La politica estera di Papa Francesco

di Massimo Faggioli

Se il primato della misericordia, il dibattito su matrimonio e famiglia, sessualità e omosessualità, e le riforme nel governo della Chiesa sono i tratti essenziali del pontificato di papa Francesco, la politica estera non è certamente il tratto più caratteristico. Tuttavia, la provenienza di papa Francesco dall’America Latina è il primo dato che cambia (e in qualche caso sconvolge) le coordinate della politica estera vaticana. Tra le conseguenze vi è una riduzione della priorità dello scenario italiano ed europeo: Francesco ha presente la crisi italiana ed europea (come è emerso dalla visita al Parlamento europeo del novembre scorso), ma sono lontani gli anni dell’insistenza sulle «radici cristiane d’Europa». Francesco vede nel mondo contemporaneo «una guerra mondiale a pezzi» e i campi di battaglia sono oggi ad est e a sud della vecchia Europa: Ucraina, vari Paesi in Africa centrale, settentrionale e orientale, Yemen, Siria e Iraq, fino all’Afghanistan.

Sullo scenario ucraino il papa sembra aver scontentato i vescovi cattolici ucraini alle prese con l’invasione russa della Crimea e la guerra civile alimentata dall’esterno: anche in questo caso il realismo del Vaticano punta ad evitare il peggio (la stessa cosa fece Wojtyla per moderare l’ala estremista di Solidarnosc). Il fronte nordafricano è parte della questione globale dell’immigrazione legata in quest’area alla lunga serie di guerre che sta ridefinendo l’area mediorientale (per lo studioso francese Fabrice Balanche «la nuova guerra dei trent’anni in Medio Oriente»). Agli appelli umanitari all’Europa per l’accoglienza dei migranti il Vaticano ha aggiunto inviti ai cattolici mediorientali a rinunciare all’idea di rifugiarsi sotto un tiranno benevolo (come Assad in Siria): ma le convulsioni in tutta l’area stanno spingendo la politica europea a rivalutare i regimi autoritari capaci di reprimere la violenza etnico-religiosa. Una partita dai tempi lunghi è quella cinese (che il segretario di Stato Parolin, già architetto dell’accordo in Vietnam, conosce bene), con timidi segnali di apertura insieme a significative resistenze da parte della Chiesa cinese fedele a Roma e in particolare da Hong Kong.

Lo scenario in cui il Vaticano gioca con maggiore confidenza è quello sudamericano. Il maggiore successo di Francesco è finora quello del disgelo tra Stati Uniti e Cuba, su cui il papa vuole continuare ad investire, vista la decisione di trascorrere a settembre quattro giorni nell’isola prima di approdare negli Stati Uniti per altri quattro giorni (ed è significativo il fatto che la visita a Cuba e negli Usa abbiano la stessa durata). Il papa sarà in America Latina anche dal 5 al 13 luglio, in Ecuador, Bolivia e Paraguay, e sarà particolarmente interessante l’incontro con Evo Morales (presidente della Bolivia dal 2006, oggi al suo terzo mandato). Quanto agli Stati Uniti, all’intesa con il presidente Obama si contrappone un clima di diffidenza dei vescovi statunitensi verso Francesco: il viaggio più difficile del pontificato sarà probabilmente quello negli Stati Uniti, in cui all’atmosfera prevedibilmente distesa della Casa Bianca farà riscontro il passaggio alle Nazioni Unite di un papa per la prima volta proveniente dal sud del mondo, e un discorso al Congresso tutto da vedere (tenendo conto degli orientamenti politici antitetici a quelli di Francesco di gran parte dei politici statunitensi, cattolici compresi). Parte della difficoltà di rapporto tra Francesco e gli Stati Uniti è la politica del Vaticano di Bergoglio verso lo Stato di Israele e in particolare il linguaggio usato dal papa che lega pace e giustizia verso la questione palestinese e che si distingue dal paradigma filo-israeliano della politica estera di Washington e degli alleati più stretti.

Papa Francesco ha meno esperienza diplomatica e internazionale di quasi tutti i suoi predecessori, ma la scelta di Pietro Parolin come segretario di Stato rappresenta certamente un’inversione di tendenza rispetto al corso di Benedetto XVI, ma in parte anche rispetto a Giovanni Paolo II, in cui il segretario di Stato giocava un ruolo di ministro degli Esteri senza molto peso su tutta l’agenda del pontificato, allora pesantemente influenzata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede del cardinale Ratzinger. Parolin gioca a tutto campo ed è membro del “Consiglio dei cardinali” creato da papa Francesco il 13 aprile 2013 che si riunisce regolarmente ogni 2-3 mesi: per questo motivo, comprendere la politica estera vaticana è parte essenziale dello sforzo di comprensione di tutto il pontificato.

Papa Francesco si trova di fronte a due sfide nuove per la diplomazia vaticana. Da un lato la sfida di mantenere alto il livello del personale diplomatico vaticano in un cattolicesimo che è diventato più globale ma allo stesso tempo anche culturalmente meno cosmopolita e più provinciale, e in cui si è fatta meno selettiva la formazione del clero: resta da vedere gli effetti della crisi del reclutamento del clero sui preti indirizzati a questo tipo di ministero. La seconda sfida ha a che fare col ruolo internazionale della Chiesa cattolica nell’era dell’estremismo religioso (Al Qaeda, Isis, Boko Haram, e altri gruppi in Asia e sudest asiatico). Il periodo tra la Seconda guerra mondiale e la fine della guerra fredda è stato il periodo d’oro della diplomazia vaticana, in cui ha prevalso una certa razionalità di tutti gli attori in gioco. Quel periodo è tramontato, specialmente quando si considerano i nuovi attori non-statuali che operano tra la Libia e la Siria e in Africa centrale.

