvenire

Vegani. Dibattito: né carne né pesce per i primi cristiani?

Un modello alimentare cristiano non esiste. Secondo la tradizione apostolica non importa cosa si mangia, ma come si mangia. Su questo indaga il volume dello storico Massimo Montanari, Mangiare da cristiani, edito in questi giorni da Rizzoli (pp. 270, euro 22). La storia del cristianesimo è un patrimonio straordinario di consuetudini e di contagi culturali che rimandano alla tradizione ebraica, alla filosofia greca, alla scienza dietetica: dal ruolo del pane e del vino nell’eucarestia al valore di redenzione del digiuno, dalle pratiche alimentari monastiche alle regole dell’astinenza quaresimale. Dal volume anticipiamo alcuni brani sulla disputa “alimentare” fra i Padri della Chiesa che oppose il vegetariano Girolamo, a sant’Agostino, fermo sostenitore della liceità del consumo di carni per i cristiani.

tratto da Avvvenire

Nasce nel 2009 l’Associazione Cattolici Vegetariani. «Amiamo così tanto il Creato da rispettarlo, amiamo così tanto la vita da non toglierla a nessuno» è il motto che appare nel sito web, corredato di numerose citazioni dalla Sacra Scrittura e dalle vite dei santi «che nella bimillenaria storia della Chiesa hanno fatto della benevolenza per le creature un carisma di carità». Scopo dell’associazione è diffondere «i principi di compassione e carità verso ogni essere vivente», presentati come motivo sostanziale dell’eredità cristiana. In ambito protestante, movimenti che propugnano una dieta “cristiana” di stampo vegetariano sono attivi da oltre un secolo. Li sostiene un mix di suggestioni centrato sui vantaggi del consumatore – sul piano della salute, della “purezza” e, in fin dei conti, della salvezza – oltre che (più che) sulla “compassione” per gli animali.

Sono gli esiti di una storia che viene da lontano, dagli inizi dell’esperienza cristiana, dipanandosi lungo i secoli in modo particolarmente problematico. Perché è particolarmente problematico l’atteggiamento dei cristiani verso il consumo di carne. Il neoplatonico Porfirio, discepolo e biografo di Plotino, attorno al 270 d.C. scrive un lungo trattato sull’Astinenza dagli animali, sviluppando una serie di argomentazioni “animaliste” a cui hanno fatto riferimento anche filosofi e pensatori del nostro tempo, in particolare Peter Singer, il teorico della “liberazione animale” e dei diritti degli animali, primo fra tutti quello di non essere considerati cibo. Una durissima polemica contro Porfirio fu sostenuta da Agostino, che, nel De civitate Dei, rigettò l’idea che il comandamento «Non uccidere» si potesse «estendere anche alle bestie selvatiche e domestiche, sicché non sarebbe lecito ucciderne alcuna». Lasciamo perdere queste «teorie deliranti» (deliramenta), taglia corto Agostino: «Quando si legge “Non uccidere” non si deve intendere che sia stato detto degli alberi da frutto, che non sono senzienti, né degli animali irragionevoli che volano, nuotano, camminano, strisciano: essi non sono simili a noi nella ragione, che non è stato loro dato di avere in comune con noi. Per questo con giustissimo ordinamento del Creatore la loro vita e morte è stata subordinata alla nostra utilità. Rimane dunque che il detto “Non uccidere” s’intende riferito solamente all’uomo».

Ma ecco il paradosso. Mentre Agostino combatte Porfirio recuperando le riflessioni aristoteliche sulla differenza sostanziale fra uomini, animali e piante, un altro Padre della Chiesa, Girolamo, lo utilizza a piene mani per costruire un pamphlet a sostegno della dieta vegetariana. È il trattato contro Gioviniano (Adversus Jovinianum), un monaco romano che, richiamando la lettera del messaggio evangelico e dei testi paolini, sosteneva l’erroneità di scelte come la castità, la pratica del digiuno, l’astinenza dalla carne.

A parere di Gioviniano, fare distinzioni tra un cibo e l’altro e rinunciare alla carne significava rifiutare i doni della Provvidenza e offendere il progetto divino di un mondo organizzato in funzione dell’uomo. La requisitoria di Girolamo contro Gioviniano fu scritta nell’estate 393, quando già il monaco romano era stato condannato da papa Siricio e da un gruppo di vescovi italiani raccolti attorno ad Ambrogio. Essa colpisce per la vastità, ma anche la farraginosità delle ragioni addotte. L’obiettivo è chiaro e assiomatico: «Se vuoi essere perfetto, è bene non mangiare carne».

La diversità di posizioni fra Girolamo, padre della spiritualità monastica, e Agostino, padre del modello vescovile, rispecchia le due facce di un cristianesimo orientato ora fuori, ora dentro il mondo. Anche sul piano delle scelte alimentari, la contrapposizione fra le due prospettive è sempre netta. Mentre per Girolamo la perfezione consiste nell’astenersi dalla carne, per Agostino è esattamente il contrario: la perfezione consiste nel non avere bisogno di astenersi dalla carne per attingere uno stato di perfezione spirituale. Il modello vincente e culturalmente trainante è quello monastico, quello di Girolamo. Il modello della penitenza, del rifiuto del corpo, dell’astinenza dalla carne. Propagandando il loro modello di vita, i sostenitori dell’astinenza non mancano di precisare che si tratta di un modello “perfetto” non alla portata di tutti. Eppure, mirano a estenderlo a tutti i cristiani.

La possibilità di spiegare in termini di “non-violenza” la rinuncia monastica alla carne potrebbe essere confortata dall’apprezzamento che quella tradizione mostra verso i cibi di derivazione animale (formaggio, uova) intesi come sostituti funzionali della carne. Più che (nonostante i proclami) un rifiuto dietetico per i “sostanziosi” prodotti animali, che noi diremmo “proteici”, ciò configura una volontà di distacco dagli alimenti che non provengono da animali vivi. «Nessuno osi assaggiare cibi animali, eccetto i latticini, o di volatili, eccetto le uova»: era questa la regola nel cenobio di Condat, ci informa un testo agiografico del primo Medioevo. Lo stesso tabù del sangue (identificato, secondo la tradizione ebraica, con la vita dell’animale) potrebbe essere letto in questo senso. «Delle creature che hanno sangue e calore di vita», leggiamo nella Storia lausiaca a proposito di una santa donna di nome Candida, «ella non volle assolutamente far cibo, ma si limitò a prendere del pesce e delle verdure condite con olio nei giorni di festa». Quasi che il pesce, frigido e (in apparenza) privo di sangue, non condividendo il «calore di vita» degli altri animali, fosse in qualche modo assimilabile ai cibi inanimati come le verdure. Lo stesso forse vale per i volatili, meno “sanguinolenti”, meno “vivi” dei mammiferi terrestri: un passaggio di Rabano Mauro propone un parallelo, quasi untransfert linguistico fra «sangue» e «quadrupedi».

L’ideale di una dieta rispettosa della vita animale traspare anche altrove. In una poesia di Prudenzio (IV-V secolo) il regime alimentare del cristiano è descritto come tipicamente vegetariano e perciò «innocente», innocuus, opposto alla dieta “violenta” di coloro che per imbandire la tavola fanno strage di animali. È il mito del Paradiso che ritorna; lo stesso che suggerisce la connotazione ambiguamente naïf conferita dalla cultura medievale al consumo di verdure, gli olera che, scrive Isidoro di Siviglia, «sono così chiamati giacché furono per gli uomini il primo cibo [fantasioso accostamento di olera ad alere = nutrire], prima che si iniziasse a mangiare carne»: il cibo vegetale si trova così arricchito di una connotazione morale, diventa simbolo delle erbe e dei frutti di cui l’uomo si nutriva in Paradiso prima della caduta.

Le Vite dei Padri raccontano che il vescovo di Cipro una volta invitò a pranzo l’abate Ilarione e gli fece servire un piatto di volatili. L’ospite rifiutò di mangiarli, dichiarando con orgoglio che, da quando aveva preso l’abito monacale, non aveva più toccato cibo «proveniente da esseri uccisi». Ne seguì una discussione sul valore di tale scelta, alla fine della quale entrambi convennero sul fatto che bontà e carità erano più apprezzabili dell’astinenza dell’abate. In tal modo il paradigma cristiano era salvo. Ma le parole di Ilarione, che professava rispetto per ogni genere di vita, ci fanno capire, o meglio intuire, che accettare con tranquillità l’uccisione degli animali era un imperativo ideologico con cui molti cristiani faticavano a convivere. La cosa è durata fino a oggi, ampliando progressivamente il “pubblico” di questo dibattito e ribadendo, nei secoli più vicini a noi, la diversità di prospettive (ma anche le oggettive coincidenze di obiettivi) tra pensiero cristiano, scienza e filosofia.

