Ratzinger e quella lezione di teologia buona per Mancuso. Quando a Monaco si faceva teologia in maniera critica ma credente

di Joseph Ratzinger

Quando ripenso agli anni intensi in cui studiavo teologia, posso solo meravigliarmi di tutto quello che oggi si sostiene a proposito della cosiddetta Chiesa “preconciliare”. Tutti noi vivevamo nella percezione della rinascita, avvertita già negli anni Venti, di una teologia capace di porre domande con rinnovato coraggio e di una spiritualità che si sbarazzava di ciò che era orami invecchiato e superato, per farci rivivere in modo nuovo la gioia della redenzione. Il dogma non era sentito come un vincolo esteriore, ma come la sorgente vitale, che rendeva possibili nuove conoscenze. La Chiesa per noi era viva soprattutto nella liturgia e nella grande ricchezza della tradizione teologica. Non abbiamo preso alla leggera l’esigenza del celibato, ma eravamo comunque convinti di poterci fidare dell’esperienza secolare della Chiesa e che quella rinuncia che essa ci chiedeva, e che penetrava fin nel profondo di noi, sarebbe divenuta feconda. Mentre negli ambienti cattolici della Germania di allora c’era, in generale, un sereno consenso nei confronti del papato e una sincera venerazione per la grande figura di Pio XII, il clima che dominava nella nostra facoltà era un po’ più tiepido. La teologia che noi apprendevamo era ampiamente segnata dal pensiero storico, così che lo stile delle dichiarazioni romane, più legato alla tradizione neoscolastica, suonava piuttosto estraneo.

A questo contribuiva un po’ forse anche un certo orgoglio tedesco, per cui ritenevamo di saperne di più di “quelli laggiù”. Anche le esperienze vissute dal nostro veneratissimo professor Maier suscitavano in noi dei dubbi sull’opportunità di certe dichiarazioni romane, tanto più che, nel frattempo, la teoria delle due fonti, a suo tempo rifiutata, era ormai divenuta di uso corrente. Ma questo tipo di riserve e di sentimenti non compromise in nessun momento il profondo assenso al primato petrino, nella forma in cui era stato definito dal Concilio Vaticano I.

In questo contesto vorrei raccontare un episodio che mi sembra illuminare molto bene quella situazione. Quando si era ormai prossimi alla definizione dogmatica dell’assunzione corporea di Maria in cielo, venne richiesto anche il parere delle facoltà teologiche di tutto il mondo. La risposta dei nostri docenti fu decisamente negativa. In questo giudizio si faceva sentire l’unilateralità di un pensiero che aveva un presupposto non solo e non tanto storico, ma storicistico.

La tradizione veniva difatti identificata con ciò che era documentabile nei testi. Il patrologo Altaner, professore a Würzburg (ma a sua volta originario di Breslavia), aveva dimostrato con criteri scientificamente inoppugnabili che la dottrina dell’assunzione corporea di Maria in cielo era sconosciuta prima del quinto secolo: dunque non poteva far parte della “tradizione apostolica”, e questa fu la conclusione condivisa dai docenti di Monaco. L’argomento è ineccepibile, se si intende la tradizione in senso stretto come trasmissione di contenuti e testi già fissati. Era la posizione sostenuta dai nostri docenti. Ma se si intende la tradizione come il processo vitale, con cui lo Spirito Santo ci introduce alla verità tutta intera e ci insegna a comprendere quel che prima non riuscivamo a percepire (cfr. Gv 16,12s), allora il “ricordarsi” successivo (cfr. Gv 16,4) può scorgere quel che prima non si era visto e pure era già dato, già “tramandato”, nella parola originaria. Ma una prospettiva di questo genere era allora del tutto assente nel pensiero teologico tedesco. Nell’ambito del dialogo ecumenico, al cui vertice stavano l’arcivescovo di Paderborn, Jäger, e il vescovo luterano Stählin (soprattutto da questo circolo è nato poi il Consiglio per l’unità dei cristiani), all’incirca nel 1949 Gottlieb Söhngen si pronunciò appassionatamente contro la possibilità del dogma. In tale circostanza Eduard Schlink, professore di teologia sistematica a Heidelberg, gli chiese molto esplicitamente: “Che cosa farà se il dogma venisse comunque proclamato? Non dovrebbe voltare le spalle alla Chiesa cattolica?”. Söhngen, dopo un attimo di riflessione, rispose: “Se il dogma sarà proclamato, mi ricorderò che la Chiesa è più saggia di me e che io ho più fiducia in lei che nella mia erudizione”.

Credo che questa scena dica tutto sullo spirito con cui a Monaco si faceva teologia, in maniera critica ma credente.

[Tratto dal volume Joseph Ratzinger/Benedetto XVI, “La mia vita” (Edizioni San Paolo)]

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