* Docente di Storia del Cristianesimo, University of  St. Thomas (St. Paul, Minnesota)

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Suore in politica. Per amore di Cristo

38153 MADRID-ADISTA. Un dato è emerso con chiarezza dai risultati delle elezioni comunali e regionali (o autonomiste) spagnole del 24 maggio scorso: la sconfitta del bipartitismo. Basta comparare la somma dei voti dei due partiti – il socialista Psoe e il popolare Pp, che si sono più o meno alternati al governo negli ultimi 35 anni – ottenuti nelle analoghe elezioni del 2011, 65,3%, con quella di oggi: 52%. Non sono al collasso le due formazioni “storiche”, ma il loro dimagrimento, nelle varie (ma non tutte) autonomie dove gli spagnoli si sono espressi, è stato notevole e tutto a vantaggio delle formazioni giovani: Podemos, collocabile a sinistra, e la centrista e “renziana” Ciudadanos (C’s, che si è presentata a livello nazionale, a differenza di Podemos, ed è diventata il terzo partito per voti ricevuti). Che adesso gli stanno col fiato sul collo e che sono indispensabili per governare praticamente in tutte le autonomie di cui si è rinnovato il Consiglio regionale (Podemos in supporto del Psoe, C’s del Pp), e dove i due vecchi partiti detengono comunque la pur malridotta maggioranza dei seggi. Il tutto mentre le elezioni legislative sono a un passo, dovendosi svolgere entro il 20 dicembre prossimo.

A livello municipale il travaso di consensi dalle formazioni classiche – e non solo la socialista e la popolare – a quelle più recenti è stata significativa: rispetto alle comunali del 2011, il Pp ha perso 2.418.371 voti e il Psoe 671.491. Izquierda Unida ha totalizzato un -379.449; Unión Progreso y Democracia, -231.907; il catalano Convergéncia i Unió, -110.296; il basco Euskal Herria Bildu, -4.409. Sicché hanno avuto un gran successo, per fare qualche esempio, a Madrid, l’alleanza fra Podemos e Ganemos denominata “Ahora Madrid” (20 seggi, uno meno del Pp); a Barcellona, “Barcelona en Comú” (11 seggi, uno più di Convergéncia i Unió che ha governato fino ad oggi); a Valencia “Compromis”, formazione di valenciani progressisti (9 seggi, uno meno del Pp); a La Coruña “Marea Atlántica” in cui è confluita anche Podemos (10 seggi, quanti il Pp). In questi come in altri municipi, saranno le allenze a determinare il colore del governo, sicuramente nel segno della novità.
Suore in politica. Per amore di Cristo

Singolare quanto il responso delle urne e quanto mai rumorosa in questa campagna elettorale è stata la presenza militante, tutta catalana, di due suore: Lucía Caram, domenicana contemplativa del convento di Santa Clara de Manresa, di origine argentina, che ha sostenuto il partito indipendentista Convergéncia i Unió, con numerosi interventi sui media cartacei e televisivi; e Teresa Forcades, benedettina, di vocazione adulta, laureata in medicina e sempre pronta a sfidare «i potenti di questo mondo», che si è spesa per Barcelona en Comú. Suor Teresa intende anche presentarsi alle elezioni autonomiste della Catalogna che dovrebbero tenersi il 27 settembre prossimo con la piattaforma, confluita per il 24 maggio in Barcelona en Comú, denominata “Procés Constituent”, cui la suora ha dato vita unendo forze di sinistra antiche e nuove (v. Adista Notizie nn. 69 e 86/11; 17 e 30/13). Per questo impegno suor Teresa è disposta ad esclaustrarsi per un anno, in obbedienza al Diritto Canonico che al comma 2 del can. 287 detta che i chierici «non abbiano parte attiva nei partiti politici e nella guida di associazioni sindacali, a meno che, a giudizio dell’autorità ecclesiastica competente, non lo richiedano la difesa dei diritti della Chiesa o la promozione del bene comune». Obbedienza parziale, perché le esclaustrazioni sono concesse raramente e per motivi gravi, non per necessità tipo quelle avanzate da suor Forcades.

Suor Caram, dal canto suo, è stata richiamata prima dalla nunziatura apostolica, che l’ha invitata al silenzio, poi a rapporto in Vaticano, dove ha conferito con il segretario della Congregazione per gli Istituti di Vita consacrata, mons. José Rodríguez Carballo, che le ha rimproverato una presenza mediatica e un’attività politica incompatibili con i principi della vita monastica. Per nulla intimorita, suor Lucía ha deciso di spiegarsi direttamente con papa Francesco. Gli ha inviato una lettera in cui descrive in termini impietosi la situazione in Spagna: «Oggi, qui, sono violati in modo sistematico i diritti umani e le libertà delle persone. Abbiamo un governo [a guida di Mariano Rajoy, del Partito Popolare] che disattende le giuste rivendicazioni dei cittadini, dei lavoratori e delle famiglie, sempre più poveri ed umiliati» e che gode di «una maggioranza assoluta che lo converte in un intoccabile, malgrado i continui, crescenti e scandalosi casi di frode, imbroglio e corruzione grazie al potere conquistato. In questo habitat di ingiustizia – spiega – è un imperativo della fede quello che ci obbliga a prendere partito e a denunciare, anche a costo di essere perseguitati e minacciati».

Suor Caram informa anche Francesco che in questi anni ha creato insieme ad altri e portato avanti una «comunità di vita» che ha accolto i più colpiti e i migranti, ha creato «un banco alimentare, un albergo-residenza per i senza tetto, docce, imprese di inserimento». «Prendo partito per i più poveri», afferma, «cerco consenso e patti, alleanza con tutti i settori della società. E mi vogliono zittire perché dicono che questo è fare politica, quando la mia unica politica è quella del Vangelo e la mia unica militanza è quella della fede che si impegna fino a dare la vita». «Mi duole», aggiunge, che l’«invito al silenzio mi sia giunto dalla Nunziatura per il mio lavoro con i più poveri perché la loro voce risuoni in questo deserto di democrazia sequestrata e senza etica». Suor Lucía conclude esprimendo il desiderio di incontrare il papa, argentino come lei: «Come argentina, come seguace di Gesù, come consacrata al servizio del Vangelo, mi sento in profonda comunione con Lei e vorrei poterle dare un abbraccio fraterno, latore della confortante forza dello Spirito che ci muove e ci libera». (eletta cucuzza)

Una commissione diocesana di inchiesta sui casi di pedofilia da parte del clero

38152 BRINDISI-ADISTA. Una commissione diocesana di inchiesta sui casi di pedofilia da parte del clero. Lo chiede all’arcivescovo di Brindisi-Ostuni, mons. Domenico Caliandro, un numeroso gruppo di cattolici brindisini riuniti nel cartello “Manifesto 4 ottobre” – un ampio documento che, a partire dall’analisi della Chiesa diocesana, conduce una riflessione complessiva sullo stato di salute della Chiesa cattolica italiana (v. Adista Notizie n. 41/14) –, in seguito al recente scandalo che ha investito l’arcidiocesi di Brindisi-Ostuni.
Il caso don Peschiulli