Papa Francesco esce sconfitto dalla morte del vescovo accusato di pedofilia

Dalla morte di Jozef Wesolowski, l’ex nunzio apostolico sotto processo in Vaticano per pedofilia e pedopornografia, escono sconfitte due persone. La prima è l’ex diplomatico della Santa Sede per il quale si prospettava verosimilmente entro il 2015 una condanna a 10 anni. Pena che molto probabilmente sarebbe stata di fatto convertita negli arresti domiciliari consentendo così a Wesolowski di trascorrere l’ultimo scorcio della sua vita in Vaticano, nella stanza numero 5 del Collegio dei Penitenzieri, lì dove poi è stato trovato morto.

Il secondo sconfitto è Papa Francesco. Da parte di Bergoglio verso l’ex nunzio apostolico non c’è mai stato nessun tipo di accanimento, quasi come se la sua molto probabile dura condanna espiasse in un attimo i migliaia casi di pedofilia da parte del clero sparsi nel mondo insieme alla copertura di tanti, troppi vescovi. Neppure quando il Pontefice ha dato il suo assenso all’arresto di Wesolowski c’era da parte sua la volontà di trasformare il presule nel capro espiatorio della pedofilia ecclesiale di ieri e di oggi. Sull’argomento Francesco era stato chiarissimo usando sempre parole molto dure: “Tolleranza zero”; “È come le messe nere”; “Non ci saranno figli di papà”.
Bergoglio era consapevole che il processo penale per Wesolowski, dopo quello canonico che lo aveva ridotto allo stato laicale, avrebbe sicuramente avuto la valenza di un importante precedente. Ma accanto al singolo caso, seppure, come hanno attestato numerose vittime , tra i più aberranti che le cronache abbiano portato alla luce, il Papa ha messo in moto una serie di riforme per contrastare la pedofilia. La più importante è stata l’istituzione di una nuova sezione giudiziaria, all’interno della Congregazione per la dottrina della fede, per processare i presuli che vengono denunciati per abuso d’ufficio episcopale per casi di violenza sessuale dei loro preti sui minori.

Se da un lato la morte di Wesolowski lascia incompleta la vicenda giudiziaria che lo ha travolto, senza rendere giustizia alle numerose vittime, dall’altro dimostra la difficoltà di “purificare” la Chiesa partendo dalla sua “sporcizia” più grande, per usare un’immagine cara all’allora cardinale Joseph Ratzinger. La vera battaglia di Francesco, al di là dei successi diplomatici in Medio Oriente e nella sua America, si svolge all’interno delle mura vaticane. Non a caso è proprio contro la Curia romana, non amata, per usare un eufemismo, dall’allora cardinale Bergoglio, che il Papa si è scagliato duramente diagnosticandole ben 15 malattie. Ed è quella Curia, da sempre in affanno davanti ai cambiamenti, che Francesco vuole riformare attraverso il prossimo Giubileo straordinario della misericordia. Ci riuscirà?

Il Fatto Quotidiano

Crisi sacerdoti: 8 parrocchie insieme: meno messe? Si offrono i preti sposati

La notizia riportata sui media rilanciata dall’ass. dei sacerdoti lavoratori sposati, fondata nel 2003 da don Giuseppe Serrone. I sacerdoti sposati potrebbero supplire con qualità nelle parrocchie senza preti (ndr)

Le parrocchie di Loreggia, Loreggiola, Santi Pietro e Paolo di Camposampiero, Rustega di Camposampiero, Massanzago, Zeminiana, San Dono e Fossalta di Trebaseleghe saranno presto riunite in un’unica Unità Pastorale.

Sarà la visita del vescovo di Treviso Antonio Gardin, in calendario dal 23 settembre al 10 ottobre, a segnare questa svolta importante nelle otto parrocchie del Camposampierese che ricadono sotto la diocesi trevigiana. Le quali metteranno in comune, in forme da stabilire, i sacerdoti, le persone, le tradizioni, la spiritualità e le ricchezze di cui ogni singola parrocchia dispone. La gestione sarà affidata a un Consiglio della Collaborazione, che sarà formato dai presbiteri e dai diaconi, dai rappresentanti dei religiosi e da uno o due laici per ogni parrocchia. A coordinarlo sarà uno dei sacerdoti. La rivoluzionaria novità viene spiegata in queste settimane nelle varie omelie dei parroci e nei bollettini settimanali e mensili.

C’è però un risvolto del tutto inatteso: la diminuzione del numero delle messe che potrebbe essere letto dai fedeli come un depotenziamento delle funzioni parrocchiali. In realtà si punta a rafforzare le parrocchie all’interno di un nuovo contesto dove i preti saranno in rete tra di loro nella consapevolezza che nessuno sarà più in grado di rispondere da solo a tutte le istanze.

«Di certo è un passaggio importante, una risposta forte e adeguata ai grandi cambiamenti in atto, aperta al dialogo e al confronto all’interno della Chiesa» ha spiegato ai fedeli don Claudio Bosa, da un anno parroco dei Santi Pietro e Paolo di Camposampiero.

È altrettanto chiaro che la decisione di dare una svolta all’attuale assetto deriva dal fatto che vi sono sempre meno preti. «I numeri documentano come negli ultimi cinquant’anni la popolazione della diocesi di Treviso sia raddoppiata e il clero diminuito di un terzo» ha aggiunto il sacerdote «Nella diocesi di Treviso le unità pastorali sono attualmente 29 e coinvolgono 131 delle 265 parrocchie».

Sulla base di questa esperienza don Claudio ha maturato la convinzione che il successo di una unità pastorale è legato alla capacità e alla volontà dei preti di operare fattivamente e con convinzione insieme ai laici. «Certo, la voglia e la capacità dei preti di mettersi insieme per realizzare cose concrete sarà decisiva» ha commentato il sacerdote.

Il Mattino

Parroco su di giri provoca incidente e si sottrae all’alcol test

Un parroco che esercita la sua missione in un paesino della provincia di Pisa confinante con Altopascio, a bordo della sua auto ha tamponato un altro veicolo in via delle Cerbaie a Altopascio. Era su di giri e quando sono giunti i vigili urbani per i rilievi non ha voluto sottoporsi al test per il rilevamento del grado alcolemico nel sangue. Sul posto, attraverso il 118, anche l’ambulanza. Poi gli è stato praticato il TSO e trasportato per accertamenti in ospedale a Lucca.

tratto da Il Tirreno

 

 

Chiesa: a Milano l’ufficio per accogliere fedeli separati

Milano, 28 ago(AdnKronos) – Un ufficio, a Milano, per accogliere i fedeli separati. Da martedì 8 settembre inizierà l’attività l’’Ufficio diocesano per l’accoglienza dei fedeli separati’, istituito con decreto, il 6 maggio scorso, dall’Arcivescovo di Milano, il cardinale Angelo Scola “per accompagnare le persone il cui matrimonio è andato in crisi”.
A guidare l’Ufficio sarà don Diego Pirovano, 42 anni, sacerdote ambrosiano, giudice presso il Tribunale ecclesiastico regionale lombardo, cui rimarrà comunque in forza. Nell’attività del nuovo organismo sarà coadiuvato da due collaboratori, don Luigi Verga, parroco a Bareggio, e suor Chiara Bina, suora francescana di Madre Rubatto. Il personale dell’Ufficio riceverà su appuntamento in tre sedi differenti.

Morto nunzio Wesołowski sotto processo per abusi

È stato trovato morto nelle prime ore di questa mattina, nella sua abitazione in Vaticano, l’ex nunzio polacco nella Repubblica Dominicana, Józef Wesołowski, accusato di atti di pedofilia e detenzione di materiale pedopornografico, reati per i quali era rinviato a giudizio presso il Tribunale dello Stato della Città del Vaticano.

Sarà l’autopsia a chiarire i motivi della morte di Józef Wesołowski, trovato senza vita davanti alla tv accesa verso le 5 del mattino da un religioso francescano del Collegio dei Penitenzieri, dove l’ex nunzio risiedeva col divieto di uscire dal Vaticano. Alla scoperta del decesso – informa una  nota della Sala Stampa della Santa Sede – “è subito intervenuta l’autorità vaticana per i primi accertamenti”, secondo i quali “la morte è dovuta a cause naturali”. L’autopsia, ordinata dal promotore di Giustizia vaticano, “sarà effettuata oggi stesso” e i risultati “comunicati appena possibile”. “Il Santo Padre – conclude la nota –  è stato doverosamente informato di tutto”.

Papa Francesco: affrontare caso senza ritardi e necessario rigore
Era stato proprio Papa Francesco a volere espressamente che la vicenda che aveva visto coinvolto l’ex nunzio apostolico nella Repubblica Dominicana fosse affrontata “senza ritardi” e “con il giusto e necessario rigore”, come aveva ricordato il direttore della Sala Stampa Vaticana, padre Federico Lombardi, all’indomani degli arresti domiciliari in Vaticano, imposti a Wesołowski il 23 settembre dello scorso anno. In precedenza, era già intervenuta la Congregazione per la Dottrina della Fede, che al termine di un processo amministrativo penale canonico aveva condannato in prima istanza l’ex nunzio alla dimissione dallo stato clericale.

La vicenda
I fatti erano venuti alla luce nel settembre 2013, quando le autorità dominicane avevano avviato a carico dell’ex nunzio polacco un’inchiesta penale per reati di abuso su minore, avvenuti durante i cinque anni di servizio prestati in qualità di rappresentante della Santa Sede nello Stato caraibico. Oltre a questi reati, il Tribunale vaticano ne aveva contestati altri analoghi, commessi successivamente durante il soggiorno a Roma di Wesołowski, dall’agosto 2013 sino al momento del suo arresto. L’ultimo atto era avvenuto l’11 luglio scorso, giorno della prima udienza del processo penale a carico dell’ex nunzio, udienza sospesa e rinviata a data da destinarsi a causa di un improvviso malore che aveva costretto l’imputato a un ricovero ospedaliero.

Radio Vaticana

Men­tre la poli­tica len­ta­mente rea­gi­sce, ci si chiede come può un’istituzione gover­na­tiva liqui­dare un’inesattezza così rag­guar­de­vole: dati sul lavoro e svista del Ministero

Il mini­stro Giu­liano Poletti non sem­bra aver affer­rato la que­stione rela­tiva alla gaffe sui dati dei con­tratti di lavoro e com­menta: «C’è stato un errore umano nello scri­vere una tabella. I dati che abbiamo modi­fi­cato sono alli­neati a quelli che erano già stati rap­pre­sen­tati nei mesi pre­ce­denti e con­fer­mati dall’Inps con­fer­mano sostan­zial­mente che c’è stato un incre­mento impor­tan­tis­simo dei con­tratti sta­bili e il crollo delle collaborazioni».

Arri­vano i com­menti delle oppo­si­zioni: da Renato Bru­netta, che chiede le dimis­sioni del Mini­stro del Lavoro e che le pub­bli­ca­zioni sta­ti­sti­che del Mini­stero ven­gano affi­date all’Istat (ma con il con­trollo del Par­la­mento), alle dichia­ra­zioni di Grillo che dà del «bugiardo» a Poletti ma con­fonde gli occu­pati, su cui ha com­pe­tenza l’Istat, con numero di con­tratti, di cui invece si occu­pano a via Veneto. Intanto, rag­giunto al tele­fono, Giu­lio Mar­con, Vice­pre­si­dente della Com­mis­sione Bilan­cio alla Camera (Sel), espri­mendo pre­oc­cu­pa­zione per come il governo con­ti­nua, attra­verso una nar­ra­zione tos­sica della realtà, a fare pro­pa­ganda sugli effetti (non posi­tivi) delle riforme del mer­cato del lavoro, fa sapere che il caso sarà oggetto di un’interrogazione parlamentare.

Altret­tanto duro Nicola Fra­to­ianni, che chiede «rispo­ste chiare e assun­zione di respon­sa­bi­lità da Poletti».

La stru­men­ta­liz­za­zione

Men­tre la poli­tica len­ta­mente rea­gi­sce, ci si chiede come può un’istituzione gover­na­tiva liqui­dare un’inesattezza così rag­guar­de­vole facendo leva sull’«errore umano», men­tre appro­fitta dell’occasione per stru­men­ta­liz­zare le infor­ma­zioni a pro­prio vantaggio.

Un ser­vi­zio sta­ti­stico non è per defi­ni­zione un uffi­cio uni­per­so­nale in cui un sin­golo avvia e con­clude i pro­cessi auto­no­ma­mente, ma si com­pone di una plu­ra­lità di indi­vi­dui e, in teo­ria, di regole di fun­zio­na­mento dei pro­cessi stessi, incluso il con­trollo e la verifica.

L’atteggiamento mostrato dal Mini­stro risulta quindi irri­spet­toso nei con­fronti dell’istituzione che rap­pre­senta e in par­ti­co­lare del dipar­ti­mento studi sull’andamento del mer­cato del lavoro. Poletti sem­bra disco­no­scere l’importanza della cre­di­bi­lità isti­tu­zio­nale di fronte ai cit­ta­dini, che così facendo viene meno, spe­cial­mente su un tema, quello del lavoro, su cui si misura l’azione reale del governo, in un periodo in cui la disoc­cu­pa­zione atta­na­glia la vita di oltre tre milioni di lavo­ra­tori e delle loro fami­glie. La cre­di­bi­lità di un’istituzione è cifra stessa della demo­cra­zia, quel valore di cui appare immune il governo, a par­tire pro­prio dalle riforme del mer­cato del lavoro, adot­tate con una delega che ha escluso di fatto la dia­let­tica parlamentare.

Tut­ta­via, men­tre l’errore (oltre un milione di con­tratti netti) viene declas­sato a una sem­plice svi­sta, esso diventa opi­nione pub­blica attra­verso la stampa e la tele­vi­sione ed oggetto di dichia­ra­zioni trion­fali da parte del governo. Il Mini­stro, senza nep­pure scu­sarsi o assu­mersi la respon­sa­bi­lità dell’accaduto, insi­ste sui numeri e sul buon risul­tato dovuto al Job­sAct e agli sgravi alle imprese e in que­sti ter­mini viene ampli­fi­cato, ingan­nando i cittadini.

Usando tutta la com­ples­sità dei dati e delle diverse fonti dei dati, sap­piamo che in sette mesi le riforme hanno pro­dotto solo 115mila con­tratti a tempo inde­ter­mi­nato, che a par­tire da marzo sono a tutele cre­scenti, cioè sta­bil­mente pre­cari. Quan­ti­ta­ti­va­mente è pos­si­bile esul­tare per que­sto dato? No, per­ché se da un lato i con­tratti non danno mag­giori tutele ai lavo­ra­tori, dall’altro que­sti con­tratti non sono asso­ciati a nes­sun miglio­ra­mento del mer­cato del lavoro in ter­mini occu­pa­zio­nali: il tasso di disoc­cu­pa­zione supera il 12% come spiega l’Istat nell’ultima nota rela­tiva alle forze di lavoro.

Non c’è con­trad­di­zione tra que­sti due dati, nono­stante misu­rino aspetti diversi di uno stesso feno­meno. Il mini­stero del lavoro si occupa di con­tratti, l’Istat di occu­pati e disoc­cu­pati. Ogni lavo­ra­tore può essere occu­pato, ma svol­gere più lavori, quindi il numero di con­tratti che fanno rife­ri­mento a un’unica per­sona pos­sono essere più di uno. Allo stesso tempo, se in un mese una per­sona ha lavo­rato con un con­tratto a tempo deter­mi­nato di tre giorni (come avviene in oltre il 40% dei casi stando ai dati) può essere con­si­de­rato occu­pato o disoc­cu­pato a seconda che l’intervista dell’Istat avvenga nella set­ti­mana rela­tiva ai giorni lavo­rati o meno. Con grande pro­ba­bi­lità sarà con­si­de­rato disoc­cu­pato, coe­ren­te­mente con la realtà.

Le varia­zioni da mese a mese

Ovvia­mente i dati tra un mese e l’altro pos­sono subire pic­cole varia­zioni, dovute alle revi­sioni men­sili, in teo­ria già incor­po­rate nei dati con­so­li­dati pub­bli­cati dal mini­stero. Ogni mese, il mini­stero dispone di due estra­zioni dalle ban­che dati ammi­ni­stra­tive: la prima fatta a venti giorni dalla chiu­sura del mese e (dati prov­vi­sori), la seconda a qua­ranta giorni, entrambe rese poi pub­bli­che. È tra la prima e la seconda estra­zione il momento in cui inter­ven­gono le revi­sioni: le imprese infatti pos­sono comu­ni­care la dina­mica delle atti­va­zioni, ces­sa­zioni e/o tra­sfor­ma­zioni con­trat­tuali con un mar­gine di ritardo per cui que­ste movi­men­ta­zioni nel sistema ven­gono regi­strate e veri­fi­cate nei qua­ranta giorni.

Ma la dif­fe­renza sostan­ziale sta nel fatto che i dati con­so­li­dati inclu­dono i rap­porti netti di lavoro del set­tore pub­blico, sono quindi non sol­tanto defi­ni­tivi ma anche più com­pleti in ter­mini di set­tori eco­no­mici. Da notare che per il mese di giu­gno, al Mini­stero hanno dimen­ti­cato di for­nire il dato con­so­li­dato nono­stante la sua pub­bli­ca­zione fosse pre­vi­sta, secondo il calen­da­rio interno, per il 7 agosto.

Baste­rebbe quindi pro­ce­dere con un pro­to­collo pre­ciso sot­to­po­sto a veri­fica, ren­dendo giu­sti­zia a una fun­zione chiave quale la sta­ti­stica uffi­ciale, altri­menti come è stato invo­cato più volte ieri sulla stampa, sarebbe meglio dele­gare a un isti­tuto più auto­re­vole l’elaborazione e la pub­bli­ca­zione dei dati, evi­tando il più pos­si­bile che que­sti riman­gano in balìa dei governi o comun­que diret­ta­mente dipen­denti da essi.