Lo scorso 20 maggio, infatti, don Giampiero Peschiulli, ex parroco di Santa Lucia, a Brindisi, è stato posto agli arresti domiciliari con l’accusa di abusi sessuali su alcuni minori (che sarebbero stati compiuti intorno al 2002). Il caso venne sollevato da un servizio televisivo delle Iene, mandato in onda nell’ottobre 2014, che fece scattare le indagini ed ora l’arresto cautelare (perché il prete, lasciata la parrocchia brindisina, si era trasferito a Terracina, in provincia di Latina, dove continuava ad esercitare il ministero). Nei giorni scorsi è stato ascoltato dal pubblico ministero anche l’ex vescovo di Brindisi, mons. Rocco Talucci, come persona informata sui fatti: i genitori di alcuni minori abusati hanno infatti raccontato ai magistrati di avere informato mons. Talucci dei comportamenti di don Peschiulli, ma il vescovo avrebbe ignorato le loro denunce. Sulla vicenda è intervenuto anche l’attuale arcivescovo di Brindisi-Ostuni, mons. Caliandro, con una nota diramata il 20 maggio, giorno dell’arresto di don Peschiulli: «In seguito agli sviluppi del procedimento penale che ha coinvolto un ex parroco della città di Brindisi, l’arcivescovo mons. Caliandro, sulla base degli elementi finora emersi, manifesta anzitutto la sua sincera partecipazione alla sofferenza di chi avesse subito azioni così riprovevoli. Ove accertati fatti del genere, la ferita inferta alla dignità umana e cristiana delle vittime è veramente grave, ancor più se proviene da chi avrebbe dovuto custodirle e farle crescere nel bene. Se un sacerdote cade in questi comportamenti tradisce la sua missione. Ciò è motivo di grande tristezza per tutti. L’arcivescovo invita i fedeli a intensificare la preghiera e l’impegno affinché il male non abbia mai l’ultima parola. Al tempo stesso desidera incoraggiare le singole comunità cristiane della diocesi, dove tanti sacerdoti, fedeli alle loro promesse, danno la vita ogni giorno per il bene delle anime».
La Chiesa continua a minimizzare

«Lo scandalo della pedofilia, soprattutto quella sacerdotale, è per la società e soprattutto per la Chiesa una storia tristissima e una ferita che si riapre, dopo ogni fatto di cronaca che la magistratura e la stampa mettono a conoscenza di tutti», scrivono i cattolici brindisini del “Manifesto 4 ottobre”. Ma della questione pedofilia, proseguono, «all’interno della Chiesa si danno ancora troppo spesso letture banali e difensive e si è ben lontani dall’assunzione di responsabilità comuni e dalla consapevolezza che la corruzione sessuale di minorenni è di solito l’ultimo anello di una catena di scandali. Si ritiene che gli scandali legati alla pedofilia debbano essere minimizzati perché sarebbero pochi in relazione alla collettività dei sacerdoti; non si prova abbastanza vergogna per essi; oppure si ha un atteggiamento vittimistico per cui sarebbe stata la stampa ad enfatizzare il fenomeno; oppure si pensa che i soggetti che li commettono sono casi patologici. Tutte letture che ci portano lontano dal riconoscimento di quanto è successo e della sua gravità e alla certezza che dopo qualche giorno dalla notizia inizierà un processo di “rimozione collettiva” ecclesiastica».

Secondo i cattolici del “Manifesto 4 ottobre”, grazie agli interventi di Benedetto XVI prima e di papa Francesco adesso, la Chiesa sta affrontando con maggior decisione la questione pedofilia. Ma non ovunque. In Italia per esempio, diversamente da altri Paesi (Irlanda, Belgio, Usa, Australia, Olanda, Germania), «non è mai nemmeno stata ipotizzata la possibilità di istituire una commissione d’inchiesta a livello nazionale che facesse luce quanto meno sulle dimensioni del fenomeno. Eppure una mappatura sarebbe utilissima per organizzare un serio lavoro di prevenzione sul territorio che manca completamente e dare forma concreta alla “tolleranza zero” invocata prima da Benedetto XVI e poi da papa Francesco» (in realtà il segretario generale della Conferenza episcopale italiana, mons. Nunzio Galantino, al termine del Consiglio episcopale permanente dello scorso mese di marzo, ha annunciato che la Cei creerà una commissione per la protezione dei minori, guidata dal card. Angelo Bagnasco, ma della stessa non sono ancora stati individuati i componenti né elaborato lo Statuto). «Inoltre», proseguono, «nelle “Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici” pubblicate dalla Cei il 28 marzo 2014 (v. Adista Notizie n. 14/14, ndr) non è previsto che i vescovi italiani denuncino alla magistratura italiana i presunti casi di pedofilia».
Una Commissione di inchiesta antipedofilia

«Se non sorge una nuova mentalità, una nuova sensibilità e una nuova prassi ecclesiale; se la sensibilità verso le vittime non porta alla creazione di ambienti sicuri per i minori; se da una parte si afferma che “i bambini hanno diritto a crescere in un ambiente idoneo al loro sviluppo e alla loro maturazione affettiva” (card. Bagnasco, prolusione alla Cei del 20 maggio 2015) e dall’altra non si chiudono i seminari minori, anche secondo la richiesta formulata ufficialmente alla Santa Sede il 5 febbraio 2014 a Ginevra dalla Commissione Onu per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza; se continua una cultura omofobica con l’aggravante della confusione, spesso voluta, tra pedofilia e omosessualità; se il tema-problema del celibato continua ad essere un tabù per gli stessi preti, questi eventi terribili non saranno serviti a nulla e potrebbero continuare», scrivono i cattolici del “Manifesto 4 ottobre”, che chiedono che perlomeno la loro arcidiocesi di Brindisi-Ostuni, pressata dal caso don Peschiulli, si muova con decisione: «Essere inerti – concludono –, lasciare passare la bufera, non prendere altre iniziative, oltre ad un breve comunicato stampa di incoraggiamento della comunità diocesana, significa far sprofondare sempre più nel baratro la Chiesa brindisina. In Italia due diocesi, in seguito a denunce di pedofilia, che peraltro erano rimaste inascoltate per anni, hanno deciso di istituire una commissione d’inchiesta: Bressanone e Verona. Chiediamo all’arcivescovo, in spirito di collaborazione, per il bene della Chiesa tutta, se non sia opportuna una iniziativa similare anche per la nostra Chiesa locale». (luca kocci)