Il Manifesto

Rugby, l’ex azzurro Trevisan si ritira “Voglio prendere i voti e farmi prete”

Aveva tutto, era arrivato addirittura a vestire i colori dellaNazionale, ma probabilmente non si sentiva completamente appagato. E così Ruggero Trevisan, sino alla scorsa stagione estremo della Benetton Treviso e da diversi anni rugbista professionista, ha deciso di lasciare tutto, il lavoro, la famiglia, la squadra, le Coppe europee. Per farsi prete. Trevisan, un tempo promessa azzurra e figlio di Sandro, ex presidente del Rugby San Donà, il prossimo 8 settembre entrerà così nella Fraternità San Carlo Borromeo di Roma, dove inizierà la strada che lo porterà a ottenere i voti.

Il percorso di Ruggero, che nel suo palmarès vanta una partecipazione a tre test match con la maglia azzurra, parte però da lontano. “Sono sempre stato credente ma il 2011 è stato l’anno della svolta, l’incontro con Comunione e Liberazione mi ha fatto cambiare tutto” ha raccontato l’ormai ex giocatore. Negli stessi mesi, Ruggero, oggi venticinquenne, ha conosciuto un sacerdote diCaorle, suo paese d’origine, che gli ha aperto definitivamente gli occhi. “Era da un anno che pensavo di entrare in seminario, poi i gravi infortuni degli ultimi mesi mi hanno tenuto lontano dai campi, permettendomi di rifletterci a lungo” ha proseguito. Perciò a giugno, tramite un comunicato ufficiale ha rescisso il contratto che lo legava ai leoni biancoverdi della Benetton.

Tre settimane fa, invece, ha dapprima comunicato l’importante decisione ad amici e compagni di squadra, per poi rivelarla a tutti. “Mi era già capitato di trovarmi a discutere con i compagni di gioco a proposito di questa scelta che inizialmente si presentava soltanto come un’idea – ha dichiarato l’ex azzurro. Ci pensavo molto e quando si è presentato l’ultimo infortunio mi sono arreso e ho pensato che era il momento giusto per cambiare strada”.

Per lui il rugby resterà comunque un bellissimo ricordo, un impegno al quale ha dato e ricevuto tanto allo stesso modo. Avvicinatosi alla palla ovale sin da piccolo, seguendo le orme familiari di papà Sandro, un tempo ala, è cresciuto tra le file del San Donà, dove ha vinto tre volte il prestigioso Trofeo Topolino(Under 8, 12 e 14), successivamente l’esordio in serie A a 18 anni con i biancoazzurri e i due anni passati nell’Accademia Federale Tirrenia, Trevisan era approdato al Parma, poi confluito nella franchigia Crociati. Fisico possente, veniva considerato un giocatore di grandi speranze, dotato di velocità e freddezza, nel corso della sua carriera, aveva ricoperto diversi ruoli: prima estremo, poi ala e a volte, a secondo dell’occorrenza anche mediano di apertura con buona precisione dalla piazzola.

Nel 2012, il passaggio alle Zebre e, nel corso della scorsa estate il ritorno a casa, in Veneto a Treviso. Un bagaglio tecnico di tutto rispetto il suo, al quale vanno aggiunte le tante presenze nelle nazionali giovanili e due esperienze rugbistiche oltreoceano, una in Nuova Zelanda, l’altra in Giappone. Ora per lui, dopo l’abbandono ufficiale al rugby giocato, è tempo di studio e di impegno. “Quando ero a Parma e giocavo nelle Zebre svolgevo volontariato in una struttura per ragazzi disagiati, il mio tempo libero l’ho sempre dedicato all’aiuto degli altri”, ha raccontato Trevisan.

Forse è stato proprio questo, la decisione di investire il proprio aiuto verso il prossimo e un carattere molto sensibile a indirizzare l’ex professionista a questa scelta di fede. A partire da settembre, per una volta dopo tanti anni, nessuna preparazione atletica, anzi lo aspettano tre anni intensi di studi filosofici a Roma, poi uno in missione e il ritorno in Italia, con altri tre anni di teologia. “So che è una scelta radicale e porterà sicuramente a grossi cambiamenti nella mia vita, ma io sono felice così”, ha concluso Trevisan.

ilfattoquotidiano

Anche il prete innamorato nel manuale del prete “doc”

Un buon prete non può essere nè troppo ‘trasandato’ nè troppo ‘ricercato’. Guai ai sacerdoti che lasciano zaffate di profumo quando passano. Al bando chi è troppo ‘sgomitante’ e non rinuncia alle lusinghe della carriera lasciandosi prendere dalla “insensata fregola” di diventare vescovo o cardinale. Attenzione all’uso eccessivo dei social network. Il decalogo del ‘prete doc’ è contenuto nel manuale edito dai Dehoniani scritto a quattro mani da due sacerdoti lombardi, Davide Caldirola, che collabora con i missionari del Pime e don Antonio Torresin della diocesi di Milano.

ABITO – “Se non ci possono chiedere di essere icone di corpi palestrati, non per questo – si legge nel manuale ‘I sentimenti del prete’ – dobbiamo somigliare a relitti abbandonati lungo la strada. C’è una bellezza e uno stile dei corpi che sono umili e feriali, garbati e non appariscenti, ma per nulla trascurati; non ricercati, dimentichi di sè eppure non privi di una loro finezza e delicatezza. L’opposto speculare al ‘prete trasandato’ è il prete ‘ricercato’. Un abbigliamento che ostenta il lusso, effluvi di profumi, la frequentazione di locali raffinati e all’ultima moda, rischiano di collocare il prete in un’aurea aristocratica che risulta tanto inavvicinabile quanto lo è per i motivi opposti l’aspetto posso rassicurante di un prete che si trascura”.

BANDO ALLA BUROCRAZIA – “Il carico burocratico – registra il manuale – sta diventando insopportabile, toglie spazio alla cura delle cose più importanti, consuma energie, rende più tesi e nervosi, costringe il prete a ‘giocare fuori casa’ su un terreno non suo”.

ESTERNAZIONE DEI SENTIMENTI – “Concedersi al pianto – scrivono gli autori del manuale – deve sempre restare un atto di responsabilità e non una facile consegna ai propri bisogni. Per questo ci vuole una sana capacità di contenere le lacrime”. Bando, quindi, alle “lacrime da ‘coccodrillo’ che designano un pentimento tanto tardivo quanto effimero; o il ‘piangere miseria’ che porta a enfatizzare le proprie difficoltà per ottenere una facile consolazione e un aiuto interessato, ci dicono che si può piangere fuori luogo. Concedersi al pianto deve sempre restare un atto di responsabilità e non una facile consegna ai propri bisogni”.

ATTENZIONE AL DELIRIO DI ONNIPOTENZA – Consapevoli del fatto che i preti sono “abili nell’ideologizzare i difetti”, gli autori del decalogo invitano i colleghi ad avere un atteggiamento non rinunciatario. “Bando alla pigrizia, quindi, anche se alla fine ci tocca ammetterlo: tra la pigrizia e l’eccesso di zelo preferiamo la prima. Il secondo ci sembra sfori troppo un pericoloso delirio di onnipotenza che non raramente afferra proprio i ministri di Dio, mentre la prima ci costringe a fare umilmente i conti con i nostri limiti e a lottare con quell’inerzia che ci frena anche quando non dovrebbe”.

NO ALL’OVERDOSE DA SOCIAL – “In un’epoca nella quale pubblico e privato sono al contempo separati e confusi, anche il prete stenta a trovare equilibri buoni. Lui stesso si trova travolto dalla generale schizofrenia, in cui da una parte la privacy sembra tenacemente difesa ma dall’altra è esposta al pubblico dominio grazie all’invadenza dei social”.

STOP AL CARRIERISMO – Gli autori del manuale dedicato al mestiere del ‘buon prete’ mettono anche in guardia dal carrierismo: “I due ultimi pontefici ne hanno parlato spesso e non tocca certo a noi ribadirel’insensatezza dell’incomprensibile ‘fregola’ di diventare cardinali o accedere a un posto in curia o a onorificenze del tutto inutili”.

INVIDIE AL BANDO. “Facciamo fatica a dirlo ma di certo siamo abitati da piccole invidie, gelosie, competizioni, sentimenti che facciamo fatica a confessare ma che pure sono veri. Ci sentiamo inevitabilmente sminuiti nel nostro ruolo pubblico quando viene scelto un altro al nostro posto per una ‘predicazione importante’ o quando qualche fedele sceglie il prete della parrocchia vicina come confessore”.

ESIBIZIONISMO – Il manuale edito dai Dehoniani ricorda che “ci sono momenti nei quali fare il prete significa anche trovarsi su di un palcoscenico (metaforico o meno che sia). L’importante è non recitare. Lo stile evangelico con cui reggere anche esposizioni sotto la luce dei riflettori lo si riconosce forse sia dal fatto che non siano state troppo ricercate, sia dalla classe con cui si riesce a uscirne”.

IL PRETE INNAMORATO – Il manuale dedica un capitolo anche al sacerdote che si innamora e invita i sacerdoti che hanno a che fare con situazioni di questo tipo ad affrontarle con un atteggiamento di comprensione: “Il primo passo è quello di non nascondersi. Dare un nome ai propri sentimenti permette almeno inizialmente di avere quel minimo di chiarezza che consente i passi successivi. D’altra parte se il sentimento è confuso, il nome non potrà essere subito chiaro e preciso. Questo chiede la pazienza di un racconto e lo spazio di una libera confidenza in cui deporlo. L’offerta di uno spazio libero e gratuito favorisce il racconto di sè e crea quel minimo di quiete indispensabile per operare qualche scelta precisa”.

adnkronos

Abusi sessuali su una ragazzina: arrestato uno dei teologi di Fatima

Violenza sessuale aggravata: è la terribile accusa rivolta a Solideo Paolini, 45enne padre di tre figli, teologo e presidente del circolo ‘Cattolici per la tradizione’, che sposa i principi della Chiesta tradizionalista, fedeli al cattolicesimo professato precedentemente al Concilio Vaticano II. Un’accusa ancor più infamante perché Paolini, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, avrebbe approfittato proprio del suo ruolo di guida della comunità tradizionalista perabusare sessualmente di una ragazzina, la cui famiglia era molto vicina a quella del teologo.

L’adolescente, infatti, sarebbe stata affidata a Paolini che avrebbe avuto il compito di ‘educarla’. Stando all’ipotesi accusatoria, il teologo avrebbe invece approfittato della fiducia della giovane per farla spogliare, toccarla, indurla a compiere atti sessuali. Avrebbe anche consumato rapporti sessuali con la minore che portava negli alberghi della provincia. I racconti degli abusi sarebbero stati affidati dall’adolescente a due diari. Uno è andato distrutto quando l’adolescente ha confidato tutto a sua madre: la donna l’ha convinta a bruciare un diario e a non dire nulla a nessuno, limitandosi a raccomandare alla figlia di non frequentare più il teologo. La storia sarebbe però venuta all’orecchio dei servizi sociali, che hanno tolto la minore ai genitori e l’hanno affidata a una casa di accoglienza. La bomba a Monte San Vito, dove Solideo abita con la sua famiglia, è scoppiata venerdì scorso, quando il 45enne è stato prelevato dai carabinieri dalla sua casa di via San Rocco per essere accompagnato nel carcere di Montacuto, sulla base di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip di Ancona su richiesta del pubblico ministero Mariangela Farneti. Ieri mattina l’uomo, assistito dall’avvocato Roberto Leali, è stato ascoltato nell’interrogatorio di garanzia: ha respinto le accuse ma resterà in carcere. Si sta pensando di trasferirlo nella sezione specializzata in reati sessuali del carcere di Pesaro.

«Non è possibile – dicono alla tabaccheria di Monte San Vito – perché quell’uomo è profondamente religioso, sorridente e con una parola buona per tutti. Ci ripeteva sempre ‘Che il signore vi benedica’, è una persona che si è mostrata sempre corretta. Anzi semmai appare fin troppo osservante, quasi integralista. A casa ha fatto costruire una chiesa in cui si celebra messa secondo i principi della sua fede».

In paese molti fanno notare come Paolini abbia ‘convertito’ alla Chiesa tradizionalista i familiari e i conoscenti più intimi. «I fedeli della Chiesa della tradizione – spiega don Andrea, parroco di Monte San Vito – non riconoscono il concilio Vaticano II e sono stati riammessi solo con Benedetto XVI. Non frequentano la chiesa cattolica, perché ritengono che la messa vada ancora celebrata in latino. Paolini non è un mio parrocchiano, ma non è nemmeno un sacerdote della Chiesa della Tradizione. Si veste in un certo modo solo per amore dell’abbigliamento antico dei sacerdoti».

ilrestodelcarlino.it

Sinodo sulla famiglia, i conservatori Ruini e Caffarra compattano il fronte del no alle aperture ai divorziati

Il fronte dei no si compatta. No alle aperture verso i divorziati risposati. La dottrina non si cambia.

Man mano si avvicina l’apertura del Sinodo sulla Famiglia, si fa più intenso lo scontro tra cardinali e vescovi: da una parte i possibilisti, dall’altra i sostenitori dell’attuale situazione, frutto di una lunga tradizione esegetica. Ad alimentare il dibattito stavolta è un volume, pubblicato negli Usa dalla casa editrice Ignatius Press, che ha raccolto il parere di undici cardinali particolarmente influenti e in grado di spostare i consensi all’interno dell’assise sinodale.

I nomi di molti di loro sono conosciuti per le posizioni rigoriste. Carlo Caffarra (Italia), Baselios Cleemis (India), Paul Josef Cordes (Germania), Dominik Duka (cecoslovacco), Willem Jacobus Eijk (Olanda), Joachim Meisner (Germana), John Onaiyekan (Nigeria), Antonio Maria Varela (Spagna), Camillo Ruini (Italia), Robert Sarah (Guinea), and JorgeUrosa Savino (Venezuela).

Gli italiani che sono usciti allo scoperto, illustrando nel dettaglio i motivi della impossibilità a modificare i contorni dottrinali sulla famiglia, sono Caffarra e Ruini, entrambi per età fuori corso ma ancora assai ascoltati e in grado di orientare le posizioni dei altri padri sinodali, italiani ed europei.

Il filo conduttore che unisce gli undici porporati ultra conservatori è l’approccio nei confronti della crisi che ha colpito il matrimonio e la famiglia in Occidente. Non ci sono solo critiche o condanne, piuttosto una visione ragionata circa i motivi che hanno portato ad indebolire una istituzione fondamentale per la società.

Non mancano le proposte per fare capire alla gente l’importanza della conoscenza dei comandamenti, né le critiche sulla incapacità dell’Occidente di trasmettere alle nuove generazioni il valore della vita eterna, del matrimonio, della continuità della specie. Il cardinale africano Onayekan dice: “Eppure c’era un tempo in cui anche in Occidente le famiglie numerose erano viste in modo positivo”.

Caffarra è tra i più rigidi a non ammettere ai sacramenti i divorziati risposati. Persone, dice, che vivono nel peccato, come gli adulteri. “Come può esserci misericordia se da parte loro non c’è una vera e sincera conversione”. Naturalmente il Sinodo sulla famiglia non dovrà decidere se dare o non dare la comunione ai divorziati risposati. L’obiettivo finale è di riflettere sui cambiamenti che hanno segnato la famiglia, e sulle risposte che la gente si attende dalla Chiesa. L’ultima parola spetterà a Francesco.

ilmessaggero.it

Nigeriano cerca accoglienza in Vaticano: respinto e restituito all’Italia

Un caso passato quasi inosservato ma che è destinato a far discutere. Un ragazzo nigeriano ha tentato di essere accolto nella basilica di Santa Maria Maggiore, area extraterritoriale ma appartenente alla Santa Sede. Lunedì mattina il giovane nigeriano si è presentato per essere accolto, probabilmente avendo ancora nelle orecchie le parole di Papa Francesco e di monsignor Galantino, ma è stato bloccato da un agente della gendarmeria vaticana.

Tutto è cominciato nei bagni ai quali si accede dall’interno della basilica, il gendarme ha notato il viavai del nigeriano, l’ha bloccato e invitato ad uscire. L’immigrato erano un po’ di giorni che aveva preso alla lettera Bergoglio e Galantino, utilizzando Santa Maria Maggiore come sua residenza: bagni compresi. Ma la sua presenza dava fastidio ai turisti e quindi è scattato l’allontanamento.

Ad un certo punto, durante lo ‘scontro verbale’ con i gendarmi, lo straniero dalle parole è passato ai fatti, mentre i fedeli si allontanavano impauriti, così i gendarmi di Bergoglio hanno avvertito gli alpini del Settimo reggimento di presidio sulla piazza nell’ambito dell’operazione “Strade Sicure”, invitandoli a ‘riprendersi il nigeriano’.

“Correte, c’è un immigrato che ha aggredito un agente della gendarmeria”. Due militari italiani hanno immobilizzato il nigeriano, con precedenti per stupro ma comunque in Italia. Poi è intervenuta la polizia che ha accompagnato l’uomo in commissariato. “Quel tipo come tanti altri disperati d’abitudine va al bagno nel cortile interno da cui si accede dalla navata destra della Basilica – racconta un usciere –. Il problema è un altro: a mezzogiorno era di nuovo qui, l’ho visto uscire dalla basilica”.

Come da copione, dopo l’identificazione, il nigeriano è tornato libero: ma in Italia, non in Vaticano.

fonte www.mafia-capitale.it

Dimora di Abramo, i soci si spartiscono gli utili dei soldi della povera gente

REGGIO EMILIA. I profughi a Festareggio? Non ne so nulla». Don Daniele Simonazzi, parroco di Pratofontana non è aggiornato sulla rovente polemica che scuote la città. E’ in Madagascar nelle missioni gestite dai suoi confratelli dei Servi della Chiesa. E così, quando gli chiediamo delle vicende che hanno toccato la cooperativa sociale Dimora d’Abramo, capofila nel progetto di accoglienza dei profughi nella nostra provincia, preferisce non entrare nel merito del caso di questi giorni.