CHE ROMERO RESTI SEGNO DI CONTRADDIZIONE. CRITICHE ALLA CERIMONIA DI BEATIFICAZIONE

38145 SAN SALVADOR-ADISTA. Con la cerimonia di beatificazione di Oscar Romero, lo scorso 23 maggio, è finalmente giunta a conclusione, come ha evidenziato il postulatore della causa di canonizzazione mons. Vincenzo Paglia, la messa interrotta (dal proiettile di un cecchino) il giorno del suo martirio e quella interrotta (dalla violenza del regime di destra, sostenuto da Stati Uniti e Vaticano) il giorno del suo funerale. Ma sono in molti a dubitare che fosse questo l’epilogo che era bene augurarsi. Perché, ascoltando le parole pronunciate dal card. Angelo Amato durante l’omelia – e molte altre espresse da più parti prima, durante e dopo la cerimonia del 23 maggio a San Salvador – è davvero legittimo domandarsi se sugli altari sia finito davvero San Romero d’America. Perfettamente in linea con lo slogan scelto per la beatificazione, un puro concentrato di irenica genericità e interessata astrattezza – “Romero, martire per amore” –, Amato ha descritto l’arcivescovo come «un sacerdote buono, un vescovo saggio, ma soprattutto un uomo virtuoso» che «amava Gesù e lo adorava nell’eucarestia», «venerava la Santissima Vergine Maria, amava la Chiesa, il papa e il suo popolo». E ancora: «Romero non è un simbolo di divisione, ma di pace, di concordia e di fraternità», tanto più che «la sua opzione per i poveri non era ideologica, ma evangelica. La sua carità si estendeva anche ai persecutori». Cosicché l’auspicio è «che il suo martirio sia una benedizione per El Salvador, per le famiglie, per i poveri e per i ricchi (sic!). Per tutti quelli che cercano la felicità». Neppure poteva mancare il «Romero è nostro» di wojtyliana memoria, benché addolcito da un successivo «ma anche di tutti. Per tutti è il profeta dell’amore di Dio e dell’amore per il prossimo».

Di concordia e riconciliazione ha parlato anche papa Francesco, nella sua lettera all’arcivescovo di San Salvador mons. José Luis Escobar Alas – letta dinanzi agli oltre 300mila partecipanti alla cerimonia –, ma auspicando che quanti invocano mons. Romero e ammirano la sua figura «trovino in lui la forza e il coraggio per costruire il Regno di Dio e impegnarsi per un ordine sociale più equo e degno»: Romero, ha evidenziato, «ha saputo vedere e ha sperimentato nella sua stessa carne “l’egoismo che si nasconde in quanti non vogliono cedere ciò che è loro perché raggiunga gli altri”. E, con cuore di padre, si è preoccupato delle “maggioranze povere”, chiedendo ai potenti di trasformare “le armi in falci per il lavoro”».

Come Gesù

Se, invitando all’unità, alla riconciliazione, alla concordia tra ricchi e poveri, si pensava di cancellare ogni segno di contraddizione, l’operazione è decisamente fallita. Voci critiche si sono sollevate contro una beatificazione che, scrive Roberto Pineda (Alai, 19/5), mira a togliere Romero «dal rumore della strada, per collocarlo nel silenzio della Chiesa», secondo la condotta tradizionalmente seguita con i ribelli, a cominciare dal primo di tutti loro, Gesù di Nazareth: «Un grandioso spettacolo mediatico-religioso» finalizzato ad «addomesticare la figura di Monsignore, riconducendola all’ovile della tranquillità e dell’ordine, seppellendo politicamente una volte per tutte il vescovo ribelle della cattedrale». Una beatificazione giunta tardi e celebrata male – denuncia un comunicato diffuso da diverse realtà ecclesiali latinoamericane (Redes Cristianas, 24/5) – avendo privilegiato «simboli elitari e di potere che non hanno nulla a che vedere con la vita e l’opera di mons. Romero» ed emarginato il popolo dalla celebrazione: quel popolo ridotto ai 1.400 invitati speciali alla cerimonia sotto l’etichetta “Poveri, Contadini” (poi, in seguito alle polemiche, sostituita con quella di “Pastorale sociale”), a fronte di una nutrita presenza dei prìncipi della Chiesa e del mondo, tra cui ha trovato posto persino Roberto D’Aubuisson, figlio dell’omonimo mandante dell’assassinio di Romero, insieme a diversi esponenti di quella destra che pure non aveva esitato a inviare propri rappresentanti in Vaticano per cercare di bloccare il processo di canonizzazione. Una beatificazione accompagnata, si legge ancora nel comunicato delle associazioni, dalla «cancellazione sistematica della sua memoria sovversiva, della memoria sovversiva della Chiesa dei poveri»; dai tentativi di diluire «la forza e la radicalità» del significato del martirio di Romero, il quale «non è morto per odio della fede o semplicemente per amore, come pretendono i settori conservatori della Chiesa cattolica», ma è stato «assassinato per la sua fede socialmente e politicamente impegnata, per la sua opzione per i poveri e per la sua denuncia dell’ingiustizia che smascherava la nuda realtà delle dittature militari in America Latina e la complicità con queste di molti settori, Chiesa compresa». Cosicché «la sua morte assomiglia, come poche altre nella storia della Chiesa, a quella di Gesù, per le sue cause sociali, politiche ed economiche». L’attualità di Romero, conclude il comunicato, «è indiscutibile: riflette l’attualità della Chiesa dei poveri e della Teologia della Liberazione».
Un beato politicamente scorretto

Ma è stata addirittura l’Università centroamericana di San Salvador retta dai gesuiti, a esprimere, in un editoriale (www.uca.edu.sv/noticias/editorial-3655, 15/5), una netta, clamorosa, presa di distanza dal modo in cui è stata organizzata la beatificazione: «Corriamo il pericolo di soffermarci solo su cosa celebriamo, dimenticandoci del perché». È positivo, spiega, che quasi tutti i settori della vita nazionale, compresi quelli che prima congiuravano contro di lui, si uniscano ora al giubilo di «un popolo che non ha atteso il riconoscimento ufficiale per vedere in mons. Romero un messaggero di Dio». Ma «celebrarlo spogliandolo del suo messaggio, del suo contesto storico e delle cause del suo assassinio snatura l’eredità del pastore»: «Riconoscere a parole il martire chiudendo gli occhi sulle ragioni che lo hanno condotto al martirio significa onorarlo male». D’altro canto, «è sufficiente scavare un po’ per rendersi conto che alcuni di quelli che ora esultano per la beatificazione di Romero intendono trasformarlo in una figura insipida», in nome della diplomazia e della riconciliazione. Quella riconciliazione che non può essere invocata «senza prima chiedere perdono per l’assassinio di Romero e di tanti altri salvadoregni innocenti».

Era da tempo, del resto, che Jon Sobrino, direttore del Centro Monsignor Romero della Uca, metteva in guardia contro il pericolo di beatificare un Romero «annacquato», fino a spingersi, alla vigilia della cerimonia, ad ammettere, in un colloquio con il giornalista Alver Metalli (Vatican Insider, 21/5), di non provare particolare interesse per la canonizzazione dell’arcivescovo, essendo questi già stato proclamato santo dai «nostri poveri», e avendo Ignacio Ellacuría già affermato tutto ciò che di più significativo poteva esser detto sull’arcivescovo, e cioè che «con monsignor Romero Dio è passato per El Salvador». «Va bene che lo beatifichino, non dico di no, ma – ha proseguito Sobrino – mi sarebbe piaciuto che fosse in un altro modo… e ancora non so cosa dirà il cardinale Angelo Amato dopodomani, non so, non so se quello che dirà mi convincerà o meno».

E se è difficile pensare che le frasi del card. Amato abbiano potuto convincerlo, hanno invece di certo convinto molti le riserve espresse dal teologo gesuita. A indicare il pericolo di un addomesticamento è, per esempio, anche Noi Siamo Chiesa, secondo cui «Romero fu segno di contraddizione e tale deve restare»: ribadendo le proprie perplessità nei confronti sia del senso teologico e pastorale del culto dei santi che delle procedure in uso, «spesso discutibili» – dalla canonizzazione di personaggi controversi come Escrivá De Balaguer o del tutto lontani dalla venerazione popolare a quella «di quasi tutti gli ultimi papi», diventata «quasi uno strumento per santificare lo stesso papato» –, Noi Siamo Chiesa ha manifestato la propria gioia per la beatificazione di mons. Romero, «simbolo planetario di una fede impegnata a difesa degli oppressi», ma anche espressione di tutto il martirologio latinoamericano dell’ultimo mezzo secolo, «composto di migliaia di suore, leader contadini, animatori di comunità, preti e vescovi uccisi da regimi che si pretendevano “cattolici” in nazioni “cattoliche”». Ma avverte: ora che è stato ufficialmente riconosciuto, Romero non deve diventare un “santino”, oggetto di una devozione tradizionale, con tanto di agiografia, reliquie da venerare, statue da erigere, vie e piazze a cui dare il suo nome, ma «deve rimanere nella Chiesa e nella società momento di contraddizione», e deve essere compreso a partire dal contesto storico in cui visse, in maniera da poter valutare al meglio le azioni di rottura a cui fu costretto. Spetta ai suoi amici in tutto il mondo, conclude Noi Siamo Chiesa, «il compito di evitare la sua imbalsamazione». E, cioè, evidenziare, come fa il cubano Iroel Sánchez sulla rivista digitale CubaHora (23/5), quanto Romero sia «un beato politicamente scorretto»: mai disposto a mettere sullo stesso piano, in nome di una falsa concordia, sfruttatori e sfruttati, carnefici e vittime; a condannare allo stesso modo, in nome di una falsa pace, esercito e guerriglia; a scambiare per persecuzione religiosa quella che era chiaramente una persecuzione di classe. E, d’altro lato, sempre pronto a denunciare «il falso universalismo che si traduce sempre in connivenza con i potenti», «il falso pacifismo» e «i falsi paternalismi anche ecclesiali», difendendo l’attualità delle «terribili parole dei profeti di Israele»: «Esistono tra noi quelli che vendono il giusto per denaro e il povero per un paio di sandali; quelli che ammassano violenza e saccheggio nei propri palazzi; quelli che schiacciano i poveri; quelli che preparano un regno di violenza sdraiati su letti avorio: quelli che uniscono casa a casa e sommano campo a campo fino a occupare tutto e restarsene soli nel Paese». (claudia fanti)

I poveri avevano ragione: mons. Romero è santo!

Avevano ragione i poveri

di Juan Vicente Chopin

1. LA RIVENDICAZIONE DELLA VITTIMA

I poveri avevano ragione: mons. Romero è santo! L’hanno avuta sempre, per questo non si sono mai allontanati da questa cripta, il luogo in cui riposa il suo sacro corpo. È la stessa posizione dei discepoli di Policarpo di Smirne, secondo quanto si legge nel racconto del suo martirio: «In questo modo abbiamo potuto raccogliere le sue ossa […] e le abbiamo depositate in un luogo adatto. Ogni volta che sarà possibile riunirci lì con giubilo e allegria, il Signore ci concederà di celebrare il giorno del suo martirio in memoria di quanti hanno già raggiunto il culmine della loro lotta e come preparazione per quanti lo faranno in futuro». Sappiamo già che l’anniversario di un martire non è quello della sua nascita biologica, ma quello della sua resurrezione, il giorno del suo martirio.

In quest’ottica, non sarebbe male suggerire a mons. Vincenzo Paglia di renderci visita più spesso, così da consentire all’alta gerarchia salvadoregna di visitare con maggiore frequenza la tomba dei martiri. E dico questo perché il martirio è un elemento costitutivo e fondante della Chiesa, nel senso in cui l’intende Apocalisse 1,5, che definisce Gesù il Testimone fedele, il primogenito tra coloro che sono morti. (…).

Bisogna dire che l’apparato mediatico della destra più recalcitrante ha tentato di snaturare fino all’estremo la memoria del martire d’America, il quale però risorge nobilitato e restituisce speranza alle vittime che in lui trovano il proprio simbolo. Quelle vittime anonime che sono morte prima del tempo: delegati della parola, catechisti, pastori protestanti il cui volto è riassunto nella figura di mons. Romero.

In questo senso, anche la considerazione contraria risponde a verità. Vale a dire, l’oligarchia di questo Paese non aveva ragione. Non l’ha mai avuta. Non ce l’ha ora.