Ma allo stesso modo, sull’attuale gestione della cooperativa sociale Dimora d’Abramo, il prete di Pratofontana, fondatore della cooperativa l’Ovile (che fa parte del consorzio di cui la Dimora è capofila) di cose da dire, ne ha. E non da oggi. Nel maggio scorso fu uno dei due “soci” a non votare il bilancio – in utile per 170mila euro. L’altro socio in dissenso è – stando ai verbali dell’assemblea – un altro prete di frontiera, il missionario donEugenio Morlini. Mentre don Giuseppe Dossetti e Stefano Turbetini, dopo aver fatto mettere a verbale le loro perplessità, alla fine, voteranno a favore.

Ma tant’è: il dissenso di due preti che più di tanti altri si occupano di accoglienza, i maldipancia del parroco di San Pellegrino non possono passare inosservati. A maggior ragione adesso che proprio la Dimora d’Abramo è al centro di una furibonda polemica sull’utilizzo dei profughi, o meglio dei “richiedenti asilo” nei ristoranti e negli stand della festa provinciale del Partito democratico.

«Ricordo bene quell’assemblea – dice don Daniele – e le cose che dissi allora le confermo: allora i soci della Dimora d’Abramo votarono per dare a loro stessi gli utili. Come si fa per una società qualsiasi. Peccato che la Dimora d’Abramo non sia una società qualsiasi».

In che senso, scusi?
«Nel senso che si occupa di povera gente. O meglio: questo sarebbe lo spirito con cui è nata».

Significa che lo ha perso?
«Ñon mi permetto di dirlo. Ma se guardiamo in faccia alla realtà…».

«Oggi cosa diamo a questa gente che arriva qui disperata e senza nulla? Al di là di vitto e alloggio, intendo. Ecco, io spero proprio che la Dimora d’Abramo ritrovi presto la sua ragione sociale».

Significa che l’ha perduta…

«Significa che se fai il ragioniere allora ti limiti a dare vitto e alloggio. Se invece segui il Vangelo allora… Bé allora manca qualcosa».

Quei soldi, quindi, secondo lei non andavano redistribuiti ai soci ?

«Quei soldi, come ha detto in quell’occasione anche don Eugenio Morlini, dovevano servire per dare altri e migliori servizi a quella povera gente che vogliamo accogliere. Altrimenti facciamo altro».

Preti e vacanze, il Renzi privato al Meeting ciellino di Rimini

l premier ringrazia don Paolo Bargigia durante il discorso. A Firenze è stato il suo prof di religione. A Rimini il colloquio riservato tra i ricordi

Marco Fattorini – linkiesta

«Ero uno studente boy scout con qualche pregiudizio nei confronti della pericolosa presenza ciellina a scuola». Così Matteo Renzi al Meeting di Rimini, prima di avventurarsi su Europa e riforme, ha ripercorso il suo incontro col Movimento. «Avevo un problema con due compagni di classe, nell’intervallo vado dal sacerdote che è il mio insegnante di religione per chiedergli un consiglio. Si chiama donPaolo Bargigia e il mio amico mi dice “occhio perché poi quello è di Cl ti invita a una vacanza”. Fatto sta che al quarto minuto del colloquio mi ha invitato al girone a Lucca e io resisto, tant’è che dopo due mesi ero con lui in pullman verso Mazzin di Fassa a discutere se la canzone della bambina portoghese avesse o meno il senso religioso che lui intendeva dargli».

La platea di Riminiapplaude. Ad ascoltare il presidente del Consiglio c’è anche don Paolo. Ieri insegnante di religione al liceo Dante di Firenze, cinque anni di lezioni ad un giovanissimo Matteo Renzi. Oggi fa il missionario in Perù e il professore all’Universidad Catolica Sedes Sapientes di Lima. Lo descrivono come colui che «ha fondato il Movimento a Firenze», una sorta di don Gius toscano. Responsabile di Gioventù Studentesca, il gruppo scolastico ciellino. Carismatico e sorridente. «Preferisco non aggiungere nulla per rispetto dell’amicizia e del rapporto con il presidente del Consiglio», nicchia Bargigia con i giornalisti dopo che Renzi lo ha pubblicamente ringraziato davanti a una platea di 5mila persone.

«L’idea di poter incontrare persone che ti arricchiscono è stato decisivo per la mia esperienza» ha detto Renzi riferendosi al prete toscano con cui il feeling resta anche oggi. «Si devono a questa sua formazione le sue citazioni di Chesterton, Dostojevskij e soprattutto del poeta francese Charles Peguy», ricordava nel 2012 Andrea Tornielli sulla Stampa. Il premier ribadisce la sua distanza dal mondo ciellino («non sono uno di voi» ha puntualizzato a Rimini) ma non dimentica «l’esperienza personale» alla base dell’incontro col Movimento attraverso quel prete.

Al Meeting Bargigia è di casa e Renzi, prima della sua conferenza, ha insistito per incontrarlo. L’abbraccio è andato in scena nei salottini riservati agli ospiti, protetti da un muro di polizia e volontari, lontano dagli occhi indiscreti delle telecamere. Una chiacchierata informale con il suo ex prof, i responsabili del Meeting e qualche manager. Affetto e cordialità. Chi era presente racconta: «Sono stati evocati anche momenti divertenti di gioventù, come quando durante le vacanze in montagna si faceva a gara a chi pisciava più lontano».

Troppe messe e pochi sacerdoti: niente paura ci sarebbero i preti sposati

LUCCA – Lucca, la città delle cento chiese. Troppe ormai, soprattutto per un solo parroco. E così don Lucio Malanca, sacerdote unico del centro storico, è stato costretto ad annunciare il cambio degli orari delle celebrazioni dentro le mura.

Per la semplice ragione che da solo non ce la fa più a celebrare sei messe ogni domenica, com’era previsto fino ad adesso. Dal prossimo 20 settembre si cambia e don Lucio lo ha annunciato con una lettera ai fedeli resa pubblica nelle chiese domenica scorsa.Ormai dobbiamo fare con quello che siamo e quello che abbiamo – ha scritto don Lucio – sono l’unico prete in centro e la mancanza di sacerdoti sta diventando una seria preoccupazione per tutta la nostra diocesi.

Questi i nuovi orari che entreranno in vigore dopo Santa Croce.

La messa domenicale in centro storico ci sarà alle 9 in San Leonardo in Borghi, alle 10.30 in San Michele e a mezzogiorno in San Frediano. Poi, nel pomeriggio, alle 18 in San Pietro Somaldi e alle 19 in San Paolino. Le messe quindi da sei diventano cinque e con orari più gestibili per il sacerdote.

Non finisce qui. Perchè don Lucio ha annunciato un ulteriore intervento sul programma delle messe domenicali e festive, un ritocco che dovrebbe scattare dopo Pasqua.

fonte: noitv

Usa, sacerdote cattolico condannato per molestie in aereo

 

da Repubblica

Dovrà scontare sei mesi di carcere in una prigione federale per aver molestato sessualmente una donna in aereo, altri sei mesi ai domiciliari e sarà schedato come molestatore sessuale. Protagonista della storia è un prete cattolico, Marcelo De Jesumaria, di 46 anni. E’ accusato di aver molestato sessualmente una donna che stava dormendo su un volo della US Airways da Philadelphia a Los Angeles il 17 agosto 2014. Il sacerdote si alzò dal posto assegnato nell’utima fila dicendo all’assistente di volo che voleva “sedere accanto a sua moglie”, in realtà la vittima addormentata. La donna ha raccontato che si è svegliata trovandosi le mani del sacrdote prima sulle gambe e poi sul seno.

Quando il prete ha mollato la presa, la donna è riuscita ad andare in bagno dove ha premuto il pulsante per chiedere l’intervento di una hostess. A quel punto De Jesumaria è stato allontanato e arrestato all’atterraggio. Il sacerdote si è difeso – inutilmente – sostenendo che la donna era consenziente. Non è al momento noto se la conferenza episcopale statunitense abbia adotatto qualche provvedimento contro il sacerdote.

Prete molesta una donna in aereo, condannato a 6 mesi di carcere

Un sacerdote cattolico di 46 anni, Marcelo De Jesumaria, è stato condannato a sei mesi di carcere da scontare in una prigione federale per aver molestato sessualmente una donna che stava dormendo su un aereo. Il religioso dovrà inoltre scontare altri sei mesi di arresti domiciliari e sarà schedato come molestatore sessuale. Secondo quanto accertato, le molestie sessuali si sono verificate il 17 agosto del 2014 su un volo della US Airways che da Philadelphia era diretto a Los Angeles: De Jesumaria durante quel viaggio si spostò dal posto a lui assegnato nell’ultima fila dell’aereo dicendo all’assistente di volo che voleva “sedere accanto a sua moglie”. In realtà il sacerdote raggiunse la sua vittima che stava dormendo.

Il sacerdote avrebbe toccato gambe e seno alla sua vittima – La donna ha dunque raccontato che quando si è svegliata si è ritrovata le mani del sacerdote prima sulle gambe e poi sul seno. Quando il prete ha mollato la presa lei è riuscita ad andare in bagno e lì ha premuto il pulsante per chiedere l’intervento di una hostess. A quel punto De Jesumaria è stato allontanato ed è stato poi arrestato quando l’aereo è arrivato a Los Angeles. Accusato di molestie, il prete ha tentato di difendersi sostenendo che la donna era consenziente. Non è chiaro se anche la conferenza episcopale statunitense abbia adottato qualche provvedimento contro di lui.

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La Macedonia apre la frontiera 8.000 profughi arrivano in Serbia

Alla fine la Macedonia ha aperto la frontiera ai profughi, prevalentemente siriani, che stanno arrivando massicciamente in Serbia. Sono tra i 6000 e gli 8000 i profughi accolti da ieri sera nel centro di accoglienza di Presevo, nel sud della Serbia. Lo rende noto Ahmet Halimi, segretario della croce rossa locale.

I profughi, provenienti dal Medio Oriente per la gran parte siriani, sono entrati in Serbia dalla Macedonia, ammassandosi nel cittadina frontaliera Miratovac dove, secondo quanto riferisce la tv pubblica serba RTS, sono stati forniti loro cibo e un riparo dal tempo inclemente di queste ore. Da Miratovac, dopo essere stati rifocillati, gli immigrati vengono trasferiti in pullman nella vicina Presevo, dove la polizia consegna loro documenti di viaggio e li fa poi salire su altri bus, diretti verso il confine con l’Ungheria. Tra loro ci sono numerosi bambini e donne incinte.

“Abbiamo lavorato tutta la notta per accoglierli – ha detto Halimi – e continuano ad arrivare”. Giovedi’ la Macedonia aveva dichiarato lo stato di emergenza e aveva chiuso le sue frontiere meridionali. Dopo scene di disperazione e scontri le autorita’ di Skopie avevano annunciato l’autorizzazione di ingressi contingentati, ma ieri gli sbarramenti al confine erano crollati sotto la spinta della massa umana di profughi. Stamattina gli immigrati hanno continuato a transitare senza essere contrastati dalle forze di sicurezza macedoni.

Sempre stamane sono sbarcati nel porto ateniese del Pireo i quasi 2.500 immigrati racconti dal traghetto “Eleftheros Venizelos” nelle isole greche dell’Egeo meridionale , dove erano giunti con imbarcazioni di fortuna dalla vicina Turchia. Secondo la Guardia Costiera greca si tratta complessivamente di 2.446 persone. L’agenzia greca Amna ha affermato che sono stati predisposti autobus per trasferire subito gli immigrati nelle piu’ vicine stazioni della metropolitana, da dove potranno raggiungere la stazione ferroviaria e prendere i treni per il confine con la Macedonia.

Intanto nella giornata di ieri sono stati salvati circa 4.400 migranti in 22 diverse operazioni di salvataggio. A fare il bilancio e’ stata oggi la Guardia Costiera che ha gestito le numerose richieste di soccorso pervenute alla sua Centrale operativa del ministero delle infrastrutture e dei trasporti a Roma. I profughi erano a bordo di gommoni e barconi in difficolta’, raggiunti al largo delle coste libiche.

agi

Palmira: miliziani Isis distruggono tempio di Baal Shamin

Il tempio di Baal Shamin a Palmira, antica citta’ della Siria, e’ stato fatto saltare in aria dallo Stato islamico. Lo hanno riferito le autorita’ di Damasco. “Una grossa quantita’ di esplosivi e’ stata piazzata oggi -ha detto Maamoun Abdulkarim, capo del Dipartimento antichita’ del paese mediorientale-e’ stata fatta deflagrare e ha causato grandissimi danni”.

Risalente al 17 d.C., il tempio di Baal Shamin, distrutto nell’antica citta’ siriana di Palmira dai miliziani dell’Isis, era dedicato alla divinita’ fenicia del cielo e dell’acqua. Era stato edificato 200 metri a nord della principale strada colonnata, ovvero la zona abitata della citta’. Baal Shamin era venerato a Palmira soprattutto nel periodo in cui l’impero romano faceva sentire la sua piu’ forte influenza.

agi

Papa: a Scalfari “non faro’ nuovo Concilio, applichero’ Vaticano II”

“Qualche settimana fa, nel corso di un lungo colloquio telefonico dopo vari incontri, gli domandai se avesse preso in considerazione l’ipotesi d’un nuovo Concilio, un Vaticano terzo che discutesse e sancisse le novita’ rivoluzionarie che sta introducendo nella struttura della Chiesa. Mi ha risposto di no aggiungendo che il compito che sta cercando di condurre a termine e’ il mandato ricevuto dal Vaticano II laddove indica come finalita’ l’incontro della Chiesa con il mondo moderno”. Lo scrive Eugenio Scalfari nel suo articolo domenicale su Repubblica. “Sono passati cinquant’anni da allora e tre Pontefici si sono susseguiti: Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI senza contare papa Luciani che duro’ poco piu’ di un mese e papa Giovanni XXIII che di quel Concilio fu il promotore. Alcuni obiettivi previsti dal Vaticano II furono realizzati, ma l’incontro con la modernita’ no, non e’ stato affrontato e questo e’ il compito che Francesco si prefigge”. Secondo Scalfari, in questo modo Papa Bergoglio “sollevera’, non c’e’ dubbio, una selva di problemi ma lui ha tutte le qualita’ e tutta l’energia per portarli a termine. O almeno cosi’ sperano quelli che gli sono amici per la tempra, l’umanita’ e la bonta’ che gli sono innate”. Il fondatore di Repubblica cita come esempio del rinnovamento di Francesco la citazione di Ulisse inserita nel messaggio al Meeting di Rimini. “Nessun Papa – sottolinea – aveva evocato il mito odisseico, l’eroe moderno per eccellenza che Dante, pur collocandolo all’Inferno, eleva alle vette piu’ alte del pensiero: ‘Considerate la vostra semenza, fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza’.
‘Una scintilla di divinita’ c’e’ in tutti noi’ mi disse il Papa in uno dei nostri incontri. Lui a questo crede”, afferma Eugenio Scalfari che si confer ma un grande ammiratore del Papa argentino. “Caro Papa Francesco – conclude – ti faccio gli auguri piu’ affettuosi e mi permetto di abbracciarti. Hai ancora lunga strada da percorrere ma credo e spero che arriverai fino in fondo”. (AGI) .

Meeting Rimini, l’anatema di padre Carbone: “Via quelle telecamere!”

Dopo le esternazioni sulle coppie omosessuali, padre Giorgio Carbone, di nuovo protagonista al Meeting di Rimini, intima alle televisioni presenti di spegnere le telecamere e di non riprendere il dibattito “I veleni della dissoluzione”: “Le riprese non sono autorizzate, seguiranno azioni legali penali. In sala ci sono avvocati e un giudice della Corte Suprema di Cassazione. Patti chiari, amicizia lunga”. La direzione del Meeting ha deciso di sospendere la serie di dibattiti sulla cosiddetta “Teoria Gender” in programma nello stand dei Domenicani all’interno della Fiera

repubblica.it

 

Meeting Rimini, “Le coppie omosessuali più esposte a malattie cardiovascolari e suicidio”

Questa la singolare teoria sostenuta da padre Giorgio Carbone, dell’Ordine dei Domenicani, nel corso del dibattito “Gender e diritti civili?” che si è svolto nell’ambito del Meeting di Rimini. “Quelli tra omosessuali non sono veri matrimoni perché manca la relazione sessuale a fini riproduttivi: equivale a mettere un dito in un orecchio”, ha precisato il dottor Renzo Puccetti, intervenuto insieme a padre Giorgio durante il dibattito.

di Francesco Gilioli e Giulia Costetti

repubblica.it

Il nostro pre­si­dente del Con­si­glio è la rap­pre­sen­ta­zione vivente, assai pre­oc­cu­pante, di un gover­nare indi­pen­dente dalle (poche) cose che si fa e dalle (molte) cose che si devono fare

La fidu­cia dei cit­ta­dini è sosti­tuita dalla curiosa per­ce­zione psi­co­lo­gica, non esat­ta­mente una con­vin­zione, che non esi­sta altra solu­zione. Sul piano delle qua­lità per­so­nali il pre­si­dente Renzi ha, per dirla in gergo uni­ver­si­ta­rio, tutte le «mediane»: né bello né brutto, né sim­pa­tico né anti­pa­tico, né colto né incolto, intel­li­gente piut­to­sto che stu­pido, esperto di tutto e di niente. Par­te­ci­passe a un con­corso, un’idoneità acca­de­mica, in qual­siasi mate­ria, sarebbe sua di diritto. La dif­fi­coltà enorme che devono affron­tare i suoi cri­tici è la loro con­vin­zione che lui esi­sta. Ben inteso una per­sona reale chia­mata Mat­teo Renzi è pre­sente tra di noi e fa la sua vita. Respira, man­gia e beve, si gode i pano­rami, ha le sue pre­oc­cu­pa­zioni e le sue intui­zioni, sogna e fan­ta­stica, ama i suoi figli e sua moglie e ne prende cura. Non è peg­gio di tanti ed è meglio di molti.