Avevano torto i pennivendoli mercenari che Roque Dalton menziona nel suo poema La Jauría (“Il branco”), iniziando da Fray Ricardo Fuentes Castellanos, traditore della sua stessa Chiesa (una delle voci più dure nei confronti di Romero e delle sue omelie domenicali, ndt), e da Sidney Mazzini, entrambi editorialisti di El Diario de Hoy, fino ad arrivare agli pseudo-giornalisti dei nostri giorni, quelli che il poeta – martire della cultura – presentava nel poema citato come «i necessari corifei di sfondo/quelli di seconda fila/quelli che hanno bisogno di ululare di più/gli sciacalli furiosi che sbavando fanno la posta a ogni progresso».

Neppure avevano ragione gli oscuri cardinali, vescovi e preti amici dell’impero. Gli stessi a cui si riferisce don Pedro Casaldáliga nel suo immortale poema: «Povero Pastore glorioso, assassinato a pagamento, a dollaro, a valuta./ Come Gesù, per ordine dell’impero./ Povero Pastore glorioso,/ abbandonato/ dai tuoi stessi fratelli del pastorale e di messa…!/ (Le curie non potevano comprenderti:/ nessuna sinagoga ben costituita può comprendere il Cristo)».

Ma la verità si fa strada e va prendendo corpo ciò che il filosofo Max Horkheimer affermava con nostalgia filosofica, cioè che l’assassino non può trionfare sulla vittima innocente.

Ma non è necessario essere filosofi per capire certe cose. In quest’ottica, come solitamente accade, il popolo ci precede. Il canto popolare noto come “La cumbia de Mons. Romero” lo ripete chiaramente: «Il diavolo si è sbagliato, come si sbaglia sempre,/ a voler chiudere la bocca dell’uomo che si è dato per intero/ perché vive con noi Oscar Arnulfo Romero».
2. ROMERO, ESPRESSIONE DEL MARTIRIO CONTEMPORANEO

Mons. Romero è il primo santo ufficialmente riconosciuto dalla Chiesa cattolica nella storia di El Salvador. Questo fatto riempie di gioia, rallegrando soprattutto noi che abbiamo sempre espresso pubblicamente la nostra devozione per lui.

Questo martire, che il sentire popolare, fin dai primi giorni dopo il suo assassinio, ha chiamato «San Romero de América», presenta caratteristiche peculiari: è un vescovo; dà la sua vita per difendere i poveri ed esigere il rispetto dei diritti umani; i suoi assassini si definiscono anch’essi “cristiani”; i suoi stessi fratelli vescovi lo accusano di istigare il popolo e vi sono preti e laici che diffidano della sua santità.

Tutti questi tratti fanno di mons. Romero un santo contemporaneo, le cui caratteristiche vanno oltre la visione classica della santità. È un santo per i nostri giorni, che non sarà mai compreso dai settori conservatori, i quali vivono con nostalgia il loro passato di oppressione, privi della speranza di poter costruire una società riconciliata. Ma la Chiesa, rappresentata dalla persona di papa Francesco, il 3 febbraio 2015 lo ha dichiarato martire in odium fidei. Un decreto che ha reso possibile la cerimonia di beatificazione del prossimo 23 maggio, che presenterà Romero come modello di santità, motivo di ispirazione per la resistenza popolare, difensore degli umili ed esempio di lotta contro i poteri stabiliti.

3. MARTIRIO IN ODIUM FIDEI

Nel martirio confluiscono dialetticamente i motivi del martire con i motivi del carnefice. Ignacio Ellacuría lo riassume bene con una domanda magistrale: «Perché muore Gesù e perché lo uccidono». Il primo elemento si riferisce alle motivazioni del martire, il secondo a quelle del carnefice. (…).

Le tre questioni a cui bisogna rispondere per ciò che riguarda l’odio per la fede sono tre: chi è che odia? Cos’è che odia? Perché lo odia?

Chi odia non è solamente una persona, in questo caso Roberto D’Aubuisson, ma un’élite di famiglie che hanno divinizzato il mercato, un’oligarchia miope che, nella prospettiva di un capitalismo selvaggio, ha scambiato il territorio salvadoregno per una piantagione di caffè e i suoi abitanti per coloni tenuti sempre all’obbedienza.

Quello che si odia allora è la prassi pastorale e caritativa di mons. Romero, il quale, a partire dalla sua fede, ha optato per gli emarginati ponendosi come paravento tra la voracità del capitalismo e le classi contadine e lavoratrici.

Lo si odia perché mons. Romero non è come gli altri suoi compagni di baculo, che cedono alle concessioni del sistema economico imperante, bensì sceglie di schierarsi dalla parte degli emarginati. E lo dice chiaramente: «È un fatto evidente che la nostra Chiesa è stata perseguitata negli ultimi tre anni. Ma la cosa più importante è osservare perché sia stata perseguitata. Non è stato perseguitato un qualunque sacerdote né è stata attaccata una qualunque istituzione. Si è perseguitato e attaccato quella parte della Chiesa che si è schierata dalla parte del popolo povero ed è scesa in sua difesa».

L’odio per la fede, nel martirio di mons. Romero, presenta la difficoltà legata al fatto che quanti orchestrano il suo assassinio sono convinti che sia lui a tradire la fede cristiana e che siano loro a salvaguardare l’autentica espressione del cristianesimo. È necessario allora un ampliamento del concetto canonico di martirio, per illustrare quei casi in cui l’odio per la fede non è sufficientemente chiaro.

Con la beatificazione di mons. Romero si conferma quello che scrive Giovanni Paolo II nella sua lettera apostolica Tertio Millennio Adveniente, che cioè, «al termine del secondo millennio, la Chiesa è tornata nuovamente a essere una Chiesa di martiri».
4. IL MARTIRIO DI MONS. ROMERO CI INTERPELLA

Per non perdere l’ispirazione e l’esempio che ci vengono da San Romero d’America, intendiamo pronunciarci su aspetti molto concreti che reclamano la nostra attenzione. A tale scopo, riprenderò il pronunciamento diffuso da distinti settori della società salvadoregna dinanzi all’imminente beatificazione di mons. Romero.

La gioia che ci procura la beatificazione di mons. Romero non deve distoglierci dalle cause che hanno condotto al suo assassinio. Siamo chiamati a portare avanti la lotta per la giustizia, la verità e la riparazione «per il suo omicidio e per tutte le gravi violazioni dei diritti umani commesse prima, durante e dopo il conflitto armato, che egli cercò ardentemente di evitare, senza essere ascoltato».

Si deve ancora portare a termine il compito di sradicare l’impunità e la violenza che si sono accampate in tutta tranquillità nella nostra patria, in maniera da realizzare la giustizia, la fraternità e la solidarietà. Del sangue versato da mons. Romero possiamo dire, a maggior ragione, quello che egli stesso affermò nella sua omelia del 27 gennaio 1980 rispetto al sangue del nostro popolo: «Sono sicuro che tanto sangue versato e tanto dolore causato ai familiari delle numerose vittime non sarà senza effetto. È sangue e dolore che irrigherà e feconderà nuove e sempre più numerose sementi di salvadoregni che prenderanno coscienza della responsabilità di costruire una società più giusta e umana, che fruttificherà nella realizzazione delle riforme strutturali audaci, urgenti e radicali di cui la nostra patria ha bisogno».

Concretamente, ci pronunciamo riguardo ai seguenti punti:

1) Invitiamo i vescovi, i preti e i laici che diffamarono pubblicamente mons. Romero, bollandolo come guerrigliero o con altri epiteti analoghi, a pentirsi e a chiedere perdono anche al popolo salvadoregno.

2) Che siano tolti i simboli cristiani dalle bandiere dei partiti politici, in particolare di Arena (il partito fondato da Roberto D’Aubuisson, riconosciuto come mandante dell’omicidio di Romero), poiché non ci si può definire cristiani e ammettere l’assassinio di persone innocenti.

3) Che i deputati di Arena, per il bene del popolo salvadoregno, votino per l’approvazione della Legge Generale sull’Acqua. Ricordiamo loro che tale risorsa non è una merce, ma un diritto a cui tutti gli esseri umani devono avere accesso.

4) Chiediamo al governo degli Stati Uniti e ai suoi rappresentanti nel Paese di rispettare il diritto dei popoli, concretamente del Venezuela, all’autodeterminazione. Che si revochi il decreto che descrive assurdamente il Venezuela come una minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti. A essere minacciati sono i Paesi latinoamericani, non certo gli Usa. (…).

5) Chiediamo alla Procura Generale della Repubblica e al governo di El Salvador di investigare, processare e punire i mandanti e gli esecutori dell’assassinio di monsignor Romero e di conseguenza indennizzare le vittime delle violazioni commesse, in quanto sono stati dei rappresentanti dello Stato salvadoregno a pianificare ed eseguire questo crimine di lesa umanità.

6) Esigiamo che vengano adeguate le leggi del Paese alla Convenzione Americana sui Diritti Umani, revocando la Legge di amnistia approvata con il Decreto Legislativo n. 486, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale il 22 marzo 1993.

5. MONS. ROMERO, UN FARO DI LUCE

La beatificazione di mons. Romero non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza. È un momento meraviglioso per continuare la lotta. È una porta aperta attraverso cui far passare le vittime dalla morte alla resurrezione.

Se la prima Chiesa nasce dal sangue di Gesù Cristo e dei primi martiri, alle origini del movimento cristiano, allora la Chiesa salvadoregna rinasce a partire dal sangue dei suoi martiri. Orientiamoci allora verso la rifondazione della Chiesa salvadoregna. E con ciò incoraggiamo tutte le istituzioni dello Stato a fare lo stesso in funzione della costruzione di un nuovo Paese.

La luce di questo faro illumina le tenebre di un sacerdozio che non odora di pecora ma di lupo, perché un prete che abusa di minorenni ha scelto di stare contro gli indifesi. Non è suo amico, ma suo nemico. Lo stesso papa Francesco ha dichiarato il 7 luglio 2014 che non c’è posto nel ministero della Chiesa per quanti commettono questi abusi. E ha detto ai vescovi che dovranno esercitare il proprio servizio pastorale con estrema attenzione per garantire la protezione dei minori e che dovranno rendere conto di questa responsabilità.

Mons. Romero getta luce sulle tenebre del marketing della religione, i cui pastori esigono che le donne si vestano in maniera adeguata per il culto, ma non hanno alcun problema a violentarle e ad aggredirle fisicamente.
6. COMPITI DA SVOLGERE

Spetta a noi lottare perché la santità di mons. Romero non degeneri in una devozione di bassa lega, bensì mantenga il suo carattere profetico.

In questo senso, voglio rendere omaggio alle donne della Comunità Monsignor Romero della Cripta della Cattedrale, che negli ultimi anni hanno recuperato questo luogo e hanno lottato contro varie avversità per difendere la memoria di San Romero. Il giorno della beatificazione dell’arcivescovo, il 23 maggio, questa comunità festeggerà 16 anni di lavoro condotto allo scopo di tenere viva la sua opera: «Non è stato facile – affermano -, a volte abbiamo dovuto combattere, altre volte abbiamo piegato il capo, ma siamo testarde, pazienti e resistenti. E siamo disposte ad andare avanti finché ci sosterranno le forze, perché crediamo che la ragione e la verità siano dalla nostra parte e perché monsignor Romero lo merita; è lui che ci incoraggia a proseguire». Fanno parte di questa comunità María Teresa Alfaro Fernández; Marta Segovia; Engracia Chavarría; Ruth Elizabeth Rivas; Magaly Urrutia Argot; Ana Ruth Granados; Miriam de Cañénguez; Zenaida López; Vanessa Ivonne Rivas; Alicia López; Reina Atenas de Rivas.

Ringraziamo anche i giornalisti che alimentano la memoria di mons. Romero: blog e siti alternativi, il Diario CoLatino e la Radio Maya Visión. Chiediamo loro di continuare a sostenere la Comunità della Cripta e il processo di canonizzazione di mons. Romero. A proposito, mons. Romero sarebbe un magnifico patrono dei giornalisti salvadoregni.

Monsignore è resuscitato e continuerà a resuscitare nel popolo. Manteniamo acceso il fuoco della resurrezione. Viva mons. Romero!

adistaonline

Pedofilia: il Papa espelle un prete in Spagna

globalist.it
Lo ha comunicato ufficialmente oggi l’arcidiocesi in una nota in cui riferisce: “Papa Francesco espelle dallo stato clericale il sacerdote Jesus Maria Menendez Suarez”, conosciuto come Padre Chus.

In seguito ad una serie di accuse nei confronti del sacerdote in questione la diocesi di Oviedo aveva chiesto un intervento alla Congregazione per la Dottrina della Fede che già nel 2014 aveva imposto nei confronti del sacerdote alcune misure cautelari. Valutati gli atti del processo, a febbraio di quest’anno l’ex Sant’Uffizio ha chiesto al Papa un provvedimento nei confronti del prelato e “il 6 marzo del 2015 – ha comunicato la diocesi spagnola toccata dalla vicenda – il Papa ha decretato l’espulsione dallo stato clericale” del sacerdote incriminato degli abusi nei confronti dei minori.