Le qua­lità che più gli hanno per­messo di fare strada nella vita pub­blica sono la fede asso­luta in sé e la spre­giu­di­ca­tezza. La sua fac­cia da bravo ragazzo fa stare tran­quilli i suoi con­cor­renti, quando dovreb­bero essere molto irre­quieti. Tut­ta­via nulla di que­sto gli avrebbe per­messo di andare molto al di là della pur impor­tante carica di sin­daco di Firenze, se le cir­co­stanze della vita sociale e poli­tica non aves­sero fatto di lui «Il Segno dei Tempi».

Come segno dei tempi nel campo poli­tico, si intende abi­tual­mente la for­tuna di certi movi­menti o uomini i quali seguono le cor­renti che le cir­co­stanze socioe­co­no­mi­che e cul­tu­rali creano in un dato momento. Lavo­rando in super­fi­cie e evi­tando di affron­tare ciò che si agita in pro­fon­dità, con un approc­cio che esalta la tat­tica e rifugge la stra­te­gia, vanno a gon­fie vele fin­ché la cor­rente a cui si adat­tano va per il suo verso. Con­trad­dirli pone i corag­giosi che vi si avven­tu­rano nella posi­zione sgra­de­vole di chi «rema contro».

Remare con­tro, per quanto fati­coso possa essere, non è un’impresa impos­si­bile ed è la pre­messa, a volte dall’esito felice a volte no, di ogni vera tra­sfor­ma­zione.
Se tutti remas­sero secondo la cor­rente del momento la vita sarebbe un’agitazione ingan­ne­vole, un incre­sparsi dell’acqua in super­fi­cie. L’opportunismo che paras­sita ogni epoca, sguaz­zando nelle sue con­trad­di­zioni, è un nemico del cam­bia­mento da non sot­to­va­lu­tare ma non imbat­ti­bile. È rap­pre­sen­ta­tivo del quieto vivere, pro­spet­tiva peri­co­lo­sa­mente illu­so­ria, ma non merita vera­mente l’appellativo sini­stro di «Segno di Tempi».

Quest’ultimo ha un signi­fi­cato diverso dall’adagiarsi alle cir­co­stanze, sfrut­tando i van­taggi a breve ter­mine che ciò com­porta. Indica una situa­zione, che annun­cia cata­strofi, in cui l’inerzia di un’epoca, il nucleo oscuro di immo­bi­lità che resi­ste alle tra­sfor­ma­zioni, si impa­dro­ni­sce degli uomini (delle loro emo­zioni e pen­sieri) e li para­lizza. Si vive incan­tati, pen­sando di muo­versi, ma il tempo non scorre. Mat­teo Renzi è inca­strato nello sfondo mel­moso della sto­ria è più si agita, più si impi­glia. Pren­der­sela con lui o difen­derlo non ha molto senso. Si rischia di restare impi­gliati insieme a lui.
I tempi di oggi vivono nella sospen­sione dello scam­bio reale con l’altro. Costui o è demo­niz­zato e fatto fuori nel modo più radi­cale pos­si­bile (in silen­zio o con cla­more) o è esor­ciz­zato nella sua diver­sità, assi­mi­lato nella nostra imma­gine e cor­ret­ta­mente posi­zio­nato in un mondo di cloni. Sve­gliarsi è pos­si­bile e neces­sa­rio per­ché que­sta “nut­tata” non è fatta per passare.

Il Manifesto

Corsi e ricorsi dei rapporti tra clan e chiesa

Nel 1990, nella stessa par­roc­chia di San Gio­vanni Bosco a Cine­città che l’altro ieri ha ospi­tato il fune­rale di Vit­to­rio Casa­mo­nica, furono cele­brate le ese­quie di Rena­tino De Pedis, uno dei boss della banda della Magliana, il cui corpo venne poi tumu­lato – con l’autorizzazione del Vica­riato – nella cripta della basi­lica di San Apol­li­nare (dove è restato fino al 2012, quando poi fu cremato).

Corsi e ricorsi sto­rici che, al di là delle coin­ci­denze, mostrano quanto le rela­zioni fra Chiesa e mafie siano state e siano ancora intrec­ciate. Una sto­ria che comin­cia da lon­tano, e lon­tano da Roma, già nell’800, quando i livelli erano con­ti­gui. Fino al 1963, quando a Cia­culli c’è la prima grande strage di mafia, e la Chiesa comin­cia a porsi il pro­blema, anche per­ché a Palermo il pastore val­dese Pana­scia aveva preso una posi­zione pub­blica netta, men­tre il car­di­nale Ruf­fini mini­miz­zava. Per arri­vare alla prima svolta biso­gna aspet­tare il 1993, con l’anatema di Gio­vanni Paolo II nella Valle dei tem­pli e l’omicidio di don Puglisi (e, l’anno suc­ces­sivo, di don Diana, a Casal di Principe).

Da allora la rifles­sione si svi­luppa e le ini­zia­tive anti­ma­fia si mol­ti­pli­cano, fino alla «sco­mu­nica» ai mafiosi pro­nun­ciata da Papa Fran­ce­sco. Ma la con­sa­pe­vo­lezza non è una­nime in tutta la Chiesa, così come l’impegno è a mac­chia di leo­pardo: accanto a preti e gruppi in prima linea, con­ti­nuano ad esserci silenzi, omis­sioni, col­lu­sioni, feste patro­nali e pro­ces­sioni reli­giose gui­date dai boss che in que­sto modo con­so­li­dano potere e pre­sti­gio, con la bene­di­zione eccle­sia­stica (a giorni la Con­fe­renza epi­sco­pale cala­bra pub­bli­cherà le pro­prie linee guida sulle pro­ces­sioni pro­prio per evi­tare infiltrazioni).

Il fune­rale del pro­prio fami­liare orga­niz­zato dai Casa­mo­nica – ben­ché Roma sia una realtà sociale diversa – si col­loca in que­sto con­te­sto. «Tra i mes­saggi più per­sua­sivi che le orga­niz­za­zioni mafiose lan­ciano per rac­co­gliere con­sensi c’è l’ostentazione dell’impunità e da que­sto punto è stato un capo­la­voro di pro­mo­zione dell’immagine pub­blica del defunto e dei suoi eredi imme­diati», spiega Augu­sto Cavadi, autore fra l’altro del sag­gio Il Dio dei mafiosi (Ed. San Paolo). «In una società ancora imper­fet­ta­mente seco­la­riz­zata, l’impunità ter­re­stre, per quanto rile­vante, non è esau­stiva. Allora con gli eli­cot­teri e la caro­vana dei fuo­ri­strada sbatto in fac­cia la mia supe­rio­rità rispetto ai poteri civili, ma con la ritua­lità reli­giosa tolgo ogni even­tuale dub­bio sulla mia impu­nità post mor­tem. La volontà del padrino è legge incon­tra­stata in cielo come in terra».

«Credo di aver fatto solo il mio dovere. Sono un prete, non un poli­ziotto e nem­meno un giu­dice», scrive sul sito inter­net della par­roc­chia don Manieri, che ha cele­brato il fune­rale. «Se un signore mi chiede di cele­brare il fune­rale di un suo con­giunto lo cele­bro, non è scritto da nes­suna parte che debba inda­gare su chi è, per­so­nal­mente non cono­scevo il nome del boss dei Casa­mo­nica per me poteva essere il più lon­tano dei parenti». Il vescovo del set­tore est di Roma (dove si trova la par­roc­chia), mons. Mar­ciante, dichiara a Radio Vati­cana di non essere stato infor­mato – del resto anche il par­roco ha ammesso di non aver infor­mato nes­suno –, spiega che «il fune­rale non si poteva proi­bire», ma aggiunge che «se aves­simo saputo che die­tro que­sto fune­rale c’era que­sto spet­ta­colo avremmo sug­ge­rito di cele­brare le ese­quie in un modo più discreto».

Ed è quello che è già avve­nuto in altre situa­zioni e in con­te­sti più dif­fi­cili rispetto a Roma, per­lo­meno sotto l’aspetto del con­trollo del ter­ri­to­rio da parte delle orga­niz­za­zioni mafiose. Nel 2007, per esem­pio, l’allora vescovo di Piazza Arme­rina, mons. Pen­nisi, non vietò il fune­rale al boss gelese Emma­nuello, ma negò l’uso della chiesa prin­ci­pale e cele­brò le ese­quie in forma stret­ta­mente pri­vata nella cap­pella del cimi­tero. Il vescovo di Aci­reale, mons. Raspanti, invece nel 2013, ha ema­nato un decreto che proi­bi­sce in tutta la dio­cesi i fune­rali reli­giosi ai con­dan­nati per mafia. Un pas­sag­gio deci­sivo secondo Ales­san­dra Dino, socio­loga paler­mi­tana, autrice di nume­rosi saggi sul rap­porto fra Chiesa e mafia, fra cui La mafia devota (Laterza): «Non si può più dire non sapevo o non avevo capito, c’è una dimen­sione pub­blica che la Chiesa non può ignorare».

Il Manifesto