“La comunità diocesana esprime il suo profondo dolore per i crimini che hanno portato un danno enorme, in particolare ai minori” e per il fatto che e’ stata “macchiata la santità del sacerdozio” dal prete. E per tutto questo chiede “perdono” alle vittime.

Regionali: Sono 17 gli impresentabili, anche De Luca

Sono 17 i candidati ‘impresentabili’ secondo la commissione Antimafia e nella lista c’è anche il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca. Ma il premier Matteo Renzi è certo che “nessuno sarà eletto”. Intanto resta il caos sulla vicenda del candidato Pd alla regione Campania, Vincenzo De Luca, sul quale pende il giudizio della giustizia ordinaria alla quale la Cassazione ha attribuito la competenza dell’applicazione della legge Severino che potrebbe comportare la sua sospensione per 18 mesi. Ieri il ministro Maria Elena Boschi ha assicurato che la decisione della Cassazione non cambia nulla. Parole crirticate dal Movimento cinque stelle.

ansa

politica

Appoggio alla candidata di Zaia, lite in tv tra vescovo e portavoce

VERONA – Don Bruno Fasani, il portavoce del vescovo, doveva commentare la “sponsorizzazione” per la candidata leghista Monica Lavarini. Ha definito la lettera un «incidente di percorso. La Lavarini non rappresenta la chiesa veronese e dovrebbe dire apertamente che non ha l’appoggio. E mi auguro che non venga eletta perché si direbbe che la chiesa di Verona ha quella candidata. Io credo che la chiesa debba essere rappresentata da tutti i candidati a prescindere dal partito. Perciò invito tutti i cattolici a far sì che la signora Lavarini non venga eletta».

Subito dopo, a sorpresa, interviene al telefono duramente anche il vescovo Giuseppe Zenti che chiede: «Don Bruno che ti succede? Non dovresti essere tu che mi rappresenti?». Lui si difende: «Io parlo da cittadino, come tanti cattolici che non si sono trovati d’accordo con quanto accaduto». Ma il vescovo incalza: «Che in pubblico venga sconfessato quello che ho detto è gravissimo, che poi venga detto che i cattolici non devono votare una candidata è assurdo. E mi domando se a Telearena si può fare una cosa del genere, questa è mancanza di democrazia. Don Fasani è un mio prete, non puoi parlare male di me così, ti sei autosconfessato. Mi costringete a entrare in polemiche e mi avete offeso profondamente».
Don Fasani: «Non credo si sia mai data una sponsorizzazione, soprattutto con un candidato come Luca Zaia».

Il dibattito si scalda: «Don Bruno, stai dicendo delle sciocchezze, non mi rappresenti», replica Zenti. «Tranquillo vescovo, tanto lo sa che ho già dato le dimissioni da portavoce».

Il Gazzettino

Diana Bracco, presidente di Expo 2015 Spa, è indagata per evasione fiscale e appropriazione indebita

Diana Bracco, presidente di Expo 2015 Spa, è indagata per evasione fiscale e appropriazione indebita in qualità di presidente del cda della Bracco spa. L’indagine è stata chiusa ed è stato effettuato un sequestro da circa 1 mln di euro. L’ipotesi è che le fatture false siano servite in relazione a lavori su case private e barche.

Come si legge in un comunicato del procuratore della Repubblica Edmondo Bruti Liberati, nell’ambito dell’inchiesta condotta dal Nucleo Polizia Tributaria della Gdf e coordinata dal procuratore aggiunto Francesco Greco e dal pm Giordano Baggio, “è stato notificato avviso di conclusione delle indagini” a carico di Diana Bracco, di Pietro Mascherpa, presidente del Cda di Bracco Real Estate srl, e di due architetti dello studio Archilabo in Monza, Marco Pollastri e Simona Calcinaghi. In particolare Bracco e Mascherpa sono accusati di evasione fiscale attraverso l’emissione di fatture false e di appropriazione indebita. Dalle indagini “è emerso che fatture” per oltre 3 milioni di euro, confluite nella contabilità e nelle dichiarazioni fiscali “presentate dalle società del gruppo Bracco per i periodi di imposta dal 2008 al 2013”, erano riferite “all’esecuzione di forniture o di prestazioni rese presso locali in uso alle medesime società ma effettivamente realizzate presso immobili e natanti di proprietà, ovvero nella disponibilità” di Diana Bracco e del marito defunto Roberto De Silva. Lo scorso 5 marzo, si legge ancora nel comunicato, la Gdf ha eseguito un decreto di sequestro preventivo emesso dal gip Roberta Nunnari nei confronti di Diana Bracco per 1 milione e 42 mila euro “corrispondente all’importo totale dell’imposta complessivamente evasa per effetto dell’utilizzo delle predette fatture”. Nella nota si legge infine che lo scorso 21 maggio “sono stati depositati” in Procura da parte della Gdf “i verbali di constatazione delle correlate violazioni di carattere amministrativo”.

Pm Milano, da Bracco appropriazione indebita da 3,6 mln – A Diana Bracco, presidente di Expo 2015 spa e accusata di un’evasione fiscale da oltre 1 milione di euro in qualità di presidente del gruppo Bracco, viene contestata dalla Procura di Milano anche un’appropriazione indebita da circa 3,6 milioni di euro. Secondo gli inquirenti, infatti, avrebbe usato i soldi delle sue società per fini privati e soprattutto in relazione a lavori di ristrutturazione di alcune sue case, 4 o 5 immobili in totale.

Difesa Diana Bracco, non c’è stata alcuna frode – “Non c’è stata alcuna frode fiscale: si tratta di contestazioni riguardanti l’inerenza all’attività d’impresa di fatture, situazione non rilevante sotto il profilo penale”. Lo ha spiegato l’avvocato Giuseppe Bana, difensore di Diana Bracco, indagata per una presunta evasione fiscale in qualità di presidente del cda della Bracco Spa. “Abbiamo già definito con l’Agenzia delle entrate attraverso il ravvedimento operoso – ha proseguito -, siamo solo al termine delle indagini preliminari e non è stata ancora formalizzata la richiesta di rinvio a giudizio”.